martedì 29 gennaio 2013

Sono qui (poesia)







Son qui,
libero della distanza dalla polvere,
dal vano pensiero del protendere.
Inabile all’umana immagine.
Solo anche per lo specchio,
respiro tra le ombre.
Illusorio comunicar di realtà che non tocca.
Incauto, m’innalzo dall’essere grande.
Colgo lo sguardo discreto.
 
Fredda m’accoglie quella scia di misericordia.
Dio è vicino.
Estremità non volle, per distratto amor.

Donar un calice che adombra sventura,
intinge di grigio la gioia eterna.

Allor canto per me.
Che per altre vie il Signor ti giunga.
Non turbar il cuor alla vista.
Altro significato fortuna insegna.
Sono arcobaleno ai tuoi occhi.
Sono speranza per gli uomini.


Analisi
Questa poesia si configura come un intenso percorso lirico che si snoda attraverso tre momenti fondamentali: il dolore viscerale, la sofferenza fisica ed emotiva, e infine l'apertura verso una speranza trascendente.

Simbolismo e Immagini Chiave

  • Il Dolore Viscerale (I strofa): La prima immagine — fusti spinati di rose — unisce la bellezza della rosa alla ferita della spina. L'intreccio simboleggia un dolore universale e senza fine, causato da una "vita spezzata", una perdita o un trauma che interrompe il naturale corso dell'esistenza.

  • Il Sangue e la Passione (II strofa): L'espressione incauto destino suggerisce un senso di ingiustizia o fatalità arbitraria. Il sangue che scorre tra le rosse venature dei petali crea un forte impatto visivo: la natura stessa assorbe la sofferenza umana, fusione drammatica tra il rosso del fiore e il trauma interiore.

  • La Trasformazione della Lacrima (III strofa): La svolta comincia qui. La gentile luce introduce un elemento di delicatezza. Le lacrime, da simbolo di puro sconforto, vengono nobilitate e diventano perle di brina, pronte a riflettere la luce anziché rimanere nel buio.

  • La Redenzione e la Luce (IV e V strofa): Il gesto finale del braccio che si protende al cielo è un atto di fiducia e preghiera. La rosa rossa della sofferenza lascia il posto a un fiore bianco, simbolo di purezza, rinascita e guarigione. È l'Amore a illuminare l'oscurità iniziale e a dare un senso nuovo anche al dolore più profondo.

Stile e Tono

La lirica adotta un tono elegiaco ma aperto alla speranza. L'uso dei colori (il rosso del sangue/petali, la brina luminosa, il bianco del fiore finale) guida il lettore attraverso una vera e propria metamorfosi emotiva: dal buio della ferita alla luce della redenzione.


domenica 27 gennaio 2013

Una stella sul cuore


Commemorare un evento, per mia convinzione, ha un significato nobile. 
L’atto pone l’accento su quelle facoltà umane che non sono immobili o non si focalizzano sull’aspetto insulso, formale o vegetativo.
Nell’atto della commemorazione l’uomo celebra se stesso e lo induce a un’implacabile riflessione sulla natura della sua anima. 
Indipendentemente dal tema o dal tipo di celebrazione, l’uomo nell’atto di ricordare è costretto a un confronto, a una presa di consapevolezza che abbraccia il presente con il passato.
Sia questo il motivo per cui giunge anche il mio contributo alla commemorazione della Shoah.
Permettetemi una piccola regressione, prima di esprimere la mia opinione e la solidarietà a un popolo che non è soltanto etichettabile con la parola “ebrei”, ma anche essere viventi, fratelli abitanti lo stesso pianeta, anime nella stessa scia dell’amore universale.
Ero ragazzo, quando con gli occhi immersi in un libro “Se questo è un uomo” di Primo Levi, stentavo a crederci in quello che leggevo.
La notte, nel letto, a riparo da occhi indiscreti, io piangevo. 
Non riuscivo a convincermi che non ero io lì, tra quei cattivi.
Sollevavo spesso gli occhi dal libro per rendermi conto in quel momento com’ero fortunato, stando in un letto caldo e senza gli stimoli della fame che, per empatia, si sollevavano da quelle pagine.
Mi ripetevo: “Non aver paura, è solo un racconto!”.
Forse non ero convincente con me stesso, perché tremavo e continuavo a leggere sperando di stancarmi ed evitare l’insonnia, e di conseguenza, la paura di essere circondato da quei terribili fantasmi.
Da allora, è passato molto tempo, sono diventato avvezzo alle cattiverie, ma non ho ancora abbandonato la speranza che l’uomo se ne possa liberare.
Ascolto servizi televisivi e leggo testate giornalistiche che associano il termine commemorare a ricordare.
Da inguaribile ottimista, io non voglio ricordare le cattiverie degli uomini.

Il Ricordare è un’ammissione implicita al possibile dimenticare.

Non voglio la medicina per far sparire il sintomo! Voglio quella che mi elimina la causa del sintomo.
Nella commemorazione, non voglio soltanto ricordare! 
Voglio un continuo rapporto dell’uomo attuale sull’uomo del passato e una verifica dalla quale si evince che non è soltanto la tecnologia a riferirci di come siamo cambiati. 
Abbiamo sempre avuto un’anima, forse un po’ più addormentata, ma credo fermamente che sia giunta l’era per assegnarle la posizione che merita.
La stella più speciale dell’universo che casualmente è finita in corpo di piccolissime dimensioni.
La sua discrezione è così grande che bussa delicatamente al cuore,
chiede attenzione per far grande il piccolo essere umano.

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