sabato 15 agosto 2026

Dio, una passione inutile: Sartre e il dramma dell’esistenza senza Dio


 

Tra le espressioni più radicali della filosofia di Jean-Paul Sartre si può collocare l’idea di “Dio, una passione inutile”, formula che condensa uno dei nuclei più profondi del suo pensiero: il desiderio dell’uomo di superare la propria condizione, di trovare un fondamento assoluto alla propria esistenza e, nello stesso tempo, l’impossibilità di raggiungere quel fondamento attraverso la fede in un Dio creatore e garante dell’ordine del mondo.

La formula compare ne L’essere e il nulla, pubblicato nel 1943, l’opera filosofica fondamentale di Sartre. Non si tratta semplicemente di una dichiarazione ateistica. 

Sartre non vuole soltanto sostenere che Dio non esiste. 

La sua riflessione è più radicale: vuole mostrare che l’uomo, proprio perché è coscienza e libertà, tende continuamente verso qualcosa che non può diventare. 

L’uomo aspira a essere pienamente se stesso, stabile, necessario, definitivo; ma questa aspirazione entra in contraddizione con la sua stessa libertà.

leggi: Siamo esseri nel mondo

Per comprendere questa prospettiva bisogna partire dalla distinzione sartriana tra essere-in-sé ed essere-per-sé. L’essere-in-sé è ciò che semplicemente è: una cosa, un oggetto, una realtà compiuta e determinata. L’essere-per-sé, invece, è la coscienza umana. 

La coscienza non coincide mai completamente con ciò che è, perché può interrogarsi, negarsi, progettarsi diversamente. È apertura verso il possibile.

Una pietra è ciò che è. Un essere umano, invece, non è mai soltanto ciò che è stato. Può decidere di cambiare, può rifiutare il proprio passato, può immaginare un futuro differente. La coscienza introduce nel mondo una distanza rispetto a ciò che esiste. È precisamente questa distanza che rende possibile la libertà.

Ma la libertà, per Sartre, non è una condizione comoda. È una condanna. 

L'uomo è “condannato a essere libero” perché non può sottrarsi alla necessità di scegliere. Anche quando decide di non scegliere, sta comunque scegliendo. Non esiste un'autorità superiore alla quale trasferire definitivamente la responsabilità delle proprie decisioni.

Ed è qui che Dio entra nel discorso.

Se Dio esistesse come creatore dell'uomo e come fondamento assoluto dei valori, l'essere umano potrebbe pensare che la propria natura sia stata stabilita prima ancora della propria esistenza. 

Ci sarebbe, in altre parole, una essenza umana precedente all'esistenza concreta dell'individuo.

Sartre capovolge questa prospettiva attraverso una delle sue formule più celebri: l'esistenza precede l'essenza.

L'uomo prima esiste e poi, attraverso le proprie scelte, costruisce ciò che è. Non c'è un progetto divino prestabilito che stabilisca una volta per tutte chi dobbiamo essere. Non esiste un manuale metafisico dell'esistenza umana. Non c'è una natura trascendente alla quale appellarsi per giustificare le nostre azioni.

Questa posizione produce una conseguenza vertiginosa: l'uomo è responsabile di se stesso.

La libertà, però, genera angoscia. Se non esiste Dio, non esiste nemmeno un fondamento assoluto dei valori al quale affidarsi. 

Quando scegliamo, non scegliamo soltanto per noi stessi: attraverso la nostra scelta affermiamo implicitamente un'immagine dell'uomo. Ogni decisione diventa quindi una responsabilità.

L'uomo vorrebbe spesso liberarsi di questa responsabilità. Vorrebbe poter dire: “Sono fatto così”, “Non potevo comportarmi diversamente”, “Era il mio destino”, “Dio lo vuole”, “La società mi ha imposto questo comportamento”. 

Sartre vede in queste giustificazioni una fuga dalla libertà.

È ciò che egli chiama malafede.

La malafede consiste nel tentativo di mentire a se stessi sulla propria libertà. L'individuo si trasforma mentalmente in una cosa, in un oggetto determinato, per non dover affrontare l'angoscia della scelta. Ma la coscienza non può diventare definitivamente una cosa. Anche quando cerca di nascondersi dietro un ruolo, una professione, una morale o una convenzione sociale, conserva la possibilità di scegliere.

leggi: Il mestiere fragile del vivere: Cesare Pavese e l'arte dell'inconsolabile

Da questo punto di vista, la religione può diventare, per Sartre, una delle possibili forme attraverso cui l'uomo cerca di sfuggire all'angoscia della libertà. 

Se Dio stabilisce ciò che è bene e ciò che è male, allora l'uomo può trovare un ordine già pronto nel quale collocare la propria esistenza.

Ma Sartre non sta semplicemente dicendo che ogni credente è in malafede. 

Il suo problema è filosofico: che cosa accade alla responsabilità umana se esiste un essere assoluto che fonda la nostra natura e i nostri valori?

La risposta sartriana è radicale: l'uomo cerca Dio perché desidera superare la propria condizione finita e contraddittoria.

 Vorrebbe essere contemporaneamente libertà e pienezza, coscienza e stabilità, possibilità e compimento.

Vorrebbe essere, in qualche modo, Dio.

leggi: Un Dio umano

Questo desiderio costituisce quella che Sartre chiama “passione inutile”

L'uomo tende verso una sintesi impossibile: vuole diventare un essere pienamente fondato, necessario e assoluto, senza rinunciare alla propria libertà. Ma tale sintesi non può essere realizzata.

L'uomo è infatti un essere incompiuto. Non possiede un'essenza definitiva. È continuamente proiettato oltre se stesso. Ogni volta che raggiunge un obiettivo, può aprirsi un nuovo progetto. Ogni identità che costruisce può essere rimessa in discussione.

Per questo l'esistenza umana conserva una dimensione tragica.

Non significa, tuttavia, che Sartre consideri la vita priva di valore. Al contrario. Proprio perché non esistono valori garantiti dall'esterno, l'uomo è chiamato a crearli attraverso le proprie scelte. Il significato dell'esistenza non viene trovato come un oggetto nascosto nell'universo: viene costruito.

Qui emerge uno degli aspetti più moderni della filosofia sartriana. In un mondo nel quale molte persone cercano continuamente certezze, identità definitive e risposte assolute, Sartre ricorda che l'essere umano è soprattutto progetto.

Non siamo soltanto ciò che ci è accaduto. Non siamo soltanto il nostro passato, la nostra educazione, la nostra famiglia, il nostro ambiente sociale o i nostri fallimenti. Tutto questo condiziona la nostra esistenza, ma non la determina completamente.

La libertà non significa poter fare qualsiasi cosa. Significa, più profondamente, essere costretti a prendere posizione di fronte a ciò che ci accade.

Anche la sofferenza, la sconfitta e il limite diventano allora parte del problema della libertà. Non scegliamo tutte le condizioni della nostra vita, ma scegliamo il significato che attribuiamo a quelle condizioni e il modo in cui decidiamo di affrontarle.

La formula “Dio, una passione inutile” può dunque essere interpretata non come una semplice provocazione contro la religione, ma come una diagnosi della condizione umana. 

L'uomo desidera qualcosa di assoluto perché non accetta facilmente la propria precarietà. 

Cerca un fondamento, una garanzia, un senso ultimo. Ma Sartre sostiene che questo desiderio non può essere soddisfatto attraverso la costruzione di un essere assoluto.

Rimane allora una domanda fondamentale: che cosa resta all'uomo quando Dio non è più il garante del significato dell'esistenza?

Resta la libertà.

E insieme alla libertà, la responsabilità.

Resta la possibilità di scegliere, di progettare, di assumersi la propria esistenza senza nascondersi dietro giustificazioni definitive. È una risposta certamente inquietante, perché elimina molte delle nostre sicurezze. Ma è anche una risposta profondamente emancipatrice.

Sartre non promette all'uomo una vita senza angoscia. Promette qualcosa di diverso: la possibilità di vivere senza delegare ad altri la responsabilità di essere ciò che si è.

La “passione inutile” diventa così anche il simbolo di una tensione permanente dell'essere umano: desideriamo l'assoluto, ma siamo esseri finiti; desideriamo certezze, ma siamo libertà; desideriamo sapere chi siamo, ma siamo continuamente impegnati a diventarlo.

Forse è proprio in questa contraddizione che Sartre individua la nostra condizione più autentica. L'uomo non è un progetto già concluso. È un progetto aperto.

E se non esiste un Dio a consegnargli dall'esterno il significato della vita, allora il significato diventa una responsabilità umana.

Non una risposta trovata una volta per tutte, ma una costruzione fragile, provvisoria e continuamente rinnovata.

In questo senso, la filosofia di Sartre continua a interrogarci: non ci chiede soltanto se Dio esista, ma che cosa siamo disposti a fare della nostra libertà se nessuno può scegliere al posto nostro.

Jean-Paul Sartre: la vita, il pensiero e L’essere e il nulla

 


Jean-Paul Sartre occupa un posto singolare nella filosofia del Novecento. Filosofo, scrittore, drammaturgo, intellettuale impegnato e protagonista della vita culturale francese, Sartre trasformò la filosofia dell’esistenza in uno strumento per interrogare la libertà, la responsabilità, l’angoscia, il rapporto con gli altri e il significato stesso dell’essere umano.

Tra le sue numerose opere, romanzi, drammi e saggi, L’essere e il nulla. Saggio di ontologia fenomenologica, pubblicato nel 1943, rappresenta il suo principale capolavoro filosofico e il testo nel quale il pensiero esistenzialista di Sartre raggiunge la sua formulazione più sistematica. 

La Stanford Encyclopedia of Philosophy lo definisce il trattato fondamentale dell’esistenzialismo sartriano e sottolinea come l’opera costituisca ancora oggi il punto centrale per comprendere la sua filosofia.

La formazione di un filosofo inquieto

Jean-Paul Charles Aymard Sartre nacque a Parigi il 21 giugno 1905. Rimase orfano di padre quando era ancora molto piccolo e venne cresciuto dalla madre e dai nonni. La sua formazione avvenne all'interno dell'élite culturale francese e fu caratterizzata molto presto da una straordinaria passione per la lettura e la scrittura.

Sartre studiò nelle prestigiose istituzioni scolastiche parigine e nel 1929 conseguì l'agrégation in filosofia. Durante gli anni della formazione entrò in contatto con la tradizione filosofica occidentale, da Cartesio a Kant, da Hegel a Kierkegaard, fino a Bergson. Ma l'incontro destinato a modificare profondamente il suo pensiero sarebbe arrivato qualche anno più tardi: quello con la fenomenologia di Edmund Husserl e con la filosofia dell'esistenza di Martin Heidegger.

Nel 1933-1934 Sartre soggiornò a Berlino e studiò direttamente la fenomenologia tedesca. L'idea husserliana dell'intenzionalità della coscienza ebbe un'importanza decisiva per il suo pensiero: la coscienza non è una scatola chiusa dentro la quale si trovano rappresentazioni del mondo, ma è sempre coscienza di qualcosa. È apertura, movimento, relazione con ciò che è altro da sé.

Questa intuizione diventerà uno dei punti di partenza de L'essere e il nulla.

La guerra e la nascita dell'esistenzialismo sartriano

La Seconda guerra mondiale rappresentò una frattura decisiva nella vita europea e anche nella riflessione di Sartre. Nel 1940 fu fatto prigioniero dall'esercito tedesco e trascorse quasi un anno in prigionia. L'esperienza della guerra rafforzò il suo interesse per la libertà, la responsabilità e le condizioni concrete nelle quali l'individuo deve compiere le proprie scelte.

Sartre non concepiva la filosofia come un esercizio puramente accademico. Il filosofo doveva confrontarsi con il proprio tempo. Per questo, dopo la guerra, divenne una delle figure più importanti della cultura francese e internazionale.

Nel 1943 uscì L'essere e il nulla. Nello stesso periodo Sartre partecipò alla fondazione della rivista Les Temps Modernes, insieme ad altri intellettuali, tra cui Simone de Beauvoir. La sua attività filosofica si intrecciò sempre più con quella politica e letteraria.

Nel 1945 una sua conferenza, successivamente pubblicata con il titolo L'esistenzialismo è un umanismo, contribuì enormemente alla diffusione delle sue idee. Migliaia di persone si riunirono a Parigi per ascoltarlo. La conferenza offriva una versione molto più accessibile di alcune delle questioni affrontate nel difficile trattato del 1943.

L'essere e il nulla: il libro della libertà

Per comprendere L'essere e il nulla bisogna partire dalla domanda fondamentale di Sartre: che cosa significa essere?

La domanda potrebbe sembrare astratta, ma Sartre la trasforma in una questione concreta. Se vogliamo comprendere l'uomo, dobbiamo capire in che modo l'essere umano si differenzia dalle cose.

Sartre distingue innanzitutto tra essere-in-sé (en-soi) ed essere-per-sé (pour-soi).

L'essere-in-sé è l'essere delle cose. Una pietra è una pietra. Un tavolo è un tavolo. Una cosa semplicemente è ciò che è. Non si interroga sul proprio essere, non progetta il futuro, non può prendere le distanze da se stessa.

L'essere umano, invece, è coscienza. E la coscienza non coincide mai completamente con ciò che è.

Io posso dire: «Sono stato questo», ma posso anche decidere di non essere più quello che ero. Posso guardare il mio passato, giudicarlo, rifiutarlo, reinterpretarlo. Posso immaginare ciò che ancora non esiste.

È proprio questa apertura al possibile che rende l'uomo libero.

La coscienza, secondo Sartre, introduce nel mondo una forma di nulla. Non perché l'uomo sia letteralmente “nulla”, ma perché la coscienza è capace di prendere distanza da ciò che esiste. Posso riconoscere ciò che sono e, nello stesso momento, negare che ciò che sono costituisca definitivamente ciò che sarò.

Il nulla diventa quindi inseparabile dalla libertà.

L'esistenza precede l'essenza

Da questa impostazione deriva una delle formule più famose della filosofia sartriana: l'esistenza precede l'essenza.

Una cosa fabbricata dall'uomo viene generalmente progettata prima di essere realizzata. Se un artigiano costruisce una sedia, possiede già nella propria mente un'idea di ciò che quella sedia dovrà essere.

Se però non esiste un Dio creatore, sostiene Sartre, non possiamo pensare che l'uomo sia stato costruito secondo un progetto precedente alla sua esistenza.

L'uomo nasce, esiste e poi, attraverso le proprie scelte, costruisce se stesso.

Questo significa che non siamo semplicemente il risultato di una definizione già stabilita. Non esiste una “natura umana” intesa come destino immutabile capace di stabilire completamente ciò che dobbiamo diventare.

L'uomo è progetto.

È ciò che fa di sé attraverso le sue decisioni.

Ma questa libertà ha un prezzo.

La condanna della libertà

Sartre afferma che l'uomo è “condannato a essere libero”.

La frase è apparentemente paradossale. La libertà viene normalmente considerata una conquista, una condizione positiva. Per Sartre, invece, è anche un peso.

Se nessuno ha stabilito in anticipo chi dobbiamo essere, allora nessuno può scegliere definitivamente al nostro posto.

Possiamo essere condizionati dalla famiglia, dalla società, dalla storia, dall'educazione, dalla situazione economica e dal nostro passato. Sartre non nega l'esistenza di questi condizionamenti. Ma sostiene che l'essere umano conserva sempre una possibilità di rapporto con essi.

Non scegliamo necessariamente ciò che ci accade, ma possiamo scegliere come rapportarci a ciò che ci accade.

La libertà non significa dunque onnipotenza. Significa responsabilità.

Ed è proprio questa responsabilità a produrre l'angoscia.

L'angoscia e la malafede

Se ogni scelta dipende da noi, non possiamo più nasconderci dietro un'autorità assoluta.

Possiamo tentare di farlo. Possiamo convincerci che “siamo fatti così”, che “non possiamo cambiare”, che “gli altri ci hanno costretto”, che “era inevitabile”.

Sartre chiama questo atteggiamento malafede.

La malafede consiste nel tentativo dell'uomo di negare la propria libertà fingendo di essere una cosa determinata.

È il cameriere che interpreta il proprio ruolo come se fosse completamente definito da esso. È l'individuo che dice: “Io sono soltanto questo”, trasformando una parte della propria identità in una definizione assoluta.

Ma l'uomo non coincide mai completamente con il ruolo che occupa.

Un professore non è soltanto un professore. Un padre non è soltanto un padre. Un lavoratore non è soltanto il proprio lavoro. Anche quando siamo immersi in una situazione concreta, rimane una distanza tra ciò che siamo e ciò che possiamo ancora diventare.

La malafede nasce proprio dal tentativo di cancellare questa distanza.

Lo sguardo degli altri

Uno dei capitoli più celebri de L'essere e il nulla riguarda il rapporto con gli altri.

L'altro non è semplicemente una persona che incontriamo. La presenza dell'altro modifica il modo in cui facciamo esperienza di noi stessi.

Quando qualcuno ci guarda, improvvisamente possiamo sentirci trasformati in un oggetto dello sguardo altrui.

Un esempio semplice è quello della vergogna. Posso essere solo in una stanza e sentirmi perfettamente libero. Ma se improvvisamente mi accorgo che qualcuno mi sta osservando, cambia il modo in cui percepisco me stesso.

Non sono più soltanto “io per me”. Divento anche “io come sono visto dall'altro”.

Da qui nasce una delle tensioni fondamentali della filosofia sartriana: desideriamo essere liberi, ma nello stesso tempo siamo continuamente coinvolti nello sguardo e nel giudizio degli altri.

Il rapporto umano può quindi diventare conflittuale. Ciascuno cerca di preservare la propria libertà, mentre rischia di trasformare l'altro in un oggetto.

Dio e il desiderio dell'assoluto

Questa riflessione conduce direttamente al tema che abbiamo affrontato nel precedente saggio: Dio come “passione inutile”.

Sartre interpreta il desiderio umano di assoluto come il tentativo di superare una contraddizione fondamentale.

L'uomo vuole essere libero, ma vorrebbe anche possedere la stabilità di una cosa. Vorrebbe essere coscienza e contemporaneamente essere pienamente compiuto.

In altre parole, vorrebbe diventare qualcosa di assoluto: una sorta di “in-sé-per-sé”, una condizione che Sartre considera irrealizzabile.

L'uomo aspira quindi a Dio, ma non può diventare Dio.

La “passione” consiste precisamente in questo desiderio di superamento; è “inutile” perché il compimento assoluto cui tende non può essere raggiunto.

Questa concezione non significa che la vita sia priva di significato. Significa piuttosto che il significato non viene garantito dall'esterno.

L'uomo deve assumersi la responsabilità di costruirlo.

Dal filosofo al militante

Dopo L'essere e il nulla, Sartre sviluppò ulteriormente la propria filosofia. La sua riflessione si spostò progressivamente verso i problemi sociali, storici e politici.

Negli anni successivi si avvicinò al marxismo, pur mantenendo un rapporto critico con il comunismo sovietico e con le forme dogmatiche del marxismo. La sua opera cercò sempre più di conciliare la libertà individuale con il peso delle condizioni storiche e sociali.

Questa evoluzione è importante perché mostra come Sartre abbia progressivamente modificato una concezione iniziale della libertà molto radicale, cercando di comprendere meglio i vincoli materiali e sociali che influenzano le decisioni individuali.

Il suo impegno politico lo portò a prendere posizione contro il colonialismo, la guerra d'Algeria, le ingiustizie sociali e diverse forme di oppressione.

Nel 1964 Sartre ricevette il Premio Nobel per la letteratura, ma rifiutò il premio, coerentemente con la sua scelta di non trasformarsi in un'istituzione culturale ufficiale.

Morì a Parigi il 15 aprile 1980, lasciando un'opera sterminata che comprende filosofia, romanzi, racconti, teatro, critica letteraria, autobiografia e interventi politici.

Perché leggere oggi L'essere e il nulla?

A prima vista, L'essere e il nulla può apparire un libro lontanissimo dalla vita quotidiana. È un'opera complessa, ricca di concetti e costruita attraverso un linguaggio filosofico rigoroso.

Eppure le domande che pone sono sorprendentemente attuali.

Quanto siamo davvero liberi?

Quanto delle nostre scelte dipende da noi e quanto dalle circostanze?

Possiamo definirci una volta per tutte?

Quanto conta lo sguardo degli altri nella costruzione della nostra identità?

Perché cerchiamo continuamente qualcuno o qualcosa a cui attribuire la responsabilità delle nostre decisioni?

E soprattutto: che cosa facciamo della nostra libertà quando scopriamo che nessuno può vivere al nostro posto?

Queste domande rendono Sartre ancora contemporaneo.

In un'epoca nella quale gli individui vengono continuamente classificati attraverso professioni, profili digitali, algoritmi, dati, preferenze e identità sociali, la filosofia sartriana conserva una forza particolare. Ci ricorda che una persona non dovrebbe essere ridotta completamente alle etichette che la descrivono.

Il rischio contemporaneo potrebbe essere una nuova forma di malafede: lasciare che siano gli algoritmi, le statistiche, i social network, la società o le aspettative degli altri a dirci definitivamente chi siamo.

Sartre ci obbliga invece a guardare dentro quella distanza tra ciò che siamo e ciò che possiamo ancora diventare.

Il significato di Sartre

Il valore di Sartre non consiste nell'aver fornito risposte definitive. Al contrario, la sua filosofia è potente proprio perché lascia aperte domande inquietanti.

L'uomo è libero, ma la libertà genera angoscia.

L'uomo desidera un significato, ma non può riceverlo già confezionato.

L'uomo ha bisogno degli altri, ma lo sguardo degli altri può minacciare la sua libertà.

L'uomo desidera essere se stesso, ma non può trasformarsi in una definizione definitiva.

E soprattutto, l'uomo desidera l'assoluto, pur essendo un essere finito.

L'essere e il nulla è quindi molto più di un trattato sull'esistenzialismo. È un'immensa interrogazione sull'uomo moderno.

Sartre ci mette davanti a una libertà senza garanzie. Una libertà difficile, talvolta dolorosa, ma anche straordinariamente creativa.

Il suo messaggio potrebbe essere sintetizzato così: non siamo proprietari di un'identità già conclusa; siamo continuamente responsabili di ciò che facciamo della nostra esistenza.

Ed è forse questa la ragione per cui, a più di ottant'anni dalla pubblicazione, L'essere e il nulla continua a rappresentare uno dei testi fondamentali per comprendere non soltanto Sartre, ma il problema stesso dell'essere umano.


Bibliografia essenziale di Jean-Paul Sartre

Opere filosofiche

Sartre, Jean-Paul, L'Imagination, Paris, Alcan, 1936.

Sartre, Jean-Paul, La Transcendance de l'Ego, Paris, Vrin, 1936.

Sartre, Jean-Paul, Esquisse d'une théorie des émotions, Paris, Hermann, 1939.

Sartre, Jean-Paul, L'Imaginaire. Psychologie phénoménologique de l'imagination, Paris, Gallimard, 1940.

Sartre, Jean-Paul, L'Être et le Néant. Essai d'ontologie phénoménologique, Paris, Gallimard, 1943.

Sartre, Jean-Paul, L'Existentialisme est un humanisme, Paris, Nagel, 1946.

Sartre, Jean-Paul, Critique de la raison dialectique, Paris, Gallimard, 1960.

Sartre, Jean-Paul, Questions de méthode, Paris, Gallimard, 1960.

La bibliografia filosofica di Sartre comprende inoltre numerosi saggi raccolti nelle diverse serie di Situations. La Stanford Encyclopedia of Philosophy ricostruisce l'evoluzione del suo pensiero dagli scritti fenomenologici iniziali fino alla Critica della ragione dialettica e alle opere più tarde.

Opere narrative

Sartre, Jean-Paul, La Nausée, Paris, Gallimard, 1938.

Sartre, Jean-Paul, Le Mur, Paris, Gallimard, 1939.

Sartre, Jean-Paul, Les Chemins de la liberté, trilogia pubblicata tra il 1945 e il 1949.

La Nausée è particolarmente importante per comprendere la traduzione letteraria delle intuizioni filosofiche sartriane. La stessa casa editrice Gallimard considera il romanzo un capolavoro del romanzo filosofico del Novecento.

Opere teatrali

Sartre, Jean-Paul, Les Mouches, 1943.

Sartre, Jean-Paul, Huis clos, 1944.

Sartre, Jean-Paul, Morts sans sépulture, 1946.

Sartre, Jean-Paul, Les Mains sales, 1948.

Sartre, Jean-Paul, Le Diable et le Bon Dieu, 1951.

Sartre, Jean-Paul, Les Séquestrés d'Altona, 1959.

Il teatro rappresenta un'altra modalità attraverso cui Sartre porta sulla scena i problemi della libertà, della responsabilità, della colpa e del rapporto con gli altri. Il catalogo Gallimard raccoglie queste opere insieme ai principali testi narrativi e alle altre produzioni dell'autore.

Studi e riferimenti critici

Per approfondire Sartre è particolarmente utile la voce “Jean-Paul Sartre” della Stanford Encyclopedia of Philosophy, che analizza la biografia intellettuale dell'autore, la fenomenologia, L'essere e il nulla, la libertà, la malafede, lo sguardo, l'intersoggettività, l'esistenzialismo marxista e la produzione politica.

Tra le biografie fondamentali si possono inoltre ricordare gli studi di Annie Cohen-Solal, Sartre: A Life, e di Ronald Aronson, We Have Only This Life to Live: Selected Essays of Jean-Paul Sartre 1939–1975, oltre agli scritti autobiografici e memorialistici di Simone de Beauvoir, figura inseparabile dalla vicenda intellettuale e personale di Sartre.

In conclusione

Se La nausea è probabilmente il libro attraverso il quale molti lettori incontrano per la prima volta il Sartre narratore e L'esistenzialismo è un umanismo costituisce la sua introduzione più accessibile, L'essere e il nulla rimane il libro più rappresentativo del Sartre filosofo.

È lì che si trovano, nella loro forma più complessa e sistematica, i concetti destinati a caratterizzare il suo pensiero: essere-in-sé, essere-per-sé, nulla, libertà, angoscia, malafede, responsabilità, sguardo e desiderio dell'assoluto.

Leggerlo significa dunque entrare nel cuore della domanda sartriana: se non esiste un'essenza prestabilita che ci dica chi siamo, che cosa siamo disposti a fare della libertà che ci è rimasta?

Ed è proprio questa domanda, più che qualsiasi risposta, a rendere Sartre ancora vivo.

venerdì 14 agosto 2026

L’immortalità secondo Milan Kundera: ciò che resta di noi quando non ci siamo più


Che cosa significa davvero essere immortali?

La domanda potrebbe sembrare appartenere alla religione, alla metafisica o alla fantascienza. 

Milan Kundera, invece, la porta dentro la vita quotidiana e la trasforma in una domanda molto più inquietante: che cosa resterà di noi nella memoria degli altri quando non saremo più presenti per raccontare chi siamo stati?

È questo uno dei grandi interrogativi de L’immortalità, romanzo scritto da Kundera nel 1988 e pubblicato per la prima volta in Francia nel 1990. 

L'opera è costruita in sette parti e mescola personaggi contemporanei, figure storiche come Goethe e Bettina von Arnim, riflessioni filosofiche e interventi dello stesso autore, che entra nel romanzo come personaggio.

Ma l'immortalità di cui parla Kundera non è quella dell'anima. È un'immortalità molto più terrena: quella dell'immagine che lasciamo negli altri.

Un gesto può diventare un'intera vita

Il romanzo nasce da un gesto apparentemente insignificante.

Kundera osserva una donna anziana che, uscendo da una piscina, compie un particolare movimento della mano. Quel gesto gli appare così intenso da diventare l'origine di Agnès, una delle figure centrali del romanzo. Da un movimento nasce una persona, e da una persona nasce una riflessione sull'identità.

È una trovata narrativa straordinariamente moderna.

Noi pensiamo di essere costituiti dalla nostra storia, dai nostri ricordi, dalle nostre intenzioni, dalle nostre esperienze. Ma per gli altri siamo spesso qualcosa di molto più semplice: un volto, un gesto, una frase, una fotografia, un episodio.

Il paradosso è che proprio ciò che rimane di noi può essere diverso da ciò che siamo stati.

La memoria non conserva fedelmente una persona: la ricostruisce.

Ed è qui che l'immortalità diventa ambigua. Essere ricordati significa, in qualche modo, continuare a esistere. Ma significa anche essere consegnati a un'immagine che non possiamo più controllare.

Kundera lo aveva intuito con grande lucidità: l'uomo desidera sopravvivere nella memoria degli altri, ma una volta entrato nella memoria degli altri non gli appartiene più.

L'immortalità come desiderio di essere riconosciuti

Il desiderio di lasciare una traccia non è nuovo.

Gli uomini hanno costruito monumenti, scritto libri, dipinto quadri, fondato imperi, avuto figli, conquistato il potere e cercato la fama anche per opporsi simbolicamente alla propria finitudine.

Kundera, però, smonta questo desiderio.

