Era una sera d'estate. Il sole stava lentamente scomparendo dietro gli alberi e il cielo si colorava di quelle sfumature che sembrano appartenere soltanto agli ultimi minuti del giorno.
Padre e figlio camminavano lungo un sentiero di campagna senza fretta. Non avevano una meta precisa. Stavano semplicemente condividendo il silenzio.
Fu il ragazzo a interromperlo.
«Papà, perché dici sempre che bisogna rispettare tutti? Anche quelli che ci fanno del male?»
Il padre sorrise.
«Non ho detto che dobbiamo approvare tutto ciò che fanno. Ho detto che non dobbiamo mai dimenticare che davanti a noi c'è una persona.»
Il figlio abbassò lo sguardo.
«Ma cosa cambia?»
Il padre raccolse un piccolo sasso da terra e lo fece ruotare tra le dita.
«Conosci Martin Buber?»
«No.»
«Era un filosofo che dedicò tutta la sua vita a una domanda semplice: cosa succede davvero quando due persone si incontrano?»
Il ragazzo sembrò incuriosito.
«E cosa aveva scoperto?»
«Che esistono due modi completamente diversi di guardare il mondo.»
«Quali?»
«Possiamo guardare qualcuno come fosse un oggetto. Oppure possiamo incontrarlo davvero.»
leggi: Relazioni umane: comprendere sé stessi attraverso gli altri
Il figlio rimase in silenzio.
Il padre continuò.
«Buber chiamava il primo modo "Io-Esso". Quando vivi così, tutto diventa una cosa: le persone servono, sono utili, fanno comodo oppure danno fastidio. Le giudichi per quello che ti offrono. Se non ti servono più, smetti di vederle.»
«Succede spesso.»
«Molto più spesso di quanto immagini.»
Il ragazzo rifletté qualche istante.
«E l'altro modo?»
Il padre si fermò.
Indicò un vecchio ulivo.
«Guarda quell'albero.»
«Lo vedo.»
«Che cos'è?»
«Un ulivo.»
«Sei sicuro?»
«Certo.»
Il padre sorrise.
«Hai detto il suo nome. Hai classificato ciò che vedi. Ma lo hai davvero guardato?»
Il ragazzo rimase perplesso.
Il padre gli posò una mano sulla spalla.
«È quello che facciamo continuamente anche con le persone. Appena incontriamo qualcuno gli mettiamo un'etichetta: simpatico, antipatico, ricco, povero, intelligente, ignorante, di destra, di sinistra, credente, ateo... Dopo l'etichetta smettiamo di incontrarlo.»
Il figlio annuì lentamente.
«Quindi conoscere non basta?»
«No. Conoscere è importante. Ma incontrare è qualcosa di infinitamente più grande.»
Camminarono ancora qualche metro.
Il ragazzo domandò:
«E cos'è allora un vero incontro?»
Il padre rimase in silenzio per qualche secondo, quasi cercando le parole.
«È quando davanti all'altro smetti di pensare soltanto a te stesso.»
«Solo questo?»
«Non è poco.»
Poi aggiunse:
«È quando ascolti senza preparare la risposta. Quando guardi senza giudicare. Quando lasci che l'altro ti cambi.»
Il ragazzo spalancò gli occhi.
«L'altro può cambiare me?»
«Sempre.»
«Anche uno sconosciuto?»
«Soprattutto uno sconosciuto.»
leggi: Il filosofo che trovò il senso della vita in cucina
Continuarono a camminare.
Il vento faceva muovere le spighe come onde dorate.
«Sai qual è la cosa più straordinaria che diceva Buber?»
«No.»
«Che ogni volta che incontriamo davvero una persona incontriamo anche Dio.»
Il ragazzo si fermò.
«Come sarebbe? Dio è una persona?»
Il padre sorrise.
«Non nel senso in cui lo immagini. Buber non diceva che Dio compare magicamente davanti a noi. Diceva qualcosa di ancora più profondo.»
«Cioè?»
«Che Dio si manifesta nello spazio che nasce tra due persone quando si riconoscono davvero.»
Il ragazzo rimase pensieroso.
«Quindi Dio è tra le persone?»
«Quando il dialogo è autentico, sì.»
Il ragazzo abbassò la voce.
«Ma allora perché ci sono così tante guerre?»
