sabato 18 aprile 2026

Un insegnamento che va oltre la fisica (Stephen Hawking)



Incontrare Stephen Hawking non significava solo assistere a una lezione di cosmologia. Per molti studenti era un’esperienza capace di cambiare prospettiva sulla vita, sui limiti e sul significato stesso della conoscenza.

Questa è la storia di uno studente e dello stupore profondo che nasce davanti alle difficoltà fisiche dello scienziato — e della risposta sorprendente che riceve.


Lo stupore iniziale: quando l’apparenza confonde

Lo studente entrò nell’aula con entusiasmo, pronto ad ascoltare uno dei più grandi fisici teorici della storia. Ma quando Hawking fece il suo ingresso, qualcosa lo colpì profondamente.

La sedia a rotelle, il corpo immobile, la comunicazione mediata da un sintetizzatore vocale: tutto sembrava in contrasto con l’immagine di genialità che aveva costruito nella sua mente.

In quel momento nacque una domanda spontanea:

Com’è possibile che una mente così brillante viva in un corpo così limitato?


La domanda allo scienziato

Alla fine della lezione, lo studente trovò il coraggio di avvicinarsi.

Con esitazione, pose una domanda sincera, anche se difficile:

“Professore… come riesce a fare tutto questo, nonostante le sue condizioni?”

Hawking, colpito più dalla sincerità che dall’imbarazzo, rispose con calma.


La risposta di Hawking: non sono il mio corpo

Lo scienziato spiegò di convivere con la Sclerosi Laterale Amiotrofica, una condizione che limita quasi completamente il movimento.

Ma poi aggiunse una frase che cambiò tutto:

“Tu stai guardando il mio corpo. Ma io non sono il mio corpo.”

Queste parole racchiudono una visione potente: l’identità di una persona non coincide con i suoi limiti fisici.


Una lezione di vita: la mente senza confini

Hawking continuò spiegando che, nonostante la malattia, la sua mente è rimasta libera.

  • Può immaginare

  • Può esplorare l’universo

  • Può porre domande profonde

Secondo lui, il vero errore è definire la propria vita in base a ciò che manca.

“Non definire te stesso per ciò che hai perso, ma per ciò che puoi ancora scoprire.”


Dal disagio all’ammirazione

Lo studente, inizialmente colpito dal contrasto tra corpo e mente, comprese qualcosa di più profondo.

Il suo stupore si trasformò:

  • Da confusione → a comprensione

  • Da disagio → a rispetto

  • Da pietà → ad ammirazione

Vide finalmente Hawking non per i suoi limiti, ma per la sua straordinaria capacità di pensare oltre ogni barriera.


Conclusione: una lezione che va oltre la scienza

L’incontro con Stephen Hawking non fu solo una lezione di fisica, ma una vera lezione di vita.

Il messaggio è semplice ma potente:

👉 La curiosità è più forte dei limiti
👉 La mente può andare oltre ogni ostacolo fisico
👉 Il valore di una persona non si misura dal corpo, ma dalle idee

Se c’è una cosa da portare con sé, è questa:

Non sprecare tempo a concentrarti sui limiti. Usalo per fare domande, esplorare e capire il mondo.



*Spunto tratto dal 3^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 



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venerdì 17 aprile 2026

Che cos’è la morale? (Lezione da Maria Ossowska)



Allora, partiamo da una cosa semplice.

Quando dite:
👉 “Questo è giusto”
👉 “Questo è sbagliato”

…vi siete mai chiesti chi lo ha deciso?

Perché vedete, la morale non è qualcosa che “sta lì” in natura.
Non è come la gravità.

👉 È qualcosa che le persone costruiscono insieme.


🧠 “La morale non è universale”

Vi faccio un esempio.

Oggi:

  • il duello è assurdo, illegale

Ma una volta:

  • era una questione d’onore

Quindi?
👉 Era giusto prima e sbagliato adesso?
👉 Oppure cambia il modo in cui lo giudichiamo?

Ecco il punto:
la morale cambia con la società.


⚖️ Tipi di morale (detto semplice)

Pensate a tre modi diversi di vedere il “giusto”.

1. Quello delle regole

Tipo:

  • “Non si ruba”

  • “Non si mente”

Qui conta seguire la norma. Fine.


