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sabato 20 giugno 2026

Erich Fromm: Perché Non Devi Trattenere Chi Non Ti Ama Più

 

Cara giovane donna,

so che stai soffrendo. So che una parte di te continua a guardare verso quella porta che qualcuno ha deciso di attraversare, sperando che si riapra. 

So che ti domandi cosa avresti potuto fare diversamente, quali parole avresti dovuto dire, quali aspetti di te stessa avresti dovuto cambiare per convincere quella persona a restare.

Ma lascia che ti dica una cosa che forse oggi ti sembrerà dura: non devi trattenere chi desidera andarsene.

L’amore non è una prigione. 

Non è una catena. 

Non è il potere di costringere qualcuno a scegliere noi. 

Se ciò che chiami amore diventa una lotta continua per impedire all’altro di partire, allora non stai più difendendo l’amore; stai difendendo la tua paura della perdita.

Molti esseri umani confondono l’amore con il bisogno. 

Credono che amare significhi non poter vivere senza qualcuno. 

Credono che la sofferenza sia la prova della profondità di un sentimento. 

Eppure, il vero amore nasce dalla libertà, non dalla dipendenza.

Quando una persona non è più interessata al tuo amore, quando il suo cuore non si orienta più verso di te, puoi certamente soffrire, puoi piangere, puoi attraversare il lutto di ciò che è stato. 

Ma non puoi trasformare l’indifferenza in amore attraverso il sacrificio. 

Non puoi ottenere affetto mendicandolo. 

Non puoi convincere qualcuno a vederti come indispensabile se ha già smesso di riconoscerti come una scelta.

Domandati: che tipo di amore sarebbe quello che rimane soltanto perché trattenuto?

Sarebbe davvero amore?

Immagina un uccello che si posa sulla tua mano. 

Ti emoziona la sua presenza. 

Ti senti felice perché è lì. 

Ma se, per paura che voli via, chiudi il pugno, non stai proteggendo la sua presenza. 

Stai distruggendo la sua libertà. 

E quando la libertà scompare, scompare anche la bellezza dell’incontro.

Così accade nelle relazioni umane.

Molte donne sono state educate a credere che il loro valore dipenda dalla capacità di essere scelte. 

Per questo, quando qualcuno se ne va, non sentono soltanto il dolore della separazione. 

Sentono anche il crollo della propria autostima. 

Cominciano a pensare: “Se fosse rimasto, avrei avuto valore. Se se ne va, significa che non valgo abbastanza.”

Ma questa conclusione è falsa.

Il fatto che qualcuno non desideri più il tuo amore non stabilisce il tuo valore come essere umano.

Il sole non perde la sua luce perché qualcuno chiude le tende.

Tu continui a essere ciò che sei anche quando qualcuno non riesce più a vederti.

Comprendo la tentazione di inseguire. 

Comprendo il desiderio di spiegare ancora una volta, di scrivere un altro messaggio, di trovare un’altra occasione per dimostrare quanto sei capace di amare. 

Ma devi fare attenzione. Perché esiste un punto in cui l’amore per l’altro diventa mancanza di amore per sé stessi.

Ogni volta che implori qualcuno di restare contro la sua volontà, stai comunicando a te stessa che la tua dignità vale meno della sua approvazione.

E invece la maturità affettiva consiste proprio nel contrario: riconoscere che il dolore della perdita è preferibile all’umiliazione di trattenere chi non desidera più condividere il cammino con noi.

L’amore autentico non dice: “Resta, altrimenti non saprò chi sono.”

L’amore autentico dice: “Ti ho accolto liberamente e liberamente ti lascio andare.”

Questa frase non nasce dalla freddezza. Nasce dalla forza.

La forza non consiste nel non soffrire. 

Consiste nel continuare ad amare la vita anche quando qualcosa finisce.

Forse adesso stai pensando che lasciare andare significhi arrendersi.

No.

Arrendersi significa rinunciare a te stessa.

Lasciare andare significa accettare una realtà che non puoi controllare.

Vi è una grande differenza.

Nessuno può obbligare un cuore ad amare. Nessuno può creare desiderio attraverso la pressione. 

Nessuno può costruire un legame vivo con materiali ormai consumati.

Se una persona vuole andarsene, il tuo compito non è fermarla.

Il tuo compito è osservare ciò che accade dentro di te.

Perché hai così paura della sua assenza?

Perché credi di non poter essere completa senza di lui?

Perché il suo allontanamento sembra raccontare una verità su di te?

Queste domande sono più importanti della persona che sta partendo.

Spesso la sofferenza che attribuiamo all’abbandono è in realtà una ferita molto più antica. 