La sua domanda non è semplicemente: «Come possiamo diventare immortali?».

È piuttosto: «Perché vogliamo essere immortali?»

Forse perché abbiamo paura di essere dimenticati.

Forse perché non accettiamo che la nostra esistenza possa terminare senza lasciare alcuna traccia.

Forse perché abbiamo bisogno che qualcun altro confermi che siamo esistiti.

In questo senso, L'immortalità è anche un romanzo sulla fragilità dell'io. L'individuo non vuole soltanto vivere: vuole essere visto, riconosciuto, ricordato.

E qui Kundera anticipa una sensibilità che oggi appare ancora più evidente.

leggi: Cosa succede dopo la morte 

Kundera e la società dell'immagine

Quando Kundera scrive L'immortalità, Internet non esiste ancora nella forma che conosciamo oggi e i social network sono lontanissimi.

Eppure il romanzo sembra parlare direttamente al nostro presente.

La società contemporanea ha moltiplicato all'infinito i dispositivi attraverso i quali possiamo costruire la nostra immagine: fotografie, profili, video, commenti, follower, visualizzazioni, like.

Non ci limitiamo più a vivere.

Sempre più spesso viviamo anche per essere visti vivere.

La distinzione è fondamentale.

Una cena può essere consumata oppure fotografata. Un viaggio può essere vissuto oppure trasformato in contenuto. Un'opinione può essere pensata oppure esibita. Un momento privato può rimanere nostro oppure diventare immediatamente pubblico.

La riflessione di Kundera sull'immagine e sulla costruzione del sé attraverso lo sguardo degli altri è stata infatti interpretata anche in relazione alla società dei media e alla costruzione sociale dell'identità.

In questo senso, L'immortalità sembra quasi un romanzo scritto prima del proprio tempo.

La società dell'immagine che Kundera osservava criticamente non è scomparsa: si è enormemente ampliata.

Goethe, Bettina e il destino della memoria

Uno degli aspetti più affascinanti del romanzo è l'intreccio tra il presente e il passato.

Kundera introduce figure storiche come Johann Wolfgang Goethe e Bettina von Arnim per mostrare come anche le persone realmente esistite finiscano per diventare personaggi costruiti dalla memoria.

Goethe non è più soltanto l'uomo che è vissuto a Weimar. È anche l'immagine di Goethe costruita dalle biografie, dalle interpretazioni, dagli aneddoti e dalle generazioni successive.

La fama, dunque, non coincide necessariamente con la verità.

Una persona può diventare immortale proprio attraverso una deformazione della propria persona.

La memoria seleziona, semplifica, trasforma.

E ciò che sopravvive non è necessariamente ciò che era più importante nella vita dell'individuo.

Questa è forse una delle intuizioni più amare del romanzo: possiamo diventare immortali senza essere più veramente noi stessi.

Quali sentimenti vuole trasmettere Kundera?

Leggere L'immortalità significa attraversare sentimenti molto diversi.

C'è innanzitutto una profonda malinconia: la consapevolezza che tutto ciò che viviamo è destinato a finire.

C'è poi ironia, perché Kundera non affronta la morte e la fama con la solennità di un filosofo tradizionale. Preferisce smontare le nostre pretese attraverso situazioni paradossali, incontri improbabili e osservazioni spesso sarcastiche.

C'è nostalgia, perché ciò che passa diventa prezioso proprio quando comprendiamo che non può essere recuperato.

E c'è infine una forma di inquietudine.

Kundera ci costringe a chiederci quanto della nostra identità sia veramente nostro e quanto, invece, sia costruito attraverso lo sguardo degli altri.

Il risultato non è necessariamente disperante.

Anzi, può diventare liberatorio.

Se comprendiamo che l'immagine che gli altri hanno di noi non è completamente controllabile, possiamo forse smettere di vivere ossessionati dal bisogno di controllarla.

leggi: l'anima non può scomparire dopo la morte

Ma cosa accade se i classici smettono di essere letti?

Ed eccoci alla domanda più attuale.

In una società nella quale la lettura dei classici tende a diventare un fenomeno sempre più raro, i messaggi di Kundera possono ancora essere recepiti?

La risposta è sì, ma con una condizione: bisogna ancora avere il tempo e la disponibilità per fermarsi.

Il problema dei classici non è soltanto che vengono letti meno.

È che richiedono un tipo di attenzione che la cultura contemporanea spesso non incoraggia.

Un romanzo come L'immortalità non si lascia consumare facilmente. Non procede sempre in linea retta. Interrompe la narrazione, riflette, cambia prospettiva, introduce personaggi storici, dialoga con il lettore e mette continuamente in discussione ciò che sembra evidente. La sua struttura polifonica è parte stessa del significato dell'opera.

È, in un certo senso, l'opposto dello scorrimento veloce delle immagini.

Un contenuto breve ci consegna immediatamente una risposta.

Kundera ci consegna una domanda.

E la domanda ha bisogno di tempo.

Forse i classici sono necessari proprio perché viviamo troppo velocemente

Paradossalmente, quindi, più una società diventa veloce, più libri come L'immortalità possono diventare necessari.

Non perché debbano essere venerati come monumenti del passato.

Ma perché ci obbligano a rallentare.

Kundera ci ricorda che non siamo soltanto ciò che mostriamo.

Che la nostra identità non coincide con la nostra immagine.

Che essere ricordati non significa necessariamente essere conosciuti.

E soprattutto che la vita non dovrebbe essere trasformata interamente in una rappresentazione destinata agli occhi degli altri.

Forse il vero messaggio dell'Immortalità è proprio questo: prima di preoccuparci di ciò che resterà di noi, dovremmo chiederci come stiamo vivendo ciò che abbiamo.

Perché esiste una strana contraddizione.

Chi desidera continuamente diventare immortale rischia di non accorgersi della propria vita.

Chi invece accetta la propria finitezza può finalmente cominciare a viverla.

Ed è forse qui che Kundera, attraverso il romanzo, ci consegna una lezione sorprendentemente contemporanea: non abbiamo bisogno di essere eterni per dare valore alla nostra esistenza.

Abbiamo bisogno, forse, di essere presenti.

Presenti a noi stessi.

Prima ancora che nella memoria degli altri.


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Milan Kundera e L’immortalità: biografia, significato e temi del romanzo


Milan Kundera è uno degli scrittori europei che più profondamente hanno interrogato il rapporto tra individuo, memoria, identità e tempo. I
suoi romanzi non raccontano semplicemente delle storie: utilizzano la narrazione per mettere in discussione le nostre certezze, spesso attraverso l’ironia, il paradosso e una sottile malinconia.

Tra le sue opere più significative c’è L’immortalità, pubblicato nel 1990, un romanzo complesso e originale nel quale Kundera affronta una domanda apparentemente semplice ma profondissima: che cosa significa diventare immortali?

Non si tratta, naturalmente, dell’immortalità promessa dalla religione o immaginata dalla fantascienza. L’immortalità di Kundera è quella che nasce dalla memoria degli altri, dall’immagine che lasciamo dietro di noi e dal desiderio umano di continuare a esistere anche quando la nostra vita è terminata.

Milan Kundera: la vita e la formazione

Milan Kundera nacque a Brno, in Moravia, il 1° aprile 1929 e morì a Parigi l’11 luglio 2023, all’età di 94 anni. La sua formazione fu profondamente segnata dalla musica: suo padre, Ludvík Kundera, era pianista, musicologo e direttore dell'Accademia musicale di Brno. La musica rimase una presenza costante nella sua concezione della letteratura e nella struttura stessa dei suoi romanzi.

