venerdì 25 gennaio 2013

Ingrato sentir (poesia)



Son dentro per natural volontà.

Prono sul ciglio,
proietto ombra.

L’arguir imbriglia la convinzione
del non pesar soltanto.

Appronto il  fantoccio nel  vestir l’illusione.

Vento sul viso,
il tempo modella.

Al riconoscer del guado,
l’anima affanna.

L’udir delle membra,
vanità  spegne.

Sorda,
s’attarda,
‘che il mistero si sveli.



Analisi
Questo componimento è una densa riflessione esistenziale e filosofica sulla condizione umana, centrata sul conflitto tra l'illusione dell'io (costruita dalla mente e dall'Ego) e la consapevolezza del limite corporeo e temporale. Attraverso un linguaggio ermetico, arcaicizzante e rigoroso, il testo traccia un percorso di spogliazione dalle vanità verso una resa di fronte al mistero della vita.

Analisi e Tematiche Principali

1. La presenza e il peso dell'illusione (Prime tre strofe)

  • «Son dentro per natural volontà.»: L'incipit perentorio stabilisce la necessità biologica ed esistenziale dell'essere calati nella materia e nella vita.

  • «Prono sul ciglio, / proietto ombra.»: L'immagine del corpo chino sul bordo (di un abisso, di un guado o del tempo) evoca vulnerabilità. Proiettare un'ombra è la prima prova tangibile della propria presenza fisica nel mondo.

  • «L’arguir imbriglia la convinzione / del non pesar soltanto. / Appronto il fantoccio nel vestir l’illusione.»: Qui emerge la critica alla razionalità. Il ragionamento («l'arguir») cerca di convincerci che la nostra esistenza non sia solo materia morta o mero peso corporeo; tuttavia, questa costruzione intellettuale si rivela un inganno: la creazione di un «fantoccio», un'identità fittizia abbigliata di illusioni per mascherare la fragilità dell'essere.

2. Il passaggio del tempo e la presa di coscienza (Quarta e quinta strofa)

  • «Vento sul viso, / il tempo modella.»: Il tempo agisce come un agente atmosferico che consuma e scolpisce la persona, spogliandola dell'artificio.

  • «Al riconoscer del guado, / l’anima affanna.»: Il «guado» rappresenta il punto di passaggio, la transizione o la soglia critica dell'esistenza (la maturità, il declino o la consapevolezza della fine). Di fronte a questa transizione, la dimensione spirituale («l'anima») prova vertigine e affanno.

3. La dissoluzione della vanità e la resa (Ultime tre strofe)

  • «L’udir delle membra, / vanità spegne.»: L'ascolto profondo e concreto del proprio corpo («l'udir delle membra») – con i suoi limiti, il suo decadimento e la sua finitudine – spegne ogni velleità di grandezza e azzera l'Ego.

  • «Sorda, / s'attarda, / 'che il mistero si sveli.»: L'epilogo, scandito da versi brevi e sospesi, descrive l'anima o la coscienza che ormai, resa "sorda" alle distrazioni del mondo e alle illusioni della razionalità, esita e indugia («s'attarda»), rimanendo in attesa immobile che il mistero ultimo dell'esistenza riveli se stesso.

Stile e Registro Linguistico

  • Ermetismo e sintesi: Il componimento elimina il superfluo. I versi sono brevi, scolpiti, e la punteggiatura spezza il ritmo per forzare la riflessione su singole parole chiavi (fantoccio, guado, sorda).

  • Scelta lessicale colta: Termini come «arguir», «membra», «appronto» e l'uso dell'apocope «'che» infondono al testo un tono solenne, classico e quasi meditativo.

  • Progressione drammatica: La poesia muove da una posizione astratta e razionale (l'intelletto che crea l'illusione) a una dimensione fisica ed esperienziale (il corpo, il vento, le membra), per concludersi in una dimensione contemplativa di attesa.


martedì 22 gennaio 2013

Nutrir d'eterno (poesia)







Or che la mia mente riposa,
m’acquatto lontano dalla ragione.

Furtivo, m’approprio dello star solo.

Non ho ragioni da curare.

Voglio sentir dentro.

Provar inseguo del immortal divenir.

Per le vie dei sogni,
 mi ritrovo a far eco di emozioni.

Sorpreso per chiasso d’amore,
di piacer mi annego.

La mia anima è spoglia dal consumar tempo.

D’eterno mi nutro

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Commento
Questa poesia è un’intensa e nitida lirica di ripiegamento interiore e trascendenza. Il testo traccia un percorso di liberazione razionale per approdare a una dimensione contemplativa ed eterna.

Il distacco dalla ragione
I primi versi segnano una rottura deliberata con la logica quotidiana («m’acquatto lontano dalla ragione»). La solitudine non è subita, ma conquistata in modo quasi clandestino («Furtivo, m’approprio dello star solo»). Libero dai doveri dell'intelletto («Non ho ragioni da curare»), il soggetto lirico sceglie l'ascolto puro delle proprie dinamiche interiori.

L'esperienza emotiva e onirica
Nel nucleo centrale, il sogno diventa il veicolo primario di conoscenza esperienziale («Per le vie dei sogni, mi ritrovo a far eco di emozioni»). L'abbandono alla sfera emotiva culmina nell'esperienza totalizzante dell'amore e del piacere («Sorpreso per chiasso d’amore, di piacer mi annego»), suggerendo che la sospensione del pensiero critico lasci spazio a una percezione sensoriale ed emotiva amplificata.

Il tempo e l'eterno
La chiusa offre una forte immagine di spogliazione e rigenerazione:

  • Svincolo dal tempo finito: L'anima si libera dall'usura del tempo convenzionale («spoglia dal consumar tempo»).

  • Dimensione dell'eterno: Il verso finale («D’eterno mi nutro») sintetizza il passaggio da una nutrizione intellettuale a una nutrizione dello spirito, agganciandosi alla tensione originaria verso l'«immortal divenir».

Il linguaggio essenziale e la brevità dei versi conferiscono al testo un ritmo meditato, in linea con lo stato di quiete e sospensione descritto.

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