sabato 18 luglio 2026

Ogni uomo è un'isola: un racconto filosofico ispirato al pensiero di Jean Grenier


Andrea aveva quarantotto anni e una strana sensazione che lo accompagnava ormai da mesi: quella di vivere senza abitare davvero la propria vita.

Ogni mattina la sveglia suonava alle sei e trenta. Il caffè veniva preparato quasi automaticamente, mentre il notiziario scorreva sul televisore acceso più per abitudine che per interesse. 

Poi l'auto, il traffico, l'ufficio, le riunioni, le e-mail, le telefonate, i documenti da firmare. Le giornate sembravano copie imperfette della precedente, come se il tempo avesse smesso di inventare qualcosa di nuovo.

La sera tornava a casa stanco. Non era una stanchezza del corpo. Era qualcosa di più difficile da spiegare. 

Aveva amici, un lavoro stabile, una casa accogliente. Eppure gli sembrava che mancasse sempre qualcosa.

Non avrebbe saputo dire cosa.

Un sabato di ottobre decise di partire senza una meta precisa. 

Guidò per alcune ore fino a raggiungere una piccola località sul mare che non visitava da molti anni. 

La stagione balneare era ormai finita. 

La spiaggia era quasi deserta. Il vento portava con sé l'odore del sale e delle alghe, mentre le onde si rompevano lentamente contro gli scogli.

Camminò senza fretta.

Per la prima volta dopo molto tempo non aveva nessun appuntamento, nessuna scadenza, nessun telefono da controllare.

Si sedette su una roccia.

Davanti a lui il mare sembrava non avere confini.

Rimase lì per diversi minuti senza fare nulla.

All'inizio quella inattività lo infastidì. 

Sentiva il bisogno di occupare il tempo, di leggere qualcosa, di rispondere ai messaggi, di produrre almeno un pensiero utile.

Poi, lentamente, accadde qualcosa.

Il rumore delle onde cominciò a sostituire il brusio continuo della sua mente.

Per la prima volta dopo anni non stava cercando una risposta.

leggi: perché il tempo che viviamo è diverso da quello dell'orologio

Stava semplicemente osservando.

Fu allora che notò un uomo anziano seduto poco distante.

Indossava una vecchia giacca blu e teneva tra le mani un bastone di legno levigato dal tempo. Anche lui guardava il mare.

Non sembrava aspettare nessuno.

Dopo qualche minuto fu l'anziano a rompere il silenzio.

«È curioso.»

Andrea si voltò.

«Che cosa?»

«Quasi tutti vengono qui pensando che il mare abbia qualcosa da dire.»

Andrea sorrise.

«E invece?»

«Il mare non parla.»

Rimasero in silenzio.

«Allora perché continuare a guardarlo?»

L'uomo sorrise appena.

«Perché quando il mare tace, spesso smettiamo finalmente di parlare noi.»

Quelle parole rimasero sospese nell'aria.

Andrea si accorse che, fino a quel momento, aveva sempre pensato al silenzio come a un'assenza.

Quell'uomo sembrava invece considerarlo una presenza.

Nei giorni successivi tornò ogni mattina sulla stessa spiaggia.

L'anziano era sempre lì.

Parlavano poco.

Scoprì che non conosceva quasi nulla della sua vita.

Non sapeva se fosse sposato, se avesse figli, quale lavoro avesse svolto.

Eppure aveva la sensazione di conoscerlo meglio di tante persone frequentate per anni.

Una mattina Andrea gli raccontò della morte del padre.

Erano trascorsi dieci anni.

«Non riesco ancora a parlarne.»

L'anziano rimase in silenzio.

Non cercò frasi di consolazione.

Non disse che il tempo guarisce ogni ferita.

Non raccontò esperienze simili.

Ascoltò.

Solo questo.

Andrea comprese, in quel momento, qualcosa che nessuno gli aveva mai insegnato.

Esistono dolori che possono essere condivisi, ma mai abitati da qualcun altro.

Chi ci ama può avvicinarsi alla nostra sofferenza.

Può camminare accanto a noi.

Può persino piangere insieme a noi.

Ma non potrà mai attraversarla al nostro posto.

Ogni coscienza custodisce stanze nelle quali nessun altro può entrare.

Quella scoperta non lo rese più triste.

Al contrario.

Lo rese più indulgente.

Cominciò a giudicare meno.

Ogni persona incontrata per strada iniziò a sembrargli portatrice di una storia invisibile.