È il timore di non essere abbastanza. 

È la paura della solitudine. È il bisogno di essere confermati dall’esterno.

Eppure la vita ti invita a un compito più grande.

Ti invita a diventare una persona capace di amare senza possedere.

Capace di donare senza annullarsi.

Capace di condividere senza dipendere.

L’amore maturo nasce dall’abbondanza interiore. 

Non dice: “Ho bisogno di te per esistere.” Dice: “Esisto pienamente e scelgo di condividere la mia vita con te.”

Se qualcuno non vuole più condividere quella strada, la tua esistenza non perde significato.

Continua.

Respira.

Cresce.

Fiorisce.

Un giorno comprenderai che non tutte le persone che entrano nella tua vita sono destinate a restare

Alcune arrivano per insegnarti qualcosa. 

Altre per mostrarti una parte di te che ancora non conoscevi. 

Altre ancora per accompagnarti soltanto per un tratto.

La loro partenza non cancella il valore del viaggio.

E soprattutto non cancella il valore tuo.

Perciò non correre dietro a chi si allontana. 

Non trasformare il tuo amore in una supplica. 

Non sacrificare la tua dignità nel tentativo di evitare il dolore.

Piangi, se ne hai bisogno.

Ricorda, se ne hai bisogno.

Soffri, se ne hai bisogno.

Ma resta fedele a te stessa.

Chi desidera andare via ti sta offrendo una verità, per quanto dolorosa: il suo cuore non è più lì dove si trova il tuo.

Accettare questa verità richiede coraggio.

Negarla richiede soltanto paura.

E il coraggio, anche quando fa male, è sempre la strada che conduce alla libertà.

Lascia dunque che vada.

Non perché non abbia avuto importanza.

Non perché tu non abbia amato abbastanza.

Ma perché l’amore, quando è autentico, non trattiene.

L’amore apre la mano.

E nella mano aperta rimane sempre la cosa più preziosa: la tua dignità.


*Spunto tratto dal 2^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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venerdì 19 giugno 2026

Fil rouge (poesia di Mario Cammarota)



Fil rouge

 

Vidi tramonti del mio interiore più eclatanti.

 Vidi arrossarsi spavaldi occidenti,

rilassanti nell' accogliere l'astro maggiore.

 

Il mio interiore,

questo estremo capo sfilacciato di fil rouge,

a lungo srotolato dall'asse dei giorni,

pare assorto,

fisso sui pensieri che scorrono crepuscolari,

domati dal tempo

e dalla memoria rugginosa.

 

E mi recano,

fastidiosi,

all'eremo estremo,

ove più negro è il ragionare...


di Mario Cammarota

 

Questa poesia ha un tono fortemente introspettivo e malinconico. Il tema centrale sembra essere il confronto tra la bellezza e l'intensità del mondo interiore e il lento declino dei pensieri sotto l'azione del tempo e della memoria.

L'incipit, «Vidi tramonti del mio interiore più eclatanti», introduce subito una metafora efficace: il tramonto non è un fenomeno naturale, ma uno stato dell'anima.

Il poeta suggerisce di aver conosciuto in passato momenti interiori più intensi, più luminosi e drammatici di quelli attuali.

L'immagine degli «arrossarsi spavaldi occidenti» richiama colori vivi e una certa fierezza, quasi un'accettazione serena della fine del giorno, che diventa simbolo di una stagione della vita o di uno stato emotivo.

La seconda parte si concentra sull'«interiore», descritto come «questo estremo capo sfilacciato di fil rouge».

È probabilmente l'immagine più originale del testo: il soggetto si percepisce come l'ultimo lembo di un filo narrativo o esistenziale che il tempo («l'asse dei giorni») ha progressivamente srotolato.

Il fil rouge rappresenta la continuità dell'identità, dei ricordi, del senso della propria storia; il fatto che sia «sfilacciato» suggerisce però fragilità, logoramento, dispersione.

I pensieri vengono poi descritti come «crepuscolari», termine che richiama ancora il tramonto e crea una forte coerenza simbolica.

Essi scorrono in una luce incerta, né pienamente viva né completamente spenta.

Sono inoltre «domati dal tempo / e dalla memoria rugginosa»: il tempo attenua l'impeto delle emozioni, mentre la memoria, definita «rugginosa», non è più uno strumento limpido, ma qualcosa che corrode e altera il ricordo.

Nell'ultima strofa il tono si fa più cupo. I pensieri conducono il soggetto a un «eremo estremo», immagine di isolamento mentale e spirituale.

Qui il ragionare diventa più «negro», cioè oscuro, doloroso, forse vicino alla meditazione pessimistica o all'angoscia esistenziale. Il viaggio interiore approda dunque non a una rivelazione, ma a una zona di solitudine e inquietudine.

