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giovedì 17 settembre 2026

Se fossi Dio, creeresti l'uomo?

✦ Chiave di lettura

E se il vero mistero della creazione non fosse l'universo, ma la coscienza umana? Immagina un Dio onnipotente che può creare qualsiasi forma di vita e sceglie proprio quella più fragile: un essere che deve nutrirsi di altri esseri viventi, che prova dolore e piacere, sa di dover morire ma ignora quando, e nasce senza conoscere il motivo della propria esistenza. Questo racconto filosofico esplora il paradosso più profondo della condizione umana: perché creare un essere capace di interrogare il proprio Creatore?


Prima del tempo non esisteva il silenzio, perché il silenzio esiste soltanto quando qualcuno potrebbe ascoltarlo.

Esisteva soltanto Dio.

Non sedeva su un trono. Non aveva mani, né occhi, né voce. Era semplicemente tutto ciò che poteva essere. Ogni possibilità abitava in lui come un seme infinito.

Avrebbe potuto creare stelle che non si spegnevano mai.

Mari senza tempeste.

Alberi che non cadevano.

Creature capaci di vivere di sola luce.

Oppure esseri immortali, incapaci di soffrire, incapaci persino di avere paura.

Poteva creare qualsiasi cosa.

Eppure esitava.

Perché l'onnipotenza ha un problema che nessuno immagina: quando tutto è possibile, scegliere diventa la responsabilità più grande.

Davanti a lui si aprivano miliardi di mondi possibili.

In uno, gli animali vivevano senza divorarsi.

In un altro, ogni creatura conosceva il giorno della propria morte.

In un altro ancora, nessuno provava dolore.

Ogni universo era perfetto.

Ma ogni perfezione aveva qualcosa che gli sembrava stranamente vuoto.

Così chiamò il Tempo, che ancora non era nato.

«Se creassi un essere capace di chiedersi perché esiste, cosa accadrebbe?»

Il Tempo non rispose.

Perché le domande, allora, non avevano ancora imparato a diventare parole.




Dio immaginò allora una creatura diversa.

Non la più forte.

Non la più veloce.

Non la più bella.

La più inquieta.

La costruì fragile, con ossa che si rompono.

Con pelle che si ferisce.

Con un cuore destinato a fermarsi.

Poi le diede fame.

Avrebbe potuto nutrirla di vento o di luce o di musica.

Invece decise che per vivere avrebbe dovuto trasformare altra vita nella propria vita.

Una pianta.

Un frutto.

Un animale.

Perfino un seme.

Ogni respiro sarebbe stato uno scambio.

Ogni pasto avrebbe ricordato che vivere significa partecipare a una catena che non finisce mai.

Il Tempo, finalmente, parlò.

«Perché questa crudeltà?»

Dio rimase in silenzio.

Perché nemmeno lui era sicuro che fosse crudeltà.

Poi arrivò il secondo dono: Il dolore.

Basta va non inventarlo.

Ma una creatura senza dolore non avrebbe mai pianto e non avrebbe nemmeno saputo proteggersi.

Non avrebbe imparato il limite e conosciuto la compassione.

Così Dio inserì nella carne una lingua invisibile. Quando qualcosa si rompeva, quella lingua parlava ... era  il dolore.

Ma sapeva che il dolore avrebbe fatto molto di più. 

Avrebbe insegnato l'ingiustizia, la perdita, la nostalgia.

Avrebbe costretto qualcuno, un giorno, ad abbracciare un altro essere umano senza poter risolvere nulla.

Quell'abbraccio sarebbe diventato una delle cose più misteriose dell'universo.

Per non essere soltanto crudele, inventò il piacere.

Il primo sorso d'acqua, il calore del sole, il profumo della terra dopo la pioggia.

Una mano intrecciata a un'altra.

Il riso, il desiderio, la musica.

Un tramonto.

Sapeva però che ogni piacere avrebbe avuto un prezzo.

Più qualcosa è bello, più diventa possibile perderlo.

Poi arrivò la decisione più difficile.

La morte.

Avrebbe potuto eliminarla, ma allora ogni istante avrebbe smesso di avere urgenza.

Così decise una cosa ancora più strana. Ogni creatura avrebbe saputo di dover morire

Ma nessuna avrebbe saputo quando.