L'uomo nervoso al supermercato.

La ragazza che piangeva sull'autobus.

Il collega sempre aggressivo.

Forse ciascuno combatteva una battaglia che gli altri non potevano vedere.

Cominciò ad ascoltare di più.

A parlare di meno.

Un pomeriggio domandò all'anziano:

«Non si sente mai solo?»

L'uomo guardò il mare.

«Certo.»

Andrea rimase sorpreso.

«E non le pesa?»

«Dipende da quale solitudine parli.»

Andrea non rispose.

«Esiste una solitudine che nasce quando nessuno ci ama.»

Fece una pausa.

«Ed esiste una solitudine che appartiene semplicemente al fatto di essere vivi.»

Andrea lo osservava.

«La seconda non è una malattia.»

Il vento agitava lentamente la superficie dell'acqua.

«È la condizione di ogni essere umano.»

Leggi:il filosofo che rese lo Stoicismo più umano e perché può ancora insegnarci a vivere

Quelle parole cambiarono qualcosa.

Andrea aveva trascorso anni tentando di riempire ogni vuoto.

Nuovi acquisti.

Nuovi progetti.

Nuovi impegni.

Nuove relazioni.

Pensava che ogni senso di incompletezza fosse un difetto da eliminare.

Forse, invece, era proprio quel vuoto a renderlo umano.

Nei giorni seguenti iniziò a camminare nei sentieri che costeggiavano il mare.

Scoprì piccoli dettagli ai quali non aveva mai prestato attenzione.

Un gabbiano immobile controvento.

Le impronte lasciate dalla marea.

L'odore della terra bagnata dopo un breve temporale.

Il rumore delle foglie mosse dal vento.

Nulla di straordinario.

Eppure ogni cosa sembrava possedere una profondità che prima gli sfuggiva.

Comprese che il mondo non aveva cambiato volto.

Era cambiato il suo modo di guardarlo.

L'anziano non gli aveva insegnato una teoria.

Gli aveva insegnato uno sguardo.

L'ultimo giorno Andrea trovò la panchina vuota.

Aspettò.

Nessuno arrivò.

Domandò al proprietario del piccolo bar vicino alla spiaggia se conoscesse quell'uomo.

Il barista sorrise.

«Viene qui da tanti anni.»

«Sa dove abita?»

L'uomo scosse la testa.

«Non l'ho mai chiesto.»

Andrea rimase in silenzio.

Capì che, nonostante tutte le conversazioni avute, dell'anziano conosceva pochissimo.

Eppure ciò che aveva ricevuto bastava.

leggi: Il segreto della trasformazione interiore (Rudolf Steiner)

Prima di ripartire si fermò ancora una volta davanti al mare.

Le onde continuavano il loro movimento eterno.

Nulla sembrava diverso.

Eppure tutto gli appariva nuovo.

Capì allora che nessuno avrebbe mai potuto vivere la sua vita al posto suo.

Nessuno avrebbe potuto sentire esattamente il suo dolore, le sue paure, le sue speranze.

Ogni essere umano è un'isola.

Non perché sia destinato all'isolamento, ma perché custodisce un territorio che appartiene soltanto a lui.

Eppure nessuna isola esiste senza il mare.

È il mare a separarle.

Ma è lo stesso mare a unirle in un unico orizzonte.

Andrea tornò alla sua quotidianità.

La sveglia continuava a suonare alla stessa ora.

Il traffico non era diminuito.

Le riunioni erano sempre le stesse.

Le difficoltà non erano scomparse.

Ciò che era cambiato era il modo di attraversarle.

Aveva smesso di pretendere che il mondo gli offrisse continuamente risposte.

Aveva imparato, invece, ad abitare le domande.

Quando la sera rientrava a casa, non cercava più di riempire ogni istante con rumori e distrazioni. 

A volte si sedeva sul balcone e rimaneva semplicemente a osservare il cielo che cambiava colore. 

Scopriva che il silenzio non era vuoto, ma uno spazio nel quale la vita, finalmente, trovava il coraggio di farsi ascoltare.

Forse è questo il dono più prezioso che possiamo ricevere: non una verità definitiva, ma uno sguardo capace di riconoscere il mistero senza averne paura. 

Perché la saggezza non consiste nel possedere tutte le risposte, ma nel vivere con serenità le domande che ci accompagnano. 

