sabato 6 giugno 2026

Relativismo culturale: perché giudichiamo ciò che non comprendiamo


Quando il battello scomparve all'orizzonte, lasciandolo sulla piccola banchina di legno, Matteo sentì per la prima volta il peso della distanza. 

Davanti a lui si stendeva l'isola che aveva sognato per anni. Una striscia di terra verde sospesa nell'immensità dell'oceano Indiano.

Aveva ventisei anni, una laurea appena conseguita in antropologia e archeologia, e la convinzione incrollabile di trovarsi all'inizio di qualcosa di importante. 

Per tutta la durata degli studi aveva coltivato una domanda che lo affascinava più di ogni altra: 

Esiste una morale universale?

Dietro le differenze di lingua, religione e tradizioni, esisteva forse un nucleo comune a tutti gli esseri umani?

Era convinto che la risposta fosse sì. 

E credeva che quella spedizione gli avrebbe fornito le prove necessarie.

I primi giorni trascorsero senza particolari sorprese. 

La comunità che lo ospitava viveva in piccoli villaggi distribuiti lungo la costa.

Le famiglie collaboravano tra loro e gli anziani erano rispettati.

I bambini crescevano circondati dall'attenzione dell'intero gruppo. 

Vi erano regole, divieti, cerimonie, ruoli sociali ben definiti. 

Più osservava quella popolazione, più gli sembrava di ritrovare elementi familiari.

Certo, erano diversi gli abiti, le credenze religiose, i miti e le leggende. 

Ma sotto la superficie sembrava esistere qualcosa di comune.

Ogni sera annotava le proprie osservazioni nel taccuino.

"Struttura sociale stabile."

"Forte cooperazione interna."

"Presenza di norme condivise."

Era soddisfatto. La sua teoria sembrava trovare conferma. 

Poi arrivò il giorno della grande cerimonia stagionale. 

L'intera isola sembrò trasformarsi.

Le persone decorarono le capanne con fiori colorati. Gli uomini accesero grandi fuochi. 

Le donne prepararono ceste colme di alimenti destinati al banchetto sacro.

Matteo osservava ogni dettaglio con entusiasmo. Era il momento che aspettava. 

La manifestazione più autentica della cultura locale.

Quando il sole iniziò a tramontare, tutti si radunarono nella grande spianata centrale.

I canti si elevarono nell'aria. I tamburi scandivano ritmi ipnotici. L'atmosfera era intensa e solenne.

Poi Matteo vide il cibo. All'inizio pensò di aver capito male. Si avvicinò e guardò meglio.

Sentì lo stomaco contrarsi. 

Tra le pietanze erano presenti sostanze che nella sua cultura sarebbero state considerate impure e disgustose: escrementi essiccati di animali erbivori, accuratamente lavorati e mescolati ad altre preparazioni.

Poco distante venivano arrostiti animali che lui aveva sempre associato alla compagnia e all'affetto umano.

Per qualche secondo rimase immobile, poi una sensazione improvvisa lo attraversò.

Un disgusto viscerale, fisico. Dovette allontanarsi.

Quella notte scrisse freneticamente nel suo quaderno.

"Pratica ripugnante."

"Costume moralmente inaccettabile."

"Forma di regressione culturale."

Le parole sembravano sgorgare da sole. Non erano frutto di una riflessione.

Erano una reazione. Un giudizio di condanna, un verdetto.

Per la prima volta da quando era arrivato sull'isola, non si sentiva un osservatore. 

Si sentiva un giudice.

Nei giorni successivi evitò di tornare sull'argomento, ma qualcosa dentro di lui era cambiato. 

Ogni volta che incontrava gli abitanti del villaggio, si sorprendeva a guardarli diversamente. 

Eppure accadeva qualcosa di strano.

Più li osservava, meno riusciva a conciliare il rituale con l'immagine che aveva costruito di loro.

Erano persone generose, accoglievano gli stranieri, si prendevano cura dei bambini e degli anziani.

Mostravano rispetto reciproco, ma dov'era la barbarie che aveva creduto di vedere?

Un pomeriggio trovò il coraggio di chiedere spiegazioni a uno degli anziani.

L'uomo lo ascoltò con pazienza e prima di rispondere sorrise.

«Tu hai visto soltanto il cibo.»

«Cos'altro avrei dovuto vedere?» domandò incredulo Matteo.

