La sveglia delle sette e un quarto non suonò come un semplice allarme, ma come una sentenza di condanna. Marco rimase pietrificato sotto le coperte, gli occhi spalancati a fissare una crepa sul soffitto della sua camera.
Quella crepa assomigliava spaventosamente alla forma della penisola balcanica, l'esatto e incubico argomento della lezione di geografia e storia che il professor Brambilla avrebbe preteso da lui di lì a un paio d'ore.
Il problema non era solo la geografia. Il problema era che Marco, per tutta la settimana, aveva scientemente procrastinato. Aveva preferito il pallone, le partite online fino a notte fonda, le passeggiate senza meta pur di non aprire quel libro dal dorso blu.
Ora, il nodo era giunto al pettine. Il registro elettronico parlava chiaro: era il suo turno. Brambilla seguiva un ordine alfabetico privo di pietà e la lettera "M" era inevitabilmente segnata per quella mattina.
Un freddo sudore gli scese lungo la schiena. De pio non si può morire, ma da un due in storia sì, pensò.
Fu in quel preciso istante che nella mente di Marco prese forma il Piano. Un piano disperato, artigianale, ma che ai suoi occhi diciassettenni sembrò un capolavoro di strategia militare: la fuga.
La prima fase fu la simulazione clinica. Si presentò a colazione trascinando i piedi, la fronte appoggiata alla mano e un'espressione da martire cristiano.
«Mamma, non mi sento molto bene... ho un forte mal di testa e un senso di nausea», mormorò con voce flebile.
La madre, tuttavia, era una donna addestrata da anni di tattiche scolastiche. Gli posò una mano fresca sulla fronte, gli guardò le pupille con la precisione di un medico legale e scosse la testa. «Niente febbre, Marco. E hai un colorito fin troppo sano. Prendi uno zaino, fai colazione e muoviti, che sei in ritardo.»
Fase uno: fallita. Ma il Piano prevedeva varianti.
Se non poteva evitare di uscire di casa, avrebbe evitato di varcare la soglia dell'istituto. Salì sull'autobus delle otto. Il veicolo era stipato di studenti assonnati. Marco rimase vicino alla porta posteriore, il cuore che gli batteva nel petto come un tamburo di guerra.
Quando il bus accostò alla fermata di fronte al liceo, la calca spinse tutti verso l'uscita. Marco si lasciò trasportare fuori, ma invece di varcare il cancello in ferro battuto, scivolò lateralmente, approfittando del passaggio di un camion della spazzatura che gli fece da scudo visivo.
Con un colpo di reni, svoltò l'angolo e si infilò nel vicolo laterale. Ce l'aveva fatta. Era libero. O almeno, così credeva.
La libertà ha un sapore strano quando è rubata. I primi venti minuti furono un'ubriacatura di adrenalina. Marco camminò a passo svelto verso il parco cittadino, assaporando il fatto di non essere seduto tra i banchi di legno a sentire la voce monotona di Brambilla. Ma a mano a mano che l'adrenalina scemava, subentrava un freddo e pesante senso di vuoto.
Il parco a quell'ora era deserto, se si escludevano alcuni anziani con i cani e un paio di spazzini. Le panchine erano bagnate dall'umidità del mattino. Marco si sedette su un muretto, tirando fuori il telefono.
Non poteva usarlo davvero: la chat di classe avrebbe iniziato a vibrare con i messaggi di chi chiedeva dove fosse, e la notifica dell'assenza sul registro elettronico sarebbe arrivata al telefono di sua madre entro le dieci.
Il tempo, che in classe sembrava non passare mai, lì fuori diventò un mostro immobile. Cinque minuti sembravano ore. Il freddo iniziava a penetrare attraverso il giubbotto leggero. Ma la cosa peggiore non era il freddo: era il pensiero fisso che non riusciva a scrollarsi di dosso. Cosa succederà domani? Dovrò pur tornare. E quando tornerò, la punizione sarà doppia.
Alle dieci e mezza, incapace di stare fermo, Marco decise di spostarsi verso la biblioteca comunale, un edificio antico e silenzioso poco distante dal centro. Era l'unico posto caldeggiato dove un ragazzo con lo zaino in spalla non avrebbe attirato troppe domande.
Entrò a passo felpato, cercando un angolo buio tra gli scaffali della sezione narrativa. Trovò un tavolo isolato in fondo alla sala, protetto da alte pareti di dizionari in cuoio. Si sedette, appoggiò la testa sulle braccia e tirò un sospiro di sollievo temporaneo.
