C’è un momento, nella vita di ciascuno, in cui il ritorno smette di essere un semplice gesto fisico e diventa un’esperienza filosofica. Tornare nei luoghi dell’infanzia, rivedere gli oggetti familiari, respirare odori dimenticati: tutto questo sembra promettere una riconciliazione con ciò che siamo stati. Ma è davvero possibile tornare?
Immaginiamo Duarte, un uomo che rientra nel suo villaggio natale dopo molti anni. Il paesaggio è immutato, le case sono le stesse, persino il silenzio sembra identico. Eppure qualcosa è irrimediabilmente diverso: lui. Questo scarto tra permanenza del mondo e trasformazione dell’individuo apre una frattura fondamentale. Il ritorno, allora, non è mai un recupero, ma una presa di coscienza.
Qui emerge un nodo centrale del pensiero esistenziale: l’identità non è qualcosa di fisso, ma un processo. Duarte, davanti allo specchio della casa d’infanzia, non cerca il proprio volto — quello è evidente — ma qualcosa che sfugge alla visione immediata. Cerca sé stesso come coscienza.
“Esistere non è vivere. È sapere di vivere.”
Questa intuizione segna un passaggio decisivo. Non basta essere al mondo: ciò che definisce l’umano è la consapevolezza della propria esistenza. Tuttavia, questa consapevolezza non è pacifica. Al contrario, introduce una distanza tra ciò che siamo e ciò che sappiamo di essere. In questa distanza nasce l’inquietudine, ma anche la possibilità di interrogarsi.
La casa d’infanzia diventa così un luogo simbolico: non più rifugio, ma spazio di confronto. Ogni oggetto richiama un passato che non può essere recuperato, ma solo reinterpretato. Il tempo non si lascia attraversare all’indietro; può solo essere pensato.
E allora, che cosa resta?
Resta la ricerca. Non come tentativo di trovare una risposta definitiva, ma come esperienza stessa del senso. Forse il significato della vita non è qualcosa di dato, ma qualcosa che accade nel momento in cui lo si cerca. Non una meta, ma un movimento.
Quando Duarte esce di casa, la nebbia si sta dissolvendo. Non perché il mondo sia cambiato, ma perché è cambiato il suo modo di guardarlo. È qui, forse, che si compie il vero ritorno: non verso un luogo, ma verso una nuova forma di consapevolezza.
Conclusione
Il ritorno impossibile ci insegna che l’identità non è un punto d’arrivo, ma una tensione continua tra essere e coscienza. In questa tensione si gioca l’esperienza umana più autentica: quella di cercare, senza garanzie, un senso che non è mai definitivo, ma sempre in divenire.
*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo



