La pioggia cadeva lenta sui vetri del bar dove spesso si fermava per godere di una certa tranquillità.
Marco era seduto da solo a un tavolino vicino alla finestra. Davanti a sé aveva una tazza ormai fredda. Non la toccava da quasi un'ora.
Continuava a ripensare alle parole di Andrea, il suo migliore amico fin dai tempi della scuola.
Avevano condiviso l'università, le difficoltà economiche, i lutti familiari, gli amori falliti. Marco era convinto che esistessero poche certezze nella vita, ma una di queste fosse proprio l'amicizia di Andrea.
Poi, qualche giorno prima, durante una cena tra amici, tutto era cambiato. Davanti a tutti, Andrea aveva raccontato episodi privati che Marco gli aveva confidato in momenti di fragilità. Lo aveva fatto con leggerezza, quasi scherzando. Gli altri avevano riso. Alcuni si erano sentiti a disagio. Marco era rimasto in silenzio.
La cosa peggiore non era stata l'umiliazione. Era stata la sorpresa.
Come aveva potuto comportarsi in quel modo?
Perché una persona che ti vuole bene sceglie di ferirti?
Marco si era ripetuto quella domanda decine di volte. Mentre fissava il riflesso delle gocce sul vetro, si accorse che qualcuno si era seduto di fronte a lui. Era un uomo anziano.
Portava un cappotto scuro e aveva occhi straordinariamente vivi.
«Posso?» domandò.
Marco fece un cenno distratto.
L'uomo osservò il suo viso teso e disse: «Qualcuno ti ha deluso.»
Marco sorrise amaramente: «Si vede così tanto?»
«Più di quanto immagini.», rispose l’uomo con un leggero sorriso.
Per qualche motivo, Marco iniziò a raccontare tutto riguardo all’episodio in cui Andrea tradì la sua amicizia.
Raccontò della fiducia violata, della ferita subita.
Quando ebbe finito, l'anziano rimase in silenzio e dopo un po’ disse:
«Tu stai cercando di capire perché il tuo amico abbia fatto ciò che ha fatto.»
«Esatto.»
«E credi che esista una spiegazione razionale.»
«Perché non dovrebbe esistere?»
L'uomo sorrise: «Molti filosofi lo hanno pensato.»
«Lei è un filosofo?» domandò Marco.
«Qualcuno, molti anni fa, mi definì così.»
Marco rise: «E che cosa direbbe un filosofo?»
L'uomo appoggiò le mani sul tavolo prima di iniziare a parlare: «Direbbe che il problema non è il tuo amico.»
«Come sarebbe?» Marco domandò un poi sorpreso.
«Il problema è la libertà.»
Marco scosse la testa: «Certamente lui ha scelto male.»
«Appunto.»
L'anziano inclinò leggermente il capo: «Ma perché ha potuto scegliere male?»
Marco rimase in silenzio.
«Vedi», continuò l'uomo, «molte persone immaginano il bene e il male come due cose separate. Come se il bene abitasse da una parte e il male dall'altra. Come se le persone buone contenessero soltanto il bene.»
«E non è così?»
«No.»
L'anziano guardò fuori dalla finestra: «Tu hai mai provato rabbia verso qualcuno che ami?»
«Certo.»
«Hai mai desiderato vendicarti?»
Marco abbassò lo sguardo: «Sì.»
«Hai mai pensato qualcosa che non avresti mai avuto il coraggio di fare?»
«Sì.»
«Eppure non per questo sei diventato una persona malvagia.»
Marco non rispose.
«Dentro ogni essere umano», disse l'uomo, «esistono forze differenti. Non una sola.»
«Sta parlando di istinti?» domandò Marco.
«No. Qualcosa di più profondo.»
L'anziano si fermò un momento e poi continuò: «Immagina un albero.»
Marco annuì.
«Tutti vedono il tronco, i rami, le foglie. Ma nessuno vede le radici. Eppure è dalle radici che tutto cresce.»
«Cosa c'entra?»
«Le radici sono oscure. Stanno sotto terra. Non sono ordinate come i rami. Eppure senza di esse l'albero morirebbe.»
Marco iniziava a seguire il ragionamento.
«Lei sta dicendo che esiste una parte oscura in tutti noi?»
«Sto dicendo che esiste una profondità da cui nascono sia la nostra forza sia la nostra libertà.»
«E il male?»
