Nel formulare la sua celebre definizione, Boezio descrive l'eternità come la «possessione insieme totale e perfetta di una vita interminabile».
In queste poche parole si nasconde una rivoluzione concettuale che scompone completamente la nostra percezione lineare della realtà.
Da un lato c'è il tempo, che è per sua natura successione: un passato che svanisce, un futuro che non esiste ancora e un presente sfuggente.
Anche se immaginiamo una durata che si protrae all'infinito, rimaniamo comunque imprigionati nella catena del "prima" e del "del poi".
Dall'altro lato c'è l'eternità vera e propria, che appartiene esclusivamente a Dio e non conosce alcuna successione.
In essa non esiste un prima o un dopo, perché tutto ciò che è, lo è tota simul, ovvero tutto insieme, in un unico blocco perfetto.
Per capire come questa atemporalità si relazioni al nostro mondo, i filosofi successivi hanno spesso usato la metafora geometrica del cerchio.
Se immaginiamo il tempo come la circonferenza, i vari momenti si susseguono l'uno dopo l'altro lungo la linea; l'eternità, invece, è il centro immobile del cerchio.
Da quel centro, ogni punto della circonferenza è equidistante e visibile nello stesso identico istante.
Allo stesso modo, Dio non "guarda" il passato perché è accaduto e il futuro perché deve ancora venire; nella Sua coscienza atemporale, l'intera storia dell'universo è presente in un unico, indivisibile "adesso".
Questa visione ha implicazioni straordinarie, soprattutto quando Boezio la usa per risolvere il tormentoso dilemma del libero arbitrio.
Se Dio vede tutto, significa che le nostre scelte sono già scritte?
La risposta di Boezio è che la prescienza divina non impone la necessità ai nostri atti. Dio non guarda il nostro futuro come qualcosa che deve ancora accadere nel Suo tempo, ma lo vede semplicemente nel presente della Sua eternità.
Il tuo atto libero non è causato dallo sguardo di Dio; al contrario, la tua scelta viene semplicemente abbracciata così com'è, proprio perché per l'eternità tutto è contemporaneamente presente.
Tornando al filo conduttore della nostra riflessione, è proprio questa concezione radicale a mostrare quanto sia imperfetto il nostro modo di incasellare l'anima.
Se l'eternità è un presente immobile che non conosce il tempo, l'idea che un'anima nasca nel bel mezzo della storia biologica per poi fare un salto in una dimensione eterna continua a sollevare un abisso di domande che la filosofia e la teologia non hanno mai smesso di interrogare.