Benvenuti su Riflessioni Filosofiche

Pensieri, intuizioni e riflessioni dedicate allo spirito umano, alla serenità interiore e alla ricerca di un significato più profondo del vivere.

Uno spazio di quiete e consapevolezza, dove le parole diventano luce e accompagnamento.

martedì 2 giugno 2026

Nessuno voleva occuparsi di lui: la lezione di umanità

 

Mi chiamo Teresa, e ormai gli anni sono tanti. 

Le mani che un tempo lavoravano svelte tra le corsie dell'ospedale oggi tremano leggermente, e la memoria a volte si perde tra le pieghe del tempo. 

Eppure ci sono ricordi che non sbiadiscono. Rimangono vivi, come se fossero accaduti ieri. Uno di questi riguarda suor Maria Bertilla.

Allora lavoravo all'ospedale di Treviso. 

Erano anni difficili. La guerra aveva lasciato ferite profonde e il dolore sembrava abitare ogni stanza.

I malati arrivavano continuamente: soldati feriti, contadini consumati dalla fatica, donne indebolite dalla miseria, anziani abbandonati a sé stessi. 

Non c'erano abbastanza medicine, non c'era abbastanza personale, e spesso non c'era nemmeno il tempo per una parola gentile.

Ricordo bene una mattina d'inverno. Faceva freddo e una nebbia fitta avvolgeva la città. 

Le finestre dell'ospedale erano appannate e nei corridoi si sentiva l'odore pungente dei disinfettanti mescolato a quello delle stufe a carbone.

In uno dei reparti era stato ricoverato un uomo anziano proveniente da un piccolo paese della campagna vicentina. 

Nessuno conosceva bene la sua storia. 

Sapevamo soltanto che viveva da solo e che era stato trovato in condizioni molto gravi. 

Era debole, malnutrito e affetto da una malattia che lo consumava lentamente. 

Non riceveva visite. Nessuno chiedeva sue notizie.

Molti provavano compassione per lui, ma le urgenze erano tante e inevitabilmente l'attenzione si concentrava sui casi più gravi. 

L'uomo passava intere giornate in silenzio, con lo sguardo perso verso il soffitto.

Una mattina lo sentii lamentarsi. Non erano grida. Era qualcosa di più triste. Sembrava il lamento sommesso di chi non si aspetta più nulla.

Fu allora che arrivò suor Maria Bertilla.

Non fece nulla di straordinario, almeno all'apparenza.

Si avvicinò lentamente al letto. Lo salutò con dolcezza. 

Gli sistemò la coperta che era scivolata a terra. 

Gli pulì il viso con un panno umido e gli parlò come si parla a una persona cara.

Osservavo questa scena da lontano.

L'uomo, che da giorni non rivolgeva parola a nessuno, la guardò negli occhi.

«Suora», disse con voce debole, «perché si occupa di me?»

Non dimenticherò mai la risposta.

Maria Bertilla sorrise: «Perché lei ha bisogno.»

Lo disse con una semplicità assoluta, come se non ci fosse nulla da spiegare. 

Nessuna predica. 

Nessun discorso sulla carità. 

Nessuna frase solenne. Solo quelle quattro parole.

“Perché lei ha bisogno.”

Nei giorni successivi continuò a prendersi cura di lui. 

Quando terminava il lavoro più urgente tornava al suo letto. 

Gli portava qualcosa da mangiare quando riusciva a procurarselo. 

Gli leggeva qualche pagina di un libro di preghiere. A volte rimaneva semplicemente seduta accanto a lui in silenzio.

Era questo che mi colpiva.

Molti aiutano gli altri quando possono fare qualcosa di importante. 

Lei invece sembrava capire che anche il semplice restare accanto a una persona possiede un valore immenso.

Un pomeriggio entrai nella stanza e li trovai a parlare.

L'anziano stava raccontando episodi della propria giovinezza. 

Parlava della campagna, degli animali, delle stagioni, dei raccolti. 

Aveva gli occhi lucidi. Da settimane non lo vedevo così.

Maria Bertilla lo ascoltava con attenzione sincera.

Non fingeva interesse, né mostrava fretta.

Sembrava che per lei quel racconto fosse importante quanto qualsiasi altra occupazione dell'ospedale.

In quel momento compresi qualcosa che allora non avrei saputo esprimere con le parole che oggi conosco.

Compresi che la cura non consiste soltanto nel guarire.

