sabato 4 ottobre 2025

Eternità? Che monotonia!

 

Il cristianesimo ha generalmente inteso l'anima in modo abbastanza semplice: la tua anima viene creata al concepimento, "intrecciata nel grembo di tua madre", poi quando muori vai all'inferno o al paradiso, o prima in purgatorio se sei cattolico, per sempre. 

L'anima ha quindi un inizio ma non una fine, un atto biologico ti crea con un essere spiritualmente essenziale che sopravvive alla fine della tua biologia ed esisterà per l'eternità.

Questo ha un senso superficiale per noi a causa del modo in cui ci relazioniamo al tempo. Un ateo potrebbe dire che non dobbiamo temere la morte perché non esistevamo prima della nascita e non ci ha mai disturbato, sebbene ci sia qualcosa che la fa percepire diversamente, come se la non esistenza prima dell'esistenza fosse diversa dal suo verificarsi dopo, la prima non essendo qualcosa che ci riguarda realmente, la seconda essendo un'estinzione indesiderata che annulla il significato dell'esistenza ora.

Eppure, a pensarci bene, è difficile che questo sembri logico. L'eternità non può essere una misura temporale impostata come "prima"; Non può esserci un passato eterno lineare perché se si sceglie un punto qualsiasi e si chiede quanto tempo manca al presente, la risposta è che non si arriverà mai al presente perché c'è sempre un tempo infinito nel mezzo. 

Tuttavia, questo ha senso matematicamente: i cristiani hanno generalmente compreso che l'eternità di Dio è uno stato al di fuori del tempo che in qualche modo interagisce con il tempo. 

L'eternità non è solo tempo come oggi e ieri che si prolungano all'infinito, qualcosa che sembra indesiderabile se non addirittura terrificante, poiché si avrebbe un tempo infinito per fare tutto un numero infinito di volte; Dio e il cielo esistono quindi al di fuori del tempo in un modo che non possiamo comprendere appieno.

Se si considera questo, non si adatta del tutto all'idea dell'anima in cui veniamo a esistere al momento del concepimento. Se iniziamo nel tempo, abbiamo un inizio, e quindi dobbiamo avere un inizio in quello stato eterno e non temporale in cui non ci sono inizi. 

Ma se lo facessimo, concettualizzeremmo semplicemente l'eternità come un'altra iterazione del tempo lineare: sembra che se esisteremo in uno stato eterno al di fuori del tempo, allora siamo sempre esistiti in esso, perché "esisteremo" non è un'espressione che possa essere inserita in un arco temporale eterno.

Pochissimi teologi cristiani hanno pensato questo, uno dei pochi è Origene, il cui concetto di preesistenza è stato da tempo rifiutato dalla Chiesa. Origene riteneva che noi e tutte le creature razionali fossimo stati creati da Dio in uno stato puro prima della nascita e che fossimo decaduti a causa del nostro abuso del libero arbitrio, e che insieme a tutte le cose create saremmo stati riportati a quello stato originario di beatitudine. 

Eppure, nonostante questa teologia, sembra che Origene non credesse che l'anima fosse eterna, poiché eterno implica increato, l'anima fu creata in un tempo indefinito prima del tempo.

Le idee di Origene attingevano ampiamente a Platone, che, come spesso si dimentica, credeva nella reincarnazione e nell'esistenza di un'anima eterna. Socrate credeva che si dovesse praticare la filosofia non solo perché aiutasse a pensare meglio o per ragioni epistemologiche, ma anche per non essere aggiogati al mondo fisico nell'ignoranza e ritrovarsi reincarnati in una capra. 

Per Platone, la conoscenza non era acquisizione ma memoria: arrivare a conoscere qualcosa significa ricordarla, il che significa in definitiva il ricordo del bene, un'idea che si sarebbe silenziosamente fusa nel cristianesimo attraverso le Consolazioni della filosofia di Boezio, in cui il senatore romano condannato sosteneva che uno stato di decadenza è uno stato di oblio, e il viaggio dell'anima verso Dio si compie attraverso la filosofia come lavoro di ricordare chi siamo e perché esistiamo.

Certo, questa è filosofia speculativa e difficilmente può essere una dottrina cristiana; le idee di Origene sulla preesistenza non avevano molto senso teologico o necessariamente biblico e non rispondevano al problema temporale di cosa significhi avere un inizio. 

Ma allo stesso tempo, la memoria è un tema chiaro dell'intera Bibbia: Dio è adirato con Israele nel deserto per aver dimenticato di averli fatti uscire dall'Egitto, il grido dei profeti dell'Antico Testamento è che il popolo ha dimenticato Dio e si è rivolto a idoli muti, dimenticando così anche l'orfano e la vedova, Gesù dice ai suoi discepoli di spezzare il pane e bere il vino in memoria.