Dal punto di vista stilistico, il lessico è ricercato e solenne (occidenti, astro maggiore, eremo, negro), con una forte tendenza simbolista ed ermetica.

La poesia vive soprattutto di metafore e immagini concatenate attorno al campo semantico del tramonto e del crepuscolo. Questo conferisce unità al testo, anche se in alcuni punti la densità delle immagini rende il significato volutamente sfumato.

Un aspetto particolarmente riuscito è la progressione emotiva: dai tramonti luminosi e «spavaldi» del passato si passa gradualmente ai pensieri crepuscolari e infine all'oscurità dell'«eremo estremo».

È un percorso discendente, dalla luce all'ombra, che riflette il movimento della coscienza verso una riflessione sempre più inquieta e solitaria. 


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L'Uomo e la sua ombra: Un Viaggio Filosofico Ispirato a Miguel de Unamuno

 

Quando Andrea compì quarant’anni, ricevette un regalo insolito. 

Non era una lettera, né un oggetto, né una somma di denaro. 

Fu una domanda. 

La trovò scritta a matita sul retro di una fotografia ingiallita che ritraeva suo padre da giovane.

“Se dovessi morire domani, quale parte di te rifiuterebbe di scomparire?”

Non c’era firma.

Andrea trascorse l’intera giornata a fissare quella frase. 

Era insegnante di matematica in una piccola città sul mare. 

La sua vita era ordinata, precisa, scandita da orari e abitudini. 

Amava le formule perché sembravano promettere una verità stabile, qualcosa che non cambiasse con gli umori o con il tempo.

Eppure quella domanda lo aveva colpito come una crepa improvvisa nel vetro. 

Quella notte non riuscì a dormire. 

Uscì di casa e si incamminò verso il lungomare. Le strade erano vuote e il vento trascinava l’odore del sale fin dentro i vicoli.

Camminando sotto i lampioni, si accorse che la sua ombra sembrava più scura del solito.

«Stai pensando troppo», disse una voce.

Andrea si fermò.

Non c’era nessuno.

«Qui sotto», continuò la voce.

Guardò il marciapiede. L’ombra aveva mosso la testa.

Andrea si strofinò gli occhi.

«Devo essere impazzito.»

«È possibile», rispose l’ombra. «Ma non sarebbe la prima volta che la verità entra nella mente travestita da follia.»

Andrea rimase immobile.

«Chi sei?»

«Sono la parte di te che non compare nei registri comunali, nei diplomi o nelle fotografie. Sono ciò che resta quando smetti di descriverti.»

L’uomo sentì un brivido.

«Perché mi stai parlando?»

«Perché hai letto la domanda.»

Ripresero a camminare insieme: Andrea sopra il marciapiede, l’ombra ai suoi piedi.

«Sai qual è il problema?» disse l’ombra. «Tu vivi come se fossi eterno e pensi alla morte come se riguardasse qualcun altro.»

«Tutti gli umani moriranno.»

«Lo sai con la testa. Ma non con il cuore.»

Quelle parole lo irritarono.

«Che differenza c’è?»

L’ombra rise.

«La stessa che c’è tra leggere una carta geografica e attraversare un deserto.»

Continuarono a camminare finché raggiunsero il molo.

Il mare era nero e infinito.

«Guarda l’orizzonte», disse l’ombra. «Riesci a vedere la fine?»

«No.»

«Eppure sai che esiste.»

«Certo.»

«Con la morte fai il contrario. Non riesci a vedere ciò che c’è oltre e allora fai finta che non esista nulla.»

Andrea non rispose.

Per la prima volta da anni sentì affacciarsi una paura che aveva sempre tenuto nascosta sotto il lavoro e le occupazioni quotidiane.

La paura di cessare.

La paura che tutto ciò che aveva amato, sofferto, ricordato, svanisse come il fumo.

L’ombra sembrò accorgersene.

«Non avere fretta di scacciare questa paura. È una porta.»

«Una porta verso cosa?»

«Verso te stesso.»

Nei giorni successivi Andrea continuò a incontrare la sua ombra. 

Compariva ovunque. 

In classe, mentre correggeva i compiti. 

Nel riflesso delle vetrine. Persino nei sogni.

Una sera, esasperato, le chiese:

«Perché insisti tanto sulla morte?»

«Perché tu insisti tanto sulla vita.»

«Non capisco.»

«Chi desidera davvero vivere non può evitare la domanda sulla fine. Le due cose sono inseparabili.»

Andrea rifletté. Era vero.

Più amava sua moglie, più temeva di perderla.

