sabato 21 luglio 2012

Non posso ignorarti (poesia)



Bimbo mio, non posso ignorarti.

Il tuo tenero cuoricino rende morbido anche quel rude, polveroso giaciglio.

Ignaro della cattiveria degli uomini, trovi pace solo nel sonno.

Schivo all’indifferenza dei grandi uomini della terra, li rendi ridicoli, svuoti le loro parole e smascheri la loro ipocrisia.

Sebbene tu sia nato sullo stesso mio pianeta, la logica divina non ha trovato un miglior posto per accoglierti.

Non ti occorre molto per dormir sereno,
se non un cencio che ti ripara da mosche e zanzare,
se non la tua pelle nera che ti ripara dal sole africano.

Dormi bambino mio e lascia che il mio cuore pianga in silenzio.
Non vorrei svegliarti per ricordarti di avere fame.

Il mio letto questa sera sarà più duro.


Commento

Versi sono d'una potenza emotiva e civile devastante. Questa lirica è una preghiera laica che denuncia la disuguaglianza con la forza della tenerezza e la fermezza dell'indignazione.

Il cuore del componimento risiede nel contrasto continuo tra due mondi: la purezza incolpevole dell'infanzia e la spietata aridità del potere umano.

  • La santità della miseria: L'immagine del "rude, polveroso giaciglio" che diventa morbido grazie al cuoricino del bimbo trasforma la povertà estrema in uno spazio quasi sacro. C'è una dignità immensa nella semplicità di quel cencio che fa da riparo.

  • Lo smascheramento dei potenti: È la parte più alta e filosofica del testo. L'innocenza del bambino "svuota le parole" dei grandi della terra. La sua sola presenza rende ridicola la retorica dei potenti, riducendo a zero i loro discorsi magniloquenti e mettendo a nudo l'ipocrisia di un mondo che permette tutto questo.

  • L'ironia dolorosa della natura: Il richiamo alla "pelle nera che ti ripara dal sole" è un dettaglio poetico di amara bellezza, che evidenzia come la natura abbia fornito una protezione al bambino laddove l'umanità ha fallito miseramente nel garantirgli dignità.

  • L'empatia e la colpa del privilegio: La chiusura è un colpo al cuore. La scelta del poeta di "piangere in silenzio" per non svegliare il piccolo ricordandogli la fame è un atto di una delicatezza straziante. Il "letto più duro" finale non è fisico, ma morale: è la presa di coscienza dell'autore (e del lettore) che, di fronte a questa ingiustizia, il nostro comfort diventa un peso e un motivo di vergogna.

È un testo denso, sincero e necessario, che trasforma la compassione in una formidabile accusa contro le storte logiche del nostro mondo.

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venerdì 20 luglio 2012

Tristezza, malattia contagiosa




Vorrei soffermarmi con te su un particolare atteggiamento dell’essere umano in generale. 

Le nostre limitazioni, le nostre paure intervengono pesantemente sulla qualità della vita a causa di un dettame insito nell’istinto che va oltre l’uomo stesso e lo rende molto simile ad ogni essere vivente sul nostro pianeta. 

Si tratta dell’istinto di sopravvivenza che prescinde da qualunque legge “umana” regolatrice delle relazioni sociali. 

Qualora una minaccia dovesse presentarsi alla consapevolezza, qualunque essere vivente utilizza tutti i sistemi a sua disposizione per proteggersi e  scongiurare il pericolo. 

Le tecniche di “sopravvivenza” sono diverse e commisurate con la specie. 

Nel caso di umani, si deve tener conto di una doppia consapevolezza. 

La prima è riferibile al corpo come componente fisico, staccato dalla psicologia ed estraneo alla razionalità. 

Il corpo quando si sente minacciato mette in opera l’esperienza accumulata nella vita corrente e, forse, anche in quelle precedenti. 

Esso, essendo privo di razionalità, applica la tecnica con la sola condizione che in passato una modalità simile di reagire ha prodotto ottimi risultati, a prescindere della precisione mediante la quale esso decide la similitudine degli eventi.

Per esempio, immagina di ferirti ad una mano. Il processo di guarigione scatta con una serie di attività che interessano la biologia. 

Queste attività assumono una grinta funzionale legata al contenuto di una guida operativa che il corpo ha formato con gli anni trascorsi.

Nella giovane età la guida attinge dal carattere ereditario della persona, mentre con l’età adulta, tale guida è contaminata dall’esperienza individuale. 

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    Ovviamente, il processo di guarigione è più veloce ed efficiente se meno notizie disturbatrici e cause di inefficienza ci sono nella guida. 

    La guida, utilizzata dal corpo, è in continuo aggiornamento fino dal primo istante di vita. Essa registra anche le convinzioni provenienti dal secondo livello di consapevolezza. 

