Milan Kundera è uno degli scrittori europei che più profondamente hanno interrogato il rapporto tra individuo, memoria, identità e tempo. I
suoi romanzi non raccontano semplicemente delle storie: utilizzano la narrazione per mettere in discussione le nostre certezze, spesso attraverso l’ironia, il paradosso e una sottile malinconia.
Tra le sue opere più significative c’è L’immortalità, pubblicato nel 1990, un romanzo complesso e originale nel quale Kundera affronta una domanda apparentemente semplice ma profondissima: che cosa significa diventare immortali?
Non si tratta, naturalmente, dell’immortalità promessa dalla religione o immaginata dalla fantascienza. L’immortalità di Kundera è quella che nasce dalla memoria degli altri, dall’immagine che lasciamo dietro di noi e dal desiderio umano di continuare a esistere anche quando la nostra vita è terminata.
Milan Kundera: la vita e la formazione
Milan Kundera nacque a Brno, in Moravia, il 1° aprile 1929 e morì a Parigi l’11 luglio 2023, all’età di 94 anni. La sua formazione fu profondamente segnata dalla musica: suo padre, Ludvík Kundera, era pianista, musicologo e direttore dell'Accademia musicale di Brno. La musica rimase una presenza costante nella sua concezione della letteratura e nella struttura stessa dei suoi romanzi.
Dopo gli studi a Praga, Kundera si avvicinò alla letteratura, alla filosofia, al cinema e alla poesia. Frequentò la scuola di cinema e in seguito insegnò letterature comparate. La sua esperienza politica fu complessa: aderì al Partito Comunista nel dopoguerra, ma il rapporto con il regime divenne progressivamente conflittuale. Dopo la Primavera di Praga del 1968 perse il posto di insegnante e le sue opere furono sottoposte a censura.
Nel 1975 Kundera si trasferì in Francia. Nel 1981 ottenne la cittadinanza francese e progressivamente la sua produzione letteraria si sviluppò anche in lingua francese. La sua fama internazionale era già consolidata grazie a opere come Lo scherzo, La vita è altrove, Il libro del riso e dell’oblio e, soprattutto, L’insostenibile leggerezza dell’essere.
Kundera fu però molto più di un romanziere politico. La sua vera ossessione letteraria fu l'esistenza umana: l'amore, il desiderio, la memoria, la dimenticanza, la morte, l'identità, la casualità e il rapporto tra l'individuo e la Storia.
Per Kundera il romanzo non doveva fornire risposte definitive. Doveva piuttosto porre domande sull'uomo e permettere al lettore di abitare l'incertezza.
L’immortalità: la trama e la struttura
Pubblicato originariamente nel 1990, L’immortalità è un romanzo di 366 pagine nell’edizione italiana Adelphi, tradotto da Alessandra Mura.
La storia prende avvio da un gesto apparentemente insignificante.
Il narratore osserva una donna anziana che, uscendo da una piscina, compie con il braccio un particolare movimento. Quel gesto colpisce profondamente Kundera e diventa l'origine del personaggio di Agnès.
Da un semplice gesto nasce dunque una persona.
È una delle idee più affascinanti del libro: quanto può bastare poco per costruire l'immagine di un essere umano?
Agnès vive una situazione familiare complessa e si trova in rapporto conflittuale con la sorella Laura, molto più desiderosa di attenzione e riconoscimento. Attraverso le loro vicende Kundera esplora il bisogno di essere amati, desiderati e soprattutto riconosciuti dagli altri.
Parallelamente, il romanzo introduce personaggi storici, tra cui Goethe e Hemingway, facendo incontrare il mondo della vita privata con quello della fama letteraria.
Questo intreccio è fondamentale.
Kundera non racconta una storia lineare. Costruisce piuttosto una sorta di composizione musicale nella quale temi, personaggi, episodi e riflessioni ritornano, si trasformano e si rispondono reciprocamente.
La stessa casa editrice Adelphi descrive il romanzo come una tessitura di temi e caratteri nella quale figure contemporanee e grandi personaggi della storia culturale si incontrano attorno al problema dell'“immortalità”.
leggi: La malattia mortale di Kierkegaard: il dramma invisibile dell’uomo moderno
Che cos’è, dunque, l’immortalità?
Il concetto centrale del romanzo può essere sintetizzato in questo modo: non siamo soltanto ciò che siamo, ma anche ciò che gli altri ricordano di noi.
Una volta morti, non possiamo più correggere l'immagine che abbiamo lasciato.
La memoria degli altri può trasformare la nostra personalità, selezionare alcuni episodi, dimenticarne altri, deformare le nostre intenzioni.
Possiamo quindi diventare immortali attraverso un'immagine che non ci appartiene più.
È un'immortalità paradossale.