Più era felice davanti al mare, più gli sembrava tragico che un giorno non avrebbe più potuto vederlo.

«Allora siamo condannati?» domandò.

«Forse.»

«Che risposta è?»

«L’unica sincera.»

L’ombra non offriva mai certezze. 

Distruggeva quelle che Andrea credeva di possedere. 

Eppure, stranamente, quella distruzione non lasciava il vuoto. 

Lasciava un desiderio. 

Un desiderio di cercare.

Qualche settimana dopo morì il vecchio custode della scuola.

Si chiamava Ernesto, un uomo semplice che tutti conoscevano.

Durante il funerale, Andrea osservò il volto dei presenti.

Alcuni piangevano, altri pregavano, altri ancora guardavano il pavimento in silenzio.

Tornando a casa, l’ombra gli apparve accanto.

«Dimmi», disse. «Che cosa è morto oggi?»

«Ernesto.»

«Davvero?»

«Sì.»

«E allora perché continui a pensare a lui?»

Andrea non seppe rispondere.

«Vedi», proseguì l’ombra, «gli esseri umani sono strani. Non accettano di essere ridotti a un fatto biologico. Continuano a vivere nella memoria, nell’amore, nei gesti che hanno lasciato dietro di sé.»

«Ma non è immortalità.»

«No. Però nemmeno il nulla.»

Quella notte Andrea rimase seduto alla scrivania fino all’alba.

Pensò a suo padre. 

A sua madre. 

Agli amici perduti.

Si rese conto che dentro di lui esisteva una folla silenziosa. 

Persone assenti eppure presenti. Morte e vive nello stesso tempo.

Per la prima volta comprese che l’essere umano non desidera soltanto sopravvivere. 

Desidera essere riconosciuto come unico, irripetibile.

Desidera che il proprio io non venga cancellato.

Passarono i mesi. 

Andrea cominciò a cambiare. 

Non divenne più religioso né più scettico. 

Divenne più inquieto. 

Ma era un’inquietudine feconda. 

Una sera salì sulla collina che dominava la città. Il sole stava tramontando. 

L’ombra era accanto a lui.

«Credi in Dio?» chiese Andrea.

L’ombra rimase in silenzio per qualche secondo.

«Tu perché lo chiedi?»

«Perché voglio sapere.»

«No», rispose l’ombra. «Tu vuoi essere rassicurato.»

Andrea abbassò gli occhi. Era vero.

«E allora?»

«Allora ti dirò questo: ci sono persone che credono senza dubitare e persone che dubitano senza credere. Ma le anime più vive sono quelle che credono e dubitano nello stesso momento.»

«È una contraddizione.»

«L’essere umano è una contraddizione.»

Andrea osservò il cielo che si colorava di rosso. 

Dentro di sé sentiva due voci. 

Una chiedeva prove. 

L’altra chiedeva speranza. 

Per anni aveva cercato di far tacere una delle due. 

Ora capiva che entrambe gli appartenevano.

Arrivò l’inverno. 

Una notte Andrea fece un sogno. 

Si trovava in una biblioteca infinita. 

Gli scaffali si perdevano nell’oscurità. 

Ogni libro portava il nome di una persona. C’erano miliardi di volumi. 

Andrea cercò il proprio. 

Dopo una lunga ricerca lo trovò. Lo aprì. 

Le pagine erano bianche.

«È vuoto», disse.

«Non ancora», rispose una voce.

Si voltò.

Era l’ombra.

«Ma io ho già vissuto quarant’anni.»

«Eppure continui a scrivere.»

«Quando finirò?»

«Quando morirai.»

Andrea abbassò lo sguardo.

«E dopo?»

L’ombra sorrise.

«Questa è la domanda che rende umano ogni essere umano.»

Si svegliò con il cuore che batteva forte.

Fuori dalla finestra stava sorgendo il sole.

Molti anni dopo, quando Andrea era ormai anziano, tornò sul lungomare dove tutto era iniziato. 

Camminava lentamente, appoggiandosi a un bastone. 

Il mare era lo stesso. 

Le onde erano le stesse. Eppure tutto era cambiato. 

O forse era cambiato lui.

Guardò il marciapiede. La sua ombra era ancora lì. Più lunga, più sottile.

«Ho trovato la risposta?» domandò.

«A quale domanda?»

«A quella scritta sulla fotografia.»

L’ombra rimase in silenzio. Poi disse: «Dimmela.»

Andrea sorrise. 

Pensò agli amori vissuti. 

Agli errori. 

Alle speranze. 

Alle notti di dubbio. Alle mattine di fede. 

Pensò a tutto ciò che aveva cercato senza mai possederlo completamente.

