Ti sembra che tutto abbia una spiegazione. Ogni evento può essere ricondotto a una causa, ogni emozione analizzata, ogni sofferenza ricondotta a un meccanismo.
È così che ha vissuto Andrea per quasi quarant'anni.
Ingegnere, preciso, metodico, aveva imparato che la realtà funziona come un'equazione: se conosci i dati, trovi il risultato.
La vita, pensava, non è altro che un problema ancora irrisolto.
Quando gli capitava di vedere qualcuno disperarsi per una perdita o per un fallimento, cercava sempre una spiegazione. «Ci vorrà tempo», diceva. Oppure: «Ogni cosa accade per un motivo».
Erano frasi che pronunciava con sincerità. Credeva davvero che il dolore fosse un passaggio necessario verso una comprensione più grande.
Una sera, però, accadde qualcosa che nessuna spiegazione riuscì a contenere.
Rientrando a casa, trovò il telefono acceso sul tavolo della cucina.
C'erano sette chiamate perse di sua sorella. Quando richiamò, nessuno parlò per alcuni secondi. Poi una voce spezzata gli disse soltanto:
«Papà non c'è più.»
Andrea rimase immobile. Non pianse. Ringraziò meccanicamente, riattaccò e rimase seduto sulla sedia per quasi un'ora.
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che resta dopo un addio
Nei giorni successivi tutto sembrò svolgersi secondo un copione già scritto: il funerale, gli abbracci, le condoglianze, i documenti da firmare. Tutti gli ripetevano le stesse parole.
«Era anziano.»
«Ha smesso di soffrire.»
«La vita continua.»
Erano frasi ragionevoli. Perfino vere.
Eppure, ogni volta che le ascoltava, sentiva crescere dentro di sé una strana ribellione. Non perché fossero false, ma perché non dicevano nulla di ciò che stava vivendo.
Una notte aprì l'armadio del padre. C'erano ancora il cappotto, il cappello, il profumo rimasto sulla sciarpa. Allungò una mano per toccarla e comprese improvvisamente una cosa.
Nessuna spiegazione gli avrebbe restituito quel gesto semplice con cui suo padre gli appoggiava la mano sulla spalla quando era bambino.
Nessuna teoria conteneva quella mancanza.
Passarono alcune settimane.
Andrea tornò al lavoro, ma qualcosa si era incrinato. Continuava a progettare macchine perfette mentre dentro di sé cresceva una domanda che non riusciva più a mettere a tacere.
Possibile che la vita fosse davvero tutta spiegabile?
Una domenica entrò quasi per caso in una vecchia libreria dell'usato. Era uno di quei negozi silenziosi nei quali il tempo sembrava essersi fermato. Gli scaffali erano colmi di libri dimenticati.
Dietro il bancone sedeva un uomo molto anziano.
Andrea gli chiese:
«Sto cercando un libro che mi aiuti a capire.»
Il vecchio sorrise.
«Capire cosa?»
Andrea rimase in silenzio.
Dopo qualche istante rispose:
«Perché alcune cose fanno così male.»
L'anziano non disse nulla. Si alzò lentamente, percorse un corridoio stretto e tornò con un volume sottile.
Sulla copertina era scritto un nome che Andrea non aveva mai sentito: Benjamin Fondane.
«Non troverà risposte», disse il libraio.
«E allora perché dovrei leggerlo?»
«Perché forse scoprirà che non tutte le domande sono nate per essere chiuse.»
Quelle parole lo irritarono.
Ma comprò il libro.
Quella sera iniziò a leggerlo.
Scoprì un filosofo che parlava continuamente dell'uomo concreto, dell'esistenza, della sofferenza, della singolarità.
Fondane criticava i grandi sistemi filosofici perché, nel tentativo di spiegare tutto, finivano spesso per dimenticare il volto di chi soffre.
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Andrea chiuse il libro.
«È assurdo», pensò.
«La filosofia serve proprio a spiegare.»
Eppure continuò a leggere.
Nei giorni seguenti incontrò un'altra figura: Lev Šestov.
Per la prima volta lesse che forse il compito della filosofia non consiste nel dimostrare che tutto ha un senso, ma nel restare fedele alla vita anche quando il senso sembra mancare.
Quelle pagine iniziarono lentamente a cambiare il suo modo di guardare il mondo.
Una mattina, mentre attraversava il parco vicino all'ufficio, vide un bambino piangere disperatamente accanto a una bicicletta rotta.
Il padre cercava di consolarlo.
«Ne compreremo un'altra.»
Il bambino continuava a piangere.
Andrea stava per pensare: È solo una bicicletta.
Poi si fermò.
Per quel bambino non era "una bicicletta".
Era la sua bicicletta.
Era il pomeriggio passato con il nonno.
Era il primo regalo ricevuto senza motivo.
Era una parte della sua storia.
In quel momento Andrea comprese ciò che Fondane aveva cercato di dirgli.
I concetti parlano delle cose.
La vita parla sempre di qualcuno.
Cominciò allora a osservare le persone con occhi diversi.
Quando una collega gli confidò di essere stata lasciata dal marito, evitò di dirle che il tempo avrebbe guarito ogni ferita.
Si limitò ad ascoltarla.
Quando un vicino perse il lavoro, non gli parlò di statistiche o di nuove opportunità.
Rimase seduto accanto a lui in silenzio.
Scoprì che il silenzio, qualche volta, è più rispettoso delle spiegazioni.
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ispirato al pensiero di Jean Grenier
Passarono mesi.
Una sera tornò davanti all'armadio del padre.
Aprì lentamente la porta.
Il cappotto era ancora lì.
Anche la sciarpa.
Anche il profumo.
Il dolore non era scomparso.
Ma non cercava più di eliminarlo.
Aveva smesso di chiedersi quale fosse il motivo di quella sofferenza.
Aveva iniziato, semplicemente, ad abitarla.
Gli tornarono in mente le parole del vecchio libraio.
«Non tutte le domande sono nate per essere chiuse.»
Solo allora comprese davvero.
Per anni aveva creduto che la verità consistesse nel trovare risposte sempre più complete.
Fondane gli aveva insegnato qualcosa di molto diverso.
Che esistono esperienze davanti alle quali la ragione deve avere l'umiltà di fermarsi.
Non perché sia inutile.
Ma perché la vita è sempre più ampia delle spiegazioni che sappiamo darle.
Quella notte richiuse l'armadio.
Guardò la fotografia del padre appoggiata sul comodino.
Per la prima volta non cercò di capire.
Sorrise.
E gli sembrò che quel silenzio dicesse molto di più di tutte le spiegazioni che aveva cercato per tutta la vita.
*Spunto tratto dal libro: "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 6 di Fabio Squeo
"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."
