Benvenuti su Riflessioni Filosofiche

Pensieri, intuizioni e riflessioni dedicate allo spirito umano, alla serenità interiore e alla ricerca di un significato più profondo del vivere.

Uno spazio di quiete e consapevolezza, dove le parole diventano luce e accompagnamento.

domenica 31 maggio 2026

Quando Scopri Chi Sei Davvero (Jung)


La pioggia cadeva lenta sui vetri della Clinica San Michele. 

Era uno di quei pomeriggi di novembre in cui il cielo sembrava essersi dimenticato del sole e la città si muoveva sotto una coperta grigia di umidità e silenzio.

Il dottor Andrea Ferri osservava il cortile interno dalla finestra del suo studio. 

Aveva trentadue anni, una laurea ottenuta con il massimo dei voti e una carriera che prometteva bene. 

I colleghi lo consideravano brillante; i professori dell'università avevano sempre parlato di lui come di uno dei migliori studenti della sua generazione.

Eppure, da quando aveva iniziato a lavorare, una sensazione indefinibile lo accompagnava ogni giorno.

Aveva imparato a riconoscere sintomi, classificare disturbi, individuare traumi e prescrivere percorsi terapeutici. 

Ma la mente umana gli appariva ancora più misteriosa di quanto non gli fosse sembrata sui libri.

Mentre rifletteva, qualcuno bussò alla porta.

«Avanti.»

Entrò il direttore della clinica.

«C'è una persona che chiede di parlare con lei.»

«Ha un appuntamento?»

«No.»

«Di cosa si tratta?»

Il direttore sorrise.

«È proprio questo il punto. Non lo so.»

Andrea aggrottò la fronte.

«Lo faccia entrare.»

Pochi istanti dopo comparve un uomo sulla cinquantina. Alto, elegante, capelli leggermente brizzolati. 

Aveva il portamento tranquillo di chi non deve dimostrare nulla a nessuno.

«Buongiorno. Mi chiamo Lorenzo.»

«Si accomodi.»

L'uomo si sedette. Andrea aprì il taccuino.

«In cosa posso aiutarla?»

Lorenzo incrociò le mani sulle ginocchia.

«In realtà non soffro di alcun problema.»

Andrea sollevò lo sguardo.

«Nessun problema?»

«No.»

«Ansia?»

«No.»

«Depressione?»

«No.»

«Difficoltà relazionali?»

«No.»

«Insonnia?»

«Nemmeno.»

Andrea chiuse lentamente il taccuino.

«Allora perché è qui?»

Lorenzo sorrise.

«Perché desidero conoscermi meglio.»

La risposta lo lasciò interdetto.

Nella sua esperienza, nessuno cercava uno psicologo senza una sofferenza da affrontare.

«Mi sembra che stia già molto bene.»

«Forse.»

«Forse?»

«Credo che esista sempre qualcosa che non vediamo di noi stessi.»

Andrea non seppe cosa replicare.

L'incontro durò poco più di mezz'ora. Quando Lorenzo se ne andò, il giovane psicologo si convinse che non sarebbe più tornato.

Si sbagliava. La settimana seguente era di nuovo lì. E quella successiva ancora. Cominciarono a parlare della sua vita.

Lorenzo aveva un buon lavoro, un matrimonio stabile, due figli ormai adulti. 

Insomma, una situazione economica serena.

Nessun conflitto o trauma evidente. Ogni cosa sembrava al posto giusto.

Tuttavia, col passare del tempo, Andrea iniziò a percepire qualcosa di strano che non riusciva a definire. 

Era come osservare un quadro perfetto e accorgersi che mancava qualcosa.

Durante una seduta gli chiese: «Ha mai odiato qualcuno?»

«No.»

«Mai?»

«Mai.»

«Nemmeno da ragazzo?»

«No.»

«Ha mai provato gelosia?»

«No.»

«Invidia?»

«No.»

«Desiderio di vendetta?»

«Mai.»

Le risposte arrivavano sempre con la stessa calma.

Troppo rapidamente e fin troppo facilmente.

Quell'uomo sembrava meno reale dei suoi pazienti più tormentati.

I suoi pazienti soffrivano, piangevano, si contraddicevano.

Mostravano fragilità mentre Lorenzo no.

Era come una superficie perfettamente levigata che proprio per questo appariva innaturale.

Qualche settimana dopo, Andrea decise di cambiare approccio.

«Quando è stata l'ultima volta che ha pianto?»

Lorenzo rimase in silenzio prima di rispondere: «Non ricordo.»

