sabato 7 marzo 2026

Non avere fretta di trovare risposte definitive



Era un pomeriggio silenzioso nello studio dell’università. Le finestre lasciavano entrare una luce chiara che cadeva sui tavoli coperti di libri: Platone, Plotino, i padri della Chiesa, filosofi moderni. In mezzo a quella piccola biblioteca sedeva Delia, immersa nei suoi appunti. Non aveva l’aria di chi difende un sistema filosofico già costruito; piuttosto sembrava qualcuno che stesse ancora cercando, come se il pensiero fosse un cammino mai concluso.

Un giovane studioso era venuto a incontrarla. Aveva letto alcuni dei suoi saggi e voleva capire meglio il filo che attraversava il suo pensiero. Dopo qualche momento di esitazione, le rivolse una domanda semplice ma impegnativa: quale fosse, in fondo, il cuore della sua filosofia.

Delia sorrise leggermente, come se la domanda le fosse familiare ma non del tutto risolvibile.

«Se dovessi dirlo in poche parole,» iniziò lentamente, «direi che la filosofia non è un sistema chiuso. La storia del pensiero umano è troppo ricca per essere rinchiusa in una sola dottrina.»

Indicò con lo sguardo gli scaffali attorno a loro.

«Qui ci sono secoli di riflessione: i greci, i pensatori cristiani, i filosofi moderni. Ognuno di loro ha colto qualcosa di vero. Ma nessuno ha posseduto la verità intera.»

Il giovane rimase in silenzio. Lei continuò.

Secondo Delia, il filosofo non dovrebbe cercare di erigere una fortezza teorica dentro la quale difendere la propria dottrina contro tutte le altre. Il suo compito è piuttosto quello di mettere in relazione le idee, di ascoltare le voci del passato e farle dialogare tra loro. La filosofia nasce proprio da questo incontro: dalla tensione tra prospettive diverse.

«Quando un pensiero diventa troppo sicuro di sé,» disse, «si trasforma facilmente in dogma. E quando diventa dogma, smette di essere filosofia.»

Il giovane osservò che una visione del genere poteva sembrare vicina al relativismo. Se ogni tradizione coglie solo una parte della verità, allora forse nessuna verità è davvero possibile.

Ma Delia scosse la testa.

«Non è così. La verità esiste, ma noi la vediamo solo in parte. L’intelligenza umana è limitata. Ogni sistema filosofico illumina un lato della realtà, ma non tutta la realtà. Per questo la filosofia deve restare aperta.»

Parlava con la calma di chi non ha bisogno di convincere con forza, ma solo di mostrare una prospettiva. La conversazione si spostò poi sui suoi studi dedicati all’antichità e al Medioevo. Il giovane le chiese perché tornasse così spesso a quei periodi.

Delia prese un libro di Platone dal tavolo e lo sfogliò lentamente.

«Perché lì le grandi domande sono state poste con una chiarezza straordinaria,» disse. «Che cos’è il bene? Che cos’è l’anima? Che cosa rende giusta una vita?»

Chiuse il libro.

«La modernità pensa spesso di aver superato queste domande. Ma non è vero. Continuiamo a viverle, anche se le formuliamo in modi diversi.»

Parlarono poi di etica. Qui la sua voce cambiò leggermente tono, diventando più intensa. Per lei la morale non nasce semplicemente da regole astratte. Nasce dal rapporto tra gli esseri umani. Nessuno vive veramente da solo: ogni azione tocca gli altri, modifica il mondo comune.

«La coscienza morale,» spiegò, «nasce quando comprendiamo la responsabilità che abbiamo gli uni verso gli altri.»

Per questo, secondo lei, la filosofia non può rimanere indifferente alla sofferenza e all’ingiustizia. Il pensiero ha anche un compito morale: difendere la dignità della persona, opporsi alla violenza e a ogni forma di dominio che riduca l’essere umano a strumento.

Il sole stava ormai scendendo dietro le finestre quando la conversazione volgeva al termine. Il giovane studioso, prima di andare via, le fece un’ultima domanda: cosa dovrebbe fare chi decide di dedicarsi alla filosofia?

Delia rimase qualche istante in silenzio.

«Prima di tutto,» disse infine, «non avere fretta di trovare risposte definitive.»

Secondo lei la filosofia richiede pazienza e coraggio: la pazienza di leggere tradizioni diverse e il coraggio di mettere in discussione le proprie certezze. Il pensiero cresce proprio nel confronto tra idee diverse.

