La sera era scesa lentamente sulla città.
Le luci dei palazzi si riflettevano sui vetri dei bar, mentre i ragazzi uscivano dalle università con le mani tese dalle borse zeppe di fogli e libri.
Qualcuno camminava con lo sguardo incollato allo smartphone.
Andrea,
venticinque anni, studiava filosofia. Aveva trascorso l'intero pomeriggio
cercando di capire perché Aristofane, il grande commediografo ateniese, avesse
scelto di ridicolizzare proprio i filosofi, i politici e gli intellettuali del
suo tempo.
Era seduto su una
panchina, davanti a una biblioteca ormai chiusa, quando sentì una voce alle sue
spalle.
«Dunque, giovane
filosofo, hai finalmente deciso che cosa pensare di me?»
Andrea si voltò.
Accanto a lui
c'era un uomo vestito con una tunica antica. Aveva una barba corta, uno sguardo
ironico e un sorriso che sembrava sul punto di trasformarsi in una risata.
«Aristofane?»
«Almeno così mi
chiamavano ad Atene.»
Andrea rimase in
silenzio.
«Non sembri molto
sorpreso» disse Aristofane.
«Studio
filosofia. Ho letto le tue commedie. So che amavi prendere in giro i filosofi.»
«E tu sei un
filosofo. Dunque dovresti essere offeso.»
«Non ancora.
Prima voglio capire perché lo facevi.»
Aristofane rise.
«Ecco il problema
dei filosofi: vogliono sempre capire. A volte sarebbe meglio ridere.»
Andrea lo guardò
incuriosito.
«Tu sei
conosciuto soprattutto come commediografo. Ma nelle tue opere c'è molta
filosofia.»
«Naturalmente. La
filosofia entra dappertutto, anche quando nessuno la invita.»
«In Le Nuvole,
per esempio, rappresenti Socrate in modo caricaturale.»
«Attenzione»
rispose Aristofane. «Io non stavo scrivendo una biografia di Socrate. Stavo
costruendo una commedia. Il mio Socrate era un personaggio teatrale.»
«Eppure lo
presenti come qualcuno che insegna ai giovani a mettere in discussione tutto,
perfino i valori tradizionali.»
«Ed è proprio
questo il punto.»
Aristofane si
alzò e cominciò a camminare lentamente.
«Atene era una
città straordinaria. Avevamo la democrazia, i tribunali, i filosofi, i poeti,
gli oratori. Ma avevamo anche una grande paura: che i giovani smettessero di
riconoscere ciò che aveva tenuto insieme la città.»
«Quindi eri
contrario alla filosofia?»
«No. Ero
contrario alla filosofia quando diventava una moda, una tecnica per vincere una
discussione o un modo per apparire intelligenti.»
Andrea sorrise.
«Questo sembra
molto attuale.»
«Perché gli
uomini cambiano meno di quanto credano.»
Andrea tirò fuori
lo smartphone e mostrandolo al vecchio filosofo disse:
«Vedi? Oggi non
abbiamo soltanto filosofi e oratori. Abbiamo milioni di persone che discutono
continuamente. Sui social tutti possono parlare, commentare, giudicare.»
Aristofane
osservò l’oggetto luminoso.
«Che cos'è?»
«Uno strumento
attraverso cui tutti possono comunicare con tutti.»
«E tutti sono così
intelligenti da capire attraverso quell’oggetto?»
Andrea esitò.
«No.»
Poi aggiunse: «Tutti
conoscono ciò di cui parlano?»
«No.»
«Eppure parlano?»
«Sì e spesso continuamente.»
Aristofane
scoppiò a ridere: «Avete trasformato la città in un teatro infinito!»
Andrea non poté
fare a meno di ridere.
«Forse hai
ragione. Ma oggi il problema è ancora più grande. Una persona può diventare
famosa non perché abbia qualcosa di importante da dire, ma perché riesce a
catturare l'attenzione.»
«Ah!» esclamò
Aristofane. «Dunque avete scoperto un nuovo modo di fare politica.»
«E anche un nuovo
modo di fare filosofia.» aggiunse Andrea.
«Come?» domandò Aristofane
incuriosito.
«Attraverso
slogan, video brevi, frasi provocatorie. La filosofia deve competere con tutto
il resto.»
Aristofane rimase
pensieroso. Non capiva alcune parole di Andrea.
«Allora il vostro
problema non è molto diverso dal mio. Anche ad Atene l'uomo che urlava più
forte poteva sembrare più convincente dell'uomo che ragionava meglio.»
Andrea si sedette
nuovamente.
«Ma perché usare
la commedia? Perché non discutere seriamente di politica e filosofia?»
Aristofane si
sedette accanto a lui.
«Perché la risata
possiede un potere che il discorso serio spesso perde.»
«Quale?»
«Può dire la
verità senza assumere l'aria della verità.»
Andrea lo guardò
attentamente.
«Spiegati.»
«Quando un uomo
sale su una tribuna e dice: “Io possiedo la verità”, la gente può credergli
oppure rifiutarlo. Ma quando lo fai inciampare sulla scena, quando mostri la
sua vanità, la sua paura, la sua stupidità, il pubblico vede qualcosa di
umano.»
«Quindi la
comicità è una forma di critica.»
«Esattamente.
Ridere significa spesso togliere potere a qualcuno.»
«Anche ai
filosofi?»
«Soprattutto ai
filosofi.»
Andrea tornò su
un argomento che lo interessava.
«Ma non pensi di
essere stato ingiusto con Socrate?»
Aristofane rimase
in silenzio per qualche secondo.
«Socrate era un
uomo difficile da classificare. Non era un politico, ma parlava di politica.
Non era un maestro tradizionale, ma insegnava ai giovani. Non pretendeva di
possedere il sapere, eppure passava le giornate a interrogare gli altri.»
«Questo è proprio
ciò che lo rendeva filosofo.»
«Forse. Ma
proprio per questo poteva diventare inquietante.»
«Perché?»
«Perché una
società può tollerare molte cose, ma teme profondamente chi insegna a fare
domande.»
Andrea rimase
pensieroso.
«Anche oggi?»
«Naturalmente. Se
insegni a un giovane a chiedere “Perché?”, prima o poi qualcuno si arrabbierà.»
«E la politica?»
domandò Andrea.
Aristofane
sorrise.
«Quella non è mai
cambiata.»
«Nelle tue commedie
attaccavi duramente i politici.»
«Perché il potere
tende sempre a prendersi troppo sul serio.»
«Oggi la politica
è ancora piena di propaganda, promesse e spettacolo.»
«Allora avete
mantenuto viva la tradizione ateniese.»
«Ma non pensi che
la satira possa diventare distruttiva?»
«Certamente. La
satira non è automaticamente buona. Può smascherare il potente, ma può anche
umiliare il debole. Può denunciare la stupidità, ma può diventare essa stessa
stupida.»
«Quindi anche la
comicità deve avere una responsabilità?» chiese Andrea.
«Ogni libertà
porta con sé una responsabilità.»
Andrea gli
rivolse una domanda più difficile.
«Tu sembri molto
critico verso i cambiamenti sociali. Sei quindi un conservatore?»
Aristofane rise prima
di rispondere: «Gli uomini amano dividere tutto in categorie. Progressista,
conservatore, rivoluzionario, tradizionalista. Io preferisco osservare.»
«Che cosa
osservavi?»
«Osservavo che
ogni generazione pensa di essere migliore della precedente. E spesso scopre
troppo tardi di aver semplicemente sostituito alcuni errori con altri.»
«Ma il
cambiamento non è necessario?»
«Certamente. Il
problema non è cambiare. Il problema è credere che ogni cambiamento sia un
miglioramento.»
Andrea pensò alla
tecnologia, all'intelligenza artificiale, ai social network.
«Questa sembra
una lezione molto contemporanea.»
«Voi avete
macchine capaci di parlare, scrivere, creare immagini e rispondere alle
domande. Ma dimmi: essere capaci di fare qualcosa significa automaticamente
sapere se quella cosa debba essere fatta?»
Andrea abbassò lo
sguardo e rispose: «No.»
«Ecco. Avete
inventato strumenti potentissimi, ma il problema fondamentale rimane antico:
che cosa è bene fare?»
«Allora qual è la
tua filosofia?» domandò Andrea.
Aristofane
sorrise.
«Io non ho
costruito un sistema filosofico.»
«Lo so.»
«Non ho scritto
trattati sulla natura dell'essere. Non ho elaborato una teoria della
conoscenza. Non ho costruito una metafisica.»
«Eppure hai
qualcosa da insegnare.» Aggiunse Andrea.
«Forse perché la
filosofia non appartiene soltanto a chi scrive trattati.»
Aristofane indicò
la città.
«Io ho osservato
gli uomini. Ho visto la loro avidità, la loro paura, la loro presunzione, il
loro desiderio di potere. Ho visto la guerra trasformare le persone. Ho visto i
cittadini litigare per idee che spesso non comprendevano. Ho visto uomini
convinti di essere saggi comportarsi da sciocchi.»
«E hai riso di
tutto questo.»
«Sì. Ma non
soltanto per divertirmi.»
«Perché allora?»
«Per ricordare
agli uomini che nessuno è completamente al riparo dalla stupidità. Nemmeno chi
si crede intelligente.»
La notte era
ormai arrivata.
Andrea guardò
l'orologio.
«Devo ammettere
che avevo un'idea diversa di te.»
«È il destino di
tutti quelli che vengono letti secoli dopo la loro morte.»
«Pensavo fossi
soltanto un autore comico.»
«E invece?»
«Credo che tu
abbia usato la commedia come una forma di filosofia.»
Aristofane
sorrise.
«E tu hai
finalmente imparato qualcosa.»
«Che cosa?»
«Che la filosofia
non serve soltanto a trovare risposte. Serve anche a riconoscere le domande
sbagliate, le certezze pericolose e le illusioni che prendiamo troppo sul
serio.»
Andrea rimase in
silenzio.
«E soprattutto»
continuò Aristofane, «ricorda di ridere ogni tanto di te stesso.»
«Perché?»
«Perché è molto
più difficile diventare fanatici delle proprie idee quando si sa ridere dei
propri errori.»
Un amico richiamò
da lontano Andrea che girò lo sguardo per un istante.
Quando tornò a
guardare la panchina, Aristofane era scomparso.
Sul posto era
rimasto soltanto un piccolo foglio.
Andrea lo
raccolse.
C'era una frase
scritta a mano:
“Una città diventa
davvero libera quando può ridere anche di chi la governa, di chi pretende di
conoscerla e, soprattutto, di sé stessa.”
Andrea sorrise.
Poi rimise il
telefono in tasca.
Per la prima
volta da molto tempo, aveva voglia di camminare senza guardare lo schermo.
Aveva capito che
Aristofane non gli aveva insegnato una dottrina.
Gli aveva
insegnato qualcosa di più difficile: a diffidare delle certezze, a
guardare il potere con ironia, a non confondere il progresso con il
miglioramento e a ricordare che la filosofia, quando diventa troppo sicura di
sé, ha forse bisogno proprio di una buona risata.