«E l'ultima volta che si è arrabbiato?»

«Molto tempo fa.»

«Quanto tempo?»

«Forse trent'anni.»

Andrea quasi sorrise.

«Trent'anni senza rabbia?»

«La rabbia è inutile.»

«Questo non significa che non esista.»

Lorenzo abbassò lo sguardo.

«Ho imparato a controllarla.»

«O a nasconderla?»

L'uomo non rispose. In quel silenzio emerse la prima impercettibile crepa.

Qualche giorno dopo Lorenzo raccontò un sogno.

«Mi trovavo in una casa enorme.»

«Continui.»

«Era bellissima. Ogni stanza era luminosa.»

«E poi?»

«C'era una porta nel seminterrato.»

«Cosa c'era dietro?»

«Non lo so.»

«Perché?»

«Perché non l'ho aperta.»

«Aveva paura?»

Lorenzo esitò.

«Forse.»

Andrea si sporse leggermente in avanti e domandò:

«Che cosa immaginava ci fosse dietro?»

«Credo qualcosa di pericoloso.»

«Che cosa in particolare?» tornò a chiedere Andrea.

«Non lo so.»

Il sogno ritornò più volte e ogni volta la porta era lì, sempre chiusa.

Poi arrivarono altri sogni.

Animali feroci, figure oscure.

Bambini che urlavano, persone inseguite. Scene di violenza.

Elementi che sembravano appartenere a un uomo completamente diverso da quello seduto davanti a lui.

Andrea iniziò a intuire qualcosa.

I libri di psicologia parlavano spesso dell'inconscio.

Ma lì, davanti a lui, non stava osservando una teoria. 

Stava osservando un essere umano. Un uomo che aveva costruito per decenni un'immagine impeccabile di sé stesso. 

E che ora iniziava a intravedere ciò che aveva lasciato fuori.

Una sera Lorenzo arrivò particolarmente turbato. Rimase in silenzio per diversi minuti e poi disse: «Credo di aver capito una cosa.»

«Quale?» domandò Andrea.

«Ho passato la vita a cercare di essere una brava persona.»

«Non mi sembra un male.»

«Dipende.» si affrettò a rispondere Andrea.

Dopo qualche secondo Lorenzo riprese a parlare: «Mio padre era un uomo violento.»

Per la prima volta la voce gli tremò.

«Avevo paura di assomigliargli.» Confessò Lorenzo.

«Capisco.»

«Così ho deciso che non mi sarei mai arrabbiato.»

«Mai?»

«Mai.»

«E ci è riuscito?»

Lorenzo rise amaramente prima di rispondere: «Adesso non ne sono più così sicuro.»

Seguì un lungo silenzio.

«Quando qualcuno mi feriva, sorridevo.»

«E cosa succedeva dentro di te?» domandò Andrea.

«Evitavo di soffermarmi.»

«E invece quando sua moglie la deludeva?»

«Facevo finta che non fosse successo nulla.»

«Anche in quei casi non ti soffermavi sul tuo sentire dentro?»

«Decidevo di chiudermi.»

Qui Andrea comprese il significato della porta chiusa del sogno, del seminterrato, dell'oscurità.

Tutto stava iniziando a prendere forma.

Nei mesi successivi accadde qualcosa di sorprendente. Lorenzo iniziò a raccontare emozioni che non aveva mai ammesso. 

Riconobbe rabbia, invidia, paura, risentimento, Desideri contraddittori.

Pensieri che per anni aveva considerato inaccettabili.

Ogni scoperta sembrava sconvolgerlo.

«Mi sento peggiore di prima.» ammise durante una seduta.

«Perché?»

«Perché sto trovando cose che non mi piacciono.»

Andrea rifletté qualche secondo.

Poi disse: «Forse non stanno comparendo adesso.»

«Che cosa intende?» chiese Lorenzo.

«Forse sono sempre state lì.»

Lorenzo rimase immobile e poi quasi sorpreso, domandò: «E allora perché emergono soltanto ora?»

«Perché finalmente le sta guardando.»

L'uomo abbassò gli occhi. Sembrava vicino alle lacrime.

Eppure, stranamente, appariva più vivo, più autentico, più umano.

Passarono altri mesi.

Il Lorenzo che entrava nello studio non era più l'uomo impeccabile del primo incontro. Adesso ammetteva i propri limiti.

A volte si arrabbiava, in altre appariva triste o confuso.

Ma non cercava più di cancellare quelle emozioni.

Ora le osservava, le ascoltava, le accettava.