E forse, proprio come il mare insegna alle isole a restare se stesse senza smettere di appartenere allo stesso orizzonte, anche noi possiamo imparare che la nostra solitudine non è una condanna, ma il luogo da cui nasce l'incontro più autentico con gli altri e con il mondo.


*Spunto tratto dal libro: "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 6 di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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giovedì 16 luglio 2026

La malattia mortale di Kierkegaard: il dramma invisibile dell’uomo moderno



Quando sentiamo parlare di una malattia mortale pensiamo immediatamente a una patologia fisica, a una condizione che conduce inevitabilmente alla morte del corpo. 

Tuttavia, il filosofo danese Søren Kierkegaard utilizzò questa espressione in un significato completamente diverso. 

Nel suo celebre libro La malattia mortale (Sygdommen til Døden), pubblicato nel 1849 sotto lo pseudonimo di Anti-Climacus, egli descrive una sofferenza spirituale che affligge l’essere umano nel profondo della sua esistenza.

Secondo Kierkegaard, la vera tragedia dell’uomo non consiste nel morire fisicamente, bensì nel vivere senza essere realmente se stesso. Questa condizione prende il nome di disperazione ed è, per il filosofo, la più grave delle malattie.

A quasi due secoli dalla sua formulazione, il concetto continua a parlare con sorprendente attualità all’uomo contemporaneo, spesso smarrito tra aspettative sociali, ricerca del successo, dipendenza dalla tecnologia e difficoltà nel trovare un significato autentico alla propria esistenza.

leggi: Relazioni umane: comprendere sé stessi attraverso gli altri

Che cos’è la disperazione?

Per comprendere la malattia mortale bisogna anzitutto capire cosa intenda Kierkegaard per disperazione.

Nel linguaggio comune la disperazione viene associata alla tristezza, alla depressione o a un intenso dolore emotivo. Per Kierkegaard, invece, la disperazione è qualcosa di molto più profondo. Essa riguarda il rapporto che l’individuo intrattiene con se stesso.

L’essere umano, secondo il filosofo, non è semplicemente un organismo biologico. È una sintesi complessa di elementi apparentemente opposti:

  • finito e infinito;

  • necessità e libertà;

  • temporalità ed eternità;

  • corpo e spirito.

L’uomo vive continuamente nella tensione tra questi poli. Quando questa sintesi si rompe o perde il proprio equilibrio, nasce la disperazione.

La disperazione è quindi il fallimento del rapporto con se stessi.

In altre parole, è la condizione di chi non riesce a essere ciò che realmente è.

Perché è una malattia “mortale”?

La definizione può sembrare paradossale.

Una malattia mortale, normalmente, conduce alla morte. 

La disperazione, invece, non uccide il corpo.

Per Kierkegaard essa è addirittura peggiore della morte fisica.

La morte biologica pone fine alle sofferenze terrene. La disperazione, invece, è una sofferenza che non trova conclusione. È il tormento di una coscienza che non riesce a liberarsi da se stessa.

Il filosofo scrive che il disperato desidera spesso smettere di essere ciò che è, ma non può riuscirci. Non può annullare il proprio io. Ri mane intrappolato in una lotta continua contro se stesso.

La malattia è dunque mortale perché colpisce il nucleo spirituale dell’essere umano.

Non distrugge il corpo ma l’identità.

La disperazione inconsapevole

Uno degli aspetti più originali della teoria kierkegaardiana è che molti individui sono disperati senza saperlo.

Questa idea può sembrare sorprendente.

Siamo abituati a pensare che chi soffre sia consapevole della propria sofferenza. Kierkegaard sostiene invece che esiste una forma di disperazione nascosta.

Si tratta della condizione di chi vive completamente immerso nelle occupazioni quotidiane, nei doveri sociali, nel lavoro, nel denaro o nel divertimento, senza mai interrogarsi sul senso della propria esistenza.

Queste persone possono apparire perfettamente felici.

Possono avere successo, prestigio e riconoscimento sociale.

Eppure, secondo il filosofo, potrebbero aver smarrito il contatto con il proprio autentico io.

La loro vita procede come una macchina ben funzionante, ma manca una domanda fondamentale:

Chi sono realmente?

Per Kierkegaard, ignorare questa domanda significa vivere in una forma di disperazione inconsapevole.

Non voler essere se stessi

Una delle forme principali della malattia mortale consiste nel non voler essere ciò che si è.

Molti individui trascorrono l’intera esistenza cercando di adattarsi alle aspettative degli altri.

Desiderano ottenere approvazione.

Vogliono essere accettati.