Infine rispose:

«La parte di me che rifiuta di scomparire è la stessa che continua a cercare.»

L’ombra annuì: «Adesso hai capito.»

«Che cosa?»

«Che non sei nato per possedere la verità, ma per desiderarla.»

Il vento soffiò dal mare. 

Per un istante Andrea ebbe l’impressione che l’ombra diventasse trasparente.

«Te ne vai?» chiese.

«No.»

«Allora perché stai svanendo?»

«Perché non hai più bisogno di vedermi.»

Andrea rimase solo. O almeno così sembrava.

Guardò l’orizzonte. La linea tra cielo e mare era indistinta.

Non sapeva cosa ci fosse oltre.

Non possedeva prove.

Non possedeva certezze.

Eppure sentiva che la sua vita non era stata una risposta, ma una domanda pronunciata con tutta la forza del cuore.

E comprese che forse la dignità dell’uomo non consiste nel vincere il mistero, ma nel continuare a sfidarlo, amandolo e temendolo allo stesso tempo.

Con quel pensiero riprese a camminare.

Verso il tramonto.

Verso l’ignoto.

Verso ciò che nessuno può conoscere e che, proprio per questo, ogni essere umano non smette mai di cercare.


*Spunto tratto dal 2^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo


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giovedì 18 giugno 2026

Ora sono veramente pazza



Franca Morsina, una donna sulla trentina, ex psicologa criminale con un passato oscuro. 

Dopo un trauma infantile (la morte misteriosa dei genitori in uno strano incidente) e un recente crollo nervoso, Franca soffre di dissociazione, allucinazioni e vuoti di memoria. 

Assume farmaci per controllare i sintomi, ma la sua mente rimane un labirinto di paranoia e sospetti.

Franca si trasferisce in una vecchia casa ereditata dalla zia defunta, isolata tra i boschi del Pollino. 

Vuole trascorre del tempo in pace e serenità per ristabilire il suo equilibrio psichico e ricominciare una nuova vita.

Siamo in primavera inoltrata, l’aria fresca del bosco che dipinge di verde un’ampia area intorno al casale. 

Il paese più vicino si trova a 30 km, non molto lontano per poter arrivarci con la sua auto e rifornirsi del cibo e ogni altra necessità così da trascorre in solitudine l’intera settimana.

Dopo qualche giorno, cominciano ad accadere cose strane.
All’imbrunire si sentono voci sussurranti provenienti dall’esterno della casa che echeggiano sulle pareti degli alti stanzoni del casale.

In cucina spariscono oggetti che poi riappaiono in posti diversi.

Di notte, mentre la donna si sposta da una stanza all’altra, ha l’impressione di essere inseguita da ombre.

Franca cercava di minimizzare l’importanza di questi episodi. 

Era sicura che la sua mente già provata da molto tempo, prima o poi avrebbe trovato pace e che quindi quegli episodi dovevano essere frutto della sua precaria salute mentale.

La situazione peggiorò quando, inciampando su bordi di una mattonella staccata dal pavimento lungo il corridoio che portava alla stanza da letto, vide apparire un vecchio foglietto con su scritto: "Non fidarti di nessuno, nemmeno di te stessa."

Il fatto divenne allucinante quando il giorno dopo, in quello stesso posto scoprì un diario impolverato.

Sfogliandolo velocemente, Franca notò alcune pagine strappate. Sulla parte restante di mezza pagina, lesse: "L'ho vista morire … ma era già morta", Franca iniziò a dubitare della sua sanità mentale.

Lei però, non si abbattette. 

Voleva superare questo periodo brutto, sicura che la sua mente si sarebbe poi ripresa.

Le stranezze non sembravano finire.  

Da un certo momento, al calar della sera, Franca vedeva un uomo seduto tra gli alberi che la fissava da lontano e poco dopo vedeva una donna che le assomiglia correre tra la vegetazione.

Franca a questo punto, chiamò a telefono il dottor Riccardi, il suo psicologo, e lo invitò al casolare per raccontargli tutto l’accaduto.

Il medico, il giorno dopo, nel salotto del casolare, la rassicura convincendola che ciò che vedeva erano proiezioni della sua psiche tormentata. 

Nel frattempo le prescrive dei psicofarmaci in grado di aiutarla nei momenti di instabilità della sua mente.

Passarono giorni e quelle strane visioni continuavano a presentarsi.

Ma quando trovò una foto strappata dei suoi genitori con una terza persona cancellata con l’inchiostro, Franca fu certa: qualcuno la stava manipolando. Ma chi poteva essere? 

Lei era sola in quel casolare.