Il Tempo abbassò lo sguardo e domandò: «È questo il tuo piano?»

«No.»

«Allora cos'altro c'è?»

"La coscienza ... " Qui Dio esitò davvero.

La prese tra le mani.

Era minuscola. Sembrava una scintilla.

Eppure conteneva il potere più pericoloso di tutti. 

Con quella scintilla una creatura avrebbe potuto dire: «Io.»

Avrebbe potuto guardare il cielo e chiedere: «Perché esisto?»

Avrebbe potuto ribellarsi, amare, odiare, inventare, distruggere.

Scrivere poesie.

Costruire bombe.

Pregare.

Negare Dio.

Persino accusarlo.

Il Tempo tremò.

«Se dai loro questo, non ti obbediranno.»

«Lo so.»

«Ti rinnegheranno.»

«Lo so.»

«Diranno che sei ingiusto.»

«Lo so.»

«Allora perché?»

Dio osservò quella scintilla.

Poi sorrise, ma era un sorriso malinconico.

«Perché senza coscienza non potrebbero scegliere.»



Il primo uomo aprì gli occhi.

La prima donna respirò.

Il mondo era magnifico.

E terribile.

Il vento accarezzava gli alberi.

Un falco inseguiva una preda.

Un fiore nasceva.

Un altro appassiva.

Dopo pochi giorni arrivò la prima domanda.

«Perché siamo qui?»

Dio ascoltò.

Non rispose.

Non perché non avesse una risposta.

Ma perché qualsiasi risposta avrebbe impedito una scoperta.

Da quel momento l'umanità cominciò a cercare.

Inventò la religione, la scienza, l'arte.

La filosofia.

Ogni libro scritto era un tentativo di completare quel silenzio.

Passarono millenni.

Un giorno accadde qualcosa di inatteso.

Gli esseri umani decisero di mettere Dio sotto processo.

L'accusa era semplice.

«Ci hai creati senza chiederci il consenso.»

«Ci hai dato il dolore.»

«Ci hai dato la fame.»

«Ci hai dato la morte.»

«Ci hai dato domande senza risposte.»

Dio ascoltò ogni testimonianza.

Una madre che aveva perso un figlio.

Un vecchio che non voleva morire.

Un soldato.

Un filosofo.

Un bambino.

Quando arrivò il momento della difesa, parlò soltanto una volta.

«Avrei potuto crearvi incapaci di soffrire.»

Il tribunale rimase in silenzio.

«Ma allora sareste stati incapaci anche di amare.»

Qualcuno abbassò gli occhi.

Altri si arrabbiarono ancora di più.

Perché quella risposta non cancellava il dolore.

Lo rendeva soltanto più difficile da giudicare.

Alla fine del processo non ci fu sentenza.

Il giudice, che era un essere umano, si accorse di una cosa inquietante.

Per giudicare Dio aveva dovuto usare proprio ciò che Dio gli aveva dato.

La coscienza.

E allora comprese un paradosso.

Forse il vero atto della creazione non era stato inventare la carne.

Né il tempo, né il piacere, né il dolore.

Il vero atto della creazione era stato costruire un essere capace di interrogare il proprio Creatore.

E forse era questo il rischio più grande che perfino un Dio onnipotente avesse mai corso.

Perché una pietra non può accusare chi l'ha scolpita.

Un albero non domanda perché cresce.

Una stella non protesta contro il proprio destino.

Solo l'essere umano può guardare il cielo e dire: «Se fossi stato Dio, avrei creato un mondo diverso.»

E forse, proprio in quella frase, c'era già la prova che la scintilla della coscienza era molto più simile al fuoco divino di quanto l'uomo avesse mai osato immaginare.


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mercoledì 16 settembre 2026

Emmanuel Mounier e il personalismo: un racconto filosofico

✦ Chiave di lettura

Che cosa significa essere davvero una persona? Attraverso La Casa delle Finestre Accese, un racconto ispirato alla filosofia di Emmanuel Mounier, scoprirai il cuore del personalismo: l'idea che la nostra identità si costruisca nell'incontro con gli altri, nella responsabilità condivisa e nell'impegno per la comunità. Una storia intensa e attuale che trasforma i principi filosofici di Mounier in emozioni, dialoghi e scelte capaci di parlare anche al mondo di oggi.


