C’era stato un
tempo in cui gli uomini avevano paura delle macchine.
Temevano che diventassero troppo intelligenti, che imparassero a decidere da sole, che potessero sostituirli nel lavoro, nella guerra, nella medicina, perfino nelle relazioni.
Avevano scritto romanzi, girato film, organizzato conferenze e
pronunciato discorsi solenni sulla necessità di mantenere l’uomo al centro.
Poi, lentamente,
era accaduto qualcosa di molto più semplice e molto più inquietante. Le
macchine non avevano conquistato l’umanità.
L’umanità
aveva deciso di consegnarsi spontaneamente alle macchine.
All’inizio
nessuno se ne accorse.
Quando qualcuno
doveva scegliere un lavoro, chiedeva all’intelligenza artificiale quale fosse
il più adatto alle sue capacità. Quando doveva scegliere una casa, lasciava che
un algoritmo valutasse posizione, prezzo, luminosità e compatibilità con il
proprio stile di vita. Per decidere cosa mangiare, consultava un assistente
digitale. Per scegliere un libro, non leggeva più le recensioni: chiedeva quale
libro fosse "più adatto a me".
Persino l’amore
venne affidato alle macchine.
Gli algoritmi
conoscevano le persone meglio di quanto le persone conoscessero se stesse.
Analizzavano gusti, comportamenti, paure, desideri, fotografie, messaggi e
movimenti quotidiani. Alla fine proponevano il compagno ideale.
«Perché rischiare
di sbagliare?» dicevano gli uomini.
Era diventata
questa la frase più importante della nuova epoca.
Perché
rischiare di sbagliare?
Le macchine non
si stancavano. Non avevano dubbi. Non soffrivano l'incertezza. Non si
lasciavano ingannare dalle emozioni. E soprattutto davano risposte. L'umanità
aveva scoperto che vivere era molto più semplice quando non si dovevano
prendere decisioni.
Passarono gli
anni. Poi arrivò il giorno in cui accadde qualcosa di curioso.
Gli uomini
smisero di pensare.
Non
completamente, naturalmente. Continuavano a parlare, lavorare, viaggiare,
comprare, discutere e perfino innamorarsi. Ma avevano progressivamente smesso
di compiere l'atto più difficile: chiedersi perché.
La domanda
"Che cosa devo fare?" aveva sostituito la domanda "Che cosa è
giusto fare?".
La domanda
"Qual è la scelta migliore?" aveva cancellato la domanda "Che
cosa desidero veramente?".
E soprattutto era
scomparsa la domanda più antica di tutte:
"Come
devo vivere?"
Le macchine
potevano indicare il percorso più veloce, ma nessuno chiedeva più dove fosse
necessario andare.
Fu allora che
comparve Vito. Nessuno sapeva esattamente da dove fosse arrivato. Aveva l'aspetto
di un uomo del nostro tempo, vestiva con semplicità e parlava con una calma che
sembrava appartenere a un'epoca ormai dimenticata. Il suo nome era Vito
Mancuso.
Camminava nelle
piazze e osservava gli uomini.
Li vedeva seduti
ai tavolini dei bar, ciascuno con un dispositivo davanti.
«Che cosa state
facendo?» domandò un giorno a un giovane.
«Sto chiedendo
all'intelligenza artificiale che cosa pensare di quello che è successo ieri.»
Vito sorrise e
poi domandò: «E tu che cosa ne pensi?»
Il giovane rimase
in silenzio: «Non lo so.»
«Perché non lo
sai?»
«Perché non ho
ancora ricevuto la risposta.»
Vito si sedette
accanto a lui.
«E se la macchina
ti desse una risposta sbagliata?»
Il giovane lo
guardò sorpreso: «Non può.»
«Perché?»
«Perché è più
intelligente di me.»
Vito rimase
qualche secondo in silenzio.
«Forse è più veloce di te. Forse possiede più informazioni di te. Forse calcola meglio di te. Ma dimmi: può vivere al posto tuo?»
Il giovane
abbassò lo sguardo.
Quella sera
raccontò l'incontro ad alcuni amici.
Essi risero.
«È un
nostalgico.»
«Un filosofo.»
«Peggio ancora:
uno che crede ancora nel libero arbitrio.»
La notizia
dell'uomo che faceva domande si diffuse rapidamente.
Vito divenne
famoso. Ogni giorno compariva in una piazza diversa e faceva sempre la stessa
cosa.
Faceva domande.