«Cercare di svanire tra le enciclopedie è una tattica classica, ma poco efficace sul lungo periodo.»
Marco sobbalzò come se fosse stato colpito da una scossa elettrica. Alzò la testa di scatto. In piedi dall'altra parte del tavolo, con un impermeabile grigio sul braccio e una pila di testi di storiografia tra le mani, c'era il professor Brambilla.
Il ragazzo sbiancò. Il sangue gli si congelò nelle vene. Pensò di alzarsi e correre via, ma le sue gambe sembravano diventate di piombo. Il professore non strillò, non fece gesti inconsulti. Si limitò a posare i suoi libri sul tavolo con un rumore sordo e a sedersi di fronte a lui, sistemandosi gli occhiali sul naso.
«Professore... io...», balbettò Marco, con la voce incastrata in gola.
«Risparmia il fiato, Marco», disse Brambilla con un tono sorprendentemente calmo, quasi stanco. «Non c'è bisogno che ti inventi un malore improvviso o un guasto ai trasporti. So esattamente perché sei qui. Anzi, so esattamente perché non sei a scuola.»
Marco abbassò lo sguardo, fissando le venature del legno del tavolo. L'umiliazione era peggiore di qualsiasi urlo.
«Mi dispiace», sussurrò. «Non avevo studiato. Non ce la facevo proprio affrontarla oggi.»
Il professor Brambilla rimase in silenzio per qualche secondo, osservando quel ragazzo rannicchiato su se stesso. Poi piegò leggermente la schiena in avanti.
«Vedi, Marco, tu pensi che il problema di oggi sia un brutto voto sul registro. Pensi che io sia arrabbiato perché non conosci le cause del conflitto balcanico o la geografia di quella regione. Ma non è così.»
Marco alzò lo sguardo, confuso.
«A me non importa del due», proseguì il professore. «Un due si recupera. Si studia la settimana dopo, si prende un otto e la media si aggiusta. Quello che hai fatto oggi, però, è molto più pericoloso per te di quanto tu creda. Non sei scappato da me. Sei scappato da te stesso.»
Il professore indicò lo zaino di Marco, buttato a terra.
«La vita, Marco, non è fatta di momenti in cui siamo pronti. La maggior parte delle volte, la vita ti chiederà di mostrati al tuo posto proprio quando ti senti impreparato, fragile o spaventato. Presentarsi, guardare in faccia la difficoltà e dire "non so niente, ma sono qui e mi prendo le mie responsabilità" richiede un coraggio enorme. Ma è l'unico modo per diventare uomini.»
Brambilla fece una breve pausa, lasciando che le parole sedimentassero nell'aria ovattata della biblioteca.
«Scappare oggi ti ha regalato tre ore di falsa libertà. Ma guarda come stai adesso.
Sei pieno di ansia, ti nascondi come un fuggiasco, hai la paura di affrontare i tuoi genitori e domani dovrai comunque fare i conti con questa storia. La fuga non cancella mai il problema, lo ingrandisce soltanto. Lo nutre con la tua paura.»
Marco sentì un nodo alla gola. Non era la solita ramanzina da docente. C'era un'umanità spoglia e diretta in quello che Brambilla gli stava dicendo, qualcosa che andava dritto al punto.
«Cosa devo fare adesso?», chiese il ragazzo, con voce rotta.
Il professore sorrise appena, un sorriso breve ma non severo. «Adesso prendi le tue cose. Usciamo insieme. Ti riaccompagno a scuola per le ultime due ore. Farai la tua assenza giustificata per la prima parte della mattinata, parlerai con tua madre spiegandole la verità prima che lo faccia il sistema automatico, e domani ti presenterai alla prima ora.»
«E l'interrogazione?», chiese Marco con un filo di voce.
«Domani sarai il primo della lista», rispose Brambilla alzandosi. «Non ti farò sconti. Ma non per punizione. Te lo devo perché voglio che tu scopra una cosa fondamentale: che sei perfettamente in grado di sopravvivere a un brutto voto, ma non sei fatto per vivere nascosto dietro un muretto o tra gli scaffali di una biblioteca.»
Marco rimase un attimo immobile. Poi, lentamente, raccolse lo zaino, se lo caricò sulle spalle e si alzò. La paura non era scomparsa del tutto, ma il peso soffocante dell'ansia si era trasformato in qualcosa di nuovo: la consapevolezza che, per la prima volta, stava scegliendo di non scappare più.