Temono il giudizio sociale.

Per questo finiscono spesso per costruire una personalità artificiale.

Indossano maschere.

Recitano ruoli.

Nascondono inclinazioni, desideri e convinzioni profonde.

Il risultato è una progressiva alienazione da se stessi.

L’individuo non vive più la propria vita ma quella che ritiene gli altri si aspettino da lui.

Secondo Kierkegaard questa è una delle forme più diffuse di disperazione.

leggi: Midispiace dover morire

Voler essere se stessi senza Dio

Esiste però una forma opposta di disperazione.

Non riguarda chi fugge da se stesso, ma chi pretende di fondare completamente se stesso sulle proprie forze.

In questo caso l’individuo vuole essere padrone assoluto del proprio destino.

Rifiuta qualsiasi dipendenza da qualcosa che lo trascenda.

Vuole essere l’unica misura della propria esistenza.

Per Kierkegaard questa posizione conduce inevitabilmente al fallimento.

L’essere umano scopre infatti di essere limitato.

Non può controllare ogni evento.

Non può eliminare la sofferenza.

Non può evitare la morte.

Non può garantire da solo il significato ultimo della propria vita.

Quando questa pretesa di autosufficienza si scontra con la realtà, nasce una nuova forma di disperazione.

Il rapporto con Dio

La riflessione di Kierkegaard è profondamente cristiana.

Per lui l’uomo è stato creato da Dio e trova la propria verità soltanto nel rapporto con il Creatore.

L’io autentico non nasce dall’autonomia assoluta ma dal riconoscimento della propria dipendenza da Dio.

Questo non significa passività.

Al contrario.

L’individuo deve assumersi pienamente la responsabilità della propria esistenza.

Deve scegliere.

Deve decidere.

Deve impegnarsi.

Ma deve farlo riconoscendo che la propria identità ultima non si fonda esclusivamente sulle sue capacità.

La fede diventa quindi il rimedio alla malattia mortale.

Essa non elimina magicamente le difficoltà della vita, ma restituisce unità e significato all’esistenza.

leggi: Ma ha ancora senso credere in Dio?" – Un dialogo immaginario con Giovanni Scoto Eriugena

La malattia mortale e il mondo contemporaneo

Le intuizioni di Kierkegaard sembrano scritte per il nostro tempo.

Viviamo in una società che valorizza continuamente l’immagine pubblica.

I social network spingono spesso gli individui a costruire versioni idealizzate di sé.

La ricerca dell’approvazione diventa una necessità costante.

Molti finiscono per misurare il proprio valore attraverso i like, i follower o il riconoscimento professionale.

In questo contesto il rischio di perdere il contatto con il proprio io autentico è enorme.

La tecnologia offre infinite possibilità di comunicazione, ma non garantisce una reale conoscenza di sé.

Anzi, può diventare uno strumento di fuga.

Si può trascorrere una vita intera connessi agli altri senza aver mai incontrato veramente se stessi.

Kierkegaard avrebbe probabilmente osservato che il problema dell’uomo moderno non è l’eccesso di informazioni, ma la mancanza di interiorità.

Il coraggio dell’interiorità

Uno dei messaggi più importanti del filosofo danese riguarda il valore dell’interiorità.

La società tende spesso a premiare ciò che è visibile:

  • successo;

  • ricchezza;

  • notorietà;

  • efficienza.

Kierkegaard richiama invece l’attenzione su ciò che accade dentro l’individuo.

L’essenziale non è ciò che appariamo agli occhi degli altri, ma ciò che siamo davanti a noi stessi.

Questa prospettiva richiede coraggio.

Guardarsi dentro non è semplice.

Significa confrontarsi con paure, contraddizioni e fragilità.

Significa rinunciare alle illusioni.

Tuttavia solo questo percorso può condurre a una vita autentica.

Una lezione ancora attuale

La malattia mortale descritta da Kierkegaard non appartiene soltanto al XIX secolo.

Essa continua a manifestarsi ogni volta che l’essere umano dimentica se stesso.

Ogni volta che vive secondo modelli imposti dall’esterno.

Ogni volta che sacrifica la propria autenticità per ottenere approvazione.

Ogni volta che cerca di riempire il vuoto interiore con il consumo, il successo o la distrazione permanente.

Il filosofo danese ci invita a una domanda radicale:

Sto davvero vivendo la mia vita oppure sto semplicemente interpretando un ruolo?

È una domanda scomoda, ma necessaria.