Un mattino un uomo, probabilmente un contadino che viveva in un altro casolare all’interno della stessa zona verde, bussò alla sua porta e domandò: “Buongiorno signora, sono Tonio. È in casa il dott. Riccardi?”

Franca restò stupita per quella domanda. 

Si prese del tempo e poi rispose: “Il dott. Riccardi non abita qui! Come fa a conoscerlo?”

Il contadino imbarazzato, si spiegò: “No so che dirle signora, ma è stato lui che ha soccorso mia moglie per l’incidente che ha avuto in casa. Sono venuto qui per ringraziarlo e chiedergli come potermi sdebitare.”

Franca restò attonita e confusa. 

Si chiedeva che ci faceva il dott. Riccardi nel suo casolare. 

Comunque, congedò il contadino dicendogli che avrebbe informato il dott. Riccardi della sua visita.

In un crescendo di tensione, Franca corse alla casa dei suoi genitori e rovistò tra tutti i documenti tenuti con cura nei cassetti della scrivania dove il padre si tratteneva per i suoi lavori. 

Scopre dalle numerose parcelle pagate che il dott. Riccardi era lo psicologo della madre che lui aveva in cura. 

La famiglia aveva tenuto nascosto a tutti i problemi psicologici della madre.  

Il giorno dell’incidente, i suoi genitori erano stati dal dott. Riccardi. 

In quella circostanza la madre assunse un psicofarmaco da lui suggerito per alleviare le pene causate dallo stato depressivo in cui la donna era caduta. 

Quel giorno alla guida dell’auto c’era la madre di Franca. Il padre non era in grado di guidare a causa della recente operazione agl’occhi per liberarsi di una brutta cataratta.  

Il sospetto di Franca si pose su quel psicofarmaco assunto dalla madre. 

Il dott. Riccardi poteva avere indotto l’incidente mortale dei suoi genitori prescrivendo un farmaco frutto dei suoi strani esperimenti.

Probabilmente la sorella sapeva tutto e aveva intuito la responsabilità del dott. Riccardi. 

Fu questo il movente oscuro che si celava dietro la morte della sorella, avvenuta anche questa in modo misterioso.

Le visioni di Franca ora avevano una motivazione psicologica. 

Il suo subconscio voleva comunicare con la sua sfera cosciente.

Franca decise di scoprire le carte e affrontare Riccardi.

Con le prove delle numerose e salate parcelle, insieme al diario della madre scoperto nel casale, Franca inchiodò il medico alle sue responsabilità. 

Lui ammise di aver plagiato la sorella ma non di essere responsabilità della sua morte. 

Per quanto riguarda la morte della madre ammise anche che fu un errore di dosaggio delle diverse droghe da lui utilizzate per preparare il psicofarmaco. 

Riccardi, chiese perdono facendole promessa che avrebbe riparato in qualunque modo la brutta situazione creata.

Franca finse di comprenderlo e perdonarlo, ma la sua mente stava già progettando una decisa vendetta.

Si allontanò da lui per il tempo di andare in cucina e munirsi di un lungo e affilato coltello. 

Con calma serafica, tornò in salotto e con impeto di rabbia, colpì su ogni parte del corpo di Riccardi.

In una pozza di sangue, gridò: “Ora ho un motivo vero …sono Pazza!!!”

Dicendo queste parole, rideva forsennatamente davanti a uno specchio.



*Spunto tratto dal 5^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo


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mercoledì 17 giugno 2026

Esistono davvero il bene e il male?

 

La neve era arrivata in anticipo quell'anno a Norrvik, una piccola città del nord. 

Le strade erano già coperte da uno strato bianco e compatto quando Elias Berg ricevette la sua prima nomina come giudice del tribunale cittadino.

Aveva ventinove anni, una mente brillante e una fiducia quasi assoluta nei principi morali. 

Fin dall'università aveva creduto che esistessero valori oggettivi capaci di guidare gli uomini.

La giustizia, il bene, il dovere: per lui non erano semplici parole, ma realtà autentiche, presenti nel mondo allo stesso modo delle montagne, dei fiumi o delle stelle.

Il suo primo caso importante sembrò confermare quella convinzione.

Due sorelle, Ingrid e Sofia Lund, si contendevano l'eredità del padre morto da pochi mesi.

Il testamento era stato redatto molti anni prima e lasciava irrisolto il destino della vecchia casa di famiglia, una costruzione di legno rosso affacciata su un lago.

Entrambe sostenevano di avere diritto alla proprietà.

Durante l'udienza, Ingrid si alzò per prima.

«È giusto che la casa venga assegnata a me. Sono rimasta accanto a nostro padre fino all'ultimo giorno. Mi sono occupata di lui quando era malato e ho rinunciato a molte opportunità per assisterlo.»