«Il male nasce quando ciò che dovrebbe servire il tutto pretende di diventare il centro.»
Marco rimase perplesso.
L'anziano continuò.
«Pensa al tuo amico. Forse in quel momento ha desiderato essere ammirato. Forse voleva attirare l'attenzione. Forse voleva sentirsi superiore. Forse era arrabbiato con te per qualcosa che non aveva mai confessato.»
«Non lo so.»
«Nemmeno io.»
«Allora come può spiegare ciò che è successo?»
L'uomo sorrise.
«Non posso spiegare lui. Posso spiegare la possibilità di un gesto come il suo.»
Le parole sembrarono colpire Marco: «La possibilità?»
«Sì.»
«Qual è la differenza?» Tornò a chiedere.
«Enorme.»
L'anziano si sporse leggermente in avanti: «Tu stai cercando una causa precisa. Una specie di meccanismo.»
«Forse.»
«Ma la libertà non è un meccanismo.»
Fuori la pioggia continuava a cadere.
«Se ogni nostra azione fosse completamente spiegabile», proseguì l'uomo, «non saremmo veramente liberi. Saremmo ingranaggi.»
«Quindi il male esiste perché siamo liberi?»
«In parte.»
«Non è una risposta molto consolante.»
«La verità raramente lo è.» puntualizzò l’uomo.
Marco sorrise per la prima volta da giorni.
L'anziano continuò: «Molti pensano che il male sia soltanto assenza di bene. Io credo che sia qualcosa di più inquietante.»
«Cosa?»
«La possibilità di invertire l'ordine.»
«Non capisco.»
«Quando ami qualcuno, il tuo io non è il centro di tutto. Riconosci qualcosa che vale più del tuo vantaggio immediato.»
«Sì.»
«Quando tradisci, accade il contrario. Il tuo interesse diventa il centro e tutto il resto viene subordinato.»
Marco ripensò all’episodio di Andrea: quelle risate, quel voler stare al centro della scena.
Per la prima volta qualcosa iniziò a chiarirsi, così continuò a interrogare l’uomo: «Quindi il male non nasce perché una persona è cattiva?»
«No.»
«Nasce perché si può scegliere?»
«Nasce perché c’è libertà.» affermò l’uomo.
Marco rimase a lungo in silenzio.
Poi domandò ancora: «E Dio?»
L'anziano lo guardò: «Cosa c'entra Dio?»
«Se Dio esiste, perché ha creato un mondo in cui questo può accadere?»
L'uomo sorrise, come se aspettasse quella domanda: «Perché un mondo senza questa possibilità sarebbe un mondo senza libertà.»
«Ma allora Dio accetta il male?»
«No.»
«Lo permette?»
«Permette la libertà.»
Marco guardò la pioggia. Per anni aveva immaginato il bene come qualcosa di semplice. Ora iniziava a comprenderne il peso: «Quindi non esiste un modo per eliminare definitivamente il male?»
«Non senza eliminare anche la libertà.»
Quelle parole rimasero sospese tra loro.
Dopo qualche minuto Marco parlò di nuovo.
«Allora cosa dovrei fare con questa ferita?»
L'anziano rimase in silenzio: «Non posso rispondere al posto tuo.»
«Perché?»
«Perché è qui che inizia la tua libertà.»
Marco abbassò gli occhi. Aveva sperato in una soluzione, in una formula o in una risposta definitiva. Invece stava ricevendo qualcosa di diverso.
Una responsabilità: «Posso perdonarlo oppure no.»
«Sì.»
«Posso provare a capire oppure chiudere il rapporto.»
«Sì.»
«Posso trasformare questa ferita in rancore oppure in comprensione.»
L'anziano annuì, poi si alzò.
«Deve andare?» domandò Marco.
«Sì.»
«Non mi ha ancora detto il suo nome.»
L'uomo sorrise.
Indossò il cappotto e poi rispose:
«Mi chiamo Friedrich Schelling.»
Marco spalancò gli occhi, ma nello stesso istante una comitiva entrò nel locale. Per un momento la visuale si oscurò e quando tornò a guardare verso la porta, l'uomo non c'era più.
Restava soltanto la pioggia.
E una domanda nuova.
Non più: "Perché Andrea mi ha ferito?"
Ma: "Che cosa farò io di questa libertà?"
*Spunto tratto dal 5^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo
"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."