Quando il giovane lasciò lo studio, le luci della sera iniziavano ad accendersi nei corridoi dell’università. Dietro di lui, nella stanza piena di libri, Delia era già tornata ai suoi appunti.

La filosofia, per lei, non era mai stata il possesso della verità. Era qualcosa di più vivo e più difficile: una ricerca continua, un dialogo che attraversa i secoli, un cammino in cui l’essere umano continua a interrogare sé stesso e il mondo.


*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo


venerdì 6 marzo 2026

Le voci dall'aldilà


 

La casa era immersa nel silenzio. Non un silenzio normale, ma uno di quelli pesanti, che sembrano premere sulle pareti. Andrea era seduto davanti al registratore a bobine su cui era montato il nastro numero 187.

Negli ultimi anni aveva registrato migliaia di nastri. Voci brevi, lampi di parole che emergevano dal rumore statico. Alcuni scienziati lo consideravano un pazzo. Altri, più prudenti, parlavano di fenomeno di voce elettronica. Andrea non cercava più di convincere nessuno. Voleva solo ascoltare.

Sul tavolo c’erano tre microfoni, disposti in triangolo. Una radio sintonizzata tra due frequenze produceva un fruscio continuo. Il registratore girava lentamente.

Lui parlò nel buio: “Se qualcuno può sentirci… rispondete.”

Premette stop. La registrazione era durata solo trenta secondi. Poi iniziò il rituale che ormai conosceva a memoria: riavvolgere, sedersi, ascoltare. Il nastro partì. Fruscio. Crepitii. Rumore bianco. Poi, a circa dodici secondi…

Una voce debolissima: “sì.”

Andrea rimase immobile. Non era la prima volta che succedeva. Ma ogni volta il suo corpo reagiva allo stesso modo: pelle d’oca, respiro corto, cuore accelerato.

Segnò il minuto nel suo quaderno. Ma la registrazione non era finita.

Al secondo 21 comparve un’altra voce più veloce, più distorta: “Ascolta meglio.”

Andrea si avvicinò al registratore. Non ricordava di aver mai sentito quella frase prima.

Riascoltò: “Ascolta meglio.”

Un brivido gli percorse la schiena.

Continuò. Fruscio. Rumore. Poi, al secondo 28, successe qualcosa di diverso. Non era una parola. Era un coro. Come decine di voci sovrapposte, troppo rapide per essere comprese. Andrea fermò il   nastro. La stanza sembrava improvvisamente più fredda. Guardò la bobina girare lentamente mentre si fermava. Per qualche motivo, ebbe la sensazione improvvisa che le voci non fossero casuali.

Due settimane dopo Il nastro 187 non era rimasto un caso isolato. Le registrazioni successive erano cambiate. Le voci erano diventate più lunghe, più chiare, più… dirette.

Una notte Andrea fece una domanda diversa: “Chi siete?”

Quando riascoltò il nastro, la risposta arrivò quasi subito: “Apri.”

Lui corrugò la fronte.

“Apri cosa?” disse ad alta voce, anche se il registratore non stava registrando.

Riavvolse e ascoltò ancora: “Apri.”

Solo quella parola. Quella notte dormì poco.

Col passare dei giorni, le registrazioni iniziarono a contenere qualcosa di nuovo.

Non solo parole, anche conversazioni spezzate e veloci. Come se provenissero da una stanza lontana. Una notte, mentre analizzava un nastro, sentì chiaramente due voci parlare tra loro.

“Lui ascolta.” Disse la prima.

“Sì.” Rispose la seconda.

“Può aprire.” Ribadì la prima.

Andrea smise di respirare per qualche secondo.

Non stavano parlando a lui; stavano parlando di lui. Era tardi. Forse le tre del mattino.

Andrea preparò un’ultima sessione. Stavolta la stanza era completamente buia.

Il registratore iniziò a girare: “Se siete davvero lì… ditemi cosa volete.”

Trenta secondi e poi stop. Riavvolse. Play di nuovo. Fruscio.

Poi, quasi subito, una frase chiarissima, troppo chiara: “Abbiamo bisogno di più spazio.”

Raudive sentì il cuore battere forte. La registrazione continuò.

Una seconda voce: “Lui non capisce.”

Poi una terza: “Presto capirà.”

Andrea allungò la mano per fermare il registratore, ma il nastro continuò a scorrere. Anche se il motore era spento. Il suono diventò più forte. Centinaia di voci sovrapposte, come se ci fosse un’enorme folla dietro una porta chiusa. Poi tutte insieme dissero una sola parola: “Apri.”

La bobina si fermò di colpo. Il silenzio tornò nella stanza.

