
Mi chiamo Teresa, e ormai gli anni sono tanti.
Le mani che un tempo lavoravano svelte tra le corsie dell'ospedale oggi tremano leggermente, e la memoria a volte si perde tra le pieghe del tempo.
Eppure ci sono ricordi che non sbiadiscono. Rimangono vivi, come se fossero accaduti ieri. Uno di questi riguarda suor Maria Bertilla.
Allora lavoravo all'ospedale di Treviso.
Erano anni difficili. La guerra aveva lasciato ferite profonde e il dolore sembrava abitare ogni stanza.
I malati arrivavano continuamente: soldati feriti, contadini consumati dalla fatica, donne indebolite dalla miseria, anziani abbandonati a sé stessi.
Non c'erano abbastanza medicine, non c'era abbastanza personale, e spesso non c'era nemmeno il tempo per una parola gentile.
Ricordo bene una mattina d'inverno. Faceva freddo e una nebbia fitta avvolgeva la città.
Le finestre dell'ospedale erano appannate e nei corridoi si sentiva l'odore pungente dei disinfettanti mescolato a quello delle stufe a carbone.
In uno dei reparti era stato ricoverato un uomo anziano proveniente da un piccolo paese della campagna vicentina.
Nessuno conosceva bene la sua storia.
Sapevamo soltanto che viveva da solo e che era stato trovato in condizioni molto gravi.
Era debole, malnutrito e affetto da una malattia che lo consumava lentamente.
Non riceveva visite. Nessuno chiedeva sue notizie.
Molti provavano compassione per lui, ma le urgenze erano tante e inevitabilmente l'attenzione si concentrava sui casi più gravi.
L'uomo passava intere giornate in silenzio, con lo sguardo perso verso il soffitto.
Una mattina lo sentii lamentarsi. Non erano grida. Era qualcosa di più triste. Sembrava il lamento sommesso di chi non si aspetta più nulla.
Fu allora che arrivò suor Maria Bertilla.
Non fece nulla di straordinario, almeno all'apparenza.
Si avvicinò lentamente al letto. Lo salutò con dolcezza.
Gli sistemò la coperta che era scivolata a terra.
Gli pulì il viso con un panno umido e gli parlò come si parla a una persona cara.
Osservavo questa scena da lontano.
L'uomo, che da giorni non rivolgeva parola a nessuno, la guardò negli occhi.
«Suora», disse con voce debole, «perché si occupa di me?»
Non dimenticherò mai la risposta.
Maria Bertilla sorrise: «Perché lei ha bisogno.»
Lo disse con una semplicità assoluta, come se non ci fosse nulla da spiegare.
Nessuna predica.
Nessun discorso sulla carità.
Nessuna frase solenne. Solo quelle quattro parole.
“Perché lei ha bisogno.”
Nei giorni successivi continuò a prendersi cura di lui.
Quando terminava il lavoro più urgente tornava al suo letto.
Gli portava qualcosa da mangiare quando riusciva a procurarselo.
Gli leggeva qualche pagina di un libro di preghiere. A volte rimaneva semplicemente seduta accanto a lui in silenzio.
Era questo che mi colpiva.
Molti aiutano gli altri quando possono fare qualcosa di importante.
Lei invece sembrava capire che anche il semplice restare accanto a una persona possiede un valore immenso.
Un pomeriggio entrai nella stanza e li trovai a parlare.
L'anziano stava raccontando episodi della propria giovinezza.
Parlava della campagna, degli animali, delle stagioni, dei raccolti.
Aveva gli occhi lucidi. Da settimane non lo vedevo così.
Maria Bertilla lo ascoltava con attenzione sincera.
Non fingeva interesse, né mostrava fretta.
Sembrava che per lei quel racconto fosse importante quanto qualsiasi altra occupazione dell'ospedale.
In quel momento compresi qualcosa che allora non avrei saputo esprimere con le parole che oggi conosco.
Compresi che la cura non consiste soltanto nel guarire.
Noi pensavamo che il nostro compito fosse combattere la malattia.
Certamente era importante.
Ma Maria Bertilla sembrava vedere qualcosa di più profondo.
Vedeva la persona.
Là dove molti vedevano un malato, lei vedeva un uomo.
Là dove molti vedevano una cartella clinica, lei vedeva una storia.
Là dove molti vedevano un corpo che si spegneva, lei vedeva una dignità che non poteva essere perduta.
Qualche settimana dopo le condizioni dell'anziano peggiorarono rapidamente.
Era evidente che non sarebbe guarito.
Ricordo ancora una sera.
La luce del tramonto entrava dalla finestra e colorava la stanza di un tenue riflesso dorato.
Maria Bertilla era seduta accanto al letto.
L'uomo respirava con fatica.
Le teneva la mano.
Non parlavano.
Non ce n'era bisogno.
In quel silenzio vi era una forma di comunicazione più profonda delle parole.
Quando l'uomo morì, Maria Bertilla rimase per qualche istante in raccoglimento.
Poi sistemò le lenzuola con la stessa cura che aveva avuto durante la sua malattia.
Non c'era alcuna teatralità nei suoi gesti.
Non cercava di apparire buona.
Non sembrava nemmeno rendersi conto di fare qualcosa di speciale.
Era semplicemente fedele a un modo di stare accanto agli altri.
Molti anni sono passati da allora.
Ho visto medici straordinari, infermieri competenti e persone generose.
Ma raramente ho incontrato qualcuno capace di guardare gli altri come faceva lei.
Quando si parla di Maria Bertilla, spesso si ricordano la sua umiltà, la sua santità, la sua dedizione.
Tutto questo è vero.
Eppure, se qualcuno mi chiedesse quale fosse la sua qualità più grande, risponderei senza esitazione: la capacità di accorgersi delle persone.
Può sembrare poco.
In realtà è una delle cose più difficili del mondo.
Accorgersi davvero di qualcuno significa interrompere il proprio cammino, sospendere i propri pensieri, mettere da parte il proprio interesse e riconoscere che davanti a noi c'è una vita che chiede ascolto.
Maria Bertilla possedeva questo dono in modo straordinario.
Ancora oggi, ripensando a quell'anziano dimenticato da tutti, mi sorprendo.
Non perché fosse un miracolo, neanche per il gesto clamoroso.
Mi sorprendo perché ho visto una donna trasformare la fragilità di un altro essere umano in un motivo di vicinanza.
Ho visto una persona sola sentirsi nuovamente riconosciuta.
Ho visto qualcuno morire senza essere abbandonato.
E credo che sia proprio questo il motivo per cui tanti, dopo la sua morte, iniziarono a parlare della sua santità.
Non perché avesse compiuto imprese eccezionali.
Ma perché riusciva a fare una cosa che noi, troppo spesso, trascuriamo: rendere visibile l'umanità nascosta di chi soffre.
*Spunto tratto dal 5^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo
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