2. Quello del carattere

Qui non conta solo cosa fai, ma che tipo di persona sei.

  • Sei leale?

  • Sei coraggioso?

👉 È la morale delle virtù.


3. Quello delle conseguenze

Qui invece si ragiona così:

👉 “Questa cosa porta più bene o più male?”

Se porta più bene → ok
Se porta più male → no


🤨 Il punto davvero importante

Io, da sociologa, non sono qui per dirvi:

❌ “Questo è giusto”
❌ “Questo è sbagliato”

Quello lo fa la filosofia.

Io vi chiedo:
👉 perché una società considera qualcosa giusto?


🏛️ A cosa serve la morale?

Serve a:

  • farci convivere

  • creare regole comuni

  • evitare il caos

Ma attenzione…

👉 può anche servire a controllare
👉 può giustificare disuguaglianze

Quindi non è sempre “innocente”.


🔍 Cambia tutto

Pensate a cose che oggi sembrano ovvie:

  • diritti delle donne

  • relazioni

  • famiglia

👉 Non sono sempre state così.

Questo significa che:
anche ciò che vi sembra naturale… è storico.


❓ Vi lascio con una domanda

Prendiamo una frase classica:

👉 “Bisogna dire sempre la verità”

Davvero sempre?

  • Diresti la verità a qualcuno per ferirlo?

  • Mentiresti per proteggere qualcuno?

Vedete?
👉 Anche le regole più “ovvie” si complicano.


🧩 Conclusione

Non fidatevi troppo delle risposte semplici.

Chiedetevi sempre:
👉 “Chi ha deciso che questo è giusto?”
👉 “In quale società?”
👉 “Perché?”

Se iniziate a farvi queste domande…
state già facendo sociologia della morale.


*Spunto tratto dal 3^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 



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giovedì 16 aprile 2026

Kant e il politico moderno: cosa la filosofia può insegnare alla politica di oggi


Perché Kant è ancora attuale nella politica moderna

In un’epoca dominata da dati, sondaggi e consenso immediato, la politica sembra aver perso il contatto con i suoi fondamenti etici.
Ma cosa accadrebbe se uno dei più grandi filosofi della modernità, Immanuel Kant, potesse confrontarsi con un politico di oggi?

Questo racconto immagina proprio quell’incontro — e mette in luce alcuni aspetti fondamentali che la politica contemporanea tende a sottovalutare.


Il racconto: Kant incontra un politico contemporaneo

Nella sala d’attesa di un moderno palazzo istituzionale, tra vetro lucido e schermi che scorrono notizie in tempo reale, sedeva un uomo fuori dal tempo: Immanuel Kant.

Dopo qualche minuto, un politico moderno lo fece entrare nel suo ufficio.

«Ha cinque minuti», disse, distratto dal telefono.

«Cinque minuti possono bastare, se usati secondo ragione», rispose Kant.

Lo sguardo del filosofo si posò sui monitor pieni di grafici e percentuali.

«Vedo che governate con grande attenzione ai numeri.»

«I dati sono tutto», replicò il politico. «È così che si decide oggi.»

Kant fece una pausa.
«E la legge morale?»


Primo problema: la politica guidata solo dall’utile

Il politico rispose con sicurezza: «Facciamo ciò che è meglio per la maggioranza.»

Kant ribatté con calma:
«Ciò che è utile è sempre giusto?»

Qui emerge uno dei primi grandi limiti della politica moderna:
👉 la riduzione della decisione politica a puro calcolo di convenienza.

Secondo Kant, alcune azioni sono sbagliate a prescindere dai benefici. Quando questo principio viene ignorato, la politica diventa tecnica, non etica.


Secondo problema: i cittadini trattati come mezzi

Kant continuò:

«Trattate le persone come mezzi per ottenere consenso, non come fini.»

Nel mondo della comunicazione politica moderna, questo è evidente:

  • campagne costruite per persuadere più che per informare

  • messaggi semplificati per manipolare il consenso

  • narrazioni progettate per orientare, non per chiarire

Kant mette in guardia:
👉 convincere non deve mai diventare manipolare.


Terzo problema: l’ossessione per il breve termine

Il politico ammise: «Pensiamo al prossimo ciclo elettorale.»

Kant rispose:

«Allora non costruite una società giusta, ma gestite il presente.»