L'anziano raccolse una manciata di terra, la mostrò e disse:

«Questa terra nutre l'erba.»

Indicando un animale al pascolo, aggiunse: «L'erba nutre l'animale.»

Poi lasciò scorrere lentamente la terra tra le dita.

«Quando l'animale muore, ritorna alla terra.»

E dopo una pausa, riprese: «Per noi, nulla è separato.»

Matteo lo fissò immobile mentre l'anziano gli spiegava che quelle sostanze, per lui disgustose, erano simboli di fertilità e trasformazione.

Rappresentavano il continuo passaggio della vita da una forma all'altra.

Il rituale non celebrava l'impurità, ma il continuo il ciclo dell'esistenza.

Matteo ascoltava, ma dentro di sé resisteva all’impulso che continuava a rifiutare quelle pratiche.

La svolta arrivò qualche giorno dopo. Durante una conversazione serale, alcuni abitanti iniziarono a fargli domande sulla sua vita in Europa.

All'inizio parlava con naturalezza, poi notò lo stupore sui loro volti.

Quando raccontò degli allevamenti intensivi, gli anziani si guardavano tra loro increduli.

Quando spiegò quanto cibo venisse sprecato ogni giorno nelle grandi città occidentali, il silenzio divenne ancora più profondo.

Uno dei presenti scosse lentamente la testa e pose una domanda apparentemente ingenua: «Perché allevare così tanti animali se poi il cibo viene gettato?»

Matteo non aveva parole per rispondere. 

Per la prima volta si trovò dall'altra parte dello sguardo. 

Ora era lui l'oggetto dell'incomprensione. 

Era lui la persona le cui abitudini apparivano strane.

Quella notte non riuscì a dormire.

Rilesse gli appunti sul proprio taccuino pagina dopo pagina, frase dopo frase.

A un certo punto si fermò, guardò una delle annotazioni scritte dopo il banchetto: "Pratica ripugnante."

La fissò a lungo, dopo si pose una domanda che non si era mai posto prima:

dov'era esattamente la ripugnanza? Nell'azione? O dentro di lui?

Chiuse gli occhi, provò a descrivere l'evento nel modo più neutrale possibile.

- Un gruppo umano stava consumando determinati alimenti all'interno di una cerimonia religiosa - questo era il fatto.

Tutto il resto: disgusto, condanna, indignazione veniva dopo.

Quelle reazioni non appartenevano all'azione osservata, erano sue e precisamente costituivano la sua risposta.

Il prodotto di anni di educazione, abitudini, simboli e significati appresi senza accorgersene.

Fu una scoperta sconvolgente.

Perché fino a quel momento aveva creduto che certi valori fossero semplicemente presenti nel mondo.

Come il colore delle foglie, il rumore del mare, la forma delle rocce.

Ora iniziava a comprendere che non era così. I valori non erano oggetti e neanche proprietà delle cose.

Erano interpretazioni. Modi di guardare la realtà. Modi di attribuire significato a ciò che accade.

Da quel momento il suo lavoro cambiò, non cercò più di stabilire chi avesse ragione. 

Smise di dividere le culture tra civili e primitive, cercando ciò che era giusto o sbagliato nelle pratiche. 

Cominciò invece a studiare il modo in cui gli esseri umani costruiscono i propri giudizi morali.

Scoprì che le azioni possono essere osservate, I valori, invece, vengono attribuiti.

Scoprì inoltre che ciò che una società considera sacro può apparire assurdo a un'altra e che ciò che una società considera naturale può sembrare incomprensibile altrove.

Quando, mesi dopo, tornò in Europa, non era più la stessa persona. Portava con sé gli stessi appunti, gli stessi dati, le stesse osservazioni, ma li leggeva con occhi diversi.

Capì allora che la sua ricerca non riguardava le azioni umane.

Riguardava il linguaggio con cui le giudichiamo.

Non aveva scoperto una morale universale. Aveva scoperto qualcosa di più inquietante e forse più profondo.

Che tra il mondo e i nostri giudizi esiste sempre uno sguardo e che spesso scambiamo quello sguardo per la realtà stessa.

Da allora non dimenticò mai la lezione appresa su quell'isola lontana.

Si convinse che le azioni appartengono ai fatti, mentre i valori appartengono agli uomini. E ciò che chiamiamo bene o male non è scritto nelle cose che osserviamo, ma nello sguardo attraverso cui abbiamo imparato a interpretarle.


*Spunto tratto dal 4^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

💭 Tu cosa ne pensi? Scrivilo nei commenti.

venerdì 5 giugno 2026

Cultural Relativism: When I Realized My Values Were Not Universal


 

When the boat disappeared beyond the horizon, leaving him alone on the small wooden pier, Matteo felt the weight of distance for the first time.

Before him lay the island he had dreamed of for years—a strip of green land suspended in the vastness of the Indian Ocean.

He was twenty-six years old, had just earned a degree in anthropology and archaeology, and was convinced he was standing at the beginning of something important.

Throughout his years of study, one question had fascinated him more than any other:

Does a universal morality exist?

Beneath differences in language, religion, and tradition, was there a common moral core shared by all human beings?

Matteo believed there was.

And he was convinced that this expedition would provide the evidence he needed.

The first days passed without surprises.

The community hosting him lived in small villages scattered along the coast.

Families cooperated closely, elders were respected, and children grew up surrounded by the care of the entire group.

There were rules, prohibitions, ceremonies, and clearly defined social roles.

The more he observed the community, the more familiar it seemed.

The clothes were different. The religious beliefs, myths, and legends were different.

Yet beneath the surface, something felt remarkably familiar.

Every evening he recorded his observations in a notebook.

"Stable social structure."

"Strong internal cooperation."

"Presence of shared norms."

He was pleased. His theory seemed to be confirmed.

Then came the day of the great seasonal ceremony.

The entire island seemed transformed.

People decorated their huts with colorful flowers. Men lit large ceremonial fires.

Women prepared baskets overflowing with food for the sacred feast.

Matteo observed every detail with excitement.

This was the moment he had been waiting for—the most authentic expression of the local culture.

As the sun began to set, everyone gathered in the large central clearing.

Songs rose into the air. Drums beat hypnotic rhythms. The atmosphere was solemn and intense.

Then Matteo saw the food.

At first, he thought he had misunderstood.

He stepped closer.

His stomach tightened.

Among the dishes were substances that, in his culture, would have been considered impure and revolting: dried droppings from herbivorous animals, carefully processed and mixed into other preparations.

Nearby, animals that he had always associated with companionship and affection were being roasted over open fires.

For a few seconds, he stood frozen.

Then a sudden feeling swept through him.

A deep, visceral disgust.

He had to walk away.

That night he wrote frantically in his notebook.

"Repulsive practice."

"Morally unacceptable custom."

"A form of cultural regression."

The words seemed to pour out by themselves.

They were not the result of reflection.

They were a reaction.

A judgment.

A verdict.

For the first time since arriving on the island, he no longer felt like an observer.

He felt like a judge.

In the days that followed, he avoided the subject, but something inside him had changed.

Whenever he met the villagers, he found himself looking at them differently.

Yet something strange happened.

The more he observed them, the less he could reconcile the ritual with the image he had formed of them.

They were generous people.

They welcomed strangers.

They cared for children and elders.

They treated one another with respect.

So where was the barbarism he thought he had seen?

One afternoon he finally gathered the courage to ask one of the elders about the ceremony.

The old man listened patiently and smiled before replying.

"You only saw the food."

"What else was I supposed to see?" Matteo asked.

The elder picked up a handful of soil.

"This soil feeds the grass."

Pointing to a grazing animal, he continued:

"The grass feeds the animal."

Then he slowly let the earth slip through his fingers.

"When the animal dies, it returns to the earth."

After a brief pause, he added:

"For us, nothing is separate."

The elder explained that the substances Matteo found disgusting symbolized fertility and transformation.

They represented the continuous passage of life from one form to another.

The ritual did not celebrate impurity.

It celebrated the cycle of existence.

Matteo listened, yet part of him still resisted.

A few days later, everything changed.

During an evening conversation, several villagers began asking questions about life in Europe.

At first he answered casually.

Then he noticed the astonishment on their faces.

When he described industrial farming, the elders exchanged puzzled glances.

When he explained how much food was wasted every day in large Western cities, the silence deepened.

Finally, one of them slowly shook his head and asked:

"Why raise so many animals if so much food is simply thrown away?"

Matteo had no answer.

For the first time, he found himself on the other side of judgment.

Now he was the one being misunderstood.

He was the one whose customs seemed strange.

That night he could not sleep.

He reread his notebook page by page.

At one point, his eyes stopped on a sentence he had written after the feast:

"Repulsive practice."

