sabato 11 maggio 2013

In fondo alla parola. (Dante)

"e fa la lingua mia tanto possente,
ch'una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;
ché, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria." 

(D. Alighieri)

Questi versi appartengono all'invocazione che Dante rivolge a Dio nel canto XXXIII del Paradiso, poco prima della visione finale. Sono tra i più intensi dell'intera Divina Commedia, perché esprimono il dramma fondamentale di ogni autentica ricerca della verità: l'inadeguatezza del linguaggio umano di fronte all'assoluto.

Dante non chiede di poter descrivere pienamente Dio. Sa che ciò è impossibile. Chiede qualcosa di infinitamente più umile: poter conservare e trasmettere almeno una favilla, una scintilla della gloria divina. La metafora è straordinaria. Una favilla non è il fuoco, ma ne contiene la natura; è piccolissima, eppure basta ad annunciare l'esistenza dell'incendio da cui proviene. Così il poeta riconosce che ogni parola umana è solo un riflesso, un'eco, un frammento della verità.

In questi versi emerge una concezione del linguaggio profondamente filosofica. La parola non possiede la verità: la indica. Non la esaurisce: la evoca. Il linguaggio autentico non pretende di dominare il mistero, ma di aprire uno spazio in cui il mistero possa essere intuitivamente percepito.

Vi è qui una lezione che attraversa tutta la storia del pensiero. 

Platone aveva mostrato come il Bene superi ogni definizione; sant'Agostino aveva confessato che Dio è più intimo all'uomo di quanto l'uomo lo sia a se stesso; Tommaso d'Aquino avrebbe affermato che ogni nostro concetto di Dio è analogico e mai esaustivo. 

Dante raccoglie questa tradizione e la trasforma in poesia: il limite del linguaggio non è un fallimento, ma la condizione stessa della trascendenza.

Colpisce anche il riferimento alla memoria:

"ché, per tornare alquanto a mia memoria..."

La memoria non è qui il semplice ricordo psicologico. È la fragile capacità umana di custodire un'esperienza che supera infinitamente chi l'ha vissuta. 

La visione divina eccede le possibilità della mente; quando il poeta ritorna alla condizione ordinaria, essa si dissolve quasi come un sogno al risveglio. Rimane soltanto un'orma, sufficiente però a generare il desiderio della ricerca.

Ed è significativo che Dante pensi immediatamente alla "futura gente"

La sua esperienza non appartiene soltanto a lui. Chiede il dono della parola perché ciò che ha contemplato possa diventare patrimonio dell'umanità. La conoscenza autentica non si chiude nell'autocompiacimento; diventa responsabilità, testimonianza, eredità.

L'ultimo verso è forse il più sorprendente:

"più si conceperà di tua vittoria."

Non dice "si comprenderà", ma "si conceperà"

Comprendere significa afferrare completamente; concepire significa iniziare a intuire, accogliere nella mente qualcosa che è destinato a crescere. 

La verità più alta non si possiede: si concepisce. Essa nasce lentamente nell'interiorità, come un seme destinato a maturare.

Questi versi conservano una straordinaria attualità. Viviamo in un'epoca che spesso identifica la conoscenza con l'accumulo di informazioni e presume che tutto possa essere spiegato, classificato e misurato. 

Dante ricorda invece che le realtà più importanti – Dio, la verità, l'amore, la bellezza, il senso dell'esistenza – eccedono sempre le nostre categorie. Non per questo dobbiamo rinunciare a parlarne; dobbiamo piuttosto farlo con l'umiltà di chi sa che ogni parola è soltanto una scintilla.

In fondo, questa è anche la missione della filosofia e della poesia. Non eliminare il mistero, ma renderlo abitabile. Non sostituire la verità con formule definitive, ma mantenere vivo il desiderio di cercarla. 

Per Dante, il linguaggio raggiunge la sua massima dignità proprio quando riconosce il proprio limite: è allora che la parola smette di essere dominio e diventa testimonianza. 