Questo è un nodo cruciale della politica contemporanea:

  • riforme incomplete

  • scelte rinviate

  • visione strategica assente

👉 Senza una prospettiva di lungo periodo, la politica perde profondità.


Quarto problema: la perdita del senso del dovere

Kant propose una domanda chiave:

«Potresti volere che questa decisione diventi una legge universale?»

Questo principio — noto come imperativo categorico — rappresenta un criterio ancora attualissimo.

La politica moderna spesso si chiede:
✔ “Funzionerà?”
❌ ma raramente: “È giusto?”


Un aspetto dimenticato: la politica come esempio morale

Nel dialogo emerge un punto spesso ignorato:

«Ogni decisione pubblica educa i cittadini.»

Secondo Kant:

  • una politica cinica genera cittadini cinici

  • una politica giusta rafforza il senso etico collettivo

👉 La politica non è solo gestione del potere, ma formazione della società.


Conclusione: cosa possiamo imparare da Kant oggi

Alla fine dell’incontro, il politico rimane solo con una frase:

“Agisci in modo da trattare l’umanità sempre come fine e mai come mezzo.”

Non è una soluzione facile.
Non è nemmeno una strategia elettorale.

Ma è, forse, ciò che manca di più oggi:
👉 il coraggio di mettere la morale prima della convenienza.



*Spunto tratto dal 1^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 



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mercoledì 15 aprile 2026

La grazia dello sguardo (Simone Weil)



Nel pensiero di Simone Weil, l’attenzione non è solo concentrazione: è una forma profonda di amore.

In un mondo distratto e veloce, imparare a fermarsi e vedere davvero l’altro diventa un atto rivoluzionario.

Questo racconto traduce la sua filosofia in immagini semplici e accessibili.


📖 Racconto: La luce che vede

C’era una volta una ragazza che non riusciva a vivere come gli altri. Non perché fosse diversa, ma perché vedeva troppo.

Camminava tra la folla e, invece di perdersi nel rumore, coglieva ciò che nessuno notava: uno sguardo abbassato, una stanchezza nascosta, una solitudine silenziosa.
Ogni persona le sembrava una domanda senza risposta.

Un giorno entrò in una fabbrica. Il rumore era continuo, i gesti ripetuti fino a svuotare il pensiero.
Provò a lavorare lì.

Capì presto che osservare non basta: il dolore degli altri non si comprende da lontano.
Bisogna attraversarlo.

La sera tornava stanca, ma in quella stanchezza scoprì qualcosa:
la vera attenzione nasce quando si fa spazio dentro di sé.

Un giorno vide un uomo seduto in silenzio, come se fosse diventato invisibile.
Si sedette accanto a lui.

Non parlò.

Dopo un po’, l’uomo alzò lo sguardo. Non sorrise, non disse nulla.
Ma accadde qualcosa di essenziale: si sentì visto.

E la ragazza comprese che il bene non è sempre grande o evidente.
A volte è fragile, discreto, quasi invisibile.

Col tempo capì anche altro: non basta voler fare il bene. Anche nelle buone azioni si nasconde l’ego.

Così iniziò a togliere: il bisogno di apparire, di avere ragione, di essere riconosciuta.
Voleva diventare trasparente, come una finestra attraversata dalla luce.

Non sempre ci riusciva. Comunque comprese che anche la fatica e il vuoto fanno parte del cammino.

E un giorno capì davvero: amare non significa salvare o cambiare l’altro, ma restare, con verità.

Restare senza fuggire, senza giudicare, senza possedere.

E allora l’attenzione le apparve per quello che è: una forma silenziosa di amore.


💡 Insegnamento: cosa ci insegna Simone Weil

Dal racconto emergono alcuni principi chiave del pensiero di Simone Weil:

1. L’attenzione è amore

Vedere davvero qualcuno è già un atto di cura e riconoscimento.

2. L’indifferenza è la radice del male

Non vedere l’altro significa negarne l’esistenza.

3. La sofferenza può rivelare verità

Non sempre va evitata: a volte è una via di comprensione profonda.

4. L’ego ostacola il bene

Anche le buone azioni possono essere contaminate dal bisogno di riconoscimento.

5. Amare è fare spazio

Significa lasciare che l’altro esista senza volerlo controllare.


