Arnold Gehlen: il filosofo dell’uomo incompleto
Arnold Gehlen nasce a Lipsia il 29 gennaio 1904 e muore ad Amburgo il 30 gennaio 1976. Filosofo, sociologo e antropologo, è considerato uno dei principali esponenti dell’antropologia filosofica tedesca del Novecento, insieme a pensatori come Max Scheler e Helmuth Plessner. Studiò filosofia, storia dell’arte, psicologia e germanistica a Lipsia e Colonia e fu influenzato, tra gli altri, da Hans Driesch, Nicolai Hartmann e soprattutto Max Scheler.
La sua carriera accademica attraversò diverse università tedesche. Insegnò a Lipsia, Königsberg, Vienna e Speyer, per approdare nel 1962 alla Technische Hochschule di Aquisgrana, dove rimase fino al pensionamento. (Munzinger Online)
La figura di Gehlen rimane tuttavia controversa anche per il suo rapporto con il nazionalsocialismo. Nel 1933 aderì al Partito nazista e sottoscrisse la dichiarazione di fedeltà dei professori universitari tedeschi ad Adolf Hitler e allo Stato nazionalsocialista. Questo elemento biografico non può essere ignorato quando si studia il suo pensiero, anche se le sue opere antropologiche e sociologiche hanno avuto una significativa influenza nel dibattito filosofico del secondo Novecento.
La filosofia di Gehlen parte da una domanda apparentemente semplice: che tipo di essere è l’uomo?
La risposta è originale e, per certi aspetti, radicale. L’uomo non è un animale perfettamente adattato al proprio ambiente. È, al contrario, un essere biologicamente fragile, non specializzato, relativamente povero di istinti e costretto a costruire attraverso l’azione le condizioni della propria sopravvivenza.
Questa idea viene sviluppata soprattutto in Der Mensch. Seine Natur und seine Stellung in der Welt, pubblicato nel 1940, e diventa la base della successiva riflessione sulla tecnica e sulle istituzioni.
L’uomo, dunque, non riceve dalla natura un ambiente già pronto per lui. Deve costruirselo.
Ed è proprio qui che entra in gioco la tecnica.
La tecnica non è qualcosa che l’uomo ha inventato ieri
Quando oggi parliamo di tecnologia pensiamo immediatamente a computer, smartphone, robot, Internet e intelligenza artificiale.
Gehlen ci obbligherebbe però a fare un passo indietro.
Per lui la tecnica non comincia con la macchina industriale. Non comincia neppure con l'elettricità.
La tecnica appartiene alla stessa condizione antropologica dell’uomo.
L’essere umano, proprio perché non possiede organi e istinti sufficientemente specializzati, deve compensare le proprie carenze attraverso strumenti, invenzioni, organizzazione e cultura.
La mano diventa uno strumento per costruire altri strumenti. Il fuoco modifica l'alimentazione e protegge dal freddo. L'abitazione sostituisce la protezione naturale che altri animali ricevono dal corpo. L'abbigliamento permette di vivere in ambienti nei quali il corpo umano sarebbe vulnerabile.
La tecnica, quindi, non è semplicemente qualcosa che l’uomo possiede.
È una delle modalità fondamentali attraverso cui l’uomo esiste.
È questo il punto di partenza di Die Seele im technischen Zeitalter, pubblicato nel 1957 e tradotto in italiano come L’uomo nell’era della tecnica. Problemi socio-psicologici della civiltà industriale. L’edizione italiana è apparsa inizialmente nel 1967; l’edizione Armando del 2003, curata da Maria Teresa Pansera, conta 159 pagine.
L’uomo nell’era della tecnica
Il titolo originale tedesco è Die Seele im technischen Zeitalter, letteralmente “L’anima nell’era della tecnica”.
Il titolo italiano mette maggiormente in evidenza l’uomo, ma il problema centrale rimane lo stesso: che cosa accade all'essere umano quando la tecnica non è più soltanto uno strumento che utilizza, ma diventa l'ambiente nel quale vive?