La casa delle finestre accese: un racconto ispirato alla filosofia di Emmanuel Mounier

La casa era visibile da tutta la valle.

Non perché fosse la più grande, né perché avesse un'architettura straordinaria. Anzi, era un edificio antico, costruito con pietre irregolari, il tetto consumato dal vento e le persiane che il tempo aveva scolorito.

Eppure, ogni sera, tutte le finestre si illuminavano contemporaneamente.

Gli abitanti del paese la chiamavano semplicemente la Casa delle Finestre Accese.

Nessuno ricordava chi avesse iniziato quell'abitudine. Alcuni dicevano fosse una tradizione lasciata da un vecchio maestro; altri parlavano di una donna che aveva perso il marito durante la guerra e aveva deciso di non lasciare mai una finestra al buio, affinché nessuno si sentisse solo tornando a casa.

Luca, ventinove anni, arrivò lì senza conoscere nessuna di quelle storie.

Lavorava per una grande azienda tecnologica.

Le sue giornate erano scandite da riunioni online, algoritmi, grafici di produttività e messaggi che arrivavano a ogni ora. 

Aveva imparato a misurare quasi tutto: il tempo, il rendimento, i risultati.

Quello che non riusciva più a misurare era la propria felicità.

Quando il medico gli consigliò di prendersi qualche settimana di pausa, scelse quella valle quasi per caso.

Aveva affittato una piccola stanza nella casa.

La proprietaria si chiamava Elena.

Aveva capelli completamente bianchi e mani segnate dal lavoro.

«Benvenuto.»

«Grazie.»

«Qui abbiamo poche regole.»

Luca sorrise: «Quali?»

«La cena si fa insieme.»

«Sempre?»

«Sempre.»

«E se uno vuole stare da solo?»

Elena lo guardò con gentilezza.

«Può farlo.»

Fece una pausa.

«Ma prima viene a tavola.»

Luca rise.

Gli sembrò una regola buffa.



Scoprì presto che quella casa era diversa da qualsiasi luogo avesse conosciuto.

Ogni sera si sedevano attorno a un lungo tavolo di legno.

C'erano una maestra in pensione.

Un falegname, una studentessa, un musicista, un medico e un ragazzo che stava cercando lavoro.

Persone diversissime.

Eppure nessuno parlava del proprio titolo.

Parlavano di ciò che avevano vissuto durante il giorno.

Una sera il falegname raccontò di aver riparato una sedia appartenuta alla madre di una cliente.

«Potevo sostituirla.»

«Era più conveniente.»

«Ma lei non voleva una sedia nuova.»

«Voleva ritrovare quella vecchia.»

Luca ascoltava senza intervenire.

Gli sembravano conversazioni strane.

Nel suo ambiente professionale si parlava soprattutto di efficienza.

Lì sembrava contare altro.

Una mattina Elena gli propose una passeggiata.

Salirono lungo un sentiero che attraversava il bosco.

Camminarono quasi in silenzio.

A un certo punto incontrarono un vecchio ponte di pietra.

Era lesionato. Una parte del parapetto era crollata.

Luca osservò la struttura e disse: «Andrebbe rifatto.»

Elena annuì: «Sì.»

«Perché non lo fanno?»

«Perché tutti aspettano qualcun altro.»

Quella frase gli rimase dentro.

Qualche giorno dopo vide alcuni abitanti del paese trasportare pietre e attrezzi.

«Che succede?»

«Ripariamo il ponte.»

«Il Comune?»

«No.»

«Noi.»

Luca rimase a guardarli. Poi, senza sapere bene perché, prese una pala.

Nessuno gli chiese chi fosse.

Nessuno gli affidò un ruolo speciale.

Lavorò. Sudò. Si sporcò le mani.

Alla fine della giornata il ponte non era ancora finito. Ma qualcosa era cambiato.

«Domani continuiamo.»

Disse un ragazzo: «Perché?»

«Perché oggi non basta.»

Quella notte Luca dormì meglio.

Durante la settimana iniziò a conoscere davvero gli abitanti della casa.

Scoprì che il musicista si chiamava Karim.

Aveva lasciato il conservatorio dopo un incidente alla mano.

Ora insegnava ai bambini.