🔍 Perché questo messaggio è ancora attuale

Oggi viviamo in un’epoca di distrazione continua.
Scrolliamo, reagiamo, commentiamo — ma raramente prestiamo attenzione.

Il pensiero di Simone Weil ci invita a qualcosa di controcorrente:
fermarsi, guardare, restare.

E proprio in questo gesto semplice può nascere una forma autentica di umanità.


🧭 Conclusione

“La luce che vede” non è una luce che acceca o impone. È una presenza discreta che riconosce.

In un mondo pieno di rumore, forse il gesto più radicale è questo: essere davvero presenti per qualcuno.


*Spunto tratto dal 1^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 

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martedì 14 aprile 2026

Il Silenzio che Osserva (Yoganada)

 

Sotto un cielo color ambra, tra i campi silenziosi dell’India, un giovane cercatore sedeva immobile accanto al fiume. Il suo nome era Andrea, e da giorni portava nel cuore una domanda che non gli dava pace: “Chi sono davvero?”

Aveva letto libri, ascoltato maestri, osservato il mondo. Eppure ogni risposta sembrava incompleta, come una frase interrotta a metà.

Una sera, mentre il sole si scioglieva nell’orizzonte, incontrò un uomo dai tratti sereni. Non sembrava un semplice viandante: nei suoi occhi c’era una quiete profonda, come se avesse attraversato tempeste senza mai smarrirsi.

«Cerchi qualcosa», disse l’uomo con voce calma.

Andrea annuì. «Cerco la verità. Voglio capire chi sono… ma ogni strada sembra portare fuori, mai dentro.»

L’uomo sorrise appena. «Allora hai già iniziato a comprendere.»

Andrea rimase in silenzio.

«Molti cercano nel mondo ciò che può essere trovato solo nel silenzio dell’anima», continuò il maestro. «Il pensiero corre, analizza, divide. Ma la verità… unisce.»

«E come si raggiunge?» chiese il giovane.

L’uomo si sedette accanto a lui, indicando il fiume.

«Guarda l’acqua. Scorre, cambia forma, riflette il cielo… eppure la sua essenza resta la stessa. Così è la coscienza. Tu non sei i tuoi pensieri. Non sei le tue paure. Sei ciò che osserva.»

Andrea chiuse gli occhi, cercando di cogliere quel senso.

«Questo è l’inizio del cammino che Paramahansa Yoganada ha insegnato», disse il maestro. «Non una filosofia da studiare, ma un’esperienza da vivere.»

«Un’esperienza?»

«Sì. Attraverso la meditazione, il respiro, l’ascolto profondo. Quando la mente si calma, emerge qualcosa di più grande: una presenza silenziosa, eterna.»

Il vento si alzò leggero, muovendo le foglie.

«Ma il mondo è pieno di caos…» disse Andrea. «Come posso trovare pace in mezzo a tutto questo?»

Il maestro lo guardò con dolce fermezza.

«La pace non è assenza di rumore. È presenza di consapevolezza. Yoganada insegnava che la gioia vera nasce dentro, indipendentemente da ciò che accade fuori.»


🌅 Il primo esercizio

Il giorno seguente, il maestro condusse Andrea su una piccola altura.

«Oggi non cercherai risposte», disse. «Imparerai a osservare.»

«Osservare cosa?»

«Te stesso.»

Lo invitò a sedersi, con la schiena dritta e gli occhi chiusi.

«Segui il respiro. Non cambiarlo. Non controllarlo. Solo… ascoltalo.»

All’inizio, Andrea sentiva solo confusione: pensieri, ricordi, preoccupazioni. La mente sembrava ancora più rumorosa di prima.

«È normale», disse il maestro. «Quando smetti di fuggire, la mente si rivela.»

Passarono giorni. Poi settimane.

Lentamente, tra un pensiero e l’altro, Andrea iniziò a percepire degli spazi. Brevi istanti di silenzio. Piccoli vuoti che non facevano paura… ma anzi, davano sollievo.


🌌 Il dubbio

Una notte, però, il dubbio tornò.

«E se fosse tutto inutile?» disse Andrea. «E se stessi solo illudendomi?»

Il maestro accese una piccola lampada.

«Guarda questa fiamma», disse. «Se il vento soffia, la luce trema. Ma la sua natura non cambia.»