Quando si tratta di coscienza, tendiamo a dare per scontato che la non-esistenza stessa sia uno stato predefinito e che qualsiasi altra cosa debba emergere da esso. Tuttavia, parlare di coscienza non significa parlare di un fenomeno sovrapposto a un altro, ma dell'Essere stesso. 

Mi sembra del tutto ragionevole pensare all'Essere come all'essenza dell'esistenza, poiché questo è ciò che è l'esistenza, e alla non esistenza come a uno stato inconcepibile.

 

venerdì 3 ottobre 2025

Chi sono io? Perchè sono qui?

 

Quando mi pongo domande come queste:

Che cosa è l’essere? Perché deve esistere qualcosa piuttosto che il niente?

Chi è sono io?  Perché proprio io qui e ora? Che cosa veramente desidero?

In questi casi mi penso come un raro e libero cominciamento. Pongo queste domande chiarendo da subito che io occupo un posto nel mondo, una situazione in cui mi rintraccio come proveniente da un passato.  Prendo coscienza di ciò che sono, di quel massifico inconosciuto che mi avvolge e scopro di essere banalmente in un mondo entro il quale mi oriento.

Proprio quando stavo per raggiungere delle cose, queste, le avevo perdute. Era tutto a portata di mano ed erano così evidenti. Ora, non mi resta che meravigliarmi. E chiedo piuttosto al mondo che cosa veramente sia tutto questo. Ogni cosa mi appare transitoria, passeggera, momentanea. E mi accorgo secondariamente che non ero alla sorgente, come non sono ora alla foce. Ero posizionato tra il principio e la fine come un quadrante senza lancette. E mi chiedo cosa siano l’uno e l’altro.  

 Muovendomi tra le cose cerco l’essere, e lo concepisco come l’insieme ordinato di esseri di cui io stesso faccio parte. Specifico che nel farne parte non vi è sempre una volontà del soggetto di farne parte. Facendone parte senza prenderne parte (mi) ritrovo un essere-cosa, un essere-oggetto, un essere-tra-esseri. 

Ecco che l’essere oggetto prende la forma di un determinato essere.  Fausto si girerà non perché è stato solo chiamato, perché primariamente ha udito il suo nome. Chiunque poteva possedere quel nome.   Vale a dire di ciò che è vivo e di ciò non lo è più, ciò che è reale e ciò che è illusorio: le persone e le cose. 

Ogni cosa è perché io ne faccio parte, e proprio perché io ne faccio parte ogni cosa è. Io invece, pur non essendo estraneo all’essere, sono diverso: diverso dagli esseri, diverso dalle cose, diverso in ciò che sono. Io non sono di fronte alle cose così come sono di fronte a me stesso, di fronte al mio essere. Io sono colui che chiede, interroga, vuole perché non sono mai abbastanza, mai totalizzante.   

Per quanto io possa tradurmi nella cosa davanti a me, resto sempre un essere per me stesso.   Sartre diceva che l’essere in-se non sa di sé dal momento che ne è completamente assorbito da sé. Solo il per-se è l’origine della negazione e sussiste per e attraverso la negazione. Io mi rendo conto di ciò che sono finché sono in grado di dire io non sono. Fausto non è una macchina perché è umano. 

Fausto, come fondamento di sé è coincidente nell’essere con il sorgere della negazione. Egli si fonda in quanto nega di sé un certo essere o una maniera di essere. Ma se costituisco me stesso a cosa sto dicendo di essere questo piuttosto quest’altro, cioè mi costituisco oggetto e proiezione di me stesso, allora io non sono più come tale ciò che l’io in sé stesso è.  In altre parole, io non mi rendo conto di ciò che sono fino a quanto non mi concepisco oggetto di negazione. 

L’essere come essere me stesso o l’essere come io non sono di essere, è vicino e lontano, certo quanto inaccessibile, e può essere (ri) conosciuto non appena diventa qualcosa stabilmente. Lo stabilirsi dell’essere presso me sé stesso, mi rende ancora una volta una cosa-di-essere presso me stesso e quindi non più io vero. Ma la prova di poter far diventare essere un io autentico che essere non è nel suo fondamento non può risolversi. 

Ognuno di noi è un non-essere nell’essere; e non tutti gli esseri sono il non-essere che sono.  L’essere si mostra cosi squarciato, con una falla nel suo stesso essere. Questo è il motivo per cui tendiamo quasi capricciosamente a concepire l’essere come il perfetto. 