«Ti manca il palcoscenico?» Chiese Luca.

«Sì.»

«Molto.»

«E allora perché sorridi quando insegni?»

Karim rimase qualche secondo in silenzio.

«Perché prima cercavo applausi.»

«Adesso cerco occhi che si accendono.»

Luca non rispose. Gli sembrava una risposta difficile da comprendere.

Un pomeriggio trovò Elena nella biblioteca della casa. Sugli scaffali c'erano libri di filosofia, narrativa, poesia.

Tra quei volumi ne notò uno consunto. Sul dorso si leggeva un nome: Emmanuel Mounier.

«Lo conosci?» Chiese Elena.

«Solo di nome.»

Lei gli porse il libro. Dentro c'erano annotazioni a matita. Sottolineature. Date lontane.

«Che cosa dice?»

Elena sorrise: «Leggilo.»

Luca sfogliò alcune pagine.

Una frase attirò la sua attenzione.

"La persona non esiste da sola."

Chiuse il libro: «Che significa?»

Elena indicò la finestra. Fuori alcuni bambini giocavano nel cortile.

«Guarda e dimmi che cosa vedi?»

«Bambini.»

«Io vedo persone che stanno diventando persone.»

Luca rimase perplesso.

Lei continuò: «Mounier diceva che non siamo individui chiusi.»

«Diventiamo noi stessi quando entriamo davvero in relazione.»

Quella sera la frase tornò più volte nella sua mente.

Per anni aveva pensato alla libertà come indipendenza. Fare ciò che si vuole. Non dipendere da nessuno.

Eppure... Era davvero libero?



Il giorno seguente ricevette una telefonata dall'ufficio.

«Abbiamo bisogno di te.»

«Solo un paio di giorni.»

«Puoi collegarti?»

Guardò il portatile.

Poi il ponte ancora incompleto.

Poi i bambini nel cortile.

«No.»

Rispose.

Per la prima volta disse di no senza sentirsi in colpa.

Una settimana dopo accadde qualcosa che cambiò tutto.

Nel paese viveva il signor Arturo.

Ottantasei anni, vedovo. Abitava da solo.

Una sera non si presentò alla cena.

Elena si alzò immediatamente per andare a cercarlo.

Lo trovarono caduto in casa.

Era cosciente.

Aveva bisogno di aiuto.

Luca chiamò i soccorsi.

Aspettarono insieme.

Arturo gli strinse la mano.

«Grazie.» Disse Arturo.

Era una parola semplice.

Eppure Luca sentì qualcosa che nessun bonus aziendale gli aveva mai fatto provare.

Quando tornarono alla casa, Elena preparò una tisana.

«Hai visto?»

«Cosa?»

«La persona.»

Luca la guardò.

«Prima vedevo un anziano.»

«Adesso?»

«Adesso vedo Arturo.»

Elena annuì lentamente.

«Ecco Mounier.»

Nei giorni successivi Luca iniziò a osservare il mondo diversamente.

Il postino non era più solo il postino.

Era Giovanni.

La ragazza del forno era Marta.

Il muratore era Enzo.

I nomi sostituivano le funzioni.

Le persone sostituivano i ruoli.

Una domenica organizzarono una festa nel paese.

Niente sponsor. Niente grandi palchi.

Solo tavoli condivisi.

Musica.

Pane.

Vino.

Racconti.

Luca notò una cosa.

Nessuno sembrava voler essere protagonista.

Eppure tutti erano indispensabili.

Chi cucinava.

Chi montava le luci.

Chi sistemava le sedie.

Chi suonava.

Chi ascoltava.

Karim iniziò a suonare.

Una bambina gli si avvicinò.

«Posso provare?»

Lui le porse lo strumento.

Sbagliò quasi tutte le note.

Tutti applaudirono.

Luca rise.

In quel momento comprese una differenza fondamentale.

Nel suo vecchio mondo il valore dipendeva dalla prestazione.

Lì il valore precedeva la prestazione.

Prima veniva la persona, poi il risultato.

Qualche giorno prima di ripartire tornò sul ponte.

Ormai era completato. Le pietre nuove si distinguevano da quelle antiche.

Non avevano cercato di nascondere la riparazione. L'avevano resa visibile.

«Perché non avete uniformato tutto?»

Chiese.

Il falegname rispose.

«Perché le ferite raccontano la storia.»

Luca passò la mano sulla pietra.

Pensò che forse valeva anche per gli esseri umani.

L'ultimo giorno Elena gli consegnò un piccolo quaderno.

«È vuoto.»

«Lo so.»

«Perché?»

«Perché adesso tocca a te.»

Dentro la copertina aveva scritto una sola frase.

"La persona si costruisce donandosi."

Scese verso la stazione.

Il telefono ricominciò a vibrare.

Email, messaggi, notifiche.

Per qualche secondo ebbe la tentazione di riaprire tutto, poi alzò lo sguardo.

Vide una signora anziana che faticava a sollevare una valigia.

Si avvicinò: «La aiuto?»

Lei sorrise: «Grazie.»

Era un gesto minuscolo. Ma gli sembrò l'inizio di qualcosa. 



Nei mesi successivi tornò al lavoro.

Non lasciò l'azienda. Non cambiò vita all'improvviso.

Cambiarono però le sue scelte quotidiane.

Cominciò ad ascoltare davvero i colleghi.

Smise di interrompere.

Difese chi veniva escluso.

Propose progetti utili anche quando producevano meno visibilità personale.

Scoprì che l'efficienza senza umanità crea organizzazioni fredde.

E che la collaborazione autentica genera risultati più duraturi.

Ogni tanto riceveva una cartolina dalla Casa delle Finestre Accese.

Non conteneva lunghi messaggi.

Solo fotografie.

Una finestra illuminata.

Un pezzo del ponte.

Un tavolo apparecchiato.

Un bambino con un violino.

Un inverno, quasi due anni dopo, decise di tornare.

Arrivò al tramonto.

La casa era ancora lì.

Le finestre si accesero una dopo l'altra.

Entrò.

Elena era seduta accanto al camino.

«Sei tornato.»

«Sì.»

«Hai trovato quello che cercavi?»

Luca rifletté: «Pensavo di cercare pace.»

«E invece?»

«Ho trovato responsabilità.»

Elena sorrise: «Allora hai capito.»

«Che cosa?»

Lei indicò le finestre illuminate.

«Che la luce di una casa serve poco se resta chiusa dentro.»

Fuori la valle si oscurava lentamente.

Da lontano le finestre sembravano stelle cadute sulla terra.

Luca comprese allora il significato più profondo di quel luogo.

Quelle luci non servivano a mostrare una casa.

Servivano a ricordare che ogni persona può diventare una finestra accesa per qualcun altro.

Ed era proprio questa, forse, la lezione più viva di Emmanuel Mounier: una società non si salva quando produce individui più forti, più ricchi o più efficienti, ma quando genera persone capaci di riconoscersi reciprocamente, di condividere il peso della vita e di trasformare la propria libertà in un dono.

Perché una finestra illuminata, da sola, rischia di essere soltanto una lampada.

Molte finestre illuminate insieme, invece, possono diventare il volto di una comunità.


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martedì 8 settembre 2026

Margherita Porete: la mistica che scelse l'Amore invece della paura

✦ Chiave di lettura

C'è un amore che non possiede, una libertà che nasce quando smettiamo di avere paura e una voce che attraversa i secoli senza spegnersi. In questo racconto immaginario, la mistica medievale Margherita Porete dialoga con una giovane seguace, trasformando ogni domanda in un invito a guardare oltre il giudizio, oltre il controllo e oltre il proprio ego, fino a scoprire la forza silenziosa dell'anima libera.


La sera aveva il colore del miele antico.

Le ultime luci del sole si spegnevano lentamente sopra i tetti di pietra, mentre il vento trascinava l'odore del legno bagnato lungo le strade strette della città. Nel cortile di una piccola casa abitata dalle beghine, una giovane donna sedeva con le mani intrecciate sulle ginocchia.

Si chiamava Agnese.

Aveva gli occhi di chi aveva letto molte parole senza riuscire ancora a trovare quella che le apparteneva davvero.

Davanti a lei sedeva Margherita.

Non indossava abiti preziosi.

Non aveva il volto severo di una maestra.

Sembrava piuttosto una donna che aveva imparato a camminare così a lungo dentro il silenzio da non avere più bisogno di difendersi dal rumore del mondo.