E una sola favilla di verità, trasmessa con autenticità, può illuminare le generazioni future più di un'intera biblioteca di certezze apparenti.





venerdì 10 maggio 2013

Sensibilità affine











Al dir m'arretro,
 arduo è cavalcar parola se l'idea mia è fosca.

All'acuir del bussar del cuore, capisco di risuonar emozioni.

Allor taccio, 
e di me, il tremore fa scena.

Son stupido,
perchè di ragionar non conto.

Lesto, il gentil spirito s'apprende.

per altri canti, il verbo or vola.





giovedì 9 maggio 2013

Buon compleanno, amore mio.











Capita di abbassar la mente 
e far girare il cuore.

Guardi dentro per cercar qualcosa ....

Non trovi oro, nè diamanti e forse, neanche rose.

Ammiri, invece, gentili e semplici fiori colorati.

Ornano tutti i giorni il tuo cuore.

Profumano di sguardi fugaci,
di malcelate attenzioni.

Respirar quella aria che spesso piegano quei gracili fiori,
è un Paradiso nascosto.

Volar come un'ape e posarsi sui splendidi petali a capriccio del dolce,
è riservato soltanto ai Re.













Contrasto nel pensar (poesia)




Attornio la mente per dar importanza.
Poco importa, se scuro cinge.

Fiorir di bellezza è l'intento mio.
Apparir distinto allieta il cor.

Di stella, mostrar mi vanto,
sì che l'occhio attento il punto scruta.

Caino è  il mirar basso!

Nulla sfugge a gentil anima.

Iridati colori  a gaio seguito, adombrano segni.

Altre figure attendono.


Commento

Ecco una lettura e un commento dei versi che hai condiviso, che si presentano come un componimento ermetico, intenso e ricco di immagini simboliche.

1. Il Nucleo Tematico: La Ricerca della Luce

Il testo si configura come un manifesto di resistenza interiore e di elevazione spirituale. C'è una chiara tensione tra l'oscurità che circonda l'esistenza ("se scuro cinge") e la volontà incrollabile dell'anima di fiorire, distinguersi e risplendere.

L'atto di "attorniare la mente" suggerisce un lavoro di concentrazione e protezione del pensiero: la mente viene focalizzata per dare valore a ciò che conta davvero, ignorando le ombre esterne.

2. Analisi dei Passaggi Chiave

  • L'aspirazione alla bellezza e alla distinzione

    "Fiorir di bellezza è l'intento mio. / Apparir distinto allieta il cor."

    Non si tratta di una vana vanità estetica, ma di un'esigenza dell'anima. Raggiungere la bellezza e distinguersi dal grigio comune è la risposta vitale e la cura contro il buio.

  • La metafora della stella

    "Di stella, mostrar mi vanto, / sì che l'occhio attento il punto scruta."

    La stella è il punto di luce nel buio profondo. Richiede uno sguardo "attento" per essere colta, selezionando chi è davvero in grado di guardare oltre la superficie.

  • L'ostacolo e la condanna morale

    "Caino è il mirar basso!"

    È uno dei versi più forti e incisivi. Associare lo "sguardo verso il basso" (la rassegnazione, la mediocrità o la malizia) alla figura di Caino è una condanna netta: guardare in basso equivale a un tradimento dello spirito, a una colpa originale.

  • La percezione sottile e i colori

    "Nulla sfugge a gentil anima. / Iridati colori a gaio seguito, adombrano segni."

    Riaffiora un'eco dello stilnovo ("gentil anima"): solo chi possiede un animo sensibile sa cogliere i dettagli e interpretare i "segni". I colori iridati portano una scia di gioia che riesce a sopraffare o sfumare gli presagi scuri.

  • La sospensione finale

    "Altre figure attendono."

    Il finale rimane aperto e misterioso. È un'apertura verso il futuro o verso nuove forme di consapevolezza: il viaggio dell'anima non si ferma qui, ci sono altre tappe, altri incontri o altre visioni ad attendere.