L’essere non è perfetto perché è assoluto e non conoscibile. Solo il conoscere conferisce il primato alla cosa conosciuta, perché semplicemente solo le cose sono conoscibili; e nel conoscere la cosa conosciuta diventa essere, vita snaturata.

 di Fabio Squeo

giovedì 2 ottobre 2025

Esperienza del SUBLIME

Opera pittorica di Silvia Senna

 

La teoria psicologica del sublime di Immanuel Kant, nella Critica del giudizio, afferma che "questo gradimento [del sublime] è incompatibile con il fascino e, poiché la mente non è solo attratta dall'oggetto, ma ne è alternativamente sempre anche respinta, il gradimento del sublime non contiene tanto un piacere positivo quanto piuttosto ammirazione e rispetto, e quindi dovrebbe essere definito un piacere negativo".

La sua tesi era che il sublime differisce dal bello in quanto la mente comprende solo quest'ultimo, non il primo. Siamo attratti dal sublime, ma anche delusi dal fatto di non poterlo mai comprendere o apprezzare appieno.

La bellezza naturale porta con sé una finalità nella sua forma, per cui l'oggetto sembra per così dire predeterminato per la nostra capacità di giudizio, cosicché questa bellezza costituisce di per sé un oggetto del nostro gradimento. 

D'altra parte, se qualcosa suscita in noi, semplicemente per apprensione e senza alcun ragionamento da parte nostra, un sentimento del sublime, allora può effettivamente apparire, nella sua forma, controproducente per la nostra capacità di giudizio, incommensurabile alla nostra capacità di esibizione e, per così dire, violento per la nostra immaginazione, e tuttavia lo giudichiamo ancora più sublime per questo.

Così, un particolare corpo o un'opera d'arte potrebbero essere considerati belli ma non sublimi. Il sublime allude a una vastità disumana, presentandoci solo un frammento allettante di sé, come il posteriore di Dio rivelato a Mosè sul Monte Sinai. 

Il sublime è ciò che il filosofo Timothy Morton chiamava un "iperoggetto", come il clima del pianeta o qualsiasi cosa occupi una grande porzione di tempo geologico o spazio astronomico. Queste enormità disumane ci stuzzicano essendo parzialmente presenti e note, ma allo stesso tempo ci offendono sminuendo le nostre capacità cognitive e prendendo in giro le nostre pretese imperiali e progressiste.

Forse un'analogia banale potrebbe essere la prospettiva di incontrare una celebrità. Potremmo fantasticare di incontrarne una, ma quando ce ne viene offerta l'opportunità e ci troviamo a pochi metri dalla stretta di mano di qualcuno che idolatriamo, alcuni di noi si indeboliscono. I fan spesso si riducono all'idiozia quando si trovano di fronte all'opportunità di incontrare i loro idoli. 

Desiderano ardentemente incontrare questa persona, ma solo nel loro mondo fantastico. In realtà, potrebbero temere di incontrare il loro idolo perché non vogliono rimanere delusi. Vogliono che l'immagine del loro idolo rimanga incontaminata, il che è possibile solo nell'immaginazione. Nel mondo al di là del loro controllo mentale, nulla vale la pena di essere idolatrato.

Allo stesso modo, la nostra immagine delle stelle nel cielo non è certo un incontro con loro, quindi è la nostra immaginazione a fare il lavoro sporco presentandoci le stelle lontane quando riflettiamo sulla fonte della luce stellare che vediamo di notte.

In che modo, quindi, il sublime si relaziona al ridicolo? 

Riconoscere il sublime ci predispone al pathos, a un imbarazzante crollo. Sforziamo la mente per comprendere una parte dell'insondabile, ma quando ci rendiamo conto di non poterlo mai comprendere mentalmente nella sua interezza, ammettiamo di non essere all'altezza del compito, quindi dobbiamo confrontarci con la nostra relativa piccolezza.

C'è anche il paradosso di essere contemporaneamente così vicini e così lontani da qualcosa. Supponiamo che tu stia per incontrare il tuo idolo famoso. In tal caso, supponendo che tu non sia una celebrità come te, saresti fisicamente vicino a quella persona, ma socialmente ancora a un oceano di distanza. Qualcuno che ti surclassa economicamente o con il suo stile di vita e la sua fama sarebbe comunque presente per te.

Una risata idiota sembrerebbe la risposta appropriata, poiché saresti stordito come l'asino di Buridano, che si trova a metà strada tra due balle di fieno di uguali dimensioni. Incontrando la celebrità, scopri che questo idolo è solo un uomo o una donna mortale come te. Ma in fondo alla tua mente, capisci che la società tratta quell'individuo in modo molto diverso da te. La persona media è praticamente anonima e vive in una baracca, non in una serie di ville.

In breve, l'incontro vi metterebbe di fronte a una contraddizione o a un'arbitrarietà che indica un'assurdità esistenziale. Alcuni primati umani raggiungono vette divine, mentre la maggior parte languisce nell'oscurità. Il mito è che questo processo di selezione sia meritocratico, ma potremmo sospettare che sia coinvolta un'enorme fortuna, e la fortuna è un altro di quegli iperoggetti sublimi.