Agnese abbassò lo sguardo.

«Ho paura.»

Margherita sorrise appena: «Di cosa?»

«Di perdere me stessa.»

La mistica rimase in silenzio.

Poi prese una foglia caduta ai suoi piedi.

La osservò: «Sai perché questa foglia non teme il vento?»

La ragazza scosse il capo.

«Perché ha già imparato che cadere non significa smettere di appartenere all'albero.»

Fu allora che cominciò il dialogo che avrebbe cambiato per sempre la vita della giovane.


"Tu credi che Dio voglia toglierti qualcosa"

«Dimmi, Agnese.»

«Sì.»

«Quando preghi, cosa chiedi?»

La giovane esitò.

«Chiedo forza.»

«E poi?»

«Chiedo pace.»

«E ancora?»

«Chiedo di non soffrire.»

Margherita annuì lentamente.

«Vedi? Tu chiedi sempre qualcosa.»

«È sbagliato?» domando Agnese.

«No.» Margherita ebbe un attimo di pausa prima di riprendere: «Ma non è ancora amore.»

Agnese la guardò sorpresa.

«Come può essere sbagliato desiderare la pace?»

Margherita sorrise: «Non è sbagliato.»

Poi aggiunse: «È incompleto.»


Raccolse un'altra foglia.

«Immagina una madre.»

«Si.»

«Quando suo figlio la abbraccia, desidera ricevere qualcosa?»

«No.»

«Perché?»

«Perché ama.»

Margherita posò la foglia.

«L'amore più alto smette di fare calcoli.»


Quelle parole ricordavano il cuore del suo pensiero: l'anima cresce quando smette di possedere persino la propria virtù e si lascia trasformare dall'Amore stesso

È proprio questa l'intuizione centrale dello Specchio delle anime semplici.

Il nemico invisibile

Agnese rimase pensierosa.

«Ma allora perché faccio tanta fatica?»

Margherita alzò lo sguardo verso il cielo.

«Perché combatti contro il nemico sbagliato.»

«Qual è?»

«Te stessa.»

La ragazza sussultò.

«Io?»

«Non la tua anima.»

Fece una pausa.

«Il tuo bisogno di controllare tutto.»

Il vento mosse il velo della mistica.

«La Ragione discute, impartisce ordini e vuole misurare Dio. Sebbene sia utile, non può guidarti fino all'ultima porta.»

«Perché?»

«Perché davanti all'infinito i calcoli diventano troppo piccoli.»


Lo specchio

Margherita estrasse un piccolo specchio.

Il vetro era imperfetto.

Le immagini tremavano.

«Cosa vedi?»

«Me.»

«Davvero?»

Agnese osservò meglio.

«Vedo il mio volto.»

«E il tuo cuore?»

Silenzio.

«Non si vede.»

Margherita inclinò lo specchio.

«È questo il problema.»

«Quale?»

«Passiamo la vita a lucidare il vetro.»

«Invece?»

«Dovremmo imparare a guardare oltre.»


«Margherita...» esordì Agnese.

«Sì.»

«Come si ama senza possedere?»


La mistica rimase qualche istante in silenzio.

Poi raccontò una storia.

«C'era un giardiniere. Annaffiava ogni giorno una rosa.»

«La amava.» interruppe Agnese

«Molto.»

«E poi?»

«Un giorno decise di proteggerla. Costruì una campana di vetro.»

Agnese sorrise.

«Così il vento non l'avrebbe spezzata.»

Margherita annuì.

«Sai cosa accadde?»

«La rosa morì.»

«Perché?»

«Perché il vento era parte della sua vita.»

Poi concluse: «L'amore che trattiene soffoca.»

«L'amore che libera fa fiorire.»


La paura del giudizio

Agnese abbassò gli occhi.

«Io temo gli altri.»

«Perché?»

«Ho paura di essere giudicata.»

Margherita la osservò con infinita dolcezza.

«Sai cosa accade quando vivi per gli occhi degli altri?»

«Cosa?»

«Finisci per dimenticare il tuo sguardo.»

Quelle parole sembravano nascere da una ferita vissuta.

Perché Margherita conosceva davvero il peso del giudizio.

Il suo libro era stato condannato.