Da una parte desideriamo essere ricordati perché abbiamo paura dell'oblio. Dall'altra, essere ricordati significa consegnare la nostra identità allo sguardo degli altri.
La memoria può conservarci, ma può anche tradirci.
Ed è proprio questa ambivalenza a rendere il romanzo così moderno.
Il desiderio di apparire
Uno dei temi più importanti di L’immortalità è il desiderio di essere visti.
I personaggi di Kundera sono spesso attraversati dalla necessità di costruire un'immagine di sé. Non vogliono semplicemente essere: vogliono essere percepiti in un determinato modo.
Questo tema assume oggi una forza ancora maggiore.
Kundera scriveva prima dell'esplosione di Internet e dei social network, ma la sua riflessione sembra anticipare una società nella quale l'identità viene continuamente esposta, fotografata, commentata e trasformata in rappresentazione.
La ricerca dell'immortalità può così assumere forme nuove: una fotografia, un video, un profilo, una frase pubblicata online possono diventare frammenti di un'identità destinata a sopravvivere.
Ma la domanda di Kundera rimane la stessa:
l'immagine che mostriamo agli altri coincide davvero con ciò che siamo?
Memoria, oblio e morte
L'immortalità è inseparabile dal suo contrario: l'oblio.
Se desideriamo essere immortali è perché sappiamo di essere destinati a morire e perché temiamo che, dopo la nostra morte, possa scomparire anche il ricordo della nostra esistenza.
Kundera vede quindi la memoria come una sorta di seconda vita.
Ma questa seconda vita è incontrollabile.
Possiamo essere ricordati per una cosa che consideravamo insignificante e dimenticati per ciò che ritenevamo fondamentale.
La nostra memoria personale, inoltre, è fragile. Anche mentre siamo vivi, dimentichiamo parti di noi stessi.
Kundera porta così il lettore davanti a una domanda inquietante: quanto della nostra identità sopravvive realmente nel tempo?
Perché leggere ancora Kundera?
In un'epoca nella quale la lettura dei grandi romanzi sembra spesso entrare in competizione con una quantità enorme di immagini, messaggi e contenuti brevi, L'immortalità può apparire particolarmente difficile.
Ma forse proprio per questo è necessario.
Kundera non è uno scrittore da leggere rapidamente. Il suo romanzo chiede attenzione, silenzio e disponibilità a perdersi.
Non offre una morale immediata.
Non dice al lettore cosa deve pensare.
Lo costringe invece a interrogarsi.
E questa potrebbe essere una delle funzioni più importanti dei classici: non fornire risposte veloci, ma insegnarci a formulare domande migliori.
La lettura di Kundera diventa quindi anche una forma di resistenza alla superficialità.
Viviamo in una cultura nella quale l'immagine tende spesso a sostituire l'esperienza e la visibilità sembra diventare una misura del valore personale. L'immortalità ci invita a fare il percorso inverso: dalla rappresentazione alla persona, dall'immagine all'identità, dalla fama alla vita.
L’immortalità che Kundera ci lascia
Forse il vero paradosso è che Kundera, scrivendo dell'immortalità, ha finito per sperimentarla.
La sua vita è terminata nel 2023, ma le sue domande continuano a circolare.
Non è necessariamente l'immortalità dell'autore ciò che conta.
È quella delle idee capaci di sopravvivere all'autore.
Kundera ci lascia soprattutto una lezione sulla fragilità dell'identità. Ci ricorda che non possiamo controllare completamente il modo in cui saremo ricordati e che la ricerca ossessiva dell'approvazione degli altri può impedirci di vivere autenticamente.
Forse, allora, l'immortalità più importante non consiste nel rimanere impressi nella memoria di milioni di persone.
Consiste nel lasciare, anche in poche persone, un pensiero che continui a lavorare dopo di noi.
E questo è ciò che fanno i grandi libri.
Continuano a vivere perché continuano a porre domande.
Bibliografia essenziale
Kundera, Milan, L’immortalità, traduzione di Alessandra Mura, Adelphi, Milano, 1990; edizione gli Adelphi, 1993. L'edizione Adelphi registra 366 pagine.
Kundera, Milan, L’arte del romanzo, traduzione di Ena Marchi, Adelphi. L'opera raccoglie le principali riflessioni di Kundera sulla natura e sulla funzione del romanzo.
Kundera, Milan, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi, Milano, 1985.
Kundera, Milan, Il libro del riso e dell’oblio, Adelphi, Milano, 1991.
Kundera, Milan, I testamenti traditi, Adelphi, Milano, 1994.
Kundera, Milan, Il sipario, Adelphi, Milano, 2005.
Bibliothèque nationale de France, Milan Kundera (1929-2023) – Bibliographie, per l'inquadramento biografico e bibliografico dell'autore.
Treccani, Kundera, Milan, voce enciclopedica dedicata all'autore e alla sua opera.

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