He stared at it for a long time.

Then a question emerged—a question he had never asked himself before.

Where exactly was the disgust?

In the action itself?

Or within him?

He closed his eyes and tried to describe the event as neutrally as possible.

A group of people were consuming certain foods during a religious ceremony.

That was the fact.

Everything else—disgust, condemnation, indignation—came afterward.

Those reactions did not belong to the observed action.

They belonged to him.

They were the product of years of education, habits, symbols, and meanings absorbed without conscious awareness.

The realization was unsettling.

Until that moment, he had believed that certain values simply existed in the world.

Like the color of leaves.

The sound of the sea.

The shape of rocks.

Now he was beginning to understand that values were not objects, nor were they properties of things.

They were interpretations.

Ways of seeing reality.

Ways of assigning meaning to what happens.

From that moment on, his work changed.

He stopped trying to determine who was right and who was wrong.

He stopped dividing cultures into civilized and primitive.

Instead, he began studying how human beings construct moral judgments.

He discovered that actions can be observed.

Values, however, are assigned.

He also discovered that what one society considers sacred may appear absurd to another, and what one society regards as natural may seem incomprehensible elsewhere.

Months later, when he returned to Europe, he was no longer the same person.

He carried the same notes, the same data, and the same observations.

But he read them with different eyes.

He finally understood that his research had never truly been about human actions.

It had been about the language through which we judge them.

He had not discovered a universal morality.

He had discovered something more unsettling—and perhaps more profound.

That between the world and our judgments there is always a perspective.

And that we often mistake that perspective for reality itself.

From that day forward, he never forgot the lesson he had learned on that distant island.

He became convinced that actions belong to facts, while values belong to people.

And that what we call good or evil is not written into the things we observe, but into the lens through which we have learned to interpret them.

«Perché mi sento vuoto?» — Il sogno con Meister Eckhart che cambiò tutto



Luca aveva ventisette anni e viveva in una città piena di schermi. 
Lavorava da remoto per una società tecnologica, passava le giornate tra notifiche, riunioni online e scadenze. 
Ogni mattina iniziava controllando il telefono e ogni sera finiva nello stesso modo. 
Apparentemente non gli mancava nulla: un buon stipendio, un appartamento moderno, amici con cui uscire nei giorni liberi. 
Eppure, da mesi, qualcosa dentro di lui si stava consumando. 
Non era triste nel senso comune del termine. 
Rideva, lavorava, viaggiava. 
Ma sentiva un vuoto sottile, come una stanza nascosta nel cuore che nessun successo riusciva a riempire.

Una sera d'autunno, dopo una giornata particolarmente pesante, si sedette sul pavimento del soggiorno. 

Aveva appena chiuso il computer. 

Lo schermo nero rifletteva il suo volto stanco.

«Che cosa sto cercando?» mormorò a sé stesso.

Era una domanda che gli era salita dal profondo.

Prese un libro comprato mesi prima e mai aperto. 

Era una raccolta di testi mistici medievali. 

Lo sfogliò distrattamente finché il suo sguardo cadde su un nome: Meister Eckhart.

Lesse poche righe.

"L'occhio con cui vedo Dio è lo stesso occhio con cui Dio vede me."

Non capì davvero quelle parole, ma lo colpirono.

Più tardi si addormentò sul divano e sognò.

Si trovava in una vasta pianura immersa in una luce dorata. 

Non c'erano edifici, né strade, né rumori. 

Solo un silenzio profondo e vivo.

In lontananza vide un uomo seduto accanto a una sorgente. 

Indossava una semplice tunica scura. Il volto era segnato dagli anni, ma gli occhi avevano una limpidezza sorprendente.

Luca si avvicinò e chiese: «Chi siete?»

L'uomo sorrise: «Molti mi chiamarono Eckhart.»

Luca rimase immobile: «Meister Eckhart?»

«Così dissero.»

Il giovane si sedette accanto a lui. L'acqua della sorgente scorreva lentamente, producendo un suono quasi musicale. 

Per qualche istante nessuno dei due parlò.

Poi Luca iniziò: «Se siete davvero chi penso, allora dovete spiegarmi una cosa.»

«A cosa ti riferisci?» domandò l’uomo.

«Perché mi sento vuoto?»

Eckhart raccolse un piccolo sasso e lo lasciò cadere nell'acqua e poi disse: «Tu credi di essere vuoto.»

«Non è la stessa cosa?» Ribadì Luca.

«No.»

Luca lo guardò confuso mentre Eckhart continuò: «Dentro di te c'è troppo rumore perché tu possa sentire ciò che già possiedi.»

«Possiedo ben poco.» Insistette Luca.

«Possiedi l'essenziale.»

«Non lo vedo.» aggiunse Luca con una specie di rassegnazione.

«Perché continui a cercarlo fuori.»

Quelle parole irritarono Luca che cercò di giustificarsi: «È facile parlare così. Voi eravate un mistico. Io vivo nel ventunesimo secolo. Ho bollette, problemi, ansia. Non posso semplicemente sedermi a contemplare il cielo.»

Eckhart rise prima di rispondere: «Credi che gli uomini del mio tempo fossero privi di preoccupazioni? Guerre, malattie, fame. Il cuore umano è sempre lo stesso.»

«Allora perché oggi tutto sembra così difficile?» Domandò Luca.

«Perché hai imparato a misurare il tuo valore con ciò che produci.»

Luca abbassò lo sguardo e si rese conto che era vero.

leggi: Solitudine nella società moderna: cause e conseguenze psicologiche

Ogni giornata sembrava un esame. 

Ogni risultato durava pochi minuti prima di lasciare spazio a una nuova richiesta.

«E come si esce da questo?» domandò.

Eckhart indicò la sorgente: «Guarda l'acqua. Che cosa vedi?»

Luca osservò il flusso e poi rispose: «Acqua.»

«Eppure non cerca di essere altro. Non desidera diventare un albero. Non vuole essere una montagna. Scorre secondo la sua natura.»

«Io non sono acqua.» Aggiunse con tono polemico Luca.

«È vero, ma hai dimenticato la tua sorgente.»

Il giovane rimase perplesso: «Quale sorgente?»

Il vecchio lo fissò con dolcezza: «Quella parte di te che esiste prima delle paure, prima delle aspettative, prima delle immagini che mostri agli altri.»

Luca, un po’ confuso, aggiunse: «Non so nemmeno se esista.»

«Esiste. E ti sta aspettando.» Disse Eckhart con tono solenne.

Un vento leggero attraversò la pianura. 

Luca sentì improvvisamente una tristezza affiorare dal petto e confessò: «Ho paura.»

«Di cosa?»

«Di sprecare la mia vita.»

Eckhart annuì: «Questa è una paura antica.»

«E se avessi sbagliato strada?» Fu una domanda un po’ rivolta anche a sé stesso.

«Nessuna strada è completamente sbagliata se ti conduce alla verità.»

«E se non trovassi mai la verità?»

Il maestro sorrise: «La verità non è nascosta come un tesoro sepolto. È nascosta come una sorgente sotto il rumore.»

Luca sentì gli occhi riempirsi di lacrime: «Sono stanco. Cerco continuamente qualcosa che mi faccia sentire completo.»

«E più cerchi, più ti allontani.» suggerì il maestro.

«Allora cosa dovrei fare? Rinunciare a tutto?»

«No.»

Eckhart scosse il capo: «Non devi abbandonare il mondo. Devi smettere di chiedergli ciò che non può dare.»

Quelle parole sembrarono aprire uno spazio nuovo dentro di lui.

«E cosa non può dare?» Luca domandò, come se dentro di sé avesse scoperto qualcosa.

«La pace che nasce dal conoscere chi sei.»

Ci fu una pausa, poi Eckhart riprese: «Ascoltami bene, Luca.»

Per la prima volta il maestro pronunciò il suo nome.

«Tu credi di dover diventare qualcuno. Ma la parte più profonda di te è già completa.»

«Anche con tutti i miei difetti?»

«Anche con essi.»

«Anche con la mia confusione?»

«Anche con quella.»

«Anche con la mia paura?»

«Persino con la tua paura.»

Il giovane sentì qualcosa sciogliersi dentro di sé. 

Non era una soluzione ai suoi problemi. 

Le bollette sarebbero rimaste. Il lavoro sarebbe stato lo stesso. 

Le incertezze non sarebbero scomparse.

Ma per la prima volta dopo molto tempo non sentiva il bisogno di fuggire da sé stesso. 

Il silenzio attorno a loro diventò profondo.

Infine Eckhart si alzò.

«Devo andare.»

