Mentire è una attività che il nostro cervello regolarmente
conduce.
Inconsapevolmente siamo mentitori professionisti per natura.
Questa è una caratteristica del nostro cervello ed è
connaturata con il suo modo di lavorare.
Qualsiasi elaborazione che esso esegue, avviene revisionando
un passato in cui cercare una esperienza simile e dalla quale “copiare” il
metodo e la soluzione.
Il grado della genuinità della risposta individuata, è determinato
dal volume del bagaglio delle conoscenze riferite ai soggetti di elaborazione.
L’insieme delle nozioni e delle relazioni tra di esse,
sperimentate in passato, si veste con il nome di cultura.
In mancanza di una esperienza mirata, il cervello sfrutta le
sensazioni di bello o brutto, di buono o cattivo, che giungono dal reparto
sensoriale.
La giustificazione alla risposta menzoniera che la mente
cosciente offre non riguarderà mai la vera fonte del pensiero ma una
improvvisata sceneggiatura verosimile mascherata da opinione.
Affermare che «siamo bugiardi per natura» non significa liquidare l'essere umano come una creatura cinica o intrinsecamente malvagia, ma piuttosto riconoscere una verità antropologica e filosofica molto più profonda: la menzogna, la finzione e la simulazione non sono incidenti di percorso o deviazioni morali, ma fanno parte della struttura stessa con cui conosciamo il mondo, gestiamo le relazioni e costruiamo la nostra identità.
Se guardiamo alla storia del pensiero, l'idea che l'inganno sia consustanziale all'uomo attraversa epoche e sensibilità diverse. In ambito biologico ed evoluzionistico, la simulazione è uno strumento primario di sopravvivenza: così come un animale si mimetizza nell'ambiente per sfuggire a un predatore o per cacciare una preda, l'essere umano — privo di zanze, artigli o una forza fisica travolgente — ha sviluppato nell'intelletto e nel linguaggio la sua arma più raffinata. Mentire richiede una straordinaria complessità cognitiva. Per formulare una menzogna bisogna essere capaci di astrazione: occorre rappresentare mentalmente la realtà, immaginarne una alternativa plausibile, intuire cosa passa nella testa dell'interlocutore e calibrare le parole per modificare la sua percezione. In questo senso, la capacità di fingere non è un deficit morale, ma un indicatore di intelligenza relazionale e simbolica.
Friedrich Nietzsche, in uno dei suoi saggi più folgoranti, spiegava che la stessa idea di "verità" non è altro che un insieme di finzioni, metafore e inganni che abbiamo semplicemente dimenticato essere tali, ma che ci servono per mettere ordine nel caos dell'esistenza. Anche Jean-Jacques Rousseau osservava come l'uomo, uscendo dallo stato di natura e facendosi sociale, abbia iniziato ineluttabilmente a mentire per una necessità esistenziale: quella di apparire diverso da ciò che è, per cercare approvazione, rispetto o un posto nella comunità.
Ma la dimensione più affascinante della menzogna non è quella che rivolgiamo agli altri, bensì quella che esercitiamo su noi stessi. L'autoinganno è la trincea con cui la mente protegge il proprio equilibrio emotivo dal peso intollerabile della realtà. Riscriviamo i nostri ricordi, addolciamo i fallimenti, giustifichiamo i nostri errori e idealizziamo le nostre intenzioni. Se fossimo spietatamente e costantemente sinceri con noi stessi in ogni istante della giornata, la nostra tenuta psicologica crollerebbe sotto la pressione del giudizio o della finitudine. La finzione interiore diventa così un guscio protettivo indispensabile per continuare a vivere e ad agire.
Infine, se allarghiamo lo sguardo alla società nel suo complesso, ci accorgiamo che persino le grandi cattedrali della civiltà si reggono su finzioni condivise. Il denaro, le leggi, i confini, gli stati o i ruoli sociali esistono e funzionano unicamente perché tutti insieme accettiamo di credere a una narrazione concordata. Quando l'inganno è individuale e rompe il patto sociale lo chiamiamo "bugia"; quando è collettivo, strutturato e regolamentato, lo chiamiamo "cultura".
Riconoscere che siamo bugiardi per natura non è quindi un invito alla disonestà, ma una presa di coscienza: la verità assoluta e trasparente è un orizzonte a cui tendere, ma è con la maschera, la narrazione e il simbolo che l'uomo impara da sempre a stare al mondo.