Perché, secondo Kierkegaard, la vera salvezza non consiste nell’evitare il dolore o nel raggiungere il successo. Consiste nel diventare pienamente se stessi.

E forse proprio qui risiede l’attualità della sua riflessione.

In un’epoca che ci spinge continuamente verso l’esterno, Kierkegaard ci ricorda che la battaglia decisiva si combatte all’interno di noi stessi. La malattia mortale non è una condanna inevitabile, ma un richiamo a ritrovare il centro della nostra esistenza e a riconciliarci con ciò che siamo realmente.


*Un libro da leggere "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 5 di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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mercoledì 15 luglio 2026

Come diventare artefici del proprio destino: libertà, scelte e responsabilità



Ci sono momenti nella vita in cui ci sentiamo trasportati dagli eventi come una foglia trascinata dalla corrente di un fiume

Le circostanze sembrano decidere per noi: il luogo in cui siamo nati, l’ambiente familiare, le opportunità ricevute o negate, gli incontri fortuiti e persino gli errori commessi. 

In quei momenti può apparire naturale pensare che il nostro destino sia già scritto, che la nostra esistenza sia il risultato inevitabile di forze che sfuggono al nostro controllo.

Eppure, accanto a questa visione fatalistica, esiste una tradizione filosofica altrettanto antica e potente che invita l’essere umano a considerarsi artefice del proprio destino. 

Non padrone assoluto della realtà, ma protagonista responsabile della propria esistenza. Questa idea attraversa i secoli, dai filosofi greci fino al pensiero contemporaneo, e continua a rappresentare una delle più profonde fonti di speranza e motivazione.

Tra destino e libertà

Fin dall’antichità gli uomini si sono interrogati sul rapporto tra necessità e libertà. I Greci immaginavano le Moire, le divinità che filavano il destino degli esseri umani. Nessuno, neppure gli dèi dell’Olimpo, poteva sfuggire completamente al filo che esse avevano tessuto.

Ma la filosofia non si è fermata a questa immagine. Socrate, ad esempio, sosteneva che la vera libertà non consiste nel controllare gli eventi esterni, bensì nel governare sé stessi. Non possiamo scegliere tutto ciò che accade, ma possiamo scegliere come rispondere a ciò che accade.

Questa intuizione verrà sviluppata dagli Stoici, secondo i quali la serenità nasce dalla distinzione tra ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi. Le circostanze esterne appartengono spesso alla seconda categoria; le nostre decisioni, i nostri giudizi e le nostre azioni appartengono invece alla prima.

In questa prospettiva, essere artefici del proprio destino non significa dominare il mondo, ma assumersi la responsabilità della propria condotta.

Il peso delle scelte quotidiane

Quando si parla di destino si tende a immaginare eventi straordinari: grandi successi, fallimenti clamorosi, incontri decisivi. Tuttavia la maggior parte della nostra esistenza è composta da piccoli gesti quotidiani.

Un libro letto oggi può cambiare il nostro modo di pensare tra qualche anno. Una conversazione apparentemente insignificante può aprire una nuova strada professionale. Una decisione presa con coraggio può modificare il corso di una vita intera.

Spesso il destino non si manifesta come un evento improvviso, ma come il risultato accumulato di centinaia di scelte apparentemente banali.

Aristotele osservava che diventiamo ciò che facciamo ripetutamente. Le virtù non nascono per caso: si costruiscono attraverso l’abitudine. Lo stesso vale per il carattere, per le competenze e per i risultati che raggiungiamo.

Ogni giorno contribuiamo a plasmare la persona che saremo domani.

La responsabilità come forma di libertà

Molti percepiscono la responsabilità come un peso. In realtà essa rappresenta una delle più alte forme di libertà.

Quando attribuiamo tutte le cause della nostra situazione agli altri, alla società, alla fortuna o alle circostanze, rinunciamo implicitamente al nostro potere di cambiamento. Se tutto dipende dall’esterno, allora non possiamo fare nulla.

La responsabilità, invece, ci restituisce la possibilità di agire.

Questo non significa ignorare le difficoltà reali che molte persone affrontano. Le condizioni economiche, sociali e culturali influenzano profondamente le opportunità disponibili. Sarebbe ingenuo negarlo.

Ma riconoscere l’esistenza dei limiti non equivale ad accettare la passività. Anche all’interno di condizioni difficili esiste quasi sempre uno spazio, per quanto piccolo, nel quale possiamo esercitare la nostra libertà.