Una sera d'inverno, mentre fuori cadeva la neve, si fermò sulla soglia prima di uscire.

«Dottore?»

«Sì?»

«Credo di aver finalmente aperto quella porta.»

Andrea sorrise e domandò: «E cosa ha trovato?»

Lorenzo rifletté: «Mostri.»

«Le fa paura?»

«Sì.»

«Eppure continua a entrarci.»

L'uomo annuì: «Perché ho scoperto che quei mostri non volevano distruggermi.»

«No?»

«Volevano essere riconosciuti. Alcuni erano la mia rabbia, altri la mia paura.»

Ci fu una pausa.

«Altri ancora il bambino che ero stato e che avevo lasciato solo per tanti anni.»

Quando Lorenzo uscì, Andrea rimase seduto nel suo studio. La luce della lampada illuminava appena la scrivania. Pensò alle lezioni universitarie.

Alle diagnosi, ai manuali, alle definizioni di normalità. 

Per anni aveva immaginato la salute mentale come uno stato di perfetto equilibrio determinato dall'assenza di conflitti, di oscurità, di contraddizioni.

Ora quella idea gli sembrava ingenua. L'essere umano non era una macchina da aggiustare. Non era una statua da scolpire fino alla perfezione. 

Era qualcosa di infinitamente più complesso. Dentro ogni persona convivevano forze opposte. 

C’erano zone di luce e ombra, amore e aggressività, coraggio e paura, generosità ed egoismo.

Chi cercava di eliminare una parte di sé non diventava più completo, si frammentava.

Fu allora che Andrea ricordò una frase di Carl Gustav Jung che aveva letto anni prima e che, fino a quel momento, non aveva mai davvero compreso:

«Mostratemi un individuo sano di mente, e lo curerò

Finalmente ne intuiva il significato. Jung non stava dicendo che la salute mentale fosse una malattia. 

Stava dicendo qualcosa di molto più profondo: l'individuo che si considera perfettamente sano, completamente equilibrato, totalmente libero da conflitti, probabilmente non conosce ancora sé stesso

Ha semplicemente chiuso la porta del seminterrato, ha relegato nell'ombra ciò che non vuole vedere, ma l'ombra non scompare.

Attende silenziosa, paziente, continuando a vivere dentro di noi.

La vera maturità non consiste nell'essere privi di oscurità, consiste nel riconoscerla. 

Nel guardarla senza esserne dominati. 

Nel comprendere che siamo più grandi delle immagini idealizzate che costruiamo di noi stessi.

Andrea spense la lampada.

Lo studio piombò nell'oscurità.

Per un istante pensò alla casa del sogno, alle stanze illuminate, alla porta chiusa nel seminterrato. 

E comprese che il compito di uno psicologo non era distruggere quella porta, non era nemmeno tenere lontani i mostri: era accompagnare qualcuno nel momento in cui trovava il coraggio di aprirla.

Perché la salute mentale non è vivere soltanto nella luce, è imparare a conoscere il proprio buio senza smettere di camminare.


*Spunto tratto dal 1^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 



oppure


sabato 30 maggio 2026

La guerra di oggi alla luce delle parole di Primo Levi

 

Le immagini che arrivano oggi dal Medio Oriente — città bombardate, famiglie in fuga, bambini feriti, ostaggi, paura e odio reciproco — sembrano appartenere a un tempo che l’umanità avrebbe dovuto superare.

Il conflitto tra Israele, Hezbollah e il Libano, insieme alla tragedia di Gaza, mostra invece come la guerra continui a ripetersi sotto forme diverse, trascinando con sé sofferenza, propaganda e disumanizzazione.

In questo scenario, le parole di Primo Levi acquistano un valore ancora più profondo. 

Levi non fu soltanto un testimone della Shoah: fu soprattutto un uomo che cercò di capire come gli esseri umani possano arrivare a negare l’umanità degli altri. 

Mettere in relazione ciò che accade oggi con ciò che Levi scrisse significa interrogarsi sul rischio che la memoria perda il suo significato morale.

Nel suo libro Se questo è un uomo, Levi racconta l’esperienza del campo di concentramento di Auschwitz non con odio o desiderio di vendetta, ma con lucidità. 

Egli osserva come il sistema nazista cercasse prima di tutto di distruggere la dignità umana. 

I prigionieri venivano ridotti a numeri, privati del nome, della libertà e persino della possibilità di sentirsi uomini. 