La maggior parte delle contraddizioni possiamo escluderle dalla nostra mente perché equivalgono a confusioni. Non esiste un quadrato rotondo, quindi c'è poco motivo di soffermarsi su quella combinazione di parole priva di significato. Ma supponiamo che vi venga presentato un indizio dell'esistenza di un quadrato rotondo. Supponiamo che arriviate a credere che i quadrati rotondi siano in qualche modo reali, dopotutto. Incontrare una celebrità è come spiare con la coda dell'occhio un oggetto impossibile, qualcosa di assurdo che è tuttavia reale, qualcosa di fisicamente vicino ma che supera la vostra comprensione.

Siamo invitati a ridere di fronte a questo paradosso, perché cos'altro possiamo fare che non sia del tutto controproducente? Se cerchiamo di comprendere il significato di un quadrato rotondo, o perché un primate umano assuma la dignità divino all'interno della società mentre la maggior parte vive i propri giorni come contadini, perdiamo di vista il punto del sublime. 

Non tutto può entrare nelle nostre teste come rappresentazioni ordinate, completamente modellate e concettualizzate. Affermare il contrario è il colmo della vanità. Quando ci rendiamo conto di essere mentalmente o socialmente insignificanti rispetto a una vastità, dovremmo ridere per segnalare l'assurdità senza speranza delle nostre circostanze.

Come può l'asino decidere quale balla di fieno mangiare? Sono entrambe ugualmente buone e vicine, quindi cosa fa pendere la bilancia nella sua mente ristretta? Allo stesso modo, cosa può confortarci in modo decisivo in presenza del sublime? Quando siamo umiliati, in piedi di fronte a un vasto pubblico con i pantaloni caduti alle caviglie, quale trucco da quattro soldi potrebbe mitigare l'imbarazzo e sollevare il nostro orgoglio?

No, di fronte a un disallineamento così grottesco, potremmo ridere o forse soccombere al terrore o al disgusto. Esiste un equivalente esistenziale della risposta biologica di attacco o fuga. 

Di fronte a un'enormità disumana o a qualcosa che ci surclassa in modo evidente, tanto che non ha senso pensarci o pianificare come sfruttarla, possiamo ridere dell'umiliazione o piangere per la paura dell'ignoto. Commedia o horror sono le nostre opzioni, e le due si mescolano nel sottogenere dei film horror divertenti.

Sebbene la maggior parte di noi non sia una celebrità perché le sublimità sociali sono discriminatorie, in quanto esseri fisici, siamo tutti ugualmente connessi alle sublimità naturali o agli iperoggetti come la Terra e il nostro sistema solare. 

Pertanto, da un punto di vista illuminato, la concettualizzazione adeguata di qualsiasi evento sarebbe analoga alla commedia horror. Il saggio affronterebbe l'assurdità del sublime cosmico esprimendo l'ottusità e l'umiliazione con accenni teologici negativi, metafore che si ritraggono rapidamente o timidi accenni ai paradossi che ci circondano.

Allo stesso modo, una commedia horror sgonfia una minaccia invitandoci a riderne o a ridere di noi stessi per la nostra debolezza e inadeguatezza. 

Un'alterità sconvolgente può essere riconosciuta con una paura farfugliante, come nella risposta a una storia horror pura, o con la meta-risposta dell'umorismo macabro. 

La differenza sta nell'enfasi: possiamo fissarci sull'alterità della minaccia sublime o sulla bizzarria delle nostre vane pretese che l'iperoggetto rivela.

 

mercoledì 1 ottobre 2025

Dentro le mura (di G. Sgherza)

 


 

Il canto di grilli e cicale che dà ritmo e tono all'estate, marcando come un metronomo   l'alternarsi  tra giorno e notte,  afa e frescura,  luce abbagliante e notti stellate, penetrava insistente anche nella stanza di 16 metri quadrati che Francesco occupava già da qualche mese. E insieme a quel canto, l’odore della pioggia, il cosiddetto “petricore”.

Quando viveva a casa sua gli piaceva attendere quel profumo mentre il cielo si faceva più grigio e la mamma correva a ritirare i panni alle finestre.

Francesco non conosceva quel vocabolo prettamente scientifico, ma si divertiva a indovinare l’istante preciso in cui le prime gocce toccavano la terra arsa, sprigionando quell’odore particolare un po’ pungente spesso anticamera di un forte temporale.

Il cielo piange, forse anche lui è triste come me”, pensava tra sè.

Aveva avuto un’infanzia dolorosa e sacrificata, e si era sempre sentito diverso dai suoi coetanei che dedicavano molto tempo al gioco e allo studio.