È una domanda che negli anni Cinquanta poteva sembrare legata soprattutto alla società industriale.
Oggi appare quasi profetica.
Gehlen osserva una società nella quale la tecnica ha raggiunto un livello di sviluppo tale da trasformare non soltanto il lavoro, ma anche i comportamenti, le relazioni sociali, la cultura e la psicologia degli individui.
La questione non è quindi più soltanto:
“Che cosa può fare la tecnica?”
Diventa:
“Che cosa fa la tecnica all'uomo?”
1. La tecnica come compensazione della debolezza umana
Il primo concetto da comprendere è quello dell'uomo come essere carente (Mängelwesen).
L'animale possiede organi specializzati che gli consentono di sopravvivere nel proprio ambiente.
L'uomo, invece, è relativamente indifeso.
Non corre come un predatore, non possiede zanne particolarmente efficaci, non ha una protezione naturale contro il freddo e non dispone di un repertorio istintuale sufficiente a determinare automaticamente il suo comportamento.
Ma questa carenza produce una conseguenza straordinaria.
L'uomo deve agire.
E attraverso l'azione costruisce strumenti.
Un martello potenzia la mano. Un microscopio potenzia la vista. Il telefono estende la possibilità di comunicare. Un veicolo permette di superare i limiti del movimento naturale.
Gehlen individua nella tecnica proprio questa capacità di compensare, potenziare o alleggerire le prestazioni degli organi umani.
La tecnica, dunque, non rappresenta una semplice fuga dalla natura.
È una risposta alla particolare natura dell'uomo.
2. Tre funzioni fondamentali della tecnica
Nella prospettiva di Gehlen, possiamo distinguere tre grandi modalità attraverso cui la tecnica interviene sulle capacità umane.
La prima è la sostituzione.
La macchina può svolgere una funzione che prima dipendeva direttamente dall'organismo umano.
La seconda è il potenziamento.
Lo strumento permette di fare qualcosa oltre i normali limiti del corpo.
Il telescopio consente di vedere più lontano. Il microscopio permette di osservare ciò che l'occhio non può vedere. Il telefono estende la comunicazione oltre la distanza fisica.
La terza è l'esonero.
La tecnica permette di risparmiare fatica e di trasferire determinati compiti agli strumenti.
Una ruota permette di trasportare un peso con meno sforzo. Una macchina automatizzata può sostituire una serie di operazioni manuali.
La tecnica diventa così un gigantesco sistema di liberazione dalla fatica.
Ma proprio qui nasce il problema.
Che cosa accade quando l'uomo viene progressivamente esonerato da un numero sempre maggiore di attività?
3. Dalla macchina all'automazione
Uno dei temi centrali dell'opera è l'automazione.
Gehlen comprende che la società industriale sta entrando in una fase nella quale la macchina non si limita più ad amplificare la forza dell'uomo, ma comincia a organizzare autonomamente processi complessi.
L'indice dell'opera originale comprende infatti una sezione dedicata specificamente all'automazione, seguita da riflessioni sulla “primitivizzazione” e su diversi fenomeni socio-psicologici della società moderna.
L'automazione rappresenta una svolta perché porta l'esonero a un livello superiore.
Non si tratta più semplicemente di usare una macchina.
Si tratta di costruire sistemi nei quali una parte crescente del lavoro viene sottratta all'intervento diretto dell'individuo.
Questo produce un enorme aumento della produttività, ma modifica anche il rapporto dell'uomo con il proprio lavoro.
Se il lavoro non è più esperienza diretta della trasformazione della realtà, quale significato assume?
4. La tecnica modifica anche la psicologia
Gehlen non si limita a studiare la tecnologia dal punto di vista economico.
Il suo interesse è soprattutto antropologico e sociologico.
La tecnologia modifica l'ambiente e, modificando l'ambiente, modifica anche le persone che vi abitano.
L'uomo moderno vive immerso in un mondo artificiale.
Non deve più confrontarsi continuamente con i limiti immediati della natura.
Il cibo arriva attraverso una complessa organizzazione produttiva. L'energia è disponibile premendo un interruttore. Le comunicazioni avvengono istantaneamente. Gli spostamenti sono organizzati da infrastrutture tecniche.
Il risultato è una situazione paradossale.
L'uomo diventa sempre più potente nei confronti della natura e contemporaneamente sempre più dipendente dal sistema tecnico che ha costruito.
La tecnica che inizialmente serviva a liberare l'uomo dalla dipendenza dall'ambiente naturale può quindi creare nuove forme di dipendenza.
5. La “seconda natura”
Qui ritorna uno dei concetti più importanti della filosofia di Gehlen.
L'uomo costruisce una seconda natura.
La natura biologica non è sufficiente a garantire la sua sopravvivenza. L'uomo crea quindi cultura, istituzioni, strumenti e tecnologie.
La casa diventa una protezione artificiale.
La città diventa un ambiente artificiale.
La scuola trasmette conoscenze.
Il linguaggio organizza l'esperienza.
Le istituzioni stabiliscono regole.
La tecnica trasforma l'ambiente naturale in un ambiente umano.
Secondo Gehlen, dunque, non ha molto senso contrapporre semplicemente natura e cultura.
Per l'uomo la cultura è una necessità profondamente radicata nella sua costituzione.
La sua “naturalità” consiste anche nella capacità di produrre artificialità.
6. Il problema della società industriale
Il passaggio dalla tecnica tradizionale alla civiltà industriale produce però una trasformazione quantitativa e qualitativa.
La tecnica non è più limitata a singoli strumenti.
Diventa sistema.
Fabbriche, trasporti, comunicazioni, produzione di massa, amministrazione e organizzazione scientifica del lavoro costituiscono una rete complessa.
L'individuo si trova così inserito in strutture che spesso non comprende completamente.
Può utilizzare un'automobile senza sapere come sia costruito il motore.
Può accendere una lampada senza conoscere il funzionamento della rete elettrica.
Può utilizzare Internet senza conoscere l'architettura dell'infrastruttura che rende possibile la comunicazione.
Questo fenomeno, oggi, è diventato ancora più evidente.
La nostra vita dipende da sistemi tecnici enormemente complessi che rimangono per gran parte invisibili.
7. La perdita dell'esperienza diretta
Un altro tema importante riguarda quella che potremmo definire esperienza indiretta o di seconda mano.
L'uomo moderno conosce una parte sempre maggiore del mondo attraverso dispositivi, immagini, informazioni e sistemi di comunicazione.
Non deve necessariamente vivere un evento per averne un'immagine.
Può assistere a una guerra attraverso uno schermo.
Può conoscere una città senza esserci mai stato.
Può assistere a una manifestazione dall'altra parte del pianeta.
Può costruire opinioni sulla realtà attraverso una quantità enorme di informazioni mediate.
Questo produce una trasformazione profonda.
La realtà diventa sempre più filtrata da apparati tecnici e culturali.
Il problema non è che l'informazione sia falsa.
È che l'esperienza del mondo non coincide più necessariamente con il contatto diretto con il mondo.
8. Il nuovo soggettivismo
Gehlen dedica inoltre attenzione alla trasformazione della personalità moderna.
L'individuo della società industriale tende a essere sempre più consapevole di sé, dei propri desideri e delle proprie possibilità.
Ma questa maggiore centralità dell'io può trasformarsi in un nuovo problema.
Se la società offre continuamente stimoli, prodotti, immagini e possibilità di consumo, l'individuo può essere spinto a costruire la propria identità attraverso ciò che possiede, mostra o sperimenta.
La personalità rischia così di diventare una superficie continuamente modificabile.
È una riflessione che sembra descrivere con sorprendente precisione anche l'epoca dei social network.
Oggi l'individuo non si limita a vivere.
Costruisce una rappresentazione di sé.
La pubblica.
La modifica.
La sottopone allo sguardo degli altri.
E spesso finisce per vivere contemporaneamente due vite: quella reale e quella rappresentata.
9. Automatismo e perdita di autonomia
Gehlen arriva così a un problema ancora più profondo: l'automatizzazione del comportamento.
