Eppure, che cosa accadrebbe se questa antica separazione non fosse così netta?
Se la materia non fosse soltanto qualcosa che riceve la luce, ma anche un’entità capace, in determinate condizioni, di emetterla dal proprio interno?
E se questo fenomeno non fosse un’esclusiva delle stelle o delle reazioni chimiche del fuoco, ma appartenesse intimamente alla trama stessa della vita?
Oltre il meccanicismo: la scoperta delle radiazioni biologiche
Il punto di partenza di questa riflessione è un fenomeno fisico reale, sebbene poco conosciuto al di fuori degli ambienti specialistici, ossia l’emissione spontanea di fotoni ultra-deboli da parte dei sistemi biologici.
Le cellule viventi emettono costantemente ridottissime quantità di radiazione elettromagnetica, rilevabili attraverso strumentazioni ad altissima sensibilità.
Questa radiazione prende il nome di biofotoni, un termine legato indissolubilmente alla figura del biofisico tedesco Fritz-Albert Popp, vissuto tra il 1938 e il 2018.
La storia scientifica di Popp affonda le radici nella fisica quantistica e nella biologia teorica. Formatosi tra Würzburg, Magonza e Marburgo, negli anni Settanta Popp cominciò a interrogarsi sui meccanismi molecolari dell'organismo e sulla cancerogenesi, arrivando a ipotizzare che le reazioni chimiche interne alle cellule fossero accompagnate e coordinate da segnali luminosi di bassissima intensità. Per verificare un'ipotesi che la comunità accademica dell'epoca guardava con scetticismo, nel 1975 Popp guidò lo sviluppo di un fotomoltiplicatore ad alta sensibilità, progettato dal suo dottorando Bernhard Ruth, capace di contare persino i singoli fotoni emessi dai tessuti viventi.
Le radiazioni fotografate da Popp non nascevano dal nulla, ma si ricollegavano a una tradizione scientifica di confine inaugurata negli anni Venti dal biologo russo Aleksandr Gurwitsch, scopritore dei cosiddetti raggi mitogenetici durante le sue ricerche sulla divisione cellulare nelle cipolle, e proseguita negli anni Settanta dal medico Vasilij Kasnaceev.
Popp raccolse questa eredità dandole un rigido fondamento quantistico, dimostrando che i biofotoni non erano un semplice scarto del metabolismo chimico, ma una manifestazione di coerenza energetica dell'organismo.
La metafora del DNA e il linguaggio del silenzio
Per comprendere il valore formativo di questa intuizione sul piano dell'esperienza quotidiana, possiamo immaginare il nostro corpo in cui miliardi di cellule lavorano senza sosta per sostenerci.
Al loro interno avvengono in ogni momento innumerevoli trasformazioni durante le quali vengono liberate minuscole particelle di luce. Non si tratta di una luminosità visibile a occhio nudo, né di qualcosa che possiamo scorgere allo specchio, ma di un bagliore talmente debole da richiedere l'oscurità quasi assoluta e sensori ultra-sensibili per essere registrato.
In questo scenario possiamo ricorrere a una metafora e considerare la molecola del DNA come una presenza silenziosa e custode, dotata di una memoria straordinaria. Si tratta di una figura che conserva le istruzioni biologiche della nostra eredità e partecipa ai processi attraverso cui il nostro organismo cresce, si rinnova e si trasforma.
Essa non conosce ogni dettaglio del nostro destino contingente, ma custodisce con precisione le regole di forma della nostra esistenza.
Spingendo l'immaginazione un poco oltre, è come se questa presenza inviasse alle cellule circostanti un impercettibile bagliore, simbolo di un'informazione in cerca di manifestazione.
È un sussurro che ricorda alla coscienza l'immensa mole di lavoro invisibile che avviene sotto la superficie, dove il cuore batte senza ordini coscienti, le cellule riparano i tessuti, convertono le energie e mantengono un equilibrio dinamico costante.
Gran parte di ciò che rende possibile la vita accade infatti nell'ombra e nell'inconscio biologico.