«Aspettate, come faccio a ricordare tutto questo quando mi sveglierò?»

Il vecchio indicò il centro del suo petto: «Ogni giorno resta qualche minuto in silenzio. Non per ottenere qualcosa. Non per migliorarti. Soltanto per ascoltare.»

«E se non sentissi nulla?»

«Ascolta ugualmente.»

La figura del maestro iniziò lentamente a dissolversi nella luce.

«Un'ultima cosa!» gridò Luca.

«Dove posso trovare Dio?»

Eckhart sorrise ancora una volta: «Nel luogo da cui stai cercando di scappare.» Poi scomparve.

Luca si svegliò all'alba. Il soggiorno era immerso nella luce tenue del mattino. 

Per qualche secondo rimase immobile. Il sogno era ancora vivido. 

Si alzò, spense il telefono che aveva iniziato a vibrare sul tavolo e si sedette accanto alla finestra.

Fuori, la città si stava svegliando.

Dentro, per la prima volta da mesi, non c'era fretta. 

Non aveva ricevuto risposte definitive. 

Ma aveva ricevuto qualcosa di più prezioso: il sospetto che sotto il rumore della sua vita esistesse una sorgente silenziosa che non aveva mai smesso di scorrere. 

E, mentre il sole saliva lentamente nel cielo, decise finalmente di ascoltarla.


*Spunto tratto dal 5^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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mercoledì 3 giugno 2026

A 42 anni, una tempesta cambiò la mia vita per sempre


Era una notte insolita e tempestosa.

Una di quelle notti che ti avvolgono, ti attraversano l'anima e ti restano impresse nella memoria per sempre.

Fuori, il vento fischiava e ululava senza tregua. Se avessi avuto il coraggio di uscire sul terrazzo, avrei visto le onde infrangersi violentemente contro gli scogli, trasformando il mare in uno spettacolo affascinante e inquietante allo stesso tempo.

Erano circa le due del mattino e io ero ancora sveglia.

Distesa nel mio letto, quel rifugio che ogni sera mi proteggeva come un guscio sicuro, lontano dalle inquietudini del mondo, cercavo invano il sonno.

Non avevo mai avuto difficoltà ad addormentarmi. Ma quella non era una notte come le altre.

A farmi compagnia non c'era soltanto il vento.

C'erano i miei pensieri.

Non quelli abituali, che accompagnano dolcemente verso il riposo. Quella notte i pensieri si accalcavano nella mia mente, impazienti di essere ascoltati, spingendosi l'uno contro l'altro con la stessa urgenza di cuccioli appena nati che cercano il latte della madre.

Tra tutti, uno prevaleva sugli altri: il pensiero del mio compagno, amante, amico di sempre, con il quale avevo parlato poche ore prima.

«Non hai più l'età per diventare mamma», mi aveva detto con aria preoccupata. «Non è una cosa semplice, lo sai. Anch'io vorrei un figlio e mi piacerebbe crescerlo insieme a te, ma cambierebbe completamente le nostre vite. E poi preferirei aspettare il risultato dell'amniocentesi prima di decidere cosa fare.»

Solo poche ore prima avevo scoperto, inaspettatamente, di essere incinta.

A quarantadue anni.

«Ne riparliamo domani», aveva concluso prima di salutarmi.

Ma quelle parole avevano aperto dentro di me una ferita di dubbi e paura.

Così, sola in quella notte fredda e agitata, sdraiata sul fianco sinistro con gli occhi socchiusi, desideravo che il tempo si fermasse. Avevo bisogno di capire. Avevo bisogno di scegliere.

Ascoltavo il vento.

E, quasi per incanto, mi sembrò che parlasse con me.

Mi avvolgeva come un abbraccio invisibile e mi raccontava emozioni appartenenti a una vita non ancora vissuta.

Mi diceva:

"Ti sveglierai ogni mattina prima di lui, soltanto per guardarlo dormire. Lo accarezzerai con il tuo respiro e sarai felice di nutrirlo del tuo amore ancora prima che del tuo latte."

"Non ti importerà il colore dei suoi occhi né a chi assomiglierà. Saprai soltanto che è unico e che porterà per sempre nel cuore l'amore che gli hai donato."

"Giocherai con lui ovunque vorrà. Diventerai un portiere di calcio per parare i suoi rigori e riderai delle sue vittorie come fossero le tue."

