venerdì 14 agosto 2026

L’immortalità secondo Milan Kundera: ciò che resta di noi quando non ci siamo più


Che cosa significa davvero essere immortali?

La domanda potrebbe sembrare appartenere alla religione, alla metafisica o alla fantascienza. 

Milan Kundera, invece, la porta dentro la vita quotidiana e la trasforma in una domanda molto più inquietante: che cosa resterà di noi nella memoria degli altri quando non saremo più presenti per raccontare chi siamo stati?

È questo uno dei grandi interrogativi de L’immortalità, romanzo scritto da Kundera nel 1988 e pubblicato per la prima volta in Francia nel 1990. 

L'opera è costruita in sette parti e mescola personaggi contemporanei, figure storiche come Goethe e Bettina von Arnim, riflessioni filosofiche e interventi dello stesso autore, che entra nel romanzo come personaggio.

Ma l'immortalità di cui parla Kundera non è quella dell'anima. È un'immortalità molto più terrena: quella dell'immagine che lasciamo negli altri.

Un gesto può diventare un'intera vita

Il romanzo nasce da un gesto apparentemente insignificante.

Kundera osserva una donna anziana che, uscendo da una piscina, compie un particolare movimento della mano. Quel gesto gli appare così intenso da diventare l'origine di Agnès, una delle figure centrali del romanzo. Da un movimento nasce una persona, e da una persona nasce una riflessione sull'identità.

È una trovata narrativa straordinariamente moderna.

Noi pensiamo di essere costituiti dalla nostra storia, dai nostri ricordi, dalle nostre intenzioni, dalle nostre esperienze. Ma per gli altri siamo spesso qualcosa di molto più semplice: un volto, un gesto, una frase, una fotografia, un episodio.

Il paradosso è che proprio ciò che rimane di noi può essere diverso da ciò che siamo stati.

La memoria non conserva fedelmente una persona: la ricostruisce.

Ed è qui che l'immortalità diventa ambigua. Essere ricordati significa, in qualche modo, continuare a esistere. Ma significa anche essere consegnati a un'immagine che non possiamo più controllare.

Kundera lo aveva intuito con grande lucidità: l'uomo desidera sopravvivere nella memoria degli altri, ma una volta entrato nella memoria degli altri non gli appartiene più.

L'immortalità come desiderio di essere riconosciuti

Il desiderio di lasciare una traccia non è nuovo.

Gli uomini hanno costruito monumenti, scritto libri, dipinto quadri, fondato imperi, avuto figli, conquistato il potere e cercato la fama anche per opporsi simbolicamente alla propria finitudine.

Kundera, però, smonta questo desiderio.

La sua domanda non è semplicemente: «Come possiamo diventare immortali?».

È piuttosto: «Perché vogliamo essere immortali?»

Forse perché abbiamo paura di essere dimenticati.

Forse perché non accettiamo che la nostra esistenza possa terminare senza lasciare alcuna traccia.

Forse perché abbiamo bisogno che qualcun altro confermi che siamo esistiti.

In questo senso, L'immortalità è anche un romanzo sulla fragilità dell'io. L'individuo non vuole soltanto vivere: vuole essere visto, riconosciuto, ricordato.

E qui Kundera anticipa una sensibilità che oggi appare ancora più evidente.

leggi: Cosa succede dopo la morte 

Kundera e la società dell'immagine

Quando Kundera scrive L'immortalità, Internet non esiste ancora nella forma che conosciamo oggi e i social network sono lontanissimi.

Eppure il romanzo sembra parlare direttamente al nostro presente.

La società contemporanea ha moltiplicato all'infinito i dispositivi attraverso i quali possiamo costruire la nostra immagine: fotografie, profili, video, commenti, follower, visualizzazioni, like.

Non ci limitiamo più a vivere.

Sempre più spesso viviamo anche per essere visti vivere.

La distinzione è fondamentale.

Una cena può essere consumata oppure fotografata. Un viaggio può essere vissuto oppure trasformato in contenuto. Un'opinione può essere pensata oppure esibita. Un momento privato può rimanere nostro oppure diventare immediatamente pubblico.

La riflessione di Kundera sull'immagine e sulla costruzione del sé attraverso lo sguardo degli altri è stata infatti interpretata anche in relazione alla società dei media e alla costruzione sociale dell'identità.

In questo senso, L'immortalità sembra quasi un romanzo scritto prima del proprio tempo.

La società dell'immagine che Kundera osservava criticamente non è scomparsa: si è enormemente ampliata.

Goethe, Bettina e il destino della memoria

Uno degli aspetti più affascinanti del romanzo è l'intreccio tra il presente e il passato.

Kundera introduce figure storiche come Johann Wolfgang Goethe e Bettina von Arnim per mostrare come anche le persone realmente esistite finiscano per diventare personaggi costruiti dalla memoria.

Goethe non è più soltanto l'uomo che è vissuto a Weimar. È anche l'immagine di Goethe costruita dalle biografie, dalle interpretazioni, dagli aneddoti e dalle generazioni successive.

La fama, dunque, non coincide necessariamente con la verità.

Una persona può diventare immortale proprio attraverso una deformazione della propria persona.

La memoria seleziona, semplifica, trasforma.

E ciò che sopravvive non è necessariamente ciò che era più importante nella vita dell'individuo.

Questa è forse una delle intuizioni più amare del romanzo: possiamo diventare immortali senza essere più veramente noi stessi.

Quali sentimenti vuole trasmettere Kundera?

Leggere L'immortalità significa attraversare sentimenti molto diversi.

C'è innanzitutto una profonda malinconia: la consapevolezza che tutto ciò che viviamo è destinato a finire.

C'è poi ironia, perché Kundera non affronta la morte e la fama con la solennità di un filosofo tradizionale. Preferisce smontare le nostre pretese attraverso situazioni paradossali, incontri improbabili e osservazioni spesso sarcastiche.

C'è nostalgia, perché ciò che passa diventa prezioso proprio quando comprendiamo che non può essere recuperato.

E c'è infine una forma di inquietudine.

Kundera ci costringe a chiederci quanto della nostra identità sia veramente nostro e quanto, invece, sia costruito attraverso lo sguardo degli altri.

Il risultato non è necessariamente disperante.

Anzi, può diventare liberatorio.

Se comprendiamo che l'immagine che gli altri hanno di noi non è completamente controllabile, possiamo forse smettere di vivere ossessionati dal bisogno di controllarla.

leggi: l'anima non può scomparire dopo la morte

Ma cosa accade se i classici smettono di essere letti?

Ed eccoci alla domanda più attuale.

In una società nella quale la lettura dei classici tende a diventare un fenomeno sempre più raro, i messaggi di Kundera possono ancora essere recepiti?

La risposta è sì, ma con una condizione: bisogna ancora avere il tempo e la disponibilità per fermarsi.

Il problema dei classici non è soltanto che vengono letti meno.

È che richiedono un tipo di attenzione che la cultura contemporanea spesso non incoraggia.

Un romanzo come L'immortalità non si lascia consumare facilmente. Non procede sempre in linea retta. Interrompe la narrazione, riflette, cambia prospettiva, introduce personaggi storici, dialoga con il lettore e mette continuamente in discussione ciò che sembra evidente. La sua struttura polifonica è parte stessa del significato dell'opera.

È, in un certo senso, l'opposto dello scorrimento veloce delle immagini.

Un contenuto breve ci consegna immediatamente una risposta.

Kundera ci consegna una domanda.

E la domanda ha bisogno di tempo.

Forse i classici sono necessari proprio perché viviamo troppo velocemente

Paradossalmente, quindi, più una società diventa veloce, più libri come L'immortalità possono diventare necessari.

Non perché debbano essere venerati come monumenti del passato.

Ma perché ci obbligano a rallentare.

Kundera ci ricorda che non siamo soltanto ciò che mostriamo.

Che la nostra identità non coincide con la nostra immagine.

Che essere ricordati non significa necessariamente essere conosciuti.

E soprattutto che la vita non dovrebbe essere trasformata interamente in una rappresentazione destinata agli occhi degli altri.

Forse il vero messaggio dell'Immortalità è proprio questo: prima di preoccuparci di ciò che resterà di noi, dovremmo chiederci come stiamo vivendo ciò che abbiamo.

Perché esiste una strana contraddizione.

Chi desidera continuamente diventare immortale rischia di non accorgersi della propria vita.

Chi invece accetta la propria finitezza può finalmente cominciare a viverla.

Ed è forse qui che Kundera, attraverso il romanzo, ci consegna una lezione sorprendentemente contemporanea: non abbiamo bisogno di essere eterni per dare valore alla nostra esistenza.

Abbiamo bisogno, forse, di essere presenti.

Presenti a noi stessi.

Prima ancora che nella memoria degli altri.


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