Quando una cellula perde la capacità di coordinarsi e comincia a moltiplicarsi in modo anomalo, come avviene nelle patologie tumorali, il dialogo interno si spezza.
Popp osservò che le cellule sane mostrano un'emissione fotonica altamente coerente e strutturata, mentre quelle cancerose perdono questa coerenza, emettendo luce in modo caotico. In medicina esistono già strumenti che utilizzano la luce applicata dall'esterno per trattare determinati tumori, come avviene nella terapia fotodinamica, ma l'orizzonte di Popp era differente, poiché mirava a comprendere se le variazioni dell'emissione endogena potessero rivelare lo stato di salute e di stress dell'intero sistema cellulare.
La prospettiva filosofica: la luce come principio immanente
È precisamente a questo punto che la ricerca scientifica travalica la pura biologia ed entra nel territorio della filosofia. Interrogarci sui biofotoni ci costringe infatti a incrinare uno dei dogmi più radicati del pensiero occidentale, rappresentato dal dualismo rigido tra la materia inerte e la luce illuminante.
Per secoli, a partire dalla separazione cartesiana tra res extensa e res cogitans, la tradizione filosofica e scientifica ha concepito la materia come una macchina inerte, un insieme di ingranaggi meccanici mossi unicamente da urti chimici e fisici.
In questo paradigma la luce era intesa quasi esclusivamente come lumen, cioè un principio esterno o una chiarezza razionale che giunge dall'alto per rischiarare un mondo di per sé cieco e muto.
Se la materia viva è invece capace di generare da sé il proprio chiarore, quella storica contrapposizione comincia a dissolversi.
Il corpo cessa di apparire come un semplice aggregato di particelle passive per rivelare un'emissione fotonica coerente, mostrando la materia biologica come un'architettura dinamica capace di dialogare con se stessa e di integrare informazione ed energia in un unico flusso coordinato.
Al tempo stesso la luce non appare più soltanto come uno strumento conoscitivo con cui la mente umana osserva la natura dall'esterno.
Essa diventa il principio immanente della vita stessa, una modalità espressiva sottile con cui l'organismo mantiene la propria coerenza sistemica nel silenzio dell'inconscio corporeo.
In questo modo il confine tra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori sfuma progressivamente.
Se la fonte del bagliore risiede all'interno della molecola e della cellula, il confine tra ciò che illumina e ciò che viene illuminato si dissolve. Il mistero della conoscenza non risiede soltanto nelle stelle che osserviamo nel cielo notturno, ma nell'energia coordinata che sostiene, attimo dopo attimo, la nostra stessa esistenza.
Le ricerche sui biofotoni ci lasciano così una lezione profonda, ricordandoci che non tutto ciò che è invisibile agli occhi è privo di significato, e non tutto ciò che la scienza non ha ancora interamente catalogato è destinato a rimanere un enigma.
La materia vivente risplende di una sua silenziosa coerenza, dimostrando che la vita è, prima di tutto, un continuo e luminoso dialogo interno.
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Fonti bibliografiche e riferimenti di ricerca
- Gurwitsch, A. G. (1932). Die mitogenetische Strahlung. Springer, Berlin.
- Popp, F.-A. (1989). Coherent Photons in Biological Systems. In: Electromagnetic Bio-Information, Urban & Schwarzenberg, München, pp. 144–167.
- Popp, F.-A., & Yan, Y. (2002). Delayed Luminescence of Biological Systems in Terms of Coherent States. Physics Letters A, 293(1-2), 93-97.
- Popp, F.-A. (2003). Nuovi orizzonti in medicina. La teoria dei biofotoni. Nuova Ipsa Editore, Palermo.
- Bischof, M. (1995). Biophotonen: Das Licht in unseren Zellen. Zweitausendeins, Frankfurt am Main.
- Kaznacheev, V. P., & Mikhailova, L. P. (1981). Ultraweak Radiations in Intercellular Interactions. Nauka, Novosibirsk.