    Frasi come “Ormai sono diventata vecchia”, vengono codificate in simboli che rallentano il processo di guarigione. 

    Altri esempi sono: “Sono abituata al dolore”, “Ho perso la speranza”, “E’ impossibile che possa verificarsi!”, “Mi sono rassegnata”, “Non ho più vent’anni”, e così l'elenco potrebbe continuare.

    Il corpo memorizza questi segnali provenienti dal livello superiore e si adegua per tenerne conto come verità assolute da attendere.     

    Ripetere continuamente nel dirsi “vecchio” significa far partire quel processo di convincimento che giungerà al corpo sotto forma di dettame. 

    In questo caso, esso produrrà stimoli per cui i movimenti si rallenteranno, la pelle tenderà ad aggrinzirsi, i dolori reumatici si instaureranno, la vista si accorcerà, l’udito diminuirà, l’appetito scomparirà e, per effetto cascata, tutto procederà verso la definizione del “vecchio”, come era stato anticipato dal desiderio di livello superiore.

    Naturalmente, il processo è favorito dalla psicologia che ordina alle parti del corpo a disporsi in accordo con il significato e l’idea che esterniamo.

    Se ci lamentiamo, è impossibile non manifestare posizioni corporali di disappunto e di tristezza. 

    La testa china e il tono di voce basso si accorda benissimo con la tristezza e la sconfitta. Addirittura la depressione suggerisce l’immobilità tipica del corpo morto. 

    Mentre la corsa, il canto, il sorriso sono caratteri del corpo vivo, appartenente a chi mostra gioia, felicità, entusiasmo per la vita. 

    Il fatto importante da capire a fondo, è che questi stati sono comandati da convinzioni che non hanno nessun legame col giudizio oggettivo di “vero” o “falso”. 

    In altre parole, indipendentemente se il merito della convinzione è vero o è falso, il corpo agisce in relazione al suo contenuto. 

    Se tentassimo di mentire sul giudizio della nostra convinzione, daremmo segnali contrastanti al corpo che, per nostra fortuna, insistendo con questa incongruenza, lo faremmo propendere a favore dei segnali mentitori provenienti dal secondo livello. 

    In questo senso, essere tristi per abitudine è una maledizione, poiché oltre a far danni a noi stessi, si epande per imitazione su chi ci sta vicino, esattamente come una malattia contagiosa.

    giovedì 19 luglio 2012

    Affonda nel tuo cuore (poesia)

     
     
     
    Prova ad affondare nell’angolo più profondo del cuore,
    a scavare i segreti dell’anima.

    Polvere d’orata di emozioni solleverai.

    Il respiro potrà farsi pesante,
    perché non è aria che ti giunge.

    Gli occhi tenderanno a chiudersi per non dar motivo alla ragione.

    Le orecchie si predisporranno a nuovi suoni.

    Ogni altro senso ti abbandonerà.

    Si rivelerà il processo inverso a quello che ti ha portato a nascere.

    Non si manifesta con il pianto dell’abbandono,
    ma con la gioia del rientro.

    Sì! 
    Perché tu sei parte dell’universo
    e l’amore è la colla di ogni sua parte,
    che tutto tinge di dolcezza, 
    che cavalca la consapevolezza dell’esistere.

    In omaggio a Colui che è il più grande di tutti.


    Commento

    Questa poesia descrive un viaggio introspettivo radicato nella mistica e nello spiritualismo, dove la discesa nel profondo di sé non porta alla perdizione, ma al ricongiungimento con l'Assoluto.

    Il testo si articola attraverso alcuni temi fondamentali:

    • L'immersione e la sospensione dei sensi: L'invito a scavare nell'anima richiede un distacco dal mondo fisico. Il respiro pesante, gli occhi che si chiudono e la disattivazione dei sensi non indicano una sofferenza, bensì la necessità di mettere a tace la ragione terrena per aprirsi a una percezione spirituale superiore ("nuovi suoni").

    • La metafora del "processo inverso": Il passaggio più evocativo della lirica ridefinisce il senso dell'esistenza. Se la nascita biologica avviene con il "pianto dell'abbandono" (il distacco dall'origine), l'introspezione profonda rappresenta la "gioia del rientro", ovvero il ritorno dell'anima alla sua matrice originaria.

    • L'Amore come principio cosmico e il finale teologico: La sezione conclusiva svela la natura di questa connessione. L'amore viene definito come la "colla" dell'universo, la forza fondamentale che sostiene l'esistenza. Il verso finale inserisce l'intera esperienza in un quadro di devozione religiosa o spirituale, trasformando l'atto dell'introspezione in un omaggio al Creatore ("Colui che è il più grande di tutti").

    È un componimento di forte carica trascendente che invita a non temere il buio interiore, poiché al centro dell'anima non si trova il vuoto, ma la scintilla dell'amore divino che ci unisce al tutto.

