Quando ricevette
la lettera, Elia aveva ottantadue anni.
Non era una
lettera come le altre. La busta era grigia, priva di mittente, e il foglio
all’interno conteneva soltanto una frase:
«Ti
restano trenta giorni per rispondere all’ultima domanda.»
Nient’altro.
Elia lesse più volte quelle parole, seduto accanto alla finestra del suo appartamento. Fuori, il sole di novembre scivolava lentamente dietro i tetti della città.
Per qualche minuto sorrise.
Pensò a uno scherzo.
Poi, senza sapere perché, sentì un
brivido attraversargli la schiena.
La notte successiva sognò una voce.
Non vide alcun volto, né alcuna figura.
Solo una
presenza invisibile che parlava nel buio.
«Ogni essere
umano», disse la voce, «riceve una domanda alla nascita.»
«E quale
sarebbe?»
«La stessa per
tutti.»
«Perché non la
ricordo?» domandò Elia.
«Perché la vita
intera è il tentativo di comprenderla.»
Quando si svegliò
aveva il cuore accelerato.
Nei giorni seguenti il sogno tornò più volte. Sempre uguale.
Sempre quella voce.
Alla fine Elia smise di considerarlo un semplice prodotto della sua immaginazione.
Dopotutto, sentiva il proprio corpo indebolirsi ogni settimana.
I medici parlavano con cautela, ma lui conosceva la verità.
Il tempo rimasto non era molto.
Cominciò allora a
interrogarsi.
Qual era stata la
sua domanda?
Aveva insegnato filosofia per quarant’anni. Aveva letto migliaia di libri.
Aveva amato una donna, Marta, morta dieci anni prima. Aveva avuto amici, allievi, discussioni infinite.
Eppure nessuna di queste cose sembrava contenere la risposta.
Una sera aprì un
vecchio cassetto e trovò alcune lettere di Marta.
La sua
calligrafia era ancora viva sulla carta.
«Mi manchi»,
aveva scritto in una di esse.
Elia passò le
dita su quelle parole. Improvvisamente comprese qualcosa.
Marta era morta da dieci anni.
Eppure quella frase continuava a parlargli.
La sua voce non esisteva più nel mondo, e tuttavia era ancora presente.
Come una brace nascosta
sotto la cenere.
Fu allora che nacque in lui un pensiero inquietante.
Forse ciò che gli faceva paura non era la morte in sé.
Forse era il silenzio.
L’idea di non poter più rispondere.
Finché era vivo, qualcuno poteva ancora chiamarlo per nome.
Qualcuno poteva ancora rivolgergli una domanda.
Persino uno sconosciuto per strada.
Persino un bambino.
Persino il vento, in certe giornate.
La vita consisteva in quella continua possibilità di essere interpellati.
La morte avrebbe spezzato tutto questo.
Non avrebbe semplicemente fermato il cuore.
Avrebbe interrotto il dialogo.
Nei giorni successivi questa intuizione lo ossessionò.
Camminava per la città osservando le persone. Le vedeva parlare al telefono, discutere nei bar, salutarsi da una finestra all’altra.
Ogni parola appariva improvvisamente preziosa.
Fragile.
Destinata a sparire.
E proprio per questo necessaria.
Una mattina entrò
in una scuola elementare. Era stato invitato anni prima per una conferenza e il
custode lo riconobbe.
«Professore, che
sorpresa!»
Elia sorrise. Nel
cortile alcuni bambini correvano gridando.
Uno di loro gli
si avvicinò: «Come ti chiami?»
La domanda lo colse
impreparato: «Mi chiamo Elia.»
«Io sono Davide.»
Poi il bambino corse via.
Elia rimase
immobile.
Quelle poche
parole gli erano sembrate straordinariamente importanti.
Perché un nome non era soltanto un suono. Era una continuità.
Una storia.
Un filo invisibile che attraversava gli anni.
Essere chiamati significava essere riconosciuti come qualcuno.
Non come qualcosa.
E allora pensò alla rinascita, di cui tanti filosofi e religioni avevano parlato.
Se davvero
fosse rinato un giorno senza ricordare nulla, con un altro volto e un altro
nome, che senso avrebbe avuto?
Quel nuovo
individuo sarebbe stato lui?
Oppure soltanto
un estraneo?
Più ci rifletteva, meno riusciva a trovare conforto nell’idea.