Una delle intuizioni più importanti di Levi è che il male assoluto non nasce soltanto dalla crudeltà, ma anche dall’indifferenza e dalla capacità di considerare l’altro non più come persona, ma come nemico astratto.

Questo meccanismo appare ancora oggi nelle guerre contemporanee. 

Nel conflitto israelo-libanese, come in quello di Gaza, le vittime civili spesso diventano semplici statistiche. 

I morti vengono contati, ma raramente ascoltati come individui.

Da una parte vi sono israeliani che vivono sotto la minaccia dei razzi e del terrorismo; dall’altra vi sono civili libanesi e palestinesi che subiscono bombardamenti, distruzione e perdita della casa.

Ogni parte tende a vedere soprattutto il proprio dolore, mentre quello dell’altro viene minimizzato o giustificato. 

È proprio questa perdita di empatia che Levi temeva maggiormente.

Primo Levi scrisse una frase diventata celebre: “Meditate che questo è stato”. 

Non era soltanto un invito a ricordare il passato, ma un monito rivolto al futuro. 

Levi sapeva che la barbarie può tornare ogni volta che gli uomini smettono di riconoscersi reciprocamente come esseri umani.

La Shoah fu un evento unico nella storia per organizzazione e brutalità, ma i meccanismi psicologici che la resero possibile non appartengono solo al passato.

Ogni propaganda che trasforma un popolo intero in un bersaglio, ogni linguaggio che parla di “eliminare” o “schiacciare” il nemico senza distinguere tra combattenti e innocenti, rappresenta un passo verso la disumanizzazione.

Tuttavia, confrontare i conflitti di oggi con ciò che Levi visse richiede anche prudenza. 

Non tutte le guerre sono genocidi, e usare la memoria della Shoah in modo superficiale rischia di banalizzare sia il passato sia il presente.

Levi stesso era contrario agli slogan e alle semplificazioni. 

Egli invitava a pensare con razionalità, evitando il fanatismo. 

La sua lezione non consiste nel dire che ogni guerra è identica ad Auschwitz, ma nel ricordare che ogni violenza può degenerare quando il dolore diventa giustificazione assoluta.

Un altro tema fondamentale nelle opere di Levi è la “zona grigia”, cioè quello spazio morale ambiguo in cui le responsabilità non sono sempre nette. 

Nei conflitti moderni questo concetto è estremamente attuale.

In Medio Oriente non esistono soltanto buoni da una parte e cattivi dall’altra. 

Esistono governi, gruppi armati, interessi geopolitici, propaganda religiosa e popolazioni civili intrappolate tra decisioni più grandi di loro. 

Levi ci insegna che comprendere non significa giustificare, ma evitare il pensiero semplice.

La complessità è difficile da accettare, soprattutto in tempi di guerra, perché le persone cercano risposte immediate e nemici chiari. Eppure proprio questa semplificazione alimenta l’odio.

Nel mondo contemporaneo esiste inoltre un elemento nuovo rispetto al tempo di Levi: i social network. 

Le immagini della guerra circolano continuamente, spesso senza contesto. 

La sofferenza diventa spettacolo, e gli utenti finiscono per reagire con rabbia istantanea o con assuefazione.

Levi invece attribuiva grande importanza alla testimonianza lenta, riflessiva, capace di trasformare il dolore in consapevolezza morale. 

Oggi il rischio è opposto: vedere troppo e capire troppo poco. 

Le informazioni vengono usate come armi politiche, e la verità stessa diventa terreno di scontro.

La morale che possiamo trarre dal confronto tra Primo Levi e i conflitti di oggi riguarda il valore della memoria e dell’umanità.

Ricordare il passato non serve soltanto a commemorare le vittime, ma a riconoscere i segnali che precedono ogni tragedia: il linguaggio dell’odio, la disumanizzazione del nemico, l’indifferenza verso la sofferenza altrui.

Levi ci insegna che la civiltà non è garantita per sempre; può crollare quando la paura e il fanatismo prevalgono sulla ragione.

La vera lezione morale è quindi che nessuna sicurezza, nessuna ideologia e nessuna vendetta possono giustificare la perdita della compassione. 

Quando un popolo dimentica che anche il nemico è composto da esseri umani, il conflitto diventa infinito.

Primo Levi sopravvisse all’orrore senza trasformare il suo dolore in odio universale: questo è forse il suo insegnamento più grande. 

In un tempo segnato da guerre e divisioni, la sua voce continua a ricordarci che la pace non nasce dalla vittoria assoluta di una parte sull’altra, ma dalla capacità di riconoscere nell’altro la stessa fragilità umana che appartiene a tutti. 