Andrea rimase immobile per diversi minuti. Poi guardò lentamente il registratore, il microfono, la radio, Il nastro. E per la prima volta da quando aveva iniziato i suoi esperimenti, ebbe un pensiero che lo terrorizzò. Forse il registratore era il mezzo attraverso il quale i defunti cercavano di comunicare.


*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo

giovedì 5 marzo 2026

Il sonno dell’uomo e il richiamo al risveglio


In un villaggio ai piedi delle montagne del Caucaso viveva un giovane di nome Marco. Era intelligente, curioso, ma inquieto. Sentiva che la vita gli scivolava addosso come acqua tra le dita: lavorava, mangiava, parlava, rideva… ma qualcosa in lui dormiva.

Un giorno arrivò al villaggio un viandante anziano, dagli occhi penetranti e dal passo silenzioso. Non si presentò come maestro, né come santo. Si sedette semplicemente nella piazza e cominciò a osservare la gente.

Marco, infastidito da quello sguardo che sembrava attraversarlo, gli chiese:

- Perché mi guardi così?

L’uomo rispose:

- Non guardo te. Guardo la macchina.

- Quale macchina? Non vedi che sono un uomo?

Il viandante sorrise.

- Tu credi di essere uno. Ma dentro di te parlano molti “io”. Uno vuole lavorare, uno vuole dormire, uno vuole essere ammirato, uno vuole fuggire. Quando uno parla, credi che sia tutto te stesso. Ma un’ora dopo un altro prende il suo posto.

Marco si offese. Eppure, quella notte, si accorse che era vero: aveva promesso di alzarsi all’alba, ma al mattino un altro “io” decise di restare a letto.

Il giorno seguente il viandante portò Marco al mercato.

- Osserva - disse.

La gente contrattava, litigava, rideva, si arrabbiava. Un uomo gridava per un prezzo troppo alto, poi cinque minuti dopo rideva con lo stesso venditore.

- Vedi? - disse il viandante. - Sono mossi come burattini. Una parola li accende, un gesto li spegne. Credono di scegliere, ma reagiscono soltanto.

- E io? - chiese Marco.

- Anche tu. Finché non impari a ricordarti di te stesso.

- Ricordarmi? Io non mi sono mai dimenticato!

- Prova ora - disse l’uomo. - Senti il tuo corpo. Ascolta i rumori. E nello stesso tempo sappi che tu sei qui.

Marco provò. Per un istante sentì il peso dei piedi, l’aria sulla pelle, il brusio del mercato… e insieme una presenza silenziosa dentro di sé. Poi l’esperienza svanì.

- È difficile - ammise.

- È il primo passo - disse il viandante. - Senza questo, l’uomo vive e muore addormentato.

Una sera, seduti accanto al fuoco, il viandante disegnò sulla sabbia una carrozza.

- Il corpo è la carrozza.

Le emozioni sono il cavallo.

La mente è il cocchiere.

E il padrone… è colui che dovrebbe decidere la destinazione.

- E dov’è il padrone? - chiese Marco.

- Dorme dentro la casa. E spesso la carrozza gira senza meta: il cavallo corre dove vuole, il cocchiere si distrae, la carrozza si rovina. Il padrone non sa nemmeno che il viaggio è iniziato.

- Come si sveglia?

- Con sforzo cosciente e sofferenza volontaria.

Marco non capì.

- Sforzo cosciente è fare ciò che hai deciso, anche quando non ti piace.
Sofferenza volontaria è accettare di vedere la verità su te stesso, anche quando ferisce il tuo orgoglio.

Il viandante restò nel villaggio quaranta giorni. Ogni giorno affidava ad Marco piccoli compiti: spaccare legna in silenzio osservando i propri pensieri, ascoltare un insulto senza reagire, danzare seguendo movimenti precisi senza distrarsi.

Marco scoprì quanto fosse meccanico: si arrabbiava senza volerlo, si vantava senza accorgersene, prometteva e dimenticava.

Ma lentamente qualcosa cambiò. Tra un pensiero e l’altro comparivano brevi istanti di presenza. Non erano emozioni forti, ma una calma lucida.

Arrivò il mattino in cui il viandante partì senza salutare.

Marco lo cercò invano. Al suo posto trovò solo un piccolo specchio e un biglietto:

"Non credere. Verifica.  Non dormire. Osserva. Non aspettare un maestro. Svegliati."

Marco guardò il suo riflesso. Per la prima volta non vide solo il suo volto, ma la molteplicità dei suoi “io”. E dietro di essi, come un cielo silenzioso, la possibilità di essere davvero uno.