La tecnica tende a creare procedure sempre più standardizzate.
Molte attività quotidiane diventano automatiche.
Questo produce efficienza.
Ma l'efficienza non coincide necessariamente con la libertà.
Se un comportamento viene continuamente organizzato da procedure esterne, l'individuo può progressivamente perdere la consapevolezza delle ragioni per cui agisce in un determinato modo.
Il rischio è quello di trasformarsi da soggetto dell'azione in esecutore di processi già organizzati.
È un tema che diventa particolarmente interessante nell'epoca degli algoritmi.
Oggi molte decisioni vengono influenzate da sistemi automatici: ciò che leggiamo, ciò che vediamo, ciò che ci viene consigliato, ciò che acquistiamo e perfino le persone con cui entriamo in contatto.
Gehlen non avrebbe potuto conoscere gli algoritmi contemporanei, ma la sua domanda antropologica rimane straordinariamente attuale:
quanto controllo conserva l'uomo quando il suo ambiente è organizzato da sistemi che agiscono automaticamente?
10. La tecnica come destino?
Gehlen non è semplicemente un filosofo “contro” la tecnica.
Questo è un punto importante.
La tecnica è inevitabile perché appartiene alla struttura stessa dell'essere umano.
L'uomo è tecnico perché è un essere che deve costruire il proprio ambiente.
Il problema non è quindi eliminare la tecnica.
È comprendere il tipo di società che nasce quando la tecnica diventa dominante.
La tecnica può liberare l'uomo dalla fatica, aumentare le sue possibilità, migliorare la conoscenza e ampliare enormemente il suo potere d'azione.
Ma può anche produrre dipendenza, automatizzazione, standardizzazione e perdita di esperienza diretta.
Il problema, quindi, non è la macchina in sé.
È il rapporto che l'uomo stabilisce con essa.
Gehlen e l'intelligenza artificiale
È impossibile leggere oggi L'uomo nell'era della tecnica senza pensare all'intelligenza artificiale.
Quando Gehlen analizzava l'automazione, si trovava davanti a macchine industriali capaci di assumere funzioni precedentemente svolte dall'uomo.
Oggi siamo arrivati a un livello diverso.
Le tecnologie non sostituiscono soltanto la forza fisica.
Cominciano a intervenire in attività cognitive: scrittura, traduzione, analisi, riconoscimento di immagini, ricerca di informazioni, programmazione e produzione di contenuti.
L'intelligenza artificiale rappresenta quindi un'estensione particolarmente radicale del principio di esonero.
Se la prima macchina industriale permetteva di risparmiare forza muscolare, l'intelligenza artificiale può permettere di delegare alcune operazioni cognitive.
La domanda di Gehlen diventa allora ancora più urgente:
che cosa succede all'uomo quando può delegare alle macchine non soltanto il lavoro delle mani, ma anche una parte del lavoro della mente?
La risposta non può essere semplicemente “meglio” o “peggio”.
Dipende da ciò che scegliamo di delegare.
Delegare un calcolo può essere irrilevante.
Delegare completamente la memoria potrebbe modificare il nostro rapporto con il sapere.
Delegare la scrittura potrebbe modificare il nostro rapporto con il linguaggio.
Delegare le decisioni potrebbe modificare il nostro rapporto con la responsabilità.
E qui la filosofia diventa indispensabile.
Una conclusione: la tecnica ci libera, ma da che cosa?
Il grande merito di Gehlen è aver compreso che la tecnica non può essere studiata soltanto come un insieme di macchine.
La tecnica è un fenomeno antropologico.
Dice qualcosa sull'uomo perché nasce dalla sua struttura biologica e culturale.
L'uomo è debole e costruisce strumenti.
È incompleto e costruisce istituzioni.
È privo di un ambiente naturale specifico e costruisce un mondo artificiale.
Ma proprio perché il mondo artificiale diventa sempre più complesso, l'uomo rischia di trovarsi dipendente dalle proprie stesse costruzioni.
Questa è forse la contraddizione fondamentale della modernità.