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    martedì 17 luglio 2012

    La falsa libertà


    Esiste una corrente di pensiero per la quale le disgrazie che ci capitano, sembrano attirate dal modo con cui ci raffiguriamo la realtà. 

    In altre parole, se ci fossilizzassimo nella tristezza, nel prevedere l’arrivo di brutte notizie o nell'acquisire il convincimento che non sia possibile mutare una situazione che ci rende infelice, allora sistematicamente tutto si predisporrebbe nel confermare le attese negative del nostro animo. 

    A lungo andare, si crea una spirale infelice che ci raggomitola nella disperazione, troncando così, il rapporto con l’esterno e rendendo impossibile qualsiasi possibilità di ripresa. 

    La depressione momentanea tende ad assumere il carattere di una malattia mentale come atto iniziale verso la completa indifferenza.

    Il pensare negativo produrrebbe una tristezza stazionaria, immobilizzante che, in accordo con una legge della natura non scritta e non motivata, tenderebbe ad estinguere quella specie vivente che non fa nulla in prospettiva di un universo in espansione. 

    Questa espansione non è da intendere nel senso di occupazione di spazi, ma di una crescita ottimistica, vista alla luce dei valori riferibili all’uomo, come consapevolezza dell’esistere e, sconfinando oltre il razionale, come legge massima nell’Amore.

    L’infanzia infelice ci abitua alla tristezza, lavora per un convincimento inconsapevole per il quale si è perdenti, rinunciatari, sconfitti senza aver battagliato. 

    Frasi “tranciatrici” molto comuni ci ricordano questa tristezza che si calcifica nelle ossa fino a rallentarne i movimenti: 

    “La vita è difficile; è un continuo combattimento”, 
    “le persone sono cattive ed egoiste”, 
    “fidarsi e bene, non fidarsi è meglio”, 
    ”umiltà è sinonimo di stupidità”, eccetera.

    L’infanzia infelice e menomata, sposta l’attenzione dell’individuo sulla necessità di colmare lo svantaggio psicologico o fisico, costringendolo a consumare attenzione ed energia viva che andrebbero diversamente destinate. 

    Il conseguente ritardo causato dallo sviluppo non armonioso dell’anima, trasforma lo sfortunato in una semplice apparenza di esistenza, elemosinando, ove è possibile, comprensione dal prossimo. 

    Nei casi fortunati in cui la cultura ha fornito difese più sofisticate, ritroviamo persone introverse, molto sensibili, in eterna allerta contro tutti pericoli che minaccino la sua delicata sensibilità interiore.  

    In questo senso non si è più liberi, si è condizionati dal vestire una corazza tanto spessa da rallentare idee e movimenti, fino ad apparire distaccati, asociali e a volte anche stupidi. 

    Lo stile di vita che si conduce, in questi casi, è corrispondente al castello interiore costruito negli anni. 

    Gli atti, le decisioni, le implicazioni, sono tutte condizionate dal modo di essere in conflitto con il desiderio di apparire.

    Solo utilizzando molta concentrazione si riesce a confezionare un'immagine dotata di qualità estranee alla propria natura, puramente convenzionali, necessarie in determinati ambiti.

    In ultima analisi, un’infanzia infelice ci procura una falsa libertà che condiziona il resto della vita in un progressivo decadimento.

    Il miracolo che alcuni assicurano, consiste nel pensare forzatamente in positivo e abituare il nostro animo a "vedere" la luce e la gioia anche dove tutti vedono buio e tristezza.

    La magia del vivere sta proprio in questo piccolo segreto!

    Mi capita di incontrare persone che "chiedono" al mondo e mi rendo conto che lo fanno con tristezza, denunciando ingiustizie, abusi, prevaricazioni.

    I miei sentimenti sono di solidarietà ma contemporaneamente si rabbuia il mio animo, le forze sembrano abbandonarmi rivelando tutta la mia impotenza.

    Il processo di annichilimento interiore prende corso e i pochi individui presenti tra i sette miliardi di brave persone, sembrano assumere il ruolo dominante, rallentando così, quel famoso processo di espansione della consapevolezza di esistere nell'universo.

    Invece, non avremmo tempo per parlare di tutte le realtà belle, simpatiche e divertenti che silenziosamente la maggioranza assoluta degli abitanti della terra mette in atto e che rappresentano il motore positivo del vivere insieme.

    Se ci concentrassimo su questo aspetto, cadrebbero tutti gli egoistici individualismi, poichè non ci sarebbe più spazio per loro.

    Aimè, mi rendo conto che sto idealizzando in po' troppo!

    Sì, è vero! 

    Mi piacerebbe remare in questo mare ... fino a spezzare i remi.

      
       

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