Purtroppo non poteva essere come loro. Aveva il compito di badare alla nonna ammalata e allettata in casa, e quando la mamma era fuori per qualche piccolo lavoretto toccava a lui prendersi cura anche di suo fratello più piccolo.

Era cresciuto in fretta Francesco, in una dimora sbiadita dalle intemperie, con i muri scrostati dentro e fuori e finestre mezze chiuse anche in estate, dimora che appariva abitata soltanto grazie ai pochi panni appesi ad asciugare.

L’unica persona estranea sempre accolta in quella casa era l’assistente sociale, inviata periodicamente dall’amministrazione comunale,  per verificare le condizioni di vita  e valutare se continuare ad elargire i buoni pasto destinati alle famiglie meno abbienti.

Sua madre ci teneva molto a non perdere quel sussidio economico e con il volto un po’ rugoso, smunto e spesso stanco, che faceva trasparire un’età indecifrabile, con i capelli sempre in disordine, apriva la porta malandata alla donna sfoderando un mesto sorriso di riconoscenza.

A volte le mostrava la dispensa vuota, il mobilio pulito anche se malconcio, che conteneva all’interno pochi oggetti e pochi indumenti, e mentre cercava di decifrare l’opuscolo informativo ricevuto poco prima, le raccontava tutte le difficoltà della loro vita quotidiana, di figli sempre affamati, della nonna anziana da accudire  o del marito andato via di casa e mai più tornato.

Era una donna ossuta sua madre, consumata dalle privazioni, delusa dalla vita e dalla famiglia, vestita male e sempre infreddolita e guardava con occhi bramosi gli effetti personali di quella elegante signora: la  cartella, il cappotto, gli orecchini, la borsa; li scrutava come se non avesse mai visto oggetti simili.

Francesco non approvava l’atteggiamento di sua madre durante quelle brevi visite e talvolta si sentiva così osservato e quasi privato della sua dignità tanto da voler scappare via.

Avrebbe voluto gridare a sua madre di non accettare quel sostentamento perché voleva essere lui a provvedere alla famiglia.

Ma essendo ancora in età scolare non poteva farlo. Doveva  completare l’istruzione obbligatoria e poi finalmente avrebbe cominciato a lavorare. Era una  donna umile sua madre, ma educata e riconoscente.

Nonostante tutto a Francesco faceva tenerezza quando, invitando a sedere la donna ben vestita, cercava la sedia più nuova e pulita della stanza, o quando a tutti i costi voleva prepararle il caffè come segno di rispettosa ospitalità.

Dottorè, oggi deve accettare per forza. Altrimenti di qua io non la faccio uscire” – aveva esclamato un giorno determinata più che mai.

Insisto anche perché oggi ci ha portato per la quinta volta un pacco con tante provviste alimentari e la nostra dispensa non è più vuota. Dobbiamo festeggiare. Un caffè è il minimo che io possa offrirvi” aveva aggiunto mentre la signora tirava fuori dalla borsa un astuccio di pennarelli colorati regalandolo sorridendo al più piccolo della famiglia.

Qualche anno dopo, tutto era cambiato: la nonna era morta e la mamma attraversava un periodo di profonda depressione, cominciando spesso anche a bere.

Francesco ormai era più grande e in estate aveva iniziato a lavorare come apprendista presso una falegnameria, portando a casa una discreta paga ogni sabato sera.

L’assistente sociale aveva diradato i sopralluoghi e il sussidio comunale era diventato purtroppo solo un ricordo.

Tornato dal lavoro aiutava suo fratello a preparare la cena e a sistemare casa, perché ormai sua madre non solo non voleva farlo ma probabilmente non ne era più capace.

Spesso, con le lacrime agli occhi e un disperato impeto di rabbia, Francesco pensava che la loro vita era maledettamente imprigionata in quelle mura intrise di povertà, in una gabbia con sbarre invisibili dalla quale non poter uscire.

E allora contava i minuti per  tornare al più presto nella falegnameria e lasciarsi quasi abbracciare dal lavoro e avvolgere dalla sensazione di poter sconfiggere quella tristezza.

Qualcosa giorno dopo giorno doveva prima o poi cambiare. Non poteva essere sempre notte fonda, pensava. L’alba prima o poi sarebbe arrivata.

In quella stanza di 16 metri quadrati, dentro le mura della Casa Circondariale di Trani, la mancanza dell’odore del legno era l’unica cosa a cui Francesco non si era ancora abituato.

La vita dietro le sbarre non lo aveva mai spaventato. Si era subito adeguato alla routine quotidiana che un carcere minorile impone ed era felice di poter riprendere sia le attività scolastiche che quelle ricreative concesse ogni tanto nelle ore pomeridiane per favorire la socializzazione.