"Fingerai di essere triste per ricevere i suoi abbracci e ascolterai in silenzio i suoi racconti di bambino, prima, e quelli di adolescente, poi, quando ti parlerà dei suoi primi innamoramenti."

"Ti trasformerai in medico quando sarà malato, nascondendo le tue paure dietro un sorriso rassicurante. Sarai per lui una coperta calda: presente, protettiva, ma mai soffocante."

"Gli insegnerai a difendersi dalle ingiustizie del mondo e a credere nella speranza anche quando tutto sembrerà crollargli addosso."

"E lui non smetterà mai di cercarti. E quando sarà abbastanza grande da non voler più camminare tenendoti per mano, il tuo amore diventerà il vento sotto le sue ali."

Le domande che una donna si pone quando decide di mettere al mondo un figlio possono fare paura.

Per questo spesso ci si concentra sull'evento più vicino: la nascita, il miracolo della vita che prende forma.

Io, invece, quella notte non pensai al parto.

Pensai alle emozioni che già sentivo mie.

Pensai a quanto sarebbe stato disumano ignorarle.

Pensai all'amore che avevo custodito per anni e che finalmente trovava una strada per esistere.

Pensai alla mia vita che stava generando un'altra vita.

E compresi che, per me, quel bambino era già un dono.

Il vento mi aveva davvero parlato?

Oppure stavo semplicemente cercando un sostegno per una decisione che, nel profondo, avevo già preso?

Guardai l'orologio.

Strinsi nella mano lo stick del test di gravidanza.

Presi il telefono.

E mentre sentivo dentro di me il miracolo della vita, scrissi un messaggio al mio compagno.

Una sola frase.

Decisa.

Definitiva.

"Il mio bambino nascerà. Senza amniocentesi."


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martedì 2 giugno 2026

Nessuno voleva occuparsi di lui: la lezione di umanità


Mi chiamo Teresa, e ormai gli anni sono tanti. 

Le mani che un tempo lavoravano svelte tra le corsie dell'ospedale oggi tremano leggermente, e la memoria a volte si perde tra le pieghe del tempo. 

Eppure ci sono ricordi che non sbiadiscono. Rimangono vivi, come se fossero accaduti ieri. Uno di questi riguarda suor Maria Bertilla.

Allora lavoravo all'ospedale di Treviso. 

Erano anni difficili. La guerra aveva lasciato ferite profonde e il dolore sembrava abitare ogni stanza.

I malati arrivavano continuamente: soldati feriti, contadini consumati dalla fatica, donne indebolite dalla miseria, anziani abbandonati a sé stessi. 

Non c'erano abbastanza medicine, non c'era abbastanza personale, e spesso non c'era nemmeno il tempo per una parola gentile.

Ricordo bene una mattina d'inverno. Faceva freddo e una nebbia fitta avvolgeva la città. 

Le finestre dell'ospedale erano appannate e nei corridoi si sentiva l'odore pungente dei disinfettanti mescolato a quello delle stufe a carbone.

In uno dei reparti era stato ricoverato un uomo anziano proveniente da un piccolo paese della campagna vicentina. 

Nessuno conosceva bene la sua storia. 

Sapevamo soltanto che viveva da solo e che era stato trovato in condizioni molto gravi. 

Era debole, malnutrito e affetto da una malattia che lo consumava lentamente. 

Non riceveva visite. Nessuno chiedeva sue notizie.

Molti provavano compassione per lui, ma le urgenze erano tante e inevitabilmente l'attenzione si concentrava sui casi più gravi. 

L'uomo passava intere giornate in silenzio, con lo sguardo perso verso il soffitto.

Una mattina lo sentii lamentarsi. Non erano grida. Era qualcosa di più triste. Sembrava il lamento sommesso di chi non si aspetta più nulla.

Fu allora che arrivò suor Maria Bertilla.

Non fece nulla di straordinario, almeno all'apparenza.

Si avvicinò lentamente al letto. Lo salutò con dolcezza. 

Gli sistemò la coperta che era scivolata a terra. 

Gli pulì il viso con un panno umido e gli parlò come si parla a una persona cara.

Osservavo questa scena da lontano.

L'uomo, che da giorni non rivolgeva parola a nessuno, la guardò negli occhi.

«Suora», disse con voce debole, «perché si occupa di me?»

Non dimenticherò mai la risposta.

Maria Bertilla sorrise: «Perché lei ha bisogno.»