Noi pensavamo che il nostro compito fosse combattere la malattia. 

Certamente era importante. 

Ma Maria Bertilla sembrava vedere qualcosa di più profondo.

Vedeva la persona.

Là dove molti vedevano un malato, lei vedeva un uomo.

Là dove molti vedevano una cartella clinica, lei vedeva una storia.

Là dove molti vedevano un corpo che si spegneva, lei vedeva una dignità che non poteva essere perduta.

Qualche settimana dopo le condizioni dell'anziano peggiorarono rapidamente. 

Era evidente che non sarebbe guarito.

Ricordo ancora una sera.

La luce del tramonto entrava dalla finestra e colorava la stanza di un tenue riflesso dorato.

Maria Bertilla era seduta accanto al letto.

L'uomo respirava con fatica.

Le teneva la mano.

Non parlavano.

Non ce n'era bisogno.

In quel silenzio vi era una forma di comunicazione più profonda delle parole.

Quando l'uomo morì, Maria Bertilla rimase per qualche istante in raccoglimento.

Poi sistemò le lenzuola con la stessa cura che aveva avuto durante la sua malattia.

Non c'era alcuna teatralità nei suoi gesti.

Non cercava di apparire buona.

Non sembrava nemmeno rendersi conto di fare qualcosa di speciale.

Era semplicemente fedele a un modo di stare accanto agli altri.

Molti anni sono passati da allora.

Ho visto medici straordinari, infermieri competenti e persone generose.

Ma raramente ho incontrato qualcuno capace di guardare gli altri come faceva lei.

Quando si parla di Maria Bertilla, spesso si ricordano la sua umiltà, la sua santità, la sua dedizione.

Tutto questo è vero.

Eppure, se qualcuno mi chiedesse quale fosse la sua qualità più grande, risponderei senza esitazione: la capacità di accorgersi delle persone.

Può sembrare poco.

In realtà è una delle cose più difficili del mondo.

Accorgersi davvero di qualcuno significa interrompere il proprio cammino, sospendere i propri pensieri, mettere da parte il proprio interesse e riconoscere che davanti a noi c'è una vita che chiede ascolto.

Maria Bertilla possedeva questo dono in modo straordinario.

Ancora oggi, ripensando a quell'anziano dimenticato da tutti, mi sorprendo.

Non perché fosse un miracolo, neanche per il gesto clamoroso.

Mi sorprendo perché ho visto una donna trasformare la fragilità di un altro essere umano in un motivo di vicinanza.

Ho visto una persona sola sentirsi nuovamente riconosciuta.

Ho visto qualcuno morire senza essere abbandonato.

E credo che sia proprio questo il motivo per cui tanti, dopo la sua morte, iniziarono a parlare della sua santità.

Non perché avesse compiuto imprese eccezionali.

Ma perché riusciva a fare una cosa che noi, troppo spesso, trascuriamo: rendere visibile l'umanità nascosta di chi soffre.


*Spunto tratto dal 5^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo
 



Leggi anche: La filosofia raccontata (di Luigi Squeo)
oppure

Diventa ciò che sei (di Luigi Squeo)

 

lunedì 1 giugno 2026

E se la morte fosse solo un errore? La teoria più folle della storia della filosofia

 

Una sera d'inverno, in una Mosca avvolta dalla neve, una donna entra nella sala di lettura della Biblioteca di città. 

Cammina lentamente, come chi porta sulle spalle un peso che non riesce più a sostenere. 

Ha perso suo figlio da pochi mesi. Un incidente improvviso. Una carrozza ribaltata lungo una strada ghiacciata. 

Da allora il mondo continua a esistere, ma per lei qualcosa si è spezzato in modo irreparabile.

Seduto a un tavolo, circondato da libri e manoscritti, Nikolaj Fëdorov alza lo sguardo. La donna si avvicina.

«Mi hanno detto che lei è un filosofo.»

Fëdorov sorride appena: «Forse. Ma dipende da cosa si intende per filosofia.»

La donna esita e poi dice: «Mio figlio è morto. Aveva diciassette anni. 

Tutti mi dicono che devo accettarlo. Il sacerdote mi parla della volontà di Dio. 

Gli amici mi invitano ad avere pazienza. 

Altri ancora mi dicono che il tempo guarirà la ferita. Ma io non voglio imparare ad accettare. 

Voglio sapere perché è accaduto. Voglio sapere perché dovrebbe essere giusto.»

Per qualche istante il silenzio riempie la stanza.

Poi Fëdorov risponde: «Non è giusto.»

La donna lo guarda sorpresa: «Come ha detto?»

«Ho detto che non è giusto. E credo che il primo errore degli uomini sia proprio questo: cercare di convincersi che la morte sia qualcosa di naturale e quindi accettabile.»

La donna abbassa lo sguardo: «Ma tutti muoiono.»

«Sì. Ed è precisamente questo il problema.»

«Lei parla come se la morte fosse una malattia.» ribatte la donna.

«Lo è.»

La donna scuote la testa.

«Nessun filosofo mi ha mai parlato così.»

«Perché la maggior parte dei filosofi ha cercato di insegnare agli uomini come convivere con la morte. Io credo invece che dovremmo chiederci come eliminarla.»

La donna rimane perplessa:«Lei capisce cosa significa perdere un figlio?»

Fëdorov non risponde subito.

«Capisco che ogni madre che perde un figlio subisce una violenza che nessuna spiegazione riesce davvero a cancellare. 

Mi permetta una domanda. 

Se domani le venisse offerta la possibilità di rivederlo, di riabbracciarlo, di ascoltare ancora la sua voce, accetterebbe?»

La donna porta una mano al volto: «Naturalmente.»

«E allora perché considera assurdo desiderare ciò che il suo cuore continua a chiedere?»

«Perché è impossibile.»

Fëdorov si sporge leggermente in avanti.

«È impossibile oggi. Ma da quando l'impossibilità è diventata una legge eterna?»

La donna non sa cosa rispondere.

Il filosofo continua:

«Per secoli gli uomini hanno creduto che fosse impossibile volare. Poi hanno imparato a farlo. 

Hanno creduto che fosse impossibile attraversare oceani, curare malattie, parlare a distanza. 

La storia della civiltà è piena di impossibilità che hanno cessato di esserlo.»

La donna ancora più perplessa: «Ma i morti non sono malati. Sono morti.»

«Tuttavia lei continua ad amarli.»

La donna chiude gli occhi: «Come potrei non mare più mio figlio.»

«E allora lasci che le chieda un'altra cosa. 

Se amiamo veramente coloro che abbiamo perduto, possiamo limitarci a conservarne il ricordo? 

È sufficiente costruire monumenti, scrivere poesie, visitare tombe?»

«Non lo so.»

«Io credo che non basti.»

Fëdorov indica gli scaffali della biblioteca.

«Guardi questi libri. 

Ogni pagina è stata scritta da uomini che non esistono più. 

Ogni città che vediamo è stata costruita da persone morte. 

Noi viviamo grazie al lavoro, ai sacrifici e all'amore di coloro che ci hanno preceduto. 

Eppure accettiamo che siano scomparsi per sempre. Non le sembra una strana forma di ingratitudine?»

La donna rimane pensierosa:«Non avevo mai considerato la cosa in questo modo.»

Poi continua: «Io credo che l'umanità abbia un debito verso i propri morti. 

Un debito immenso. 

E che il compito più alto della scienza non sia costruire macchine più veloci o accumulare ricchezze, ma trovare un modo per restituire la vita a coloro che l'hanno perduta.»

«Sta parlando di una resurrezione?»

«Sì. Ma non di una resurrezione affidata soltanto al miracolo. 

Parlo di un compito storico. 

Di un'opera comune. Di uno sforzo collettivo che coinvolga tutta l'umanità.»

La donna sorride amaramente: «Mi sembra difficile pensarlo e facile sognarlo»

Fëdorov guarda la neve oltre la finestra.

«Ma ogni grande impresa umana è iniziata come un sogno. 

La differenza è che alcuni sogni vengono abbandonati, mentre altri diventano progetti.»

«E lei pensa davvero che un giorno sarà possibile?»

Il filosofo resta in silenzio per alcuni secondi.

«Non so se accadrà. Nessuno può saperlo. 

Ma so che esiste una differenza enorme tra accettare la morte come destino e considerarla un problema da affrontare. 

Nel primo caso ci rassegniamo. Nel secondo continuiamo a cercare.»

La donna quasi subito dice: «Allora la sua filosofia nasce dal rifiuto della rassegnazione.»

«Esattamente.»

«E se non si arrivasse mai a sconfiggere la morte?»

Fëdorov sorride: «Allora avremo almeno tentato di essere fedeli al nostro amore.»

La donna si alza per andarsene.