Si era molto affezionato al compagno di “stanza”, un sedicenne più allegro e ottimista di lui che compensava le sue malinconie e le sue frustrazioni e lo invogliava divertito a scrivere semplici canzoni rap per esorcizzare le ansie dell’incerto futuro.

Finalmente poteva avere un vero amico, un suo spazio da gestire,  poteva fare attività di squadra senza essere troppo competitivo,  poteva contare sull’altro, prendere coscienza che il mondo non è così oscuro come aveva sempre pensato, ma un posto bello da condividere con le persone giuste.

Eppure in quella “stanza” ci era entrato solo per aver difeso sua madre ...

Quel giorno, rientrando un po’ prima del solito dopo il lavoro, aveva incontrato suo fratello per strada con un amico e si era affrettato verso casa pensando che la mamma potesse avere bisogno di lui.

Invece la mamma non era sola. Un losco individuo con le braccia tatuate le stava insegnando a prepararsi una dose di chissà quale sostanza stupefacente.

La sorpresa, il disgusto e l’orrore prevalsero sulla razionalità e Francesco, non visto da entrambi al suo arrivo, preso d’impulso un bastone di legno che si trovava in cucina, cominciò a picchiare quasi selvaggiamente l’uomo alle spalle finché si accasciò sul pavimento privo di sensi, ponendo fine a quella rabbia.

Fino a quel giorno Francesco non aveva mai mostrato alcun segno di aggressività: la vita è strana, è folle; lo aveva messo a dura prova negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza con mille difficoltà fino a portarlo all’esasperazione.

E per la prima volta Francesco aveva pianto.

Per giorni interi.

Nell’auto della Polizia, al Commissariato, mentre gli prendevano le impronte digitali, quando era entrato nella cella, di notte, di giorno, in solitudine o in compagnia.

Le lacrime erano salate e Francesco non lo sapeva. Non sapeva neppure che forse quel gesto di inaudita violenza avrebbe salvato sua madre, perché dopo l’aggressione a quell’uomo i responsabili dei Servizi Sociali avevano accompagnato la donna in un centro di recupero per alcolizzati, dove poteva essere assistita e curata da personale esperto.

Qualche giorno dopo l’arresto era stata proprio l’assistente sociale che assegnava i buoni pasto a presentarsi in  carcere con un giovane avvocato nominato d’ufficio.

Gli aveva sorriso dicendogli che era cresciuto molto e che suo fratello era stato accolto amorevolmente in una casa-famiglia.

L’avvocato fu abbastanza ottimista sul processo, anche se la giustizia italiana è sempre un po’ lenta ...

Non devi preoccuparti, hai agito per difendere tua madre. Tutto si risolverà per il meglio e quando uscirai da qui ti prometto di trovare il lavoro che vorresti svolgere”, le disse la donna ben vestita tenendogli strette le mani per rincuorarlo.

Francesco le sorrise e serenamente rispose: “Grazie dottoressa, grazie avvocato per prendervi cura di me. Qui dentro mi sto impegnando molto nello studio e farò del mio meglio per ottenere la buona condotta”.

Salutò educatamente e, accompagnato dalla guardia, imboccò il corridoio che conduceva alle celle.

Un ragazzo come tanti: spalle robuste e andatura svelta di chi vorrebbe andare incontro al futuro.

Dentro le mura, era molto tranquillo, sentiva di aver trovato la sua dimensione.

Le vere sbarre erano fuori. 

Nel quartiere prosciugato dalle privazioni e dalla povertà, nella casa fatiscente e sventurata, in una società che non ti accoglie, non ti capisce e senza volerlo ti distrugge e ti costringe a non essere te stesso.

Filosofia del Turpiloquio: Perché Usiamo le Parolacce?

 

La parolaccia è il mezzo dei deboli a cui si affidano per sostenersi e illudersi di una forza che non hanno. Usare spesso parolacce dimostra mancanza di creatività e persino un vocabolario estremamente limitato. È volgare, inappropriato e poco intelligente.

Non solo le parolacce sono considerate poco intelligenti e intellettualmente pigre, ma sono spesso anche inconsciamente associate alla povertà e alla cosiddetta "mancanza di classe". Tuttavia, è risaputo che moltissimi usano parolacce.

Che sia in un momento di dolore o di sorpresa, in tanti usano queste parole in un modo o nell'altro. Sebbene i termini specifici che si usano possano variare a seconda delle classi sociali e delle variazioni culturali, imprecare è una caratteristica comune a tutte le lingue umane.

Nei film, una parolaccia ben piazzata può spesso risultare cool, mentre quando i miei compagni di università inserivano parolacce in ogni frase, mi ritrovavo disgustato.

Allora, perché imprechiamo? Ed è davvero un segno di scarsa intelligenza? È in qualche modo correlato a un vocabolario limitato o a scarse capacità linguistiche?