Lo disse con una semplicità assoluta, come se non ci fosse nulla da spiegare. 

Nessuna predica. 

Nessun discorso sulla carità. 

Nessuna frase solenne. Solo quelle quattro parole.

“Perché lei ha bisogno.”

Nei giorni successivi continuò a prendersi cura di lui. 

Quando terminava il lavoro più urgente tornava al suo letto. 

Gli portava qualcosa da mangiare quando riusciva a procurarselo. 

Gli leggeva qualche pagina di un libro di preghiere. A volte rimaneva semplicemente seduta accanto a lui in silenzio.

Era questo che mi colpiva.

Molti aiutano gli altri quando possono fare qualcosa di importante. 

Lei invece sembrava capire che anche il semplice restare accanto a una persona possiede un valore immenso.

Un pomeriggio entrai nella stanza e li trovai a parlare.

L'anziano stava raccontando episodi della propria giovinezza. 

Parlava della campagna, degli animali, delle stagioni, dei raccolti. 

Aveva gli occhi lucidi. Da settimane non lo vedevo così.

Maria Bertilla lo ascoltava con attenzione sincera.

Non fingeva interesse, né mostrava fretta.

Sembrava che per lei quel racconto fosse importante quanto qualsiasi altra occupazione dell'ospedale.

In quel momento compresi qualcosa che allora non avrei saputo esprimere con le parole che oggi conosco.

Compresi che la cura non consiste soltanto nel guarire.

Noi pensavamo che il nostro compito fosse combattere la malattia. 

Certamente era importante. 

Ma Maria Bertilla sembrava vedere qualcosa di più profondo.

Vedeva la persona.

Là dove molti vedevano un malato, lei vedeva un uomo.

Là dove molti vedevano una cartella clinica, lei vedeva una storia.

Là dove molti vedevano un corpo che si spegneva, lei vedeva una dignità che non poteva essere perduta.

Qualche settimana dopo le condizioni dell'anziano peggiorarono rapidamente. 

Era evidente che non sarebbe guarito.

Ricordo ancora una sera.

La luce del tramonto entrava dalla finestra e colorava la stanza di un tenue riflesso dorato.

Maria Bertilla era seduta accanto al letto.

L'uomo respirava con fatica.

Le teneva la mano.

Non parlavano.

Non ce n'era bisogno.

In quel silenzio vi era una forma di comunicazione più profonda delle parole.

Quando l'uomo morì, Maria Bertilla rimase per qualche istante in raccoglimento.

Poi sistemò le lenzuola con la stessa cura che aveva avuto durante la sua malattia.

Non c'era alcuna teatralità nei suoi gesti.

Non cercava di apparire buona.

Non sembrava nemmeno rendersi conto di fare qualcosa di speciale.

Era semplicemente fedele a un modo di stare accanto agli altri.

Molti anni sono passati da allora.

Ho visto medici straordinari, infermieri competenti e persone generose.

Ma raramente ho incontrato qualcuno capace di guardare gli altri come faceva lei.

Quando si parla di Maria Bertilla, spesso si ricordano la sua umiltà, la sua santità, la sua dedizione.

Tutto questo è vero.

Eppure, se qualcuno mi chiedesse quale fosse la sua qualità più grande, risponderei senza esitazione: la capacità di accorgersi delle persone.

Può sembrare poco.

In realtà è una delle cose più difficili del mondo.

Accorgersi davvero di qualcuno significa interrompere il proprio cammino, sospendere i propri pensieri, mettere da parte il proprio interesse e riconoscere che davanti a noi c'è una vita che chiede ascolto.

Maria Bertilla possedeva questo dono in modo straordinario.

Ancora oggi, ripensando a quell'anziano dimenticato da tutti, mi sorprendo.

Non perché fosse un miracolo, neanche per il gesto clamoroso.

Mi sorprendo perché ho visto una donna trasformare la fragilità di un altro essere umano in un motivo di vicinanza.

Ho visto una persona sola sentirsi nuovamente riconosciuta.

Ho visto qualcuno morire senza essere abbandonato.

E credo che sia proprio questo il motivo per cui tanti, dopo la sua morte, iniziarono a parlare della sua santità.

Non perché avesse compiuto imprese eccezionali.

Ma perché riusciva a fare una cosa che noi, troppo spesso, trascuriamo: rendere visibile l'umanità nascosta di chi soffre.

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*Spunto tratto dal 5^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo
 



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