*Spunto tratto dal 1^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 



Today’s Wars Through the Words of Primo Levi


The images coming today from the Middle East — bombed cities, fleeing families, injured children, hostages, fear, and mutual hatred — seem like scenes humanity should have left behind forever. 

Yet the conflict involving Israel, Hezbollah, Lebanon, and the tragedy in Gaza shows how war continues to repeat itself in different forms, bringing suffering, propaganda, and dehumanization with it. 

In this context, the words of Primo Levi gain an even deeper meaning. 

Levi was not only a witness to the Holocaust; he was also a man who tried to understand how human beings can come to deny the humanity of others. 

Comparing today’s events with what Levi wrote means reflecting on the danger that memory may lose its moral value.

In his book If This Is a Man, Levi describes the experience of Auschwitz not with hatred or revenge, but with clarity and rationality. 

He explains how the Nazi system aimed above all to destroy human dignity. 

Prisoners were reduced to numbers, stripped of their names, freedom, and even their sense of being human. 

One of Levi’s most important insights is that absolute evil is born not only from cruelty, but also from indifference and from the ability to see others no longer as people, but as abstract enemies.

This mechanism can still be recognized in modern wars. In the Israeli-Lebanese conflict, as well as in Gaza, civilian victims often become simple statistics. 

The dead are counted, but rarely remembered as individuals with names, families, and dreams. 

On one side, there are Israelis living under the threat of rockets and terrorism; on the other, Lebanese and Palestinian civilians suffering from bombings, destruction, and displacement. 

Each side tends to focus mainly on its own pain, while the suffering of the other is minimized or justified. 

This loss of empathy is precisely what Levi feared most.

Primo Levi wrote the famous words: “Meditate that this came about.” 

It was not only an invitation to remember the past, but also a warning for the future. 

Levi understood that barbarism can return whenever people stop recognizing each other as human beings. 

The Holocaust was unique in its scale and organization, but the psychological mechanisms that made it possible do not belong only to history. 

Every form of propaganda that turns an entire population into a target, every speech that talks about “destroying” or “eliminating” the enemy without distinguishing between fighters and innocent civilians, represents a step toward dehumanization.

At the same time, comparing today’s conflicts to what Levi experienced requires caution. 

Not every war is genocide, and using the memory of the Holocaust superficially risks trivializing both the past and the present. 

Levi himself rejected slogans and simplistic thinking. He encouraged people to think critically and rationally, avoiding fanaticism. 

His lesson is not that every war is another Auschwitz, but that every form of violence can become more dangerous when suffering is transformed into absolute justification.

Another central theme in Levi’s writings is the idea of the “gray zone,” the moral space where responsibility is often complex and unclear. 

This concept is extremely relevant to modern conflicts. In the Middle East, reality cannot be divided simply into heroes and villains. 

There are governments, armed groups, geopolitical interests, religious ideologies, and millions of civilians trapped between forces larger than themselves. 

Levi teaches us that understanding complexity does not mean justifying violence; rather, it means resisting the temptation of simplistic thinking. 

During war, people naturally seek easy answers and clear enemies, but such simplifications often fuel hatred even further.

The modern world also introduces an element that did not exist in Levi’s time: social media. 

Images of war spread constantly and instantly, often without context. 

Human suffering risks becoming spectacle, while audiences react with immediate anger or emotional exhaustion. 

Levi, instead, believed in slow and reflective testimony — a form of storytelling capable of transforming pain into moral awareness. 

Today the opposite danger exists: seeing too much and understanding too little. Information itself becomes a weapon, and truth becomes another battlefield.

The moral lesson we can draw from comparing Primo Levi’s reflections with today’s wars concerns the importance of memory and humanity. 

Remembering the past is not only about honoring victims; it is also about recognizing the warning signs that precede every tragedy: hateful language, the dehumanization of enemies, and indifference toward the suffering of others. 

Levi reminds us that civilization is never guaranteed forever. 

It can collapse whenever fear and fanaticism overcome reason and compassion.

The deepest lesson of all is that no ideology, no security concern, and no desire for revenge can justify the loss of humanity. 

When people forget that even their enemies are human beings, conflict becomes endless. 

Primo Levi survived unimaginable horror without turning his pain into universal hatred, and this may be his greatest teaching. 