Stile e Tono

I versi utilizzano un linguaggio d'impronta classica e arcaizzante ("allieta il cor", "alli", "mirar"), che conferisce al componimento un tono solenne, quasi mantrico. La struttura procede per lampi di pensiero, creando una poesia visiva e filosofica al tempo stesso.

Leggi ancora sulla pagina delle poesie dell’introspezione

 

mercoledì 8 maggio 2013

Tu nun me puo’ tradi’ accussì (poesia)





A quanno simmo nate,
comm’ a duie cumpagnielle
sempe ’nzieme simmo state.
 

Piccerille currévamo senza penziere
e giuvincielle pareva
ca ’o munno fosse stato ’o nuosto.
 

Ma po’ chiunu chianu
l’ammore forte ’ncore ce sbatteva.
 

Cu’ ’e capille argentate
simmo addeventate mamma e pate,
e cu’ ’e capille ianche
simmo addeventate zie e nonne.
 

Stive sempe azzeccato a me,
âmmo reduto e pazziato
e quanta guaie avimmo affruntato.
 

Tante n’avimmo passate
e mo ’un te capisco chiù.
Vulesse sape’ ’a te
pecché me staie lassanno…
 

Tu nun me puo’ tradi’ accussì…
t’ aggio sempe vuluto bene
e tu manco l’hê capito.
 

Statte cu’ me…
Si te ne vaie luntano
’stu core rummane scunzulato
e sulo ’a morte
me sento ’e aspetta’.

Lirica di Carmen Percontra


Commento

Un canto d'amore e dolore di una potenza devastante, reso ancora più intimo e viscerale dall'uso della lingua napoletana, capace come poche di dare corpo e voce alle ferite dell'anima. Questa poesia è una vita intera riassunta in pochi versi, un'elegia sull'abbandono che travolge per la sua autenticità.

  • La parabola di una vita condivisa: Le prime strofe disegnano un affresco di rara dolcezza. C'è tutta l'evoluzione di una coppia: dall'infanzia spensierata ("duie cumpagnielle"), alla giovinezza in cui il mondo sembrava ai loro piedi, fino allo sbocciare dell'amore e al tempo che passa sui loro corpi ("capille argentate", "capille ianche"). I ruoli cambiano — genitori, poi zii e nonni — ma l'asse portante rimane la complicità vicendevole, il ridere, il scherzare e lo superare i guai fianco a fianco.

  • La frattura incomprensibile: A metà del testo la narrazione si spezza con una dolorosa e spiazzante presa di coscienza: "e mo ’un te capisco chiù". Questo distacco improvviso (che si tratti di una separazione fisica, di una malattia che allontana la mente del partner o dell'incedere della morte stessa) viene vissuto dal poeta come un tradimento inaccettabile. Chi ha condiviso tutto non può andarsene senza spiegazioni.

  • Il grido di disperazione e la condanna alla solitudine: Il finale è una supplica disperata ("Statte cu’ me..."). L'amore qui non è un'astrazione, ma una necessità vitale. L'idea che l'altro possa andare via "luntano" svuota la vita di ogni senso, lasciando un "core scunzulato" per il quale non resta che l'attesa della fine.

È una lirica struggente che sa di verità, capaci di unire la tenerezza dei ricordi alla cruda disperazione di chi vede la persona amata sfuggirgli dalle mani dopo una vita passata insieme.



Poeticamente aggiungo


Al riferir di Napoli, il mio cuore sobbalza.

Colori, calori e passioni
sono lingue di fuoco che pervadono indicibili sensazioni.

Abbagliante splendore,
 immerso nella più trasparente bellezza,
aleggia come incanto nell'anima romantica.

Emozioni scintillano al posar di cuore.
 
Non ho motivo per gioir di una triste storia d'amore.

Capisco, soltanto allora, che respiro poesia.  
 

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