È in quello spazio che si costruisce il destino.

L'insegnamento dell'esistenzialismo

Nel Novecento filosofi come Jean-Paul Sartre hanno portato questa idea alle sue estreme conseguenze.

Secondo Sartre, l’essere umano è condannato a essere libero. Non possiamo evitare di scegliere. Anche quando decidiamo di non decidere, stiamo comunque compiendo una scelta.

Per questo motivo siamo responsabili della nostra vita.

Una simile affermazione può apparire scomoda. È più rassicurante pensare che qualcun altro sia responsabile delle nostre difficoltà. Tuttavia Sartre vedeva proprio nella responsabilità la dignità dell’essere umano.

Non siamo oggetti trascinati dagli eventi. Siamo soggetti capaci di attribuire significato alla nostra esistenza.

Ogni decisione contribuisce a definire chi siamo.

Gli ostacoli come occasioni di crescita

Uno degli errori più comuni consiste nel considerare gli ostacoli come prove del fatto che il destino ci sia ostile.

La storia dimostra spesso il contrario.

Molte persone che hanno lasciato un segno nella cultura, nella scienza, nell’arte o nella società hanno affrontato difficoltà enormi. Ciò che le distingue non è l’assenza di problemi, ma il modo in cui hanno reagito ad essi.

Lo psicologo Viktor Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti, osservava che all’essere umano può essere tolto quasi tutto, tranne una cosa: la libertà di scegliere il proprio atteggiamento di fronte alle circostanze.

Questa idea non elimina il dolore, ma gli attribuisce una dimensione diversa. Le difficoltà non diventano semplicemente ostacoli da subire; possono trasformarsi in occasioni per sviluppare resilienza, saggezza e forza interiore.

Il rischio della passività nell'epoca moderna

La società contemporanea offre possibilità straordinarie, ma presenta anche nuove forme di passività.

Gli algoritmi suggeriscono cosa leggere, cosa guardare, cosa acquistare. I social network influenzano opinioni e comportamenti. L’intelligenza artificiale è sempre più presente nelle attività quotidiane.

Questi strumenti possono essere utili, ma comportano un rischio: delegare progressivamente le nostre decisioni.

Essere artefici del proprio destino oggi significa anche conservare la capacità di pensare autonomamente.

Significa non accettare passivamente ogni informazione, ma sviluppare spirito critico. Significa utilizzare la tecnologia senza diventare dipendenti dalle sue indicazioni.

La libertà non consiste nel rifiutare il progresso, ma nel mantenere il controllo delle proprie scelte.

Costruire il proprio futuro

Molte persone attendono il momento perfetto per cambiare vita: più tempo, più denaro, più sicurezza, più certezze.

Quel momento raramente arriva.

La costruzione del proprio destino inizia quasi sempre con passi piccoli e imperfetti.

Un nuovo corso di formazione.
Una pagina scritta.
Una telefonata rimandata da tempo.
Una decisione presa nonostante la paura.

Il futuro non nasce all’improvviso. Si costruisce giorno dopo giorno attraverso azioni concrete.

Come uno scultore che lavora lentamente il marmo, anche noi modelliamo la nostra esistenza attraverso gesti spesso invisibili agli occhi degli altri.

La forza della perseveranza

Molti progetti falliscono non per mancanza di talento, ma per mancanza di continuità.

Viviamo in una cultura che celebra il successo immediato. Tuttavia le trasformazioni più profonde richiedono tempo.

Le grandi opere artistiche, le scoperte scientifiche, le imprese imprenditoriali e persino la crescita personale sono quasi sempre il risultato di anni di impegno costante.

Essere artefici del proprio destino significa accettare questa dimensione temporale. Significa comprendere che il valore di un’azione non dipende esclusivamente dai risultati immediati.

Ogni passo nella direzione giusta contribuisce a costruire il cammino.

Un destino da scrivere ogni giorno

Forse il destino non è né una strada completamente tracciata né una pagina totalmente bianca. È qualcosa che nasce dall’incontro tra ciò che la vita ci offre e ciò che decidiamo di fare con ciò che riceviamo.

Non scegliamo tutte le condizioni della nostra esistenza. Non scegliamo il momento della nascita, la famiglia d’origine o molti degli eventi che incontriamo lungo il percorso.

Possiamo però scegliere il significato che attribuiamo alle esperienze, le direzioni verso cui orientiamo i nostri sforzi e i valori che decidiamo di incarnare.