Da quel giorno continuò a vivere nel villaggio: lavorava, parlava, rideva. Ma ogni tanto, nel mezzo di un gesto qualunque, si ricordava di sé.

E in quell’istante, la macchina diventava uomo.


*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo

mercoledì 4 marzo 2026

Gramsci si racconta


Mi chiamo Antonio Gramsci, e la mia vita è stata un dialogo continuo tra fragilità e forza, tra silenzio e pensiero.

Sono nato in Sardegna, in una terra dura, segnata dalla povertà e dall’isolamento. Da bambino ero spesso malato, il mio corpo era debole, ma la mia mente cercava ostinatamente di capire. Vivevo in una famiglia che conosceva le difficoltà: l’arresto di mio padre, le ristrettezze economiche, il senso di esclusione. 

Forse è stato allora che ho iniziato a domandarmi perché la società fosse così ingiusta, perché alcuni nascessero già destinati a comandare e altri a lottare per sopravvivere.

Quando arrivai a Torino per studiare, il mondo mi apparve diverso. Le fabbriche, il rumore delle officine, gli operai che scioperavano: lì vidi la storia in movimento. Mi avvicinai al socialismo, non come a un’astrazione teorica, ma come a una speranza concreta per uomini e donne in carne e ossa.

Eppure qualcosa non mi tornava. Se lo sfruttamento era così evidente, perché non scoppiava ovunque la rivoluzione? Perché molti operai difendevano valori e idee che, in fondo, rafforzavano il sistema che li opprimeva?

Fu allora che iniziai a comprendere che il potere non si regge soltanto sulla forza. Le classi dirigenti non dominano solo con le leggi o con la polizia. Dominano perché riescono a far sembrare naturale il proprio dominio. Attraverso la scuola, la Chiesa, i giornali, la cultura popolare, costruiscono un senso comune che rende l’ordine esistente quasi inevitabile.

Io chiamai tutto questo egemonia: una forma di direzione morale e intellettuale, prima ancora che politica.

Capì allora che la lotta non poteva limitarsi alla conquista dello Stato. C’era un terreno più vasto e più sottile: la società civile. Lì si formano le coscienze, lì si sedimentano le abitudini, lì si trasmettono le idee. Per trasformare davvero la società, occorre costruire una nuova cultura.

Per questo riflettei tanto sul ruolo degli intellettuali. Non sono soltanto professori o artisti. Ogni classe che vuole diventare dirigente deve creare i propri intellettuali “organici”, capaci di dare coerenza e forza alla propria visione del mondo. Anche un operaio che organizza i compagni, che studia, che educa, svolge una funzione intellettuale.

Poi arrivò il fascismo. Fui arrestato dal regime di Benito Mussolini. Durante il processo, il pubblico ministero disse: “Bisogna impedire a questo cervello di funzionare per vent’anni.” Volevano spegnere il pensiero.

Ma il carcere divenne il luogo della mia riflessione più profonda. Tra le mura fredde, con la salute che peggiorava, scrissi i miei appunti, che oggi sono raccolti nei Quaderni del carcere. Scrivevo con cautela, usando talvolta un linguaggio velato per evitare la censura. Ma dentro quelle pagine c’era la mia convinzione più forte: la trasformazione in Occidente non può essere un assalto improvviso, come era avvenuto nella Russia rivoluzionaria. Qui lo Stato è protetto da una fitta rete di istituzioni, tradizioni, credenze. È una fortezza complessa.

La rivoluzione, in queste società, deve essere una “guerra di posizione”: lenta, paziente, combattuta nel campo della cultura, dell’educazione, dell’organizzazione.

In carcere meditai anche sul fatto che ogni uomo è un filosofo. Tutti abbiamo una concezione del mondo, anche se frammentaria, contraddittoria. Il compito non è imporre una verità dall’alto, ma aiutare ciascuno a diventare consapevole del proprio pensiero, a renderlo critico e coerente.

Ho vissuto poco, e spesso nel dolore. Ma non ho mai smesso di credere che la cultura sia una forza rivoluzionaria. Non ho impugnato armi: ho impugnato idee. Ho creduto che l’educazione fosse lo strumento più potente per spezzare le catene invisibili del consenso.

Se oggi ripenso alla mia vita, la vedo come un tentativo ostinato di comprendere il legame tra potere e coscienza. Perché il dominio più solido è quello che si insinua nelle menti, e la libertà più autentica nasce quando impariamo a pensare con la nostra testa.

E forse, nonostante tutto, quel cervello non ha mai smesso di funzionare.

 

*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo

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