Sofia scosse il capo.

«Non è vero che questo la renda proprietaria della casa. Io ho contribuito economicamente alla famiglia per anni. Senza il mio aiuto, nostro padre avrebbe perso quella proprietà molto tempo fa. È giusto che venga assegnata a me.»

Elias ascoltò con attenzione.

Entrambe apparivano sincere.

Entrambe parlavano di ciò che era «giusto».

Eppure le loro conclusioni erano incompatibili.

Nei giorni successivi il giovane giudice esaminò documenti, testimonianze e lettere private. Tuttavia, più studiava il caso, più si sentiva confuso. Ogni argomento sembrava ragionevole dal punto di vista di chi lo sosteneva.

Una sera decise di andare a trovare il professor Erik Holm, un anziano filosofo che aveva insegnato per molti anni all'università della regione.

La sua casa si trovava ai margini della città, circondata da betulle e pini.

Quando Elias arrivò, trovò il professore seduto accanto a una stufa, intento a leggere.

«Professore, ho bisogno del suo aiuto.»

L'anziano alzò lo sguardo e sorrise.

«I giovani giudici arrivano sempre con qualche domanda difficile. Accomodati.»

Elias gli raccontò il caso.

Quando ebbe terminato, Holm rimase in silenzio per alcuni secondi.

Poi chiese:

«Dimmi, Elias. Quando una delle sorelle afferma che è giusto ricevere la casa, quale fatto del mondo sta descrivendo?»

«Un fatto morale, immagino.»

«Un fatto morale?» rispose Holm sollevando un interrogativo.

«Sì.»

«Come la temperatura dell'aria? Come il peso di una pietra?»

Elias esitò prima di rispondere: «Non esattamente.»

«Allora spiegami dove si trova quel fatto.»

Il giovane non seppe cosa rispondere. Holm si alzò lentamente e si avvicinò alla finestra.

«Guarda quel bosco.»

Elias guardò.

«Che cosa vedi?» domandò Holm.

«Alberi.»

«E come fai a sapere che ci sono alberi?»

«Perché posso vederli.»

«Esatto. Ora dimmi: riesci a vedere il bene? Riesci a misurare la giustizia? Riesci a fotografare il dovere?»

Elias rimase perplesso.

Il professore continuò: «Forse quando diciamo che qualcosa è giusto non stiamo descrivendo un fatto. Forse stiamo esprimendo un atteggiamento, un'emozione, una valutazione.»

Quelle parole lo accompagnarono durante il viaggio di ritorno. Per giorni non riuscì a smettere di pensarci. In tribunale cominciò a osservare le persone con occhi diversi.

Un commerciante sosteneva che fosse giusto abbassare le tasse.

Un operaio sosteneva che fosse giusto aumentarle.

Un sacerdote dichiarava che fosse giusto seguire certi principi religiosi. Un politico affermava che fosse giusto ignorarli.

Tutti parlavano con la stessa sicurezza.

Tutti sembravano convinti di descrivere una realtà oggettiva. Ma se il professore avesse avuto ragione? Se quelle parole non fossero descrizioni di fatti?

Una settimana dopo Elias tornò da Holm: «Non riesco a smettere di riflettere su ciò che mi ha detto.»

«È un buon segno.»

«Ma allora i valori non esistono?» Elias cercava di comprendere meglio il pensiero del professore.

«Dipende da cosa intendi per esistere.», precisò Holm.

«Intendo esistere oggettivamente.»

Holm prese una mela da un cesto e la mostrò al giovane: «Questa mela esiste. Possiamo osservarla, pesarla, descriverne il colore. Ora dimmi: dove si trova il valore morale della generosità?»

Elias non rispose.

«Le persone compiono azioni generose. Questo è un fatto. Altre persone approvano tali azioni. Anche questo è un fatto. Ma l'idea che esista una proprietà misteriosa chiamata “bontà oggettiva” è molto più difficile da dimostrare.»

«Quindi quando diciamo che qualcosa è buono...»

«Spesso stiamo esprimendo approvazione.»

«E quando diciamo che qualcosa è cattivo?»

«Esprimiamo disapprovazione.»

Il giovane giudice abbassò lo sguardo: «È una conclusione inquietante.»

«Lo è soltanto per chi pensa che i valori debbano essere oggetti nascosti nell'universo.»

Passarono alcune settimane. Il caso delle sorelle Lund era ormai vicino alla conclusione.

Nel frattempo Elias continuò a riflettere. Lesse libri di filosofia. Rilesse vecchie sentenze.

Analizzò il modo in cui le persone parlavano della morale.