Dopo gli studi a Praga, Kundera si avvicinò alla letteratura, alla filosofia, al cinema e alla poesia. Frequentò la scuola di cinema e in seguito insegnò letterature comparate. La sua esperienza politica fu complessa: aderì al Partito Comunista nel dopoguerra, ma il rapporto con il regime divenne progressivamente conflittuale. Dopo la Primavera di Praga del 1968 perse il posto di insegnante e le sue opere furono sottoposte a censura.

Nel 1975 Kundera si trasferì in Francia. Nel 1981 ottenne la cittadinanza francese e progressivamente la sua produzione letteraria si sviluppò anche in lingua francese. La sua fama internazionale era già consolidata grazie a opere come Lo scherzo, La vita è altrove, Il libro del riso e dell’oblio e, soprattutto, L’insostenibile leggerezza dell’essere.

Kundera fu però molto più di un romanziere politico. La sua vera ossessione letteraria fu l'esistenza umana: l'amore, il desiderio, la memoria, la dimenticanza, la morte, l'identità, la casualità e il rapporto tra l'individuo e la Storia.

Per Kundera il romanzo non doveva fornire risposte definitive. Doveva piuttosto porre domande sull'uomo e permettere al lettore di abitare l'incertezza.

L’immortalità: la trama e la struttura

Pubblicato originariamente nel 1990, L’immortalità è un romanzo di 366 pagine nell’edizione italiana Adelphi, tradotto da Alessandra Mura.

La storia prende avvio da un gesto apparentemente insignificante.

Il narratore osserva una donna anziana che, uscendo da una piscina, compie con il braccio un particolare movimento. Quel gesto colpisce profondamente Kundera e diventa l'origine del personaggio di Agnès.

Da un semplice gesto nasce dunque una persona.

È una delle idee più affascinanti del libro: quanto può bastare poco per costruire l'immagine di un essere umano?

Agnès vive una situazione familiare complessa e si trova in rapporto conflittuale con la sorella Laura, molto più desiderosa di attenzione e riconoscimento. Attraverso le loro vicende Kundera esplora il bisogno di essere amati, desiderati e soprattutto riconosciuti dagli altri.

Parallelamente, il romanzo introduce personaggi storici, tra cui Goethe e Hemingway, facendo incontrare il mondo della vita privata con quello della fama letteraria.

Questo intreccio è fondamentale.

Kundera non racconta una storia lineare. Costruisce piuttosto una sorta di composizione musicale nella quale temi, personaggi, episodi e riflessioni ritornano, si trasformano e si rispondono reciprocamente.

La stessa casa editrice Adelphi descrive il romanzo come una tessitura di temi e caratteri nella quale figure contemporanee e grandi personaggi della storia culturale si incontrano attorno al problema dell'“immortalità”.

leggi: La malattia mortale di Kierkegaard: il dramma invisibile dell’uomo moderno

Che cos’è, dunque, l’immortalità?

Il concetto centrale del romanzo può essere sintetizzato in questo modo: non siamo soltanto ciò che siamo, ma anche ciò che gli altri ricordano di noi.

Una volta morti, non possiamo più correggere l'immagine che abbiamo lasciato.

La memoria degli altri può trasformare la nostra personalità, selezionare alcuni episodi, dimenticarne altri, deformare le nostre intenzioni.

Possiamo quindi diventare immortali attraverso un'immagine che non ci appartiene più.

È un'immortalità paradossale.

Da una parte desideriamo essere ricordati perché abbiamo paura dell'oblio. Dall'altra, essere ricordati significa consegnare la nostra identità allo sguardo degli altri.

La memoria può conservarci, ma può anche tradirci.

Ed è proprio questa ambivalenza a rendere il romanzo così moderno.

Il desiderio di apparire

Uno dei temi più importanti di L’immortalità è il desiderio di essere visti.

I personaggi di Kundera sono spesso attraversati dalla necessità di costruire un'immagine di sé. Non vogliono semplicemente essere: vogliono essere percepiti in un determinato modo.

Questo tema assume oggi una forza ancora maggiore.

Kundera scriveva prima dell'esplosione di Internet e dei social network, ma la sua riflessione sembra anticipare una società nella quale l'identità viene continuamente esposta, fotografata, commentata e trasformata in rappresentazione.

La ricerca dell'immortalità può così assumere forme nuove: una fotografia, un video, un profilo, una frase pubblicata online possono diventare frammenti di un'identità destinata a sopravvivere.

Ma la domanda di Kundera rimane la stessa:

l'immagine che mostriamo agli altri coincide davvero con ciò che siamo?

Memoria, oblio e morte

L'immortalità è inseparabile dal suo contrario: l'oblio.

Se desideriamo essere immortali è perché sappiamo di essere destinati a morire e perché temiamo che, dopo la nostra morte, possa scomparire anche il ricordo della nostra esistenza.

Kundera vede quindi la memoria come una sorta di seconda vita.

Ma questa seconda vita è incontrollabile.

Possiamo essere ricordati per una cosa che consideravamo insignificante e dimenticati per ciò che ritenevamo fondamentale.

La nostra memoria personale, inoltre, è fragile. Anche mentre siamo vivi, dimentichiamo parti di noi stessi.

Kundera porta così il lettore davanti a una domanda inquietante: quanto della nostra identità sopravvive realmente nel tempo?

Perché leggere ancora Kundera?

In un'epoca nella quale la lettura dei grandi romanzi sembra spesso entrare in competizione con una quantità enorme di immagini, messaggi e contenuti brevi, L'immortalità può apparire particolarmente difficile.

Ma forse proprio per questo è necessario.

Kundera non è uno scrittore da leggere rapidamente. Il suo romanzo chiede attenzione, silenzio e disponibilità a perdersi.

Non offre una morale immediata.

Non dice al lettore cosa deve pensare.

Lo costringe invece a interrogarsi.

E questa potrebbe essere una delle funzioni più importanti dei classici: non fornire risposte veloci, ma insegnarci a formulare domande migliori.

La lettura di Kundera diventa quindi anche una forma di resistenza alla superficialità.

Viviamo in una cultura nella quale l'immagine tende spesso a sostituire l'esperienza e la visibilità sembra diventare una misura del valore personale. L'immortalità ci invita a fare il percorso inverso: dalla rappresentazione alla persona, dall'immagine all'identità, dalla fama alla vita.

L’immortalità che Kundera ci lascia

Forse il vero paradosso è che Kundera, scrivendo dell'immortalità, ha finito per sperimentarla.

La sua vita è terminata nel 2023, ma le sue domande continuano a circolare.

Non è necessariamente l'immortalità dell'autore ciò che conta.

È quella delle idee capaci di sopravvivere all'autore.

Kundera ci lascia soprattutto una lezione sulla fragilità dell'identità. Ci ricorda che non possiamo controllare completamente il modo in cui saremo ricordati e che la ricerca ossessiva dell'approvazione degli altri può impedirci di vivere autenticamente.

Forse, allora, l'immortalità più importante non consiste nel rimanere impressi nella memoria di milioni di persone.

Consiste nel lasciare, anche in poche persone, un pensiero che continui a lavorare dopo di noi.

E questo è ciò che fanno i grandi libri.

Continuano a vivere perché continuano a porre domande.


Bibliografia essenziale

  • Kundera, Milan, L’immortalità, traduzione di Alessandra Mura, Adelphi, Milano, 1990; edizione gli Adelphi, 1993. L'edizione Adelphi registra 366 pagine.

  • Kundera, Milan, L’arte del romanzo, traduzione di Ena Marchi, Adelphi. L'opera raccoglie le principali riflessioni di Kundera sulla natura e sulla funzione del romanzo.

  • Kundera, Milan, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi, Milano, 1985.

  • Kundera, Milan, Il libro del riso e dell’oblio, Adelphi, Milano, 1991.

  • Kundera, Milan, I testamenti traditi, Adelphi, Milano, 1994.

  • Kundera, Milan, Il sipario, Adelphi, Milano, 2005.

  • Bibliothèque nationale de France, Milan Kundera (1929-2023) – Bibliographie, per l'inquadramento biografico e bibliografico dell'autore.

  • Treccani, Kundera, Milan, voce enciclopedica dedicata all'autore e alla sua opera.

giovedì 13 agosto 2026

Simone Weil e il senso della vita: un racconto sull’attenzione, la sofferenza e la grazia


La stanza vuota

Quando arrivò alla fabbrica, Anna aveva ancora negli occhi il colore del cielo.

Era una mattina di novembre e la città sembrava immersa in una nebbia sottile. Gli edifici, le automobili, i marciapiedi bagnati: tutto appariva privo di contorni, come se il mondo stesso avesse deciso di ritirarsi per qualche ora.

Anna aveva ventotto anni e un diploma universitario che non le serviva più a molto. 

Aveva studiato filosofia, aveva letto Platone, Cartesio, Kant e molti altri autori di cui ricordava ormai più le domande che le risposte. Da qualche tempo, però, sentiva che le parole erano diventate troppo leggere.

Voleva capire che cosa significasse davvero soffrire.

Non la sofferenza raccontata nei libri, non quella trasformata in concetto, non il dolore osservato dalla distanza rassicurante di una pagina, ma quello concreto, silenzioso, quotidiano: la fatica di chi si alza alle cinque, il dolore di chi aspetta uno stipendio, la solitudine di chi non viene ascoltato, l'umiliazione di chi deve chiedere ciò che gli spetta.

Per questo aveva accettato di lavorare in fabbrica.

Non ne aveva bisogno economicamente. Avrebbe potuto cercare un lavoro più adatto ai suoi studi. Ma qualcosa dentro di lei le diceva che non poteva continuare a parlare dell'uomo senza avvicinarsi agli uomini.

Il primo giorno le assegnarono una macchina rumorosa che doveva controllare centinaia di piccoli pezzi metallici. Il lavoro era semplice, ripetitivo, quasi privo di pensiero.

Dopo tre ore Anna sentiva le mani intorpidite.

Dopo cinque ore non pensava più a nulla.

Dopo otto ore comprese qualcosa che nessun libro le aveva mai insegnato: la fatica può restringere il mondo fino a lasciarti soltanto un gesto.

Prendere.

Controllare.

Spostare.

Ripetere.

All'inizio cercò di ribellarsi. Pensava alle cose che avrebbe potuto fare durante quelle ore: leggere, scrivere, studiare, parlare con qualcuno. Poi, lentamente, si accorse che anche quella ribellione la stancava.

Il corpo non voleva filosofare.

Il corpo voleva riposare.

Il giorno seguente incontrò Marco.

Aveva cinquant'anni, lavorava lì da quasi trenta e conosceva ogni rumore della fabbrica. Sapeva distinguere una macchina che funzionava male da una che stava per rompersi. Durante la pausa mangiava sempre nello stesso angolo della mensa.

«Perché sei venuta qui?» le domandò.

Anna esitò.

«Per capire.»

Marco rise.

«Allora sei nel posto sbagliato.»

«Perché?»

«Qui non si capisce. Qui si lavora.»

Anna non rispose.

Quelle parole le sembrarono brutali, ma qualche giorno dopo avrebbe capito che contenevano una verità.

Nei giorni successivi cominciò ad accorgersi delle persone.

C'era Teresa, una donna di sessant'anni che aveva un figlio malato. Ogni mattina arrivava prima degli altri e ogni sera era l'ultima ad andarsene. 

Aveva sempre un piccolo panino avvolto nella carta e non parlava mai dei propri problemi, a meno che qualcuno non glielo chiedesse.

C'era Ahmed, che mandava quasi tutto il suo stipendio alla famiglia rimasta lontana. Aveva una fotografia dei suoi figli dentro il portafoglio e, durante le pause, la guardava senza mostrarla a nessuno.

C'era Pietro, che parlava continuamente di calcio perché, quando smetteva di parlare, pensava alla moglie che lo aveva lasciato.

C'era anche Giovanni, un uomo taciturno che sembrava arrabbiato con il mondo. Anna scoprì casualmente che ogni domenica andava a trovare la madre in una casa di riposo.

Nessuno di loro sembrava avere tempo per le grandi domande.

Eppure Anna cominciò a sospettare che fossero proprio loro ad avere qualcosa da insegnarle.

Un pomeriggio Teresa si fece male a una mano.

Non era una ferita grave, ma il sangue cominciò a scorrere tra le dita.

Anna la accompagnò nell'infermeria.

Mentre aspettavano, Teresa disse:

«Sai qual è la cosa peggiore?»

«Il dolore?»

«No. Che quando stai male, tutti continuano a fare quello che stavano facendo.»

Anna non capì immediatamente.

Teresa guardò verso la porta.

«Non è colpa loro. Hanno il loro lavoro. Però tu sei lì, e improvvisamente ti accorgi che il mondo può continuare perfettamente anche mentre tu soffri.»

Quelle parole colpirono Anna più di quanto avrebbe voluto.

Quella sera, tornando a casa, pensò a quante volte aveva incontrato persone sofferenti senza veramente vederle.

Aveva ascoltato le loro parole, ma non la loro presenza.

Aveva guardato i loro volti, ma non la loro solitudine.

Forse guardare non significava ancora vedere.

Una sera, mentre usciva dalla fabbrica, vide Teresa seduta sui gradini.

Pioveva.

«Non hai l'ombrello?» chiese Anna.

Teresa scosse la testa.

«L'ho lasciato a casa.»

Anna si tolse il suo e glielo porse.

«Prendilo.»

«E tu?»

«Io corro.»

Teresa sorrise.

«Non correre sempre.»

Quelle parole rimasero nella mente di Anna per tutta la notte.

Non correre sempre.

Il giorno dopo, durante la pausa, Anna trovò Marco che guardava dalla finestra.

«Posso chiederti una cosa?»

«Certo.»

«Tu sei felice?»

Marco rimase in silenzio.

Poi disse:

«Non lo so.»

Anna si aspettava una risposta diversa.

«Non lo sai?»

«No. Ma forse ho smesso di pensare che la felicità sia la cosa più importante.»

«E cosa lo è?»

Marco guardò gli operai nella sala.

«Accorgersi.»

Anna rimase perplessa.

«Di cosa?»

«Dell'altro.»

Marco tornò a guardare fuori dalla finestra.

«Quando ero giovane volevo cambiare il mondo. Poi ho capito che non riuscivo nemmeno a cambiare me stesso. Così ho cominciato con una cosa più piccola.»

«Quale?»

«Quando qualcuno mi parla, cerco di ascoltarlo davvero.»

Anna sorrise.

«Sembra poco.»

«Lo è.»