In questo senso siamo davvero artefici del nostro destino.

Non perché possiamo controllare tutto, ma perché possiamo contribuire a dare forma alla nostra storia.

Ogni giorno rappresenta una nuova occasione per scolpire quella storia con le nostre decisioni, i nostri pensieri e le nostre azioni. 

E forse la più grande libertà dell’essere umano consiste proprio in questo: trasformare il materiale imperfetto che la vita gli consegna in un’opera che porti la firma della propria coscienza.


*Un libro da leggere "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 5 di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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martedì 14 luglio 2026

Il filosofo che trovò il senso della vita in cucina


Nessuno sa esattamente quando inizi la filosofia.

I libri dicono che nasce nelle piazze della Grecia, tra uomini che discutevano sotto il sole del Mediterraneo. Altri sostengono che cominci nelle università, nei grandi sistemi metafisici, nelle biblioteche dove il silenzio sembra custodire la verità.

Eppure, una sera d'inverno, osservando una vecchia lampada accesa sul tavolo della cucina, ebbi il sospetto che la filosofia fosse nata molto prima e molto più vicino a noi.

La lampada illuminava appena la stanza.

Mia nonna stava cucendo un bottone. Mio padre leggeva il giornale. Fuori cadeva una pioggia sottile e ostinata che sembrava voler cancellare il mondo.

Nessuno stava parlando.

Eppure, in quel silenzio, vi era qualcosa di infinitamente più importante di molte discussioni ascoltate negli anni.

Perché la vita vera non grida.

La vita vera sussurra.

Molti filosofi hanno cercato l'eterno nei concetti.

Vasilij Rozanov lo cercava nelle cose piccole.

Una tazza lasciata sul tavolo.

Un bambino che dorme.

Una moglie che riordina la casa.

Il profumo del pane.

Una fotografia ingiallita.

Ciò che per altri era insignificante, per lui diventava una rivelazione.

Piccoli gesti che cambiano la vita

Forse perché aveva compreso qualcosa che la modernità tende spesso a dimenticare: l'esistenza non è fatta principalmente di eventi straordinari.

È fatta di continuità.

Di abitudini.

Di gesti ripetuti.

Di una fedeltà silenziosa che attraversa gli anni.

Le grandi rivoluzioni occupano qualche pagina nei libri di storia.

Una famiglia che riesce a restare unita attraversa intere generazioni.

Eppure quasi nessuno scrive di questo.

Un uomo può attraversare il mondo.

Può conquistare ricchezze.

Può accumulare onori.

Può essere applaudito da migliaia di persone.

Ma quando torna a casa e trova una finestra illuminata, comprende improvvisamente quale sia il vero centro della sua vita.

Non la fama.

Non il successo.

Non il potere.

La finestra illuminata.

Qualcuno che lo aspetta.

Qualcuno che conosce il suo nome.

Qualcuno che lo riconosce anche quando lui stesso fatica a riconoscersi.

Rozanov avrebbe probabilmente sorriso davanti a questa immagine.

Perché la sua filosofia non era costruita attorno alle astrazioni.

Era costruita attorno alla concretezza.

La vita precede le idee.

Sempre.

Un giovane studioso arrivò una volta in un monastero.

Voleva comprendere il significato dell'esistenza.

Aveva letto centinaia di libri.

Conosceva la storia della filosofia.

Citava autori antichi e moderni.

Pensava di essere pronto.

L'anziano monaco che lo accolse lo ascoltò pazientemente.

Poi gli indicò il cortile.

«Vedi quell'uomo?»

Il giovane guardò.

Un contadino stava riparando una staccionata.

«Sì.»

«Da quanti anni lo fa?»

«Non lo so.»

«Da trenta.»

Il giovane rimase in silenzio.

«Ebbene», disse il monaco, «forse lui conosce il significato della vita più di quanto lo conosci tu.»

Lo studioso si sentì offeso.

Ma negli anni successivi avrebbe compreso.

Esiste una sapienza che non passa attraverso i libri.

Una sapienza fatta di presenza.

Di responsabilità.

Di perseveranza.

Di amore.

Viviamo in un'epoca che celebra il movimento.

Bisogna correre.

Produrre.

Aggiornarsi.

Cambiare.

Migliorarsi.

Essere sempre altrove.

Ma c'è qualcosa di strano in tutto questo.

Più aumentano le possibilità di spostamento, più cresce il senso di smarrimento.

Più diventiamo connessi, più sperimentiamo la solitudine.