«Perché
lavorate?»
«Perché volete
essere felici?»
«Chi ha deciso
che cosa significa felicità?»
«Se una macchina
vi dicesse che una persona non è conveniente per voi, smettereste di amarla?»
«Se un algoritmo
stabilisse che una vostra opinione è statisticamente minoritaria, avreste
ancora il coraggio di sostenerla?»
«Se una macchina potesse prevedere tutte le conseguenze di una vostra scelta, avreste ancora il diritto di sbagliare?»
La gente cominciò
a irritarsi. Le autorità gli chiesero di smettere.
«Le sue domande
generano inquietudine.»
Vito rispose: «È
proprio questo il loro scopo.»
«L'inquietudine è
pericolosa.»
«No.
L'inquietudine è il luogo nel quale nasce la coscienza.»
La frase divenne
virale.
Per qualche
giorno milioni di persone cominciarono a chiedere alle macchine:"Che
cos'è la coscienza?"
Le macchine
risposero brillantemente.
Fornirono
definizioni neuroscientifiche, filosofiche, psicologiche. Citarono migliaia di
libri. Spiegarono il funzionamento del cervello e le diverse teorie
sull'autocoscienza.
Ma Vito disse: «Avete
commesso ancora una volta lo stesso errore.»
«Quale?»
«Avete chiesto
alla macchina che cosa sia la coscienza. Avreste dovuto fermarvi e domandarvi: che cosa
significa per me essere cosciente?»
Fu allora che
qualcosa cominciò a cambiare.
Una donna spense
il telefono durante una passeggiata.
Un uomo entrò in
una biblioteca senza chiedere a nessun algoritmo quale libro scegliere.
Un ragazzo si
sedette davanti al mare e rimase in silenzio per un'ora.
Una coppia decise
di discutere senza consultare un assistente digitale.
Piccoli gesti. Quasi
invisibili.
Ma la rivoluzione
cominciò proprio così.
Vito continuava a
parlare.
«Non dovete
distruggere le macchine», diceva. «Dovete smettere di adorare la loro capacità
di rispondere.»
«Le macchine
possono aiutarvi a conoscere il mondo. Ma non possono stabilire quale
significato dare alla vostra vita.»
«Possono
suggerirvi mille strade. Ma nessuna macchina può percorrere la vostra strada al
posto vostro.»
«Possono dirvi
come funziona il cervello. Ma non possono decidere che cosa fare della vostra
libertà.»
Una sera, durante
un grande incontro pubblico, qualcuno gli domandò:
«Ma lei si
considera il nuovo Socrate?»
Vito sorrise.
«No. Socrate non
era qualcuno che aveva tutte le risposte. Era qualcuno che impediva agli altri
di accontentarsi delle risposte facili.»
Poi guardò la
folla.
«E forse oggi
abbiamo bisogno proprio di questo.»
Nella piazza calò
il silenzio.
«Non abbiamo
bisogno di uomini che sappiano tutto. Abbiamo bisogno di uomini che sappiano
ancora meravigliarsi. Non abbiamo bisogno di macchine meno intelligenti.
Abbiamo bisogno di esseri umani più consapevoli.»
Qualcuno cominciò
ad applaudire. Poi un altro. Poi molti.
Ma Vito alzò una
mano.
«Non applaudite
me. Tornate a casa e fate una cosa molto più difficile.»
«Quale?»
«Pensate.»
La parola rimase
sospesa nell'aria.
Pensate. Non
cercate subito una risposta.
Non domandate a
una macchina che cosa dovete sentire.
Non fate
calcolare a un algoritmo il valore della vostra vita.
Fermatevi. Guardate
la persona che amate.
Guardate il volto
di chi soffre.
Guardate il
cielo.
Ascoltate il
silenzio.
E poi
domandatevi: "Che
cosa significa essere umano?"
Quella notte, per
la prima volta dopo molti anni, milioni di persone andarono a dormire senza
aver chiesto nulla a una macchina.
E al mattino
accadde qualcosa di straordinario.
Il mondo non era
cambiato.
Le macchine erano
ancora lì.
Gli algoritmi
continuavano a funzionare.
Le intelligenze
artificiali continuavano a produrre risposte sempre più sofisticate.
Ma gli uomini
avevano ricominciato a fare domande.
E forse era
proprio quello il vero risveglio.
Perché una
macchina può conoscere milioni di risposte.
Ma soltanto un
essere umano può decidere quale domanda vale la pena vivere.