Forse il fenomeno dell'uso di parolacce viene spesso visto in modo sbagliato. Invece di chiederci perché usiamo parolacce, potrebbe essere più utile chiedersi prima perché consideriamo alcune parole più "tabù" di altre. Dopotutto, mentre le parolacce inglesi tendono a ruotare attorno a funzioni corporee e religione, questo non è universalmente vero. Altre culture hanno parolacce che ruotano attorno a tabù su antenati, famiglia e animali.

Quindi, come nascono le parolacce? Ci limitiamo a selezionare alcune parole e a etichettarle collettivamente come "parolacce"? Non esattamente.

In inglese, le parolacce moderne hanno avuto origine quando i Normanni conquistarono l'Inghilterra nel 1066. Le élite e i sovrani più ricchi parlavano francese, mentre la gente comune parlava inglese antico. Questo portò, indirettamente, allo stigma che si sviluppò attorno ad alcune parole in inglese antico che indicavano le funzioni corporee.

Per i Normanni, i termini base per "escrementi" usati in inglese antico finirono per essere considerati volgari, rozzi e poco raffinati. Ad esempio, la parola per descrivere la minzione in inglese antico era "pissen", e la parola per "defacazione" era "scite".

Naturalmente, è abbastanza facile vedere come queste parole, un tempo comuni, si siano evolute in due parole "volgari" familiari oggi. Tuttavia, se avessi chiesto a un parlante inglese antico di quel periodo di parlare di queste parole, sarebbero state altrettanto ordinarie ed educate quanto "urinare" e "defecare" lo sono per noi nel XXI secolo.

Così, per uno strano scherzo del destino, le parole usate dalle classi inferiori vennero stigmatizzate dalla classe dominante, e alla fine vennero relegate esclusivamente all'uso di parolacce.

Questo schema non è esclusivo della lingua inglese. La maggior parte delle parolacce presenti in diverse culture si è evoluta proprio a causa di un pregiudizio storico nei confronti di quelli che venivano considerati dialetti "rozzi" delle classi sociali inferiori.

Tutto ciò è dovuto a un fenomeno universale in sociologia e linguistica che viene definito l'emergere di un "dialetto di prestigio". Quando due o più dialetti diversi coesistono nella stessa lingua, il più delle volte uno di questi dialetti tende a essere parlato da una classe di individui più ricchi e potenti degli altri. I parlanti di questo dialetto di prestigio spesso guardano dall'alto in basso i parlanti di altri dialetti, per nessun altro motivo se non il fatto che preferiscono il proprio modo di parlare.

Sebbene questo influenzi la lingua e la cultura a molti livelli diversi, è anche un catalizzatore per la creazione di parolacce. Quando in una cultura esistono determinati tabù, i parlanti del dialetto di prestigio tendono spesso ad associare parole usate in altri dialetti come "ignorante" e "volgare", se queste parole sono in qualche modo collegate al tabù preesistente.

I pregiudizi culturali portano alla stigmatizzazione di certe parole appartenenti alle classi inferiori, che alla fine assumono il ruolo di imprecazioni. Può sembrare un po' deludente, ma in realtà le parolacce si evolvono semplicemente a causa di pregiudizi, preconcetti e un complesso di superiorità non curato. Alla fine, il significato originale di queste parole si perde nel tempo e i madrelingua delle lingue percepiscono queste parole come "cattive".

Sebbene questo sembri spiegare come si evolvono e nascono le parolacce, non spiega ancora perché le usiamo ancora. Dopotutto, se queste parole sono così pesantemente stigmatizzate, perché persistono?

Tutte le culture imprecano in un modo o nell'altro. La pura universalità di questa attività è un'indicazione che c'è qualcosa di profondamente radicato nella nostra mente che ci spinge a usarle.

È interessante notare che uno studio del 2009 della Keen University ha scoperto che i partecipanti che imprecavano erano in grado di tenere le mani nell'acqua ghiacciata più a lungo di quelli che non lo facevano. L'idea è che imprecare inneschi una risposta di "attacco o fuga", che rilascia adrenalina e permette a chi parla di provare un effetto di intorpidimento durante un'esperienza dolorosa.

Altre ricerche hanno corroborato questa idea e hanno portato molti neuroscienziati a concludere che gli esseri umani imprecano perché ci permettono di gestire il dolore, lo stress, l'ansia e persino di migliorare le prestazioni atletiche grazie alla scarica di adrenalina.

Ciò è ulteriormente dimostrato dal fatto che le parolacce vengono elaborate dal cervello in modo diverso rispetto al linguaggio normale. Invece di attivare le aree cerebrali responsabili del linguaggio normale, l'uso delle parolacce è associato al sistema limbico, una regione del cervello connessa alle emozioni.

