Quando il battello scomparve all'orizzonte, lasciandolo sulla piccola banchina di legno, Matteo sentì per la prima volta il peso della distanza.
Davanti a lui si stendeva l'isola che aveva
sognato per anni. Una striscia di terra verde sospesa nell'immensità
dell'oceano Indiano.
Aveva ventisei anni, una laurea appena conseguita in antropologia e archeologia, e la convinzione incrollabile di trovarsi all'inizio di qualcosa di importante.
Per tutta la durata degli studi aveva coltivato una domanda che lo affascinava più di ogni altra:
Esiste una morale universale?
Dietro le differenze di lingua, religione e tradizioni, esisteva forse
un nucleo comune a tutti gli esseri umani?
Era convinto che la risposta fosse sì.
E credeva che quella spedizione gli avrebbe fornito le prove
necessarie.
I primi giorni trascorsero senza particolari sorprese.
La comunità che lo ospitava viveva in piccoli
villaggi distribuiti lungo la costa.
Le famiglie collaboravano tra
loro e gli anziani erano rispettati.
I bambini crescevano circondati dall'attenzione dell'intero gruppo.
Vi erano regole, divieti, cerimonie, ruoli sociali ben definiti.
Più osservava quella popolazione, più
gli sembrava di ritrovare elementi familiari.
Certo, erano diversi gli abiti, le credenze religiose, i miti e le leggende.
Ma sotto la superficie
sembrava esistere qualcosa di comune.
Ogni sera annotava le proprie
osservazioni nel taccuino.
"Struttura sociale
stabile."
"Forte cooperazione
interna."
"Presenza di norme
condivise."
Era soddisfatto. La sua teoria sembrava trovare conferma.
Poi arrivò il giorno della grande cerimonia stagionale.
L'intera isola sembrò trasformarsi.
Le persone decorarono le capanne con fiori colorati. Gli uomini accesero grandi fuochi.
Le donne
prepararono ceste colme di alimenti destinati al banchetto sacro.
Matteo osservava ogni dettaglio con entusiasmo. Era il momento che aspettava.
La manifestazione più
autentica della cultura locale.
Quando il sole iniziò a
tramontare, tutti si radunarono nella grande spianata centrale.
I canti si elevarono
nell'aria. I tamburi scandivano ritmi ipnotici. L'atmosfera era intensa e
solenne.
Poi Matteo vide il cibo. All'inizio
pensò di aver capito male. Si avvicinò e guardò meglio.
Sentì lo stomaco contrarsi.
Tra
le pietanze erano presenti sostanze che nella sua cultura sarebbero state considerate
impure e disgustose: escrementi essiccati di animali erbivori, accuratamente
lavorati e mescolati ad altre preparazioni.
Poco distante venivano
arrostiti animali che lui aveva sempre associato alla compagnia e all'affetto
umano.
Per qualche secondo rimase
immobile, poi una sensazione improvvisa lo attraversò.
Un disgusto viscerale, fisico.
Dovette allontanarsi.
Quella notte scrisse
freneticamente nel suo quaderno.
"Pratica
ripugnante."
"Costume moralmente
inaccettabile."
"Forma di regressione
culturale."
Le parole sembravano sgorgare
da sole. Non erano frutto di una riflessione.
Erano una reazione. Un giudizio
di condanna, un verdetto.
Per la prima volta da quando era arrivato sull'isola, non si sentiva un osservatore.
Si sentiva un giudice.
Nei giorni successivi evitò di tornare sull'argomento, ma qualcosa dentro di lui era cambiato.
Ogni volta che incontrava gli abitanti del villaggio, si sorprendeva a guardarli diversamente.
Eppure accadeva qualcosa di strano.
Più li osservava, meno
riusciva a conciliare il rituale con l'immagine che aveva costruito di loro.
Erano persone generose, accoglievano
gli stranieri, si prendevano cura dei bambini e degli anziani.
Mostravano rispetto reciproco,
ma dov'era la barbarie che aveva creduto di vedere?
Un pomeriggio trovò il
coraggio di chiedere spiegazioni a uno degli anziani.
L'uomo lo ascoltò con pazienza
e prima di rispondere sorrise.
«Tu hai visto soltanto il
cibo.»
«Cos'altro avrei dovuto
vedere?» domandò incredulo Matteo.
L'anziano raccolse una
manciata di terra, la mostrò e disse:
«Questa terra nutre l'erba.»
Indicando un animale al
pascolo, aggiunse: «L'erba nutre l'animale.»
Poi lasciò scorrere lentamente
la terra tra le dita.
«Quando l'animale muore,
ritorna alla terra.»
E dopo una pausa, riprese: «Per
noi, nulla è separato.»
Matteo lo fissò immobile
mentre l'anziano gli spiegava che quelle sostanze, per lui disgustose, erano
simboli di fertilità e trasformazione.
Rappresentavano il continuo
passaggio della vita da una forma all'altra.
Il rituale non celebrava
l'impurità, ma il continuo il ciclo dell'esistenza.
Matteo ascoltava, ma dentro di
sé resisteva all’impulso che continuava a rifiutare quelle pratiche.
La svolta arrivò qualche
giorno dopo. Durante una conversazione serale, alcuni abitanti iniziarono a
fargli domande sulla sua vita in Europa.
All'inizio parlava con
naturalezza, poi notò lo stupore sui loro volti.
Quando raccontò degli
allevamenti intensivi, gli anziani si guardavano tra loro increduli.
Quando spiegò quanto cibo
venisse sprecato ogni giorno nelle grandi città occidentali, il silenzio
divenne ancora più profondo.
Uno dei presenti scosse
lentamente la testa e pose una domanda apparentemente ingenua: «Perché allevare
così tanti animali se poi il cibo viene gettato?»
Matteo non aveva parole per rispondere.
Per la prima volta si trovò dall'altra parte dello sguardo.
Ora era lui l'oggetto dell'incomprensione.
Era lui la persona le cui abitudini
apparivano strane.
Quella notte non riuscì a
dormire.
Rilesse gli appunti sul proprio
taccuino pagina dopo pagina, frase dopo frase.
A un certo punto si fermò, guardò
una delle annotazioni scritte dopo il banchetto: "Pratica
ripugnante."
La fissò a lungo, dopo si pose
una domanda che non si era mai posto prima:
dov'era esattamente la
ripugnanza? Nell'azione? O dentro di lui?
Chiuse gli occhi, provò a
descrivere l'evento nel modo più neutrale possibile.
- Un gruppo umano stava
consumando determinati alimenti all'interno di una cerimonia religiosa - questo
era il fatto.
Tutto il resto: disgusto,
condanna, indignazione veniva dopo.
Quelle reazioni non appartenevano
all'azione osservata, erano sue e precisamente costituivano la sua risposta.
Il prodotto di anni di
educazione, abitudini, simboli e significati appresi senza accorgersene.
Fu una scoperta sconvolgente.
Perché fino a quel momento
aveva creduto che certi valori fossero semplicemente presenti nel mondo.
Come il colore delle foglie, il
rumore del mare, la forma delle rocce.
Ora iniziava a comprendere che
non era così. I valori non erano oggetti e neanche proprietà delle cose.
Erano interpretazioni. Modi di
guardare la realtà. Modi di attribuire significato a ciò che accade.
Da quel momento il suo lavoro cambiò, non cercò più di stabilire chi avesse ragione.
Smise di dividere le culture tra civili e primitive, cercando ciò che era giusto o sbagliato nelle pratiche.
Cominciò invece a studiare il modo in cui gli esseri umani
costruiscono i propri giudizi morali.
Scoprì che le azioni possono
essere osservate, I valori, invece, vengono attribuiti.
Scoprì inoltre che ciò che una
società considera sacro può apparire assurdo a un'altra e che ciò che una
società considera naturale può sembrare incomprensibile altrove.
Quando, mesi dopo, tornò in
Europa, non era più la stessa persona. Portava con sé gli stessi appunti, gli
stessi dati, le stesse osservazioni, ma li leggeva con occhi diversi.
Capì allora che la sua ricerca
non riguardava le azioni umane.
Riguardava il linguaggio con
cui le giudichiamo.
Non aveva scoperto una morale
universale. Aveva scoperto qualcosa di più inquietante e forse più profondo.
Che tra il mondo e i nostri giudizi esiste sempre uno sguardo e che
spesso scambiamo quello sguardo per la realtà stessa.
Da allora non dimenticò mai la
lezione appresa su quell'isola lontana.
Si convinse che le azioni appartengono ai fatti, mentre i valori appartengono agli uomini. E ciò che chiamiamo bene o male non è scritto nelle cose che osserviamo, ma nello sguardo attraverso cui abbiamo imparato a interpretarle.
*Spunto tratto dal 4^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo
"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."