Una vita completamente
nuova non avrebbe restituito quella attuale.
Non avrebbe restituito Marta.
Non avrebbe restituito le sue memorie.
Non avrebbe restituito il nome di Elia.
Sarebbe stata soltanto un’altra storia.
Un altro
essere. Quasi una seconda forma di morte.
Il ventinovesimo giorno arrivò senza che lui avesse trovato alcuna risposta.
Quella notte la voce tornò.
Più vicina che mai.
«È quasi tempo.»
«Non conosco ancora
la domanda», disse Elia.
«La conosci», insistette
la voce.
«No.»
«L’hai ascoltata
per tutta la vita.»
Seguì un lungo
silenzio.
Poi la voce parlò
ancora: «Perché ti dispiace morire?»
Elia rimase
immobile. Era una domanda semplice. Perfino banale.
Eppure nessuna
delle sue letture sembrava sufficiente. Nessuna teoria.
Nessun sistema
filosofico. Nessuna dottrina.
Allora rispose
con sincerità: «Mi dispiace morire perché amo essere qui.
Mi dispiace perché non vedrò più il cielo d’inverno.
Perché non sentirò più le risate dei bambini.
Perché non potrò più pronunciare il nome di chi ho amato.
Ma
soprattutto, mi dispiace perché non potrò più rispondere.»
Per la prima
volta la voce sembrò mutare, come se stesse ascoltando davvero: «Rispondere a
chi?»
Elia chiuse gli occhi. Vide il volto di Marta.
Vide i suoi studenti. Vide i genitori ormai scomparsi.
Vide il bambino incontrato nel cortile.
Vide migliaia di volti
dimenticati.
«A tutti.»
Dopo una breve
pausa, la voce domandò: «E perché credi che la risposta sia così importante?»
Elia rifletté a
lungo e infine disse: «Perché ogni risposta è una traccia. Un segno lasciato
contro il nulla. Noi parliamo perché siamo destinati a scomparire. Se fossimo
eterni, forse non avremmo bisogno di dire nulla. Ogni parola nasce dalla
fragilità. Scriviamo lettere, racconti, poesie. Diamo nomi alle cose. Non per
fermare davvero il tempo, ma per opporgli una piccola resistenza. Per questo la
morte è così dolorosa. Perché interrompe quel gesto.»
Passarono alcuni
istanti prima che la voce replicasse: «Hai quasi risposto.»
«Quasi?», puntualizzò
Elia.
«Manca ancora
qualcosa.»
Elia rimase in
silenzio a riflettere. Allora comprese ciò che aveva cercato per tutta la vita:
la vera assurdità non era morire, ma essere nati.
Essere stati
chiamati all’esistenza, strappati al nulla.
Ricevere un nome.
Una storia. Un volto. E poi doverli perdere.
La nascita
conteneva già la morte. Come una promessa spezzata fin dall’inizio. Come una
luce che, nel momento stesso in cui si accende, inizia a consumarsi.
Infine Elia
sussurrò: «Ho capito.»
«Che cosa hai capito?»,
domandò la voce.
«Mi dispiace
morire perché sono nato.»
La voce non parlò
più. Ma Elia sentì che stava ascoltando.
«La nascita ci fa
credere che la nostra presenza debba continuare. Ogni bambino che viene al
mondo porta con sé un’aspettativa silenziosa di permanenza. La morte non
distrugge soltanto una vita. Contraddice quella promessa.»
Per la prima
volta, il buio sembrò illuminarsi. Non di luce. Di comprensione.
«E questa è la
tua risposta?»
«Sì.»
«Ne sei certo?»
Elia pensò a
Marta. Pensò al proprio nome. Pensò alle parole che aveva pronunciato. Pensò al
tempo.
«No», disse
infine sorridendo.
«Ma è la migliore
che possiedo.»
La voce rise
dolcemente. Una risata antica come il mondo.
Dopo seguì il
silenzio.
Quando Elia si
svegliò era mattina. La lettera grigia era scomparsa.
Sul tavolo, al
suo posto, trovò un foglio bianco. Vi era scritta una sola frase.
«Ogni
essere umano è la risposta provvisoria a una domanda eterna.»
Elia rimase a
guardarla a lungo.
Poi prese una
penna.
E cominciò a
scrivere.
Perché era ancora
vivo.
E finché era
vivo, poteva ancora rispondere.
*Spunto tratto dal 5^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo
"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."