In a world still marked by war and division, his voice continues to remind us that peace cannot be built through the complete destruction of one side by another, but only through the recognition of our shared human fragility.

venerdì 29 maggio 2026

L'uomo che vive per sé stesso finisce per perdere sé stesso



Nel dibattito contemporaneo si sente spesso parlare di “egoismo sano”. 
Con questa espressione si intende generalmente la capacità di tutelare i propri interessi, di stabilire limiti nelle relazioni e di non annullare sé stessi per soddisfare continuamente le richieste altrui.

In molti casi, tale formula nasce dalla giusta esigenza di valorizzare la cura di sé e di contrastare forme di sacrificio eccessivo che possono condurre all’esaurimento emotivo o alla perdita della propria identità. 

Tuttavia, se si analizza con attenzione il significato dell’egoismo, emerge una difficoltà concettuale: può davvero esistere un egoismo che sia sano? 

Oppure l’espressione stessa contiene una contraddizione, poiché attribuisce una qualità positiva a un atteggiamento che, per sua natura, tende a chiudere l’individuo entro i confini del proprio io?

Per affrontare questa questione è necessario chiarire innanzitutto che cosa si intenda per egoismo. 

L’egoismo non consiste semplicemente nel prendersi cura di sé. 

Esso è piuttosto una disposizione interiore che pone il proprio interesse al di sopra di ogni altra considerazione. 

L’egoista valuta persone, situazioni e relazioni principalmente in funzione dell’utilità che possono offrirgli.

In questo senso, il centro della sua esistenza non è il bene in quanto tale, ma il vantaggio personale. 

L’io diventa il criterio ultimo di giudizio, e tutto ciò che non contribuisce alla sua gratificazione tende a perdere valore.

Questa struttura mentale produce inevitabilmente una forma di chiusura. L’egoismo, infatti, è intrinsecamente autoreferenziale. 

Esso non permette di guardare il mondo nella sua complessità, perché ogni realtà viene filtrata attraverso il prisma dei propri bisogni e desideri. 

L’altro non è più riconosciuto come una persona dotata di una dignità autonoma, ma come uno strumento, un ostacolo o una risorsa utile al perseguimento dei propri obiettivi.

In tal modo, la relazione perde il suo carattere reciproco e si trasforma in un rapporto asimmetrico, nel quale l’interesse personale occupa una posizione dominante.

Da questo punto di vista, l’egoismo rappresenta una deformazione dello sguardo sulla realtà. 

Chi è dominato dall’ego tende a sopravvalutare i propri problemi, le proprie esigenze e le proprie aspettative.

Tutto assume proporzioni alterate perché il punto di riferimento rimane sempre e soltanto sé stesso. 

Mentre una persona capace di decentrarsi riesce a cogliere la pluralità delle prospettive e a riconoscere i bisogni altrui, l’egoista rimane imprigionato entro i limiti del proprio orizzonte. 

La sua visione dell’esistenza diventa inevitabilmente parziale e sproporzionata.

È importante distinguere questa condizione dalla legittima cura di sé. 

Prendersi cura di sé non significa infatti porre il proprio interesse sopra ogni cosa. 

Significa piuttosto riconoscere il proprio valore come persona, sviluppare le proprie capacità, proteggere la propria integrità fisica e psicologica e perseguire il proprio bene autentico.

La cura di sé è compatibile con la generosità, con la responsabilità e con il rispetto degli altri. 

L’egoismo, invece, nasce quando il rapporto con sé stessi degenera in un’esaltazione dell’io e in una continua ricerca di gratificazione.

La differenza emerge chiaramente osservando la voce interiore che guida questi due atteggiamenti. 

La cura di sé invita alla crescita, alla disciplina e al miglioramento personale

Essa può richiedere sacrificio, pazienza e capacità di rinunciare a piaceri immediati in vista di un bene più grande.

L’ego, al contrario, cerca soprattutto conferme. 

Chiede riconoscimento, approvazione e attenzione. Non spinge a diventare migliori, ma a sentirsi importanti. 

Non incoraggia il superamento dei propri limiti, bensì la protezione della propria immagine. 

Per questo motivo la sua logica è spesso incompatibile con un autentico percorso di maturazione morale.

Da una prospettiva etica, il problema dell’egoismo diventa ancora più evidente. 

Le grandi tradizioni filosofiche e religiose hanno quasi sempre individuato nella capacità di trascendere sé stessi una delle condizioni fondamentali della realizzazione umana.

Aristotele sosteneva che la virtù consiste nel trovare la giusta misura tra gli estremi e nel coltivare disposizioni che favoriscano il bene comune. 

La tradizione cristiana ha posto al centro l’amore per il prossimo come completamento dell’amore per sé. 

Anche molte correnti del pensiero contemporaneo insistono sul fatto che l’identità personale si costruisce nella relazione e nel riconoscimento reciproco.

In tutte queste prospettive, l’essere umano non si realizza chiudendosi in sé stesso, ma aprendosi a qualcosa che supera il proprio interesse immediato.

L’egoismo si oppone precisamente a questo movimento di apertura. 

Esso rinchiude l’individuo in una spirale di autoaffermazione che, alla lunga, diventa sterile. 

Chi cerca costantemente di essere al centro dell’attenzione finisce per dipendere dal giudizio degli altri. 

Chi desidera sempre ottenere vantaggi personali rischia di impoverire le proprie relazioni. 

Chi misura ogni cosa in termini di utilità perde progressivamente la capacità di apprezzare il valore gratuito delle persone e delle esperienze. 

In questo senso, l’egoismo non danneggia soltanto gli altri, ma danneggia anche chi lo pratica.

Esiste infatti un paradosso profondo nell’atteggiamento egoistico. 

L’individuo che cerca continuamente di soddisfare sé stesso spesso si priva proprio di ciò che potrebbe renderlo veramente felice.

Le esperienze umane più significative — l’amicizia, l’amore, la solidarietà, la fiducia reciproca — nascono da una disponibilità a uscire da sé e a incontrare l’altro. 

Nessuna di esse può svilupparsi pienamente in un contesto dominato esclusivamente dal calcolo dell’interesse personale.

L’egoista desidera ricevere, ma fatica a donare; cerca vicinanza, ma teme la vulnerabilità che ogni autentica relazione comporta. 

Così, nel tentativo di proteggere sé stesso, finisce spesso per isolarsi.

Alla luce di queste considerazioni, l’espressione “egoismo sano” appare problematica e fuorviante. 

Ciò che può essere sano è una corretta cura di sé, fondata sull’equilibrio, sulla consapevolezza dei propri bisogni e sul rispetto della propria dignità. 

L’egoismo, invece, rappresenta sempre una forma di eccesso. 

È un dislivello che altera il rapporto con gli altri e con sé stessi, trasformando il desiderio legittimo di realizzazione personale in una forma di idolatria dell’io. 

Lungi dall’essere una manifestazione di autentico amore verso sé stessi, esso costituisce una deviazione che impoverisce la vita morale e relazionale.

Per questa ragione, l’egoismo non può essere considerato una virtù né una condizione di equilibrio. 

La salute interiore non nasce dall’esaltazione del proprio io, ma dalla capacità di armonizzare l’attenzione verso sé stessi con l’apertura agli altri. 

Solo quando l’individuo riesce a superare la centralità assoluta del proprio interesse può costruire relazioni autentiche e sviluppare una personalità veramente matura. 

In questo senso, l’egoismo non è mai “sano”: esso rimane sempre una sproporzione che limita la possibilità di una piena e autentica realizzazione umana.


*Spunto tratto dal 3^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 



Leggi anche: La filosofia raccontata (di Luigi Squeo)
oppure

Diventa ciò che sei (di Luigi Squeo)

giovedì 28 maggio 2026

Il professore che ascoltava i silenzi


In un piccolo paese di provincia, nascosto tra colline morbide e vigneti antichi, viveva una giovane insegnante di nome Elisa.

Aveva ventinove anni, occhi chiari e una strana abitudine: quando qualcuno parlava con lei, sembrava ascoltare non solo le parole, ma anche i silenzi.

Elisa insegnava letteratura nella scuola media del paese. 

Gli studenti la consideravano diversa dagli altri professori. 

Non urlava mai, non umiliava chi sbagliava e non usava voti bassi come minacce. 

Molti colleghi pensavano che fosse troppo permissiva.

“Così quei ragazzi ti saliranno in testa,” le diceva spesso il preside.

Lei sorrideva soltanto.

In realtà Elisa seguiva una convinzione profonda: ogni persona possiede dentro di sé una forza naturale capace di guidarla verso la crescita, se incontra un ambiente autentico e accogliente.

Era un’idea che aveva scoperto anni prima leggendo le opere dello psicologo Carl Rogers. 

Da allora, quella filosofia era diventata parte della sua vita.

Un lunedì di novembre arrivò in classe un nuovo studente: Davide.

Aveva quattordici anni, capelli neri spettinati e uno sguardo duro, quasi ostile. 

Nei primi giorni non parlò con nessuno. 

Rispondeva male ai compagni e teneva il cappuccio della felpa sempre alzato. 

Gli altri insegnanti iniziarono presto a definirlo “problematico”.