L'uomo crea la tecnica per dominare il proprio ambiente e finisce per vivere dentro un ambiente dominato dalla tecnica.
Nel 1957 Gehlen osservava la civiltà industriale. Oggi noi osserviamo una civiltà digitale e algoritmica.
Sono epoche diverse, ma il problema di fondo è sorprendentemente simile.
Non dobbiamo chiederci soltanto quanto saranno potenti le nostre macchine.
Dobbiamo chiederci quale tipo di essere umano sarà prodotto dal mondo che stiamo costruendo.
Ed è probabilmente questa la ragione per cui L'uomo nell'era della tecnica continua a meritare una lettura.
Non perché Gehlen abbia previsto Internet o l'intelligenza artificiale.
Non li aveva previsti.
Ma perché aveva posto una domanda più profonda:
quando l'uomo trasforma radicalmente il proprio ambiente, trasforma inevitabilmente anche se stesso.
Bibliografia essenziale
Opere di Arnold Gehlen
Gehlen, Arnold, Der Mensch. Seine Natur und seine Stellung in der Welt, 1940. Trad. it. L'uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo. È l'opera fondamentale per comprendere la sua antropologia filosofica. (Treccani)
Gehlen, Arnold, Urmensch und Spätkultur. Philosophische Ergebnisse und Aussagen, 1956. Trad. it. Le origini dell'uomo e la tarda cultura. (Treccani)
Gehlen, Arnold, Die Seele im technischen Zeitalter. Sozialpsychologische Probleme in der industriellen Gesellschaft, Rowohlt, 1957. Trad. it. L'uomo nell'era della tecnica. Problemi socio-psicologici della civiltà industriale. (Google Libri)
Gehlen, Arnold, Zeit-Bilder. Zur Soziologie und Ästhetik der modernen Malerei, 1960. (Treccani)
Gehlen, Arnold, Moral und Hypermoral. Eine pluralistische Ethik, 1969. Trad. it. Morale e ipermorale. Un'etica pluralistica. (Treccani)
Gehlen, Arnold, Anthropologische Forschung, 1961. Trad. it. Prospettive antropologiche. L'uomo alla scoperta di sé. (Le edizioni del Mulino)
Studi e approfondimenti
Pansera, Maria Teresa, L'uomo progetto della natura. L'antropologia filosofica di Arnold Gehlen, Roma, 1990.
Pansera, Maria Teresa, L'uomo e i sentieri della tecnica. Heidegger, Gehlen, Marcuse, 1998.
Rasini, Vallori (a cura di), introduzione a Arnold Gehlen, Prospettive antropologiche, il Mulino. Il volume offre una sintesi dei principali nuclei della filosofia gehleniana: natura biologica dell'uomo, tecnica, istituzioni, cultura e critica della società moderna. (Le edizioni del Mulino)
Turner, Bryan S., voce “Gehlen, Arnold (1904–76)”, Routledge Encyclopedia of Philosophy. Utile per collocare Gehlen nel panorama dell'antropologia filosofica e per comprendere la sua influenza sulla filosofia sociale. (Routledge Rep)
Per iniziare a leggere Gehlen
Se si vuole seguire un percorso graduale, è consigliabile partire da L'uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo, per comprendere il concetto di uomo come essere carente e l'importanza dell'azione; passare poi a L'uomo nell'era della tecnica, per comprendere la trasformazione della società industriale; e infine affrontare Morale e ipermorale, per entrare nel problema delle istituzioni, dei valori e della pluralità delle forme morali.
Letto in questo ordine, Gehlen appare non semplicemente come un critico della modernità, ma come un pensatore che tenta di capire perché l'uomo, proprio perché è biologicamente incompleto, sia diventato l'animale capace di costruire il mondo più artificiale della storia.
E oggi, davanti all'intelligenza artificiale, questa domanda assume una nuova urgenza: se la tecnica è il modo attraverso cui l'uomo compensa le proprie carenze, cosa accadrà quando la tecnica comincerà a compensare anche alcune delle nostre capacità intellettuali?
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