Non è meno triste di quando è entrata. Il dolore è ancora lì, intatto. 

Eppure qualcosa è cambiato. 

Per la prima volta da mesi nessuno le ha chiesto di accettare la perdita. 

Nessuno le ha detto che il tempo avrebbe guarito la ferita. 

Nessuno ha cercato di convincerla che la morte fosse giusta.

Un uomo le ha semplicemente suggerito che l'amore potrebbe avere il diritto di non arrendersi.

Forse la teoria di Fëdorov rimarrà per sempre un'utopia. Forse la resurrezione universale non sarà mai realizzata. 

Ma il cuore della sua filosofia non consiste soltanto nella promessa di riportare in vita i morti. 

Consiste soprattutto nel rifiuto di considerare la loro assenza come qualcosa di moralmente accettabile.

Ed è forse per questo che, ancora oggi, il pensiero del «Socrate moscovita» continua a esercitare un fascino inquieto: perché prende sul serio un desiderio che quasi tutti custodiamo in silenzio e che quasi nessuno osa trasformare in un progetto.

Il desiderio che coloro che abbiamo amato non siano perduti per sempre.


*Spunto tratto dal 5^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo
 



Leggi anche: La filosofia raccontata (di Luigi Squeo)
oppure

Diventa ciò che sei (di Luigi Squeo)

 

domenica 31 maggio 2026

Quando Scopri Chi Sei Davvero (Jung)


La pioggia cadeva lenta sui vetri della Clinica San Michele. 

Era uno di quei pomeriggi di novembre in cui il cielo sembrava essersi dimenticato del sole e la città si muoveva sotto una coperta grigia di umidità e silenzio.

Il dottor Andrea Ferri osservava il cortile interno dalla finestra del suo studio. 

Aveva trentadue anni, una laurea ottenuta con il massimo dei voti e una carriera che prometteva bene. 

I colleghi lo consideravano brillante; i professori dell'università avevano sempre parlato di lui come di uno dei migliori studenti della sua generazione.

Eppure, da quando aveva iniziato a lavorare, una sensazione indefinibile lo accompagnava ogni giorno.

Aveva imparato a riconoscere sintomi, classificare disturbi, individuare traumi e prescrivere percorsi terapeutici. 

Ma la mente umana gli appariva ancora più misteriosa di quanto non gli fosse sembrata sui libri.

Mentre rifletteva, qualcuno bussò alla porta.

«Avanti.»

Entrò il direttore della clinica.

«C'è una persona che chiede di parlare con lei.»

«Ha un appuntamento?»

«No.»

«Di cosa si tratta?»

Il direttore sorrise.

«È proprio questo il punto. Non lo so.»

Andrea aggrottò la fronte.

«Lo faccia entrare.»

Pochi istanti dopo comparve un uomo sulla cinquantina. Alto, elegante, capelli leggermente brizzolati. 

Aveva il portamento tranquillo di chi non deve dimostrare nulla a nessuno.

«Buongiorno. Mi chiamo Lorenzo.»

«Si accomodi.»

L'uomo si sedette. Andrea aprì il taccuino.

«In cosa posso aiutarla?»

Lorenzo incrociò le mani sulle ginocchia.

«In realtà non soffro di alcun problema.»

Andrea sollevò lo sguardo.

«Nessun problema?»

«No.»

«Ansia?»

«No.»

«Depressione?»

«No.»

«Difficoltà relazionali?»

«No.»

«Insonnia?»

«Nemmeno.»

Andrea chiuse lentamente il taccuino.

«Allora perché è qui?»

Lorenzo sorrise.

«Perché desidero conoscermi meglio.»

La risposta lo lasciò interdetto.

Nella sua esperienza, nessuno cercava uno psicologo senza una sofferenza da affrontare.

«Mi sembra che stia già molto bene.»

«Forse.»

«Forse?»

«Credo che esista sempre qualcosa che non vediamo di noi stessi.»

Andrea non seppe cosa replicare.

L'incontro durò poco più di mezz'ora. Quando Lorenzo se ne andò, il giovane psicologo si convinse che non sarebbe più tornato.

Si sbagliava. La settimana seguente era di nuovo lì. E quella successiva ancora. Cominciarono a parlare della sua vita.

Lorenzo aveva un buon lavoro, un matrimonio stabile, due figli ormai adulti. 

Insomma, una situazione economica serena.

Nessun conflitto o trauma evidente. Ogni cosa sembrava al posto giusto.

Tuttavia, col passare del tempo, Andrea iniziò a percepire qualcosa di strano che non riusciva a definire. 

Era come osservare un quadro perfetto e accorgersi che mancava qualcosa.

Durante una seduta gli chiese: «Ha mai odiato qualcuno?»

«No.»

«Mai?»

«Mai.»

«Nemmeno da ragazzo?»

«No.»

«Ha mai provato gelosia?»

«No.»

«Invidia?»

«No.»

«Desiderio di vendetta?»

«Mai.»

Le risposte arrivavano sempre con la stessa calma.

Troppo rapidamente e fin troppo facilmente.

Quell'uomo sembrava meno reale dei suoi pazienti più tormentati.

I suoi pazienti soffrivano, piangevano, si contraddicevano.

Mostravano fragilità mentre Lorenzo no.

Era come una superficie perfettamente levigata che proprio per questo appariva innaturale.

Qualche settimana dopo, Andrea decise di cambiare approccio.

«Quando è stata l'ultima volta che ha pianto?»

Lorenzo rimase in silenzio prima di rispondere: «Non ricordo.»

«E l'ultima volta che si è arrabbiato?»

«Molto tempo fa.»

«Quanto tempo?»

«Forse trent'anni.»

Andrea quasi sorrise.

«Trent'anni senza rabbia?»

«La rabbia è inutile.»

«Questo non significa che non esista.»

Lorenzo abbassò lo sguardo.

«Ho imparato a controllarla.»

«O a nasconderla?»

L'uomo non rispose. In quel silenzio emerse la prima impercettibile crepa.

Qualche giorno dopo Lorenzo raccontò un sogno.

«Mi trovavo in una casa enorme.»

«Continui.»

«Era bellissima. Ogni stanza era luminosa.»

«E poi?»

«C'era una porta nel seminterrato.»

«Cosa c'era dietro?»

«Non lo so.»

«Perché?»

«Perché non l'ho aperta.»

«Aveva paura?»

Lorenzo esitò.

«Forse.»

Andrea si sporse leggermente in avanti e domandò:

«Che cosa immaginava ci fosse dietro?»

«Credo qualcosa di pericoloso.»

«Che cosa in particolare?» tornò a chiedere Andrea.

«Non lo so.»

Il sogno ritornò più volte e ogni volta la porta era lì, sempre chiusa.

Poi arrivarono altri sogni.

Animali feroci, figure oscure.

Bambini che urlavano, persone inseguite. Scene di violenza.

Elementi che sembravano appartenere a un uomo completamente diverso da quello seduto davanti a lui.

Andrea iniziò a intuire qualcosa.

I libri di psicologia parlavano spesso dell'inconscio.

Ma lì, davanti a lui, non stava osservando una teoria. 

Stava osservando un essere umano. Un uomo che aveva costruito per decenni un'immagine impeccabile di sé stesso. 

E che ora iniziava a intravedere ciò che aveva lasciato fuori.

Una sera Lorenzo arrivò particolarmente turbato. Rimase in silenzio per diversi minuti e poi disse: «Credo di aver capito una cosa.»

«Quale?» domandò Andrea.

«Ho passato la vita a cercare di essere una brava persona.»

«Non mi sembra un male.»

«Dipende.» si affrettò a rispondere Andrea.

Dopo qualche secondo Lorenzo riprese a parlare: «Mio padre era un uomo violento.»

Per la prima volta la voce gli tremò.

«Avevo paura di assomigliargli.» Confessò Lorenzo.

«Capisco.»

«Così ho deciso che non mi sarei mai arrabbiato.»

«Mai?»

«Mai.»

«E ci è riuscito?»

Lorenzo rise amaramente prima di rispondere: «Adesso non ne sono più così sicuro.»

Seguì un lungo silenzio.

«Quando qualcuno mi feriva, sorridevo.»

«E cosa succedeva dentro di te?» domandò Andrea.

«Evitavo di soffermarmi.»

«E invece quando sua moglie la deludeva?»

«Facevo finta che non fosse successo nulla.»

«Anche in quei casi non ti soffermavi sul tuo sentire dentro?»

«Decidevo di chiudermi.»

Qui Andrea comprese il significato della porta chiusa del sogno, del seminterrato, dell'oscurità.

Tutto stava iniziando a prendere forma.

Nei mesi successivi accadde qualcosa di sorprendente. Lorenzo iniziò a raccontare emozioni che non aveva mai ammesso. 