Poi aggiunse:

«Ma prova a farlo per tutta una vita.»

Passarono alcuni mesi.

Anna continuava a lavorare. La sua schiena faceva male. Le dita si erano indurite. Aveva imparato a non lamentarsi per ogni piccolo dolore.

Ma soprattutto aveva imparato ad ascoltare.

Non era diventata più felice.

Era diventata, forse, più presente.

Una mattina arrivò in fabbrica un nuovo operaio. Era giovane, forse vent'anni. Non conosceva bene la lingua e sembrava spaventato.

Il caporeparto gli spiegò rapidamente il lavoro.

Il ragazzo annuì, anche se evidentemente non aveva capito.

La macchina si mise in funzione.

Dopo pochi minuti sbagliò.

Il caporeparto gridò.

Il ragazzo abbassò gli occhi.

Anna si avvicinò.

«Vieni. Ti faccio vedere.»

Il giovane la guardò senza parlare.

Anna ripeté lentamente il gesto.

Una volta.

Due volte.

Tre volte.

Alla fine il ragazzo comprese.

«Grazie», disse.

Era una parola semplice.

Ma Anna sentì qualcosa dentro di sé.

Per un istante non aveva più pensato a se stessa.

Non aveva pensato alla propria carriera, alla propria filosofia, alle proprie ambizioni, al bisogno di comprendere il senso della vita.

Aveva semplicemente visto qualcuno.

E, vedendolo, aveva smesso di essere sola.

Quella sera tornò a casa e aprì un libro che non leggeva da mesi.

Era un testo di Simone Weil.

Lesse lentamente alcune pagine sull'attenzione, sulla sventura, sulla necessità di guardare la realtà senza fuggire immediatamente verso le nostre interpretazioni.

Si fermò.

Rilesse una frase.

Poi chiuse il libro.

Guardò la stanza.

Era una stanza povera, quasi vuota. Un tavolo, una sedia, un letto, una lampada.

Per la prima volta non la trovò triste.

La trovò libera.

Capì allora che forse l'attenzione non consisteva nel cercare qualcosa di straordinario, ma nel permettere a ciò che esisteva di mostrarsi davvero.

Il dolore di Teresa.

La stanchezza di Marco.

La paura del giovane operaio.

La solitudine di Pietro.

Il silenzio di Ahmed.

La propria inquietudine.

Tutto era lì.

Non chiedeva di essere spiegato.

Chiedeva di essere guardato.

Il giorno seguente Anna tornò in fabbrica.

Marco la vide arrivare.

«Hai capito?» le chiese.

Anna sorrise.

«No.»

Marco rise.

«Bene.»

«Però forse ho iniziato a vedere.»

Marco annuì.

La macchina riprese a funzionare.

Rumore.

Metallo.

Gesti ripetuti.

Ore lente.

Anna lavorò senza cercare di fuggire con la mente.

Per la prima volta, non desiderò essere altrove.

Non perché la fabbrica fosse diventata bella.

Non lo era.

Non perché la fatica fosse diventata piacevole.

Non lo era.

Ma perché aveva smesso di considerare quel luogo soltanto come qualcosa da cui fuggire.

C'erano persone.

C'erano corpi stanchi.

C'erano paure.

C'erano vite.

E tutto questo meritava attenzione.

Durante la pausa, il giovane operaio si sedette accanto a lei.

«Come ti chiami?» chiese Anna.

Il ragazzo pronunciò il proprio nome.

Anna lo ripeté.

Lui sorrise.

Poi le raccontò, con poche parole, che aveva lasciato la madre e due fratelli nel suo paese.

Anna ascoltò.

Non gli diede consigli.

Non cercò di spiegargli che tutto sarebbe andato bene.

Non gli disse che doveva essere forte.

Semplicemente ascoltò.

E proprio allora comprese qualcosa di ancora più difficile: talvolta aiutare una persona non significa offrirle una soluzione, ma non lasciarla sola davanti al proprio dolore.

La sera, tornando a casa, Anna passò davanti a una donna anziana che cercava di raccogliere alcune buste della spesa cadute sul marciapiede.

Per un istante pensò di continuare.

Era stanca.

Aveva fretta.

Poi si fermò.

Raccolse le buste.

La donna la ringraziò.

Anna riprese a camminare.

Non era successo nulla di straordinario.

Nessun miracolo.

Nessuna rivelazione.

Eppure sentì che qualcosa si era spostato dentro di lei.

Aveva cominciato a capire che la vita non chiedeva continuamente grandi gesti.

Chiedeva presenza.

Chiedeva attenzione.

Chiedeva la capacità, sempre più rara, di interrompere per un momento il rumore dei propri pensieri per lasciare spazio a qualcun altro.

L'attenzione è una forma di amore.

Forse l'amore più difficile, perché non possiede, non conquista, non pretende.

Guarda.

Attende.

Resta.

E forse proprio per questo è anche una forma di libertà.

Anna comprese allora una cosa semplice e terribile: spesso non soffriamo soltanto perché il mondo è duro, ma perché continuiamo a vivere senza vedere veramente ciò che abbiamo davanti.

Guardiamo il telefono mentre qualcuno ci parla.

Pensiamo alla risposta mentre l'altro racconta il proprio dolore.

Cerchiamo continuamente qualcosa di nuovo mentre ciò che abbiamo già davanti chiede soltanto di essere riconosciuto.

Viviamo proiettati verso il futuro e, nel frattempo, lasciamo che il presente ci passi accanto.

La vera attenzione, pensò Anna, è una forma di resistenza.

Resistenza alla fretta.

Resistenza all'egoismo.

Resistenza al bisogno di riempire ogni vuoto.

Quella notte tornò nella sua stanza.

Era ancora vuota.

La stessa sedia.

Lo stesso tavolo.

La stessa lampada.

Si sedette vicino alla finestra.

Fuori, la città continuava a correre.

Automobili.

Luci.

Persone.

Rumori.

Anna rimase immobile.

Non cercò un significato nascosto.

Non cercò una risposta.

Rimase semplicemente lì, sotto quella luce pallida, mentre la città continuava a muoversi intorno a lei.

E per qualche minuto non desiderò nulla.

Fu allora che comprese che il vuoto non è sempre una mancanza.

A volte il vuoto è lo spazio necessario perché qualcosa possa finalmente apparire.

Un volto.

Una voce.

Una sofferenza.

Un essere umano.

E forse è proprio quando smettiamo di riempire continuamente noi stessi che diventiamo capaci di accogliere ciò che viene dall'esterno.

Anna sorrise.

Il giorno dopo sarebbe tornata in fabbrica.

Avrebbe sentito ancora il rumore delle macchine.

Avrebbe avuto mal di schiena.

Avrebbe incontrato persone arrabbiate, stanche, impazienti.

Nulla sarebbe cambiato davvero.

Eppure lei sarebbe tornata diversa.

Non più con la pretesa di capire tutto.

Ma con il desiderio di vedere.

Perché forse, pensò prima di addormentarsi, comprendere la vita non significa possederne il significato.

Significa imparare a stare davanti alla realtà senza fuggire.

Guardarla.

Ascoltarla.

Accettare che qualche volta sia dolorosa.

E, quando davanti a noi compare qualcuno che soffre, avere il coraggio di non distogliere lo sguardo.

Forse, in quel preciso istante, senza grandi parole e senza alcuna certezza, comincia quella che chiamiamo grazia.


*spunto tratto da: "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 1 di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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