Tuttavia, le parolacce non sono solo strumenti di supporto emotivo. Sebbene si creda comunemente che le parolacce rappresentino un vocabolario limitato, la ricerca ha completamente smentito questa ipotesi.

Uno studio del Marist College ha dimostrato il contrario: le persone che riuscivano a elencare più parolacce in un breve periodo di tempo tendevano a ottenere punteggi molto più alti nei test di vocabolario generale e nei test di fluidità verbale.

La teoria è che le parolacce, di per sé, probabilmente non siano un fattore determinante per la capacità lessicale o l'intelligenza complessiva. Chi invece ha già un lessico più ampio tende a usare le parolacce in modi creativi e retorici, data la loro utilità in determinati contesti.

In altre parole, le parolacce sono utili. Se inserite abilmente in un discorso o in una conversazione, possono evocare emozioni intense e persino rafforzare affermazioni forti.

Le parolacce non sono "ignoranti" e non sono intrinsecamente "cattive". Sono piuttosto strumenti che qualsiasi oratore o scrittore può aggiungere al proprio arsenale per trasmettere meglio idee ed emozioni.

In definitiva, le parolacce fanno parte del linguaggio umano. Nonostante la loro natura tabù, continueranno a evolversi e a essere utilizzate in modo creativo nelle lingue di tutto il mondo.

Lo stigma che circonda il loro uso rimarrà probabilmente una componente necessaria della loro stessa esistenza: senza di esso, perdono la loro efficacia. Ma con cura e precisione, possono essere utilizzate in un'ampia varietà di ambiti diversi, dalla letteratura alla parola.

Per quanto possa sembrare sorprendente, alcune delle parole più potenti della nostra lingua sono quelle che ci viene detto di non usare.

Usa il linguaggio turpiloquente, dal punto di vista filosofico, non è un mero difetto di educazione o un fallimento grammaticale. È una forma di agire linguistico dotato di uno statuto speciale, analizzato dalla filosofia del linguaggio, dall'etica e dalla fenomenologia.

In filosofia, l'atto di usare le parolacce si chiarisce attraverso tre prospettive chiave:

1. Teoria degli Atti Linguistici: Espressione Performativa
Per filosofi come J.L. Austin e John Searle, il linguaggio non serve solo a descrivere il mondo ("la sedia è rossa"), ma a compire azioni. Le parolacce sono atti illocutori ad alta carica emotiva. Non descrivono una realtà in modo razionale; la evocano o la impongono. Dire una parolaccia equivale a scagliare un "sasso verbale": scavalca la sintassi sintetica per accedere direttamente a uno stato affettivo primario (rabbia, sorpresa, intimità o catarsi).

2. Fenomenologia e Tabù: L'Invasione della Corporeità
La maggior parte del turpiloquio attinge a due ambiti precisi: il sacro e la corporeità viscerale (sesso, escrezione, decomposizione).

  • Il corpo rimosso: La cultura e la ragione tentano costantemente di astrarre l'essere umano, nascondendone la natura biologica e animale. La parolaccia risveglia violentemente la materia: riporta l'interlocutore alla sua vulnerabilità fisica e animale.

  • Il sacro e il profano: Come evidenziato dall'antropologia filosofica (da Georges Bataille a Mircea Eliade), il tabù esiste per delimitare ciò che è separato/sacro da ciò che è comune. Pronunciare l'impronunciabile è un atto di trasgressione che rompe l'ordine simbolico stabilito, rivendicando una libertà immediata, seppur temporanea.

3. Pragmatica e Socialità: Marcatore di Intimità o Dominio
Il significato di un termine scurrile varia radicalmente in base alla pragmatica (il contesto d'uso):

  • Funzione catartica: Funziona come una valvola di sfogo per la tensione emotiva o il dolore fisico (studi neuro-filosofici mostrano che le parolacce attivano l'amigdala e aumentano la tolleranza al dolore).

  • Funzione comunitaria: Tra pari, l'uso del turpiloquio segnala la caduta delle formalità e della maschera sociale (la persona pirandelliana), creando un senso di autenticità e vicinanza emotiva.

  • Funzione d'offesa: Utilizzata verso l'altro, cerca di disumanizzare o ridurlo alla sua dimensione meramente biologica o morale degradata, negandone la dignità razionale.

Prospettiva FilosoficaRuolo del Turpiloquio
Pragmatica del linguaggioAtti performativi emotivi, non descrittivi.
Antropologia del TabùRottura simbolica delle norme umane per richiamare la carne o il sacro.
Etica ed EsistenzialismoSospensione temporanea della "maschera sociale" e ricerca di autenticità sregolata.
Usare le parolacce significa far irrompere la forza grezza della materia e dell'emozione dentro la struttura ordinata e astratta della logica e del discorso umano.

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