«Vuoi dire che…»

«La tua coscienza è quella fiamma. I pensieri sono il vento. Non devi fermare il vento. Devi riconoscere la luce.»

Andrea rimase in silenzio. Quelle parole non erano solo da capire… erano da sentire.


🌄 L’esperienza

Una mattina, mentre meditava all’alba, accadde.

Non fu un lampo, né una visione. Fu qualcosa di più semplice — e immensamente più profondo.

Il respiro divenne sottile. I pensieri si allontanarono, come nuvole leggere. E poi… Un senso di presenza. Di completezza. Di essere già ciò che stava cercando. Non c’era più separazione tra lui e il mondo. Il suono degli uccelli, il vento, il battito del cuore — tutto sembrava parte di un’unica armonia. Aprì gli occhi. Il mondo era lo stesso — eppure diverso. I colori più vivi, l’aria più leggera, il tempo quasi immobile.


🧭 Il ritorno al mondo

Il maestro lo osservava da lontano.

«Ora capisci?» chiese.

Andrea annuì, con gli occhi lucidi.

«Non dovevo diventare qualcosa… dovevo solo ricordare.»

Il maestro sorrise.

«Questo è il cuore dell’insegnamento di Paramahansa Yoganada: l’unione tra l’anima individuale e l’infinito. Non un’idea… ma una realizzazione.»

«E ora?» chiese Andrea.

«Ora torni nel mondo.»

«Ma… non perderò tutto questo?»

Il maestro scosse la testa.

«Se era un’idea, la perderai. Se è diventato esperienza… ti accompagnerà ovunque.»


🌍 Il vero insegnamento

Andrea lasciò quel luogo qualche giorno dopo. Tornò tra le città, tra le persone, tra il rumore della vita quotidiana. Ma qualcosa era cambiato.

Quando qualcuno lo insultava, osservava la reazione… senza esserne travolto. Quando provava paura, la riconosceva… senza identificarvisi.
Quando provava gioia, la sentiva più pienamente… senza aggrapparvisi.

E lentamente comprese qualcosa di ancora più profondo:

La meditazione non era solo sedersi in silenzio. Era vivere con consapevolezza. Ogni gesto diventava pratica. Ogni respiro, un ritorno. Ogni momento, una porta.


Epilogo

Anni dopo, qualcuno gli chiese: «Dove hai trovato la verità?»

Andrea sorrise.

«Nel momento in cui ho smesso di cercarla fuori.»

Fece una pausa, poi aggiunse: «E ho scoperto che ciò che cercavo… stava osservando attraverso i miei occhi da sempre.»

E mentre il mondo continuava a muoversi, cambiare, correre…

Dentro di lui c’era ancora quel silenzio. Non vuoto. Ma pieno. Come lo spazio infinito… che accoglie ogni cosa senza mai perdere sé stesso.


*Spunto tratto dal 1^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 

lunedì 13 aprile 2026

Guardando le stelle con Margherita Hack

 

La prima volta che la incontrai era una sera di fine estate. L’aria era ancora tiepida, ma portava già dentro una promessa di autunno. 

Lei era seduta su una panchina, con il bastone appoggiato accanto e lo sguardo rivolto al cielo, come se stesse leggendo qualcosa che io non riuscivo nemmeno a vedere.

Riconobbi subito Margherita Hack, anche se l’avevo vista solo in fotografia. Aveva quell’aria asciutta, diretta, e allo stesso tempo curiosa, come una bambina che non ha mai smesso di fare domande.

Esitai qualche secondo, poi mi avvicinai.

«Professoressa… posso sedermi?»

«Se non hai paura delle vecchie signore che parlano troppo, accomodati,» rispose senza distogliere lo sguardo dal cielo.

Sorrisi e mi sedetti accanto a lei. Restammo in silenzio per un po’. Non era un silenzio imbarazzato, ma pieno, quasi necessario.

«Lei guarda spesso le stelle?» chiesi.

«Sempre,» disse. «Anche quando non si vedono.»

Quella risposta mi colpì più del previsto.

Feci un respiro profondo. «Posso chiederle una cosa un po’ personale?»

«Le domande personali sono le più interessanti. Vai.»

Esitai, poi lo dissi: «Perché non crede in Dio?»