Il padre sospirò.
«Perché abbiamo imparato a parlare, ma non a dialogare.»
«Non è la stessa cosa?»
«No.»
«Per niente.»
«Parlare significa usare parole.»
«Dialogare significa offrire se stessi.»
Il figlio rifletté.
«È difficile.»
«Infatti.»
«Molto difficile.»
Il padre raccolse una foglia caduta.
«Vedi questa?»
«Sì.»
«Da sola è fragile. Ma finché era sull'albero riceveva la vita dal tronco.»
«Certo.»
«Anche noi siamo così. Quando interrompiamo il dialogo con gli altri, lentamente perdiamo qualcosa di noi stessi.»
Il ragazzo sembrava ascoltare ogni parola.
«Papà...»
«Dimmi.»
«Perché oggi tutti litigano così facilmente?»
Il padre sorrise amaramente.
«Perché vogliono vincere.»
«E cosa c'è di male?»
«Nel dialogo non esistono vincitori.»
«Esistono persone che diventano entrambe più vere.»
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Continuarono il cammino.
Il cielo era ormai attraversato dalle prime stelle.
Il ragazzo parlò quasi sottovoce.
«Quindi quando tratto male qualcuno...»
«...stai impoverendo anche te stesso.»
«E quando ascolto qualcuno?»
«Stai facendo spazio alla vita.»
«Anche se non sono d'accordo?»
«Soprattutto se non sei d'accordo.»
Il ragazzo sorrise.
«Pensavo che la filosofia servisse a trovare risposte.»
Il padre rise.
«Le risposte arrivano dopo.»
«E prima?»
«Prima bisogna imparare a guardare.»
«E ad ascoltare.»
«Esatto.»
Arrivarono vicino a un piccolo ponte.
L'acqua del torrente scorreva lentamente.
Il padre si appoggiò alla ringhiera.
«Sai cosa temo di più?»
«Che cosa?»
«Che un giorno la tecnologia ci permetta di parlare con tutto il mondo ma ci faccia dimenticare come guardare negli occhi una sola persona.»
Il ragazzo rimase in silenzio.
Quelle parole sembravano pesanti.
«Allora cosa devo imparare?»
Il padre lo guardò con tenerezza.
«Ogni persona che incontrerai sarà una possibilità.»
«Di cosa?»
«Di diventare un uomo migliore.»
«Anche chi mi farà soffrire?»
«Anche lui.»
«Perché?»
«Perché ogni incontro ti costringerà a scegliere chi vuoi essere.»
Il sole era ormai tramontato.
Restava soltanto una luce tenue all'orizzonte.
Il padre concluse:
«Ricorda una cosa, figlio mio. Il mondo non cambia quando impariamo ad avere ragione. Cambia quando impariamo a riconoscere nell'altro un "Tu" e non un semplice "Esso". È lì che nasce ogni amicizia autentica, ogni amore vero, ogni pace possibile. E forse è proprio lì che Dio continua a bussare alla porta dell'umanità.»
Il ragazzo rimase a guardare l'acqua.
Non disse nulla.
Per la prima volta capiva che una conversazione non serve soltanto a scambiare parole.
Può diventare un luogo sacro.
Per Martin Buber l'uomo non è fatto per vivere chiuso nella propria individualità. La nostra identità nasce nel rapporto con l'altro.
Nessuno diventa veramente sé stesso in solitudine.
Ogni volto che incontriamo ci interpella, ci invita a uscire dal nostro egoismo e ad abitare quello spazio invisibile che solo il dialogo autentico può creare.
In un'epoca dominata dalla velocità, dall'apparenza e dalla comunicazione superficiale, la sua filosofia risuona con una forza sorprendente: non basta essere connessi, bisogna essere presenti.
Non basta parlare, bisogna ascoltare. Non basta vedere, bisogna riconoscere.
Forse è proprio questa la lezione più attuale di Buber: ogni volta che trasformiamo una persona in un mezzo perdiamo qualcosa della nostra umanità; ogni volta che la accogliamo come un "Tu", invece, rendiamo il mondo un luogo un po' più vicino al mistero di Dio.
Perché il divino, prima ancora di essere cercato nei cieli, si lascia incontrare nel volto dell'altro.
*Spunto tratto dal libro: "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 2 di Fabio Squeo
"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."
