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mercoledì 8 luglio 2026

Il mistero che ci rende umani: una storia sul desiderio e sull'incompiutezza


Quando arrivò al villaggio, nessuno seppe dirgli da quanto tempo la casa fosse abbandonata.

Sorgeva ai margini del bosco, oltre il ponte di pietra che attraversava il fiume. 

Le finestre erano coperte da imposte scolorite e il giardino era diventato un intreccio di erbacce e rose selvatiche. 

Eppure, ogni volta che qualcuno passava davanti a quella costruzione, aveva la strana impressione che vi abitasse ancora qualcuno.

Matteo era uno scrittore. 

O almeno così continuava a definirsi, benché da anni non riuscisse più a terminare un libro.

Aveva pubblicato alcuni romanzi da giovane, ottenendo un successo discreto. 

Poi qualcosa si era spezzato. 

Ogni nuova storia gli sembrava insufficiente. Ogni frase lasciava fuori la parte più importante di ciò che voleva dire.

Per questo aveva lasciato la città.

Cercava silenzio.

O forse cercava qualcosa che non sapeva nominare.

Una sera, seduto nell'unica locanda del villaggio, sentì parlare della casa.

«Apparteneva a una donna strana» disse il vecchio oste. «Passava le giornate a scrivere.»

«Romanzi?»

L'uomo scosse la testa.

«Nessuno lo sa. Quando morì, trovarono migliaia di pagine. Ma erano tutte incomplete.»

Matteo sorrise amaramente.

«Allora avevamo qualcosa in comune.»

L'oste lo guardò.

«Forse più di quanto immagini.»

La mattina seguente Matteo raggiunse la casa.

La porta era socchiusa.

Entrò.

L'aria odorava di polvere e carta antica.

Nelle stanze c'erano scaffali ovunque. Libri, quaderni, fogli sciolti. Alcuni erano sparsi sul pavimento, altri accatastati sui tavoli.

In uno studio al piano superiore trovò ciò che cercava senza sapere di cercarlo.

Una stanza piena di manoscritti.

Sul primo foglio lesse:

"Le parole sono finestre aperte sul mondo. Ma ogni finestra lascia sempre qualcosa fuori."

Sul secondo:

"Scriviamo perché non riusciamo a dire."

Sul terzo:

"Chi possiede davvero ciò che ama smette di desiderarlo?"

Matteo continuò a leggere per ore.

Ogni pagina sembrava ruotare attorno allo stesso mistero.

La donna aveva dedicato la vita a una domanda.

Perché gli esseri umani continuano a cercare ciò che non possono raggiungere completamente?

Quando il sole tramontò, trovò un quaderno diverso dagli altri.

Sulla copertina era scritto soltanto:

La stanza delle parole mancanti.

Lo aprì.

Le prime pagine erano vuote.

Poi appariva una breve annotazione.

"In ogni vita esiste una stanza invisibile. È il luogo dove finiscono tutte le parole che non siamo riusciti a pronunciare."

Matteo sentì un brivido.

Voltò pagina.

"Vi finiscono le dichiarazioni d'amore taciute per paura."

Pagina successiva.

"Le domande che non abbiamo osato fare."

Ancora.

"Le verità che abbiamo scoperto troppo tardi."

Il quaderno terminava lì.

O almeno così sembrava.

Per giorni tornò nella casa.

Leggeva.

Prendeva appunti.

Camminava tra le stanze.

A poco a poco cominciò a immaginare quella stanza invisibile.

La vedeva nei sogni.

Una grande sala illuminata da una luce tenue.

Sulle pareti si accumulavano milioni di parole.

Frasi mai dette.

Pensieri mai condivisi.

Promesse dimenticate.

Ogni essere umano vi lasciava qualcosa.

Un giorno sognò di entrarvi.

Camminava tra scaffali infiniti.

Da ogni parte provenivano sussurri.

Una donna diceva:

«Ti ho amato per tutta la vita.»

Un uomo confessava:

«Avevi ragione tu.»

Una bambina chiedeva:

«Perché te ne sei andato?»

Parole rimaste sospese tra il desiderio e il silenzio.

Al risveglio, Matteo comprese qualcosa.

Per anni aveva creduto che il suo problema fosse l'incapacità di trovare le parole giuste.

Ora intuiva che il problema era un altro.

Non esistevano parole definitive.

Nessuna frase avrebbe mai potuto contenere completamente una vita.

Nessun libro avrebbe potuto racchiudere tutta la verità di un'esperienza.

Ogni linguaggio lasciava inevitabilmente qualcosa fuori.

Quella scoperta, anziché scoraggiarlo, lo liberò.

Passò l'inverno nella casa.

Ogni giorno scriveva.

Non per completare ciò che mancava.

Non per colmare il vuoto.

Scriveva per avvicinarsi ad esso.

Per comprenderlo.

Per abitarlo.

Una sera trovò un ultimo foglio nascosto tra due libri.

Era scritto con una grafia tremante.

Probabilmente le ultime parole della donna.

"Ho passato la vita a cercare la frase capace di spiegare tutto."

Sotto compariva una lunga pausa.

Poi:"Ora so che non esiste."

E infine: "Ma è proprio per questo che continuiamo a scrivere."

Matteo rimase immobile.

Fuori cadeva la neve.

Il bosco era immerso nel silenzio.

Per la prima volta dopo molti anni non provò tristezza.

Capì che la mancanza non era un difetto da correggere.

Era la sorgente stessa del desiderio.

Gli esseri umani amavano perché non potevano possedere completamente ciò che amavano.

Pensavano perché non potevano conoscere tutto.

Scrivevano perché il mondo eccedeva sempre le parole disponibili.

Forse la vita non consisteva nel raggiungere una pienezza impossibile.

Forse consisteva nell'imparare a convivere con quella distanza.

Nei mesi successivi terminò finalmente un libro.

Quando l'editore gli chiese di riassumerne il significato, Matteo rispose soltanto:

«Parla di tutto ciò che non possiamo trattenere.»

«E qual è il messaggio?»

Matteo sorrise.

Guardò dalla finestra il cielo del mattino.

«Che non c'è alcun messaggio definitivo.»

Molti anni dopo, quando era ormai anziano, tornò alla casa.

La trovò quasi inghiottita dalla vegetazione.

Entrò nello studio.

I libri erano ancora lì.

Anche il quaderno.

Aprì l'ultima pagina.

Con sua sorpresa trovò una frase che non ricordava.

Forse non l'aveva mai vista.

Forse era sempre stata lì.

Diceva: "La felicità non nasce quando il mistero scompare. Nasce quando smettiamo di pretendere che scompaia."

Matteo chiuse il quaderno.

Poi uscì nel sole del tramonto.

Il fiume continuava a scorrere.

Le foglie cadevano dagli alberi.

Il tempo portava via ogni cosa.

Eppure, per la prima volta, quella verità non gli sembrò una perdita.

Gli sembrò una forma di pace.



*Spunto tratto dal 6^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo
 



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