Le era stato chiesto di tacere.

Di rinnegare ciò che aveva scritto.

Lei non lo fece.

Fu processata dall'Inquisizione e il 1º giugno 1310, a Parigi, venne arsa sul rogo insieme al suo libro. Oggi, però, quello stesso testo è riconosciuto come uno dei vertici della spiritualità medievale.

"Non cercare Dio lontano"

La sera diventava notte.

Le stelle cominciavano a comparire.

Agnese chiese: «Dove si trova Dio?»

Margherita sorrise: «Sei pronta alla risposta?»

«Credo di sì.»

«Io invece credo di No.»

La ragazza rise: «Perché?»

«Perché continui a immaginarlo come un luogo.»

«E non lo è?»

«No.»

Indicò il petto della giovane.

«Comincia qui.»

Poi aggiunse: «Ma non finisce qui.»

Le beghine avevano imparato qualcosa di straordinario.

Non aspettavano il monastero.

Non aspettavano il paradiso.

Vivevano Dio nel pane.

Nelle mani.

Nel lavoro.

Nella cura.

Ed era proprio questa libertà a renderle così difficili da comprendere per molti uomini del loro tempo.

Il segreto dell'anima semplice

«Perché il tuo libro parla di anime semplici?»

Margherita sorrise.

«Perché il semplice non è il superficiale.»

«Allora cos'è?»

«È ciò che ha smesso di dividersi.»

«Non capisco.» confessò Agnese.

«Immagina un lago. Quando il vento si calma... L'acqua riflette il cielo.»

«Esatto.»

Poi concluse: «L'anima semplice è quella che ha smesso di incresparsi continuamente.»




Il dialogo con il silenzio

Le due donne iniziarono a camminare insieme.

Per molti minuti non dissero nulla.

Fu Agnese a rompere il silenzio.

«Perché non parli più?»

«Sto ascoltando.»

«Cosa?»

«Il silenzio.»

La giovane rise: «Il silenzio non parla.»

«È ciò che credono tutti.»


Margherita chiuse gli occhi.

«Le parole sono onde.»

«E il silenzio?»

«È l'oceano.»


L'ultima domanda

La notte era ormai piena.

Agnese sentiva qualcosa cambiare dentro di sé.

«Margherita.»

«Dimmi.»

«Se domani ti togliessero tutto...»

La mistica non lasciò finire la frase.

«Non potrebbero.»

«Nemmeno il tuo libro?»

«Lo possono bruciare.»

«Nemmeno la tua voce?»

«La possono zittire.»

«Nemmeno la tua vita?»

Margherita sorrise: «Possono togliermi tutto ciò che possiedo.»

Fece una pausa.

«Ma non possono prendere ciò che sono diventata.»

Quelle parole sembravano anticipare il destino che davvero l'attendeva.

Perché chi ha imparato a vivere nell'Amore, pensava Margherita, scopre una libertà che nessun tribunale può confiscare.


L'alba

Prima di separarsi, Margherita consegnò ad Agnese il piccolo specchio.

«Tienilo.»

«Per ricordarti di te?»

«No.»

«Allora perché?»

«Per ricordarti che il vetro non è il cielo.»

La giovane sorrise: «E se un giorno avrò di nuovo paura?»

Margherita le prese le mani.

«Allora non cercare subito risposte.»

«Cosa dovrei fare?»

«Ama.»

«E basta?»

«Quando l'amore è vero, basta davvero.»


Molti anni dopo, raccontavano che Agnese conservasse ancora quel piccolo specchio.

Non perché vi vedesse il proprio volto.

Ma perché ogni volta che lo prendeva tra le mani ricordava una donna che aveva scelto di perdere tutto pur di non perdere la propria verità.

E capiva finalmente ciò che Margherita aveva cercato di insegnarle.

Che la libertà più grande non nasce dal possedere il mondo. Nasce dal non avere più paura di consegnare il proprio cuore all'Amore.


  • Margherita Porete, Lo Specchio delle anime semplici, Edizioni San Paolo.

  • Marco Vannini (a cura di), introduzione e commento a Lo Specchio delle anime semplici.

  • Romana Guarnieri, Il Miroir des simples âmes (edizione critica).

  • Luisa Muraro, Il Dio delle donne.