Si accorse che molti conflitti nascevano proprio dalla convinzione che i propri valori fossero fatti oggettivi.

Chiunque dissentisse appariva allora non semplicemente diverso, ma sbagliato.

Una sera incontrò nuovamente il professor Holm.

«C'è una cosa che ancora non capisco.»

«Quale?»

«Se i valori non sono fatti oggettivi, come può esistere il diritto?»

Il vecchio rise prima di rispondere: «Finalmente fai la domanda giusta.»

Aprì un armadio e ne estrasse alcuni documenti antichi.

«Leggi.»

Elias osservò i fogli. 

Erano vecchie leggi emanate quasi un secolo prima.

Alcune apparivano assurde. 

Altre perfino ingiuste.

«Molte persone ritenevano queste norme perfettamente giuste.»

«Lo immagino.»

«Eppure oggi non siamo d'accordo. Le leggi sono cambiate perché sono cambiate le convinzioni, le emozioni, gli interessi e le idee delle persone. Non perché qualcuno abbia scoperto una particella invisibile chiamata Giustizia Assoluta.»

Elias rimase a lungo in silenzio.

Cominciava a comprendere.

Il diritto esisteva. Le istituzioni esistevano. I tribunali esistevano. Le sentenze producevano effetti reali. Ma ciò non implicava l'esistenza di valori morali oggettivi.

Finalmente arrivò il giorno della decisione. 

L'aula era gremita. Ingrid e Sofia sedevano ai lati opposti della sala. 

Elias prese posto dietro il banco del giudice.

Per un momento osservò il pubblico. Poi iniziò a parlare.

«Questo tribunale non è chiamato a stabilire quale delle parti possieda un diritto morale assoluto sulla casa.»

Un lieve brusio attraversò l'aula.

«Entrambe le sorelle hanno presentato ragioni comprensibili.

Entrambe ritengono che la propria posizione sia giusta. Tuttavia il compito del tribunale consiste nell'applicare il diritto vigente e interpretare i documenti disponibili secondo criteri giuridici verificabili.»

Seguì una lunga spiegazione tecnica.

Alla fine, sulla base delle prove e del contenuto del testamento, la proprietà venne assegnata in comproprietà alle due sorelle.

Nessuna delle due sembrò pienamente soddisfatta.

Ma entrambe accettarono la decisione.

Quando l'aula si svuotò, Elias rimase seduto ancora per qualche minuto.

Provava una strana serenità.

Non aveva cercato una risposta in presunti valori eterni.

Aveva distinto ciò che poteva essere accertato da ciò che apparteneva alle preferenze e alle valutazioni umane.

Quella sera passeggiò lungo il fiume ghiacciato che attraversava Norrvik.

Le luci delle case si riflettevano sul ghiaccio.

A un certo punto vide il professor Holm avvicinarsi lentamente.

«Allora?» domandò l'anziano.

«La sentenza è stata pronunciata.»

«E cosa hai imparato?»

Elias rifletté qualche istante: «Ho imparato che spesso trattiamo i nostri giudizi morali come se fossero descrizioni del mondo.»

«E non lo sono?»

«No. O almeno non necessariamente. Quando diciamo che qualcosa è buono o cattivo, spesso stiamo manifestando atteggiamenti, emozioni e preferenze.»

Holm annuì soddisfatto.

«E questo ti rende meno interessato alla giustizia?»

«Al contrario.»

«Spiegati.»

«Se non esistono valori oggettivi nascosti nell'universo, allora siamo noi a doverci assumere la responsabilità delle nostre istituzioni e delle nostre decisioni. Non possiamo attribuirle a qualche entità metafisica.»

Il vecchio sorrise.

«Hai compreso una lezione importante.»

Camminarono per alcuni minuti senza parlare.

Il vento soffiava tra gli alberi coperti di neve.

Sopra di loro brillavano le stelle.

Elias alzò gli occhi verso il cielo.

L'universo sembrava immenso e indifferente.

Non vi leggeva alcuna traccia visibile del bene o del male.

Eppure gli uomini continuavano a discutere, a scegliere, a costruire leggi, tribunali e società.

Forse, pensò, il significato della morale non stava nell'esistenza di valori oggettivi nascosti nel mondo, ma nel modo in cui gli esseri umani esprimevano i propri sentimenti e organizzavano la propria convivenza.

Con quel pensiero proseguì lungo il fiume.

Dietro di lui le luci della città brillavano nel buio, mentre davanti si estendeva la notte silenziosa del nord, vasta e muta, come le domande che da sempre accompagnano gli uomini nella ricerca di ciò che chiamano giustizia. 


*Spunto tratto dal 5^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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