Lei non si voltò subito. Rimase qualche secondo a osservare il cielo, poi parlò con calma.

«Vedi, io ho passato la vita a studiare le stelle. Non per cercare un significato nascosto, ma per capire come funzionano. E più capisci, più ti accorgi che l’universo non ha bisogno di un regista.»

Indicò una zona del cielo.

«Lì ci sono galassie che si scontrano, stelle che nascono e muoiono, pianeti che si formano e spariscono. Tutto segue leggi precise. Non c’è intenzione, non c’è progetto. C’è materia che evolve.»

«Ma… non potrebbe esserci qualcosa dietro?» insistetti.

Lei scosse la testa, con un mezzo sorriso.

«Potrebbe, certo. Ma il punto è: non serve. Le spiegazioni scientifiche bastano. Quando hai una teoria che funziona, che spiega e prevede, aggiungere Dio diventa superfluo.»

«Quindi per lei è solo una questione di prove?»

«Anche,» rispose. «Ma non solo. È anche una questione di onestà intellettuale. Io non posso credere in qualcosa solo perché mi fa stare meglio.»

Quella frase mi rimase dentro.

Dopo qualche istante, trovai il coraggio per la seconda domanda.

«E l’aldilà?»

Questa volta si voltò verso di me. I suoi occhi erano vivaci, quasi divertiti.

«Ah, quello piace a tutti,» disse. «L’idea che la storia continui.»

«A lei no?»

«No. E ti dirò perché.» Si appoggiò allo schienale della panchina.

«La nostra mente, i nostri pensieri, i ricordi… sono il risultato dell’attività del cervello. Non sono qualcosa di separato. Quando il cervello si spegne, finisce tutto.»

«Ma è… un po’ triste,» dissi piano.

Lei fece una piccola risata.

«Solo se la guardi nel modo sbagliato.»

«Cioè?»

«Cioè pensi che il valore delle cose dipenda dalla loro durata infinita. Ma non è così. Una cosa può essere preziosa proprio perché finisce.»

Restai in silenzio.

«Pensa a una giornata felice,» continuò. «Se fosse eterna, smetterebbe di avere significato. È il fatto che finisce a darle valore.»

Guardai le stelle. Mi sembravano improvvisamente più lontane, ma anche più vere.

«Non le fa paura la morte?» chiesi.

Lei ci pensò un attimo.

«Mi fa paura il dolore, la perdita delle persone care. Ma l’idea di non esistere… no. Quando non c’ero prima di nascere, non soffrivo. Sarà lo stesso dopo.»

«E il senso della vita, allora?»

Lei sorrise, questa volta con una certa energia.

«Non è scritto da nessuna parte. Non c’è un copione. E questa è una grande libertà.»

Si sporse leggermente in avanti.

«Il senso lo costruisci tu. Studiando, lavorando, amando, sbagliando. Cercando di capire un pezzetto di mondo e magari migliorarlo un po’.»

Il vento mosse le foglie sopra di noi. Una stella cadente attraversò il cielo, rapida.

«Vede?» disse. «Non serve credere in qualcosa di soprannaturale per provare meraviglia. Quella luce è reale. Quella traiettoria è spiegabile. Eppure è bellissima.»

«Quindi la scienza non toglie magia?» chiesi.

«La cambia,» rispose. «La rende più profonda. Perché sai cosa stai guardando.»

Rimanemmo in silenzio per un po’. Sentivo che quella conversazione mi stava spostando qualcosa dentro, anche se non sapevo ancora bene cosa.

«Posso farle un’ultima domanda?» dissi.

«Certo.»

«Lei è felice, senza credere in Dio o nell’aldilà?»

Lei mi guardò direttamente, con uno sguardo limpido.

«Sì,» disse. «Perché non ho bisogno di illusioni per dare valore alla mia vita. Mi basta sapere che è l’unica che ho.»

Poi tornò a guardare il cielo.

«E credimi,» aggiunse, «è già tantissimo.»

Restammo lì ancora un po’, senza parlare. Il cielo sopra di noi continuava a essere lo stesso, ma io avevo la sensazione di vederlo per la prima volta: non come qualcosa che doveva darmi risposte… ma come qualcosa che potevo finalmente provare a capire.


*Spunto tratto dal 5^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 

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