Riconobbe rabbia, invidia, paura, risentimento, Desideri contraddittori.

Pensieri che per anni aveva considerato inaccettabili.

Ogni scoperta sembrava sconvolgerlo.

«Mi sento peggiore di prima.» ammise durante una seduta.

«Perché?»

«Perché sto trovando cose che non mi piacciono.»

Andrea rifletté qualche secondo.

Poi disse: «Forse non stanno comparendo adesso.»

«Che cosa intende?» chiese Lorenzo.

«Forse sono sempre state lì.»

Lorenzo rimase immobile e poi quasi sorpreso, domandò: «E allora perché emergono soltanto ora?»

«Perché finalmente le sta guardando.»

L'uomo abbassò gli occhi. Sembrava vicino alle lacrime.

Eppure, stranamente, appariva più vivo, più autentico, più umano.

Passarono altri mesi.

Il Lorenzo che entrava nello studio non era più l'uomo impeccabile del primo incontro. Adesso ammetteva i propri limiti.

A volte si arrabbiava, in altre appariva triste o confuso.

Ma non cercava più di cancellare quelle emozioni.

Ora le osservava, le ascoltava, le accettava.

Una sera d'inverno, mentre fuori cadeva la neve, si fermò sulla soglia prima di uscire.

«Dottore?»

«Sì?»

«Credo di aver finalmente aperto quella porta.»

Andrea sorrise e domandò: «E cosa ha trovato?»

Lorenzo rifletté: «Mostri.»

«Le fa paura?»

«Sì.»

«Eppure continua a entrarci.»

L'uomo annuì: «Perché ho scoperto che quei mostri non volevano distruggermi.»

«No?»

«Volevano essere riconosciuti. Alcuni erano la mia rabbia, altri la mia paura.»

Ci fu una pausa.

«Altri ancora il bambino che ero stato e che avevo lasciato solo per tanti anni.»

Quando Lorenzo uscì, Andrea rimase seduto nel suo studio. La luce della lampada illuminava appena la scrivania. Pensò alle lezioni universitarie.

Alle diagnosi, ai manuali, alle definizioni di normalità. 

Per anni aveva immaginato la salute mentale come uno stato di perfetto equilibrio determinato dall'assenza di conflitti, di oscurità, di contraddizioni.

Ora quella idea gli sembrava ingenua. L'essere umano non era una macchina da aggiustare. Non era una statua da scolpire fino alla perfezione. 

Era qualcosa di infinitamente più complesso. Dentro ogni persona convivevano forze opposte. 

C’erano zone di luce e ombra, amore e aggressività, coraggio e paura, generosità ed egoismo.

Chi cercava di eliminare una parte di sé non diventava più completo, si frammentava.

Fu allora che Andrea ricordò una frase di Carl Gustav Jung che aveva letto anni prima e che, fino a quel momento, non aveva mai davvero compreso:

«Mostratemi un individuo sano di mente, e lo curerò

Finalmente ne intuiva il significato. Jung non stava dicendo che la salute mentale fosse una malattia. 

Stava dicendo qualcosa di molto più profondo: l'individuo che si considera perfettamente sano, completamente equilibrato, totalmente libero da conflitti, probabilmente non conosce ancora sé stesso

Ha semplicemente chiuso la porta del seminterrato, ha relegato nell'ombra ciò che non vuole vedere, ma l'ombra non scompare.

Attende silenziosa, paziente, continuando a vivere dentro di noi.

La vera maturità non consiste nell'essere privi di oscurità, consiste nel riconoscerla. 

Nel guardarla senza esserne dominati. 

Nel comprendere che siamo più grandi delle immagini idealizzate che costruiamo di noi stessi.

Andrea spense la lampada.

Lo studio piombò nell'oscurità.

Per un istante pensò alla casa del sogno, alle stanze illuminate, alla porta chiusa nel seminterrato. 

E comprese che il compito di uno psicologo non era distruggere quella porta, non era nemmeno tenere lontani i mostri: era accompagnare qualcuno nel momento in cui trovava il coraggio di aprirla.

Perché la salute mentale non è vivere soltanto nella luce, è imparare a conoscere il proprio buio senza smettere di camminare.


*Spunto tratto dal 1^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 



oppure


Se ti è Piaciuto l'articolo, scrivimi. Ti risponderò.

Nome

Email *

Messaggio *

Post più letti nel mese