Durante una lezione, Davide lanciò il quaderno contro il muro.

“Questa roba non serve a niente!” gridò.

La classe piombò nel silenzio.

Elisa raccolse lentamente il quaderno e lo appoggiò sul banco del ragazzo.

“Devi essere molto arrabbiato,” disse con calma.

Davide rimase spiazzato. Si aspettava una punizione, una nota disciplinare, forse un urlo. Invece quella donna aveva descritto ciò che sentiva davvero.

“Non sono arrabbiato,” borbottò.

“Forse deluso?”

Il ragazzo abbassò lo sguardo.

Quella fu la prima crepa nel muro che si era costruito attorno.

Nei giorni successivi Elisa non cercò di cambiarlo né di “aggiustarlo”. 

Continuò semplicemente a trattarlo come una persona degna di rispetto. 

Quando Davide parlava, lei ascoltava davvero.

Quando sbagliava, non lo definiva attraverso l’errore. Quando taceva, non lo forzava.

Un pomeriggio lo trovò seduto da solo nel cortile della scuola mentre una leggera pioggia cadeva.

“Hai dimenticato l’ombrello?” chiese lei.

“No.”

“Allora forse volevi stare qui.”

Davide fece spallucce.

Dopo un lungo silenzio disse: “Mio padre se n’è andato.”

Elisa non cercò frasi perfette. 

Non disse che sarebbe andato tutto bene. 

Restò seduta accanto a lui sotto la pioggia leggera.

“Deve fare molto male,” sussurrò.

Davide sentì qualcosa di nuovo. Non pietà. Non giudizio. Comprensione.

Per la prima volta dopo mesi, iniziò a parlare davvero.

Raccontò delle urla in casa, della madre sempre stanca, della paura di essere sbagliato. 

Parlò a lungo, mentre il cielo diventava scuro e il vento agitava gli alberi del cortile.

Elisa lo ascoltò senza interromperlo.

In quel momento accadde qualcosa di invisibile ma profondo: Davide smise lentamente di sentirsi un problema da correggere e iniziò a percepirsi come una persona degna di essere capita.

Trascorsero settimane.

Davide cominciò a partecipare alle lezioni. Non diventò improvvisamente uno studente modello, ma qualcosa dentro di lui si stava muovendo. 

Iniziò persino a scrivere racconti. Erano storie piene di rabbia e malinconia, ma vive.

Un giorno Elisa gli restituì un tema con una sola frase scritta in fondo:

“Qui dentro c’è una voce importante.”

Davide fissò quella frase a lungo.

Nessuno gli aveva mai detto qualcosa del genere.

Intanto, alcuni colleghi criticavano ancora Elisa.

“Con certi ragazzi serve disciplina, non psicologia,” dicevano.

Lei però aveva imparato che le persone crescono davvero soltanto quando si sentono accolte per ciò che sono. 

Non attraverso la paura, ma attraverso l’autenticità, l’empatia e l’accettazione.

A primavera la scuola organizzò una serata di letture pubbliche. 

Con sorpresa di tutti, Davide chiese di partecipare.

Salì sul palco tremando.

Tra il pubblico c’erano studenti, genitori e insegnanti. Elisa sedeva in fondo alla sala.

Davide aprì il foglio e iniziò a leggere un racconto su un ragazzo che viveva in una casa piena di specchi deformanti. 

Ovunque guardasse, vedeva un’immagine brutta di sé. Un giorno, però, incontrava una persona capace di guardarlo senza deformarlo. 

E allora, lentamente, imparava a vedersi per ciò che era davvero.

Quando terminò, nella sala cadde un silenzio intenso.

Poi arrivarono gli applausi.

Davide cercò Elisa con gli occhi. Lei non applaudiva più forte degli altri, non aveva lacrime teatrali. 

Gli sorrideva soltanto con una calma piena di fiducia.

In quel sorriso c’era tutto il cuore della filosofia di Carl Rogers: l’idea che ogni essere umano, quando viene accolto con autenticità e comprensione, possa trovare dentro di sé la strada per diventare ciò che è realmente.

E forse, pensò Davide scendendo dal palco, essere ascoltati davvero può salvare una vita.


*Spunto tratto dal 4^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo
 



Leggi anche: La filosofia raccontata (di Luigi Squeo)
oppure

Diventa ciò che sei (di Luigi Squeo)

 

Se ti è Piaciuto l'articolo, scrivimi. Ti risponderò.

Nome

Email *

Messaggio *

Post più letti nel mese