mercoledì 22 luglio 2015

Protesta al Creatore: invettiva esistenziale e teologica


Se potessi aprire il cielo, il mio silenzio avrebbe un senso.
Donerei le parole a chi ha la testa pesante, con poca voglia di guardare in alto.
Se potessi aprire il cielo, non avresti alibi per non guardarmi.
Quaggiù non funziona come vorrei.
È inutile che mi parli della fede!
Quanta fede serve per non piangere davanti alla foto di un bambino sporco … che prima di cercare la mamma vuole il cibo.
Non ho abbastanza fede da sperare in un mondo generoso.
È troppo debole la mia fede per credere che la cattiveria possa sempre arretrare davanti al bene.
Ho bisogno di illudermi che sia la pochezza della fede a non farmi vedere il mondo migliorarsi.
Tu hai inventato l’Amore. È vero!
Però, hai inventato l’odio e l’egoismo!
C’era bisogno?
Così facciamo noi poveri umani!
Mischiamo il bello con il brutto, il buono con il cattivo, il giusto con l’ingiusto. Per questo, siamo imperfetti!
E tu? Ah, già, la fede!
Signore mio, sii un po’ più serio!
 
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Commento
Questa lirica è un’intensa, coraggiosa e sofferta invettiva esistenziale e teologica, un corpo a corpo serrato con il Divino che affonda le sue radici nella grande tradizione della protesta umana di fronte al dolore incomprerensibile e all'ingiustizia del mondo.

1. Il desiderio di rivelazione e l'incomunicabilità

La prima strofa si apre con un'ipotesi condizionale densa di significato: "Se potessi aprire il cielo...".

  • Il silenzio risignificato: L'incapacità o la difficoltà di comunicare quaggiù non è mutismo sterile, ma un peso che attende una lacerazione del velo (aprire il cielo) per rivelare il suo senso profondo.

  • Il dono delle parole: C'è una profonda empatia per la sofferenza altrui: donare le parole a chi ha "la testa pesante, con poca voglia di guardare in alto" è il tentativo di scuotere la rassegnazione di chi è piegato dalla vita.

  • La richiesta di sguardo: Il desiderio che l'Altro (o l'Umano, o il Divino) non abbia più alibi per non guardare la realtà e la fragilità di chi parla.

2. Il crollo della Teodicea: Il dolore innocente

Il cuore pulsante del testo esplode nella critica radicale all'idea tradizionale di fede e alla giustificazione del male:

«Quanta fede serve per non piangere davanti alla foto di un bambino sporco … che prima di cercare la mamma vuole il cibo.»

Con un'immagine cruda e disarmante, il testo demolisce ogni consolazione astratta. Di fronte al ribaltamento dell'ordine naturale — dove la prima necessità di un bambino non è nemmeno l'affetto materno, ma la pura sopravvivenza biologica — la "fede" proposta come risposta dottrinale appare del tutto inadeguata, quasi un guscio vuoto.

Il poeta riconosce con lucida onestà i limiti della propria speranza: non c'è abbastanza fede per credere in una bontà automatica del mondo o in un trionfo garantito del bene sul male.

3. L'ambivalenza della Creazione e la responsabilità

La lirica tocca un nodo filosofico cruciale quando chiama in causa la struttura stessa del Creato:

  • Il paradosso dell'Amore e dell'Odio: Riconoscere l'invenzione dell'Amore non basta se a essa si accompagna la co-presenza dell'odio e dell'egoismo. La domanda "C'era bisogno?" è il grido supremo dell'uomo che rifiuta di razionalizzare il male inutile.

  • L'imperfezione speculare: L'umanità riconosce di mescolare il bello con il brutto e il buono con il cattivo. Ma la provocazione finale si sposta verso l'alto: se l'uomo è imperfetto e debole, come si giustifica la distanza o l'apparente distacco di chi ha strutturato la realtà in questo modo?

4. La chiusa: L'inversione della preghiera

«Signore mio, sii un po’ più serio!»

I versi finali spezzano con forza ogni tono ossequioso o formale. È un'apostrofe ironica, amara, ma al tempo stesso spaventosamente intima. Non è un atto di ateismo cinico, ma una preghiera al contrario: l'invocazione di un'anima ferita che chiede al Divino di abbandonare l'astrazione delle risposte teologiche per farsi carico, con reale serietà, della tragicità della condizione umana.

Un breve bilancio

È una poesia drammatica e viscerale, in cui la protesta non nasce dal rifiuto, ma dall'eccesso di sensibilità di chi non riesce ad accettare la sofferenza degli innocenti e la distrazione del mondo.

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