Piùinformazioni possediamo, meno sembriamo comprendere chi siamo.

Rozanov avrebbe probabilmente osservato tutto ciò con malinconia.

Non perché fosse nemico del progresso.

Ma perché conosceva il prezzo dell'astrazione.

Quando l'uomo dimentica la concretezza della vita quotidiana, finisce per abitare idee prive di carne.

E le idee prive di carne diventano facilmente idoli.

La relazione come origine del significato

Ricordo un vecchio falegname.

Lavorava in una piccola bottega alla periferia della città.

Entrandovi si sentiva l'odore del legno.

Gli utensili erano consumati dall'uso.

Ogni oggetto sembrava occupare il posto giusto.

Un giorno gli chiesi:

«Non si annoia a fare sempre le stesse cose?»

Lui rise.

«Le stesse cose?»

Indicò una tavola di noce.

«Questa non è uguale a nessun'altra.»

Indicò una sedia.

«Neppure questa.»

Poi aggiunse:

«Ogni giorno è diverso. Bisogna solo imparare a guardare.»

Passarono molti anni prima che comprendessi davvero quelle parole.

L'abitudine non è necessariamente il contrario della meraviglia.

Può esserne la condizione.

Chi corre continuamente non vede nulla.

Chi rimane abbastanza a lungo nello stesso luogo comincia a vedere tutto.

Una delle tragedie della modernità consiste nell'aver separato il sacro dal quotidiano.

Il sacro viene cercato nell'eccezionale.

Nel miracolo.

Nello straordinario.

Ma forse il miracolo è già presente.

Forse è nascosto nella normalità.

Un figlio che nasce.

Una madre che veglia.

Due anziani che camminano lentamente tenendosi per mano.

La tavola apparecchiata.

La lampada accesa.

Le cose che durano.

Le cose che resistono.

Le cose che continuano ad amare.

Rozanov intuiva che l'eternità non si manifesta soltanto nei cieli.

Talvolta si nasconde in cucina.

La sera avanzava.

La pioggia continuava a cadere.

Mio padre aveva finito di leggere il giornale.

Mia nonna aveva terminato il suo lavoro.

La lampada restava accesa.

Per qualche ragione quella scena mi sembrò perfetta.

Non perfetta nel senso dell'assenza di problemi.

Perfetta nel senso della completezza.

Tutto era dove doveva essere.

Tutto possedeva un significato.

Anche il silenzio.

Soprattutto il silenzio.

Fu allora che compresi qualcosa.

Forse la felicità non consiste nell'aggiungere continuamente nuove esperienze.

Forse consiste nel riconoscere il valore di quelle che possediamo già.

Il segreto della trasformazione interiore (Rudolf Steiner)

Gli anni passano.

Le case cambiano.

Le persone scompaiono.

Le fotografie si scoloriscono.

Le voci diventano ricordi.

Eppure alcune immagini rimangono.

Una stanza.

Una finestra.

Una tavola.

Una lampada.

Piccole cose.

Cose apparentemente insignificanti.

Ma è proprio lì che si nasconde la sostanza dell'esistenza.

Non negli eventi che attirano l'attenzione del mondo.

Bensì nei gesti che costruiscono lentamente una vita.

Rozanov avrebbe probabilmente scritto queste riflessioni in un quaderno disordinato.

Forse le avrebbe interrotte a metà.

Forse avrebbe aggiunto una nota sul tempo atmosferico, sul sorriso di una bambina o sul rumore dei passi lungo una strada innevata.

Perché il suo pensiero non cercava di imprigionare la vita dentro un sistema.

Cercava piuttosto di restarle vicino.

Come si resta accanto a una persona amata.

Senza pretendere di possederla.

Senza volerla spiegare completamente.

Semplicemente contemplandola.

Forse è questa la lezione più profonda che ci lascia.

La vita non deve sempre essere risolta.

Talvolta deve essere custodita.

Come una fiamma fragile.

Come una memoria preziosa.

Come una lampada accesa in una sera di pioggia.

E finché quella lampada continuerà a brillare, anche debolmente, ci sarà ancora qualcosa che merita di essere amato, protetto e tramandato.

Perché il senso dell'esistenza non abita necessariamente nelle grandi verità che proclamano di spiegare tutto.

Abita spesso nelle piccole realtà che non spiegano nulla e, proprio per questo, continuano misteriosamente a illuminare il mondo.


*Un libro da leggere "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 5 di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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