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sabato 1 agosto 2026

Orgoglio, mutazione, contrizione (poesia di M. Cammarota)



Drappello, 
le armi alla mano, 
davanti agli occhi i colori della bandiera,
la suggestione penetrante di Grande Madre Russia;
lunghi i racconti nell' isba della vecchia babuska Irina, 
sangue del sangue del caporale Iván Grigorjevic.

Un sogno, per ora, tra le betulle dal chiaro tronco, 
gli stivali in coito melmoso con la superfice poltacea della taigá.
Nessuna pietà, o carità
a fare dolce il cuore,
sotto le mimetiche giubbe...

Sì marcia, fieri, veramente russi,
il nemico già s'ode , nel silenzio boscoso...

Invadere, senza esitare,
punire i fratelli d'un tempo; 
ora non si divide l'ideale Comune d'allora,
falce e martello non hanno senso, 
se non nelle vecchie lignee case dei coloni atterriti, 
nell' attesa tremanti.

Dialogo subitaneo,
coro di proiettili,
cacofonia di colpi,
volutta' d' uccidere...

I primi cadono, volti rosati di bimbi,
nel freddo che morde, sbrana...

Membra sanguinolente,
schizzano sangue sulle impietose radici di betulla,
sulla terra nera che più nera fanno...

Urla, bestemmie, minacce sì somigliano eco di lingue sorelle...

Iván eri poco fa filo d' acciaio,
anima spietata, 
ora il sangue d'un ragazzo,
poco più d'un bimbo, ti lorda in ampie gocce la fiera divisa, le mani pallide...

le mani tremano, le stesse che credevi forgiate nell' acciaio...
Ecco, inattese, vecchie immagini di giochi di legno ben piallato i fucili, 
infantili le voci, schiamazzi ilari, i richiami severi di tua madre che ti chiama al desco misero!

Il tuo corpo, Iván, si piega su sé stesso,
come un vecchio pupazzo scolorito e consunto.

Hai ucciso, Iván, hai fermato un cuore, tenero, di giovane come te speranzoso.

Ora, inarrestabili, altre liquide,
trasparenti perle ti bagnano le gote, 
si faranno ghiaccio...

Hai perduto l'onore del grado,
la liturgia della missione: non si vince uccidendo.

Una preghiera sale pietosa alla gola, 
chiedi perdono al tuo Dio, 
brami un'icona che consoli.

Vedi solo buio che avanza sopra di te,
cancella nell'ombra il profilo esile delle betulle, 
e lieve,
 un rivolo d' umanità ti scorre, 
lento, 
nelle vene!

(di Mario Cammarota)

Commento

Un testo di fortissimo impatto emotivo e drammatico. La lirica mette in scena con grande nitidezza la tragedia dell'alienazione e del risveglio della coscienza nel contesto della guerra contemporanea (il richiamo al conflitto tra "fratelli d'un tempo" e al superamento dell'ideale Sovietico colloca l'opera nel presente con dolorosa precisione).

Ecco un'analisi dei tratti chiave e dei punti di forza della poesia:

Il contrasto tra Mito e Realtà

Il componimento si apre con la retorica patriottica e romantica: la "Grande Madre Russia", i racconti della babuška, la fierezza della divisa, l'acciaio con cui il protagonista ritiene di essere tempràto. È la costruzione ideologica dell'eroe, il "sogno" alimentato nei villaggi tra le betulle.

Tuttavia, questa dimensione epica sbatte immediatamente contro la materia cruda del reale: la taiga non è un paesaggio incantato, ma una "superficie poltacea" con cui gli stivali hanno un "coito melmoso".

La guerra si spoglia da subito di ogni romanticismo.

2. La de-umanizzazione e la disgregazione ideologica

La poesia registra con spietatezza il crollo dei vecchi simboli:

  • Falce e martello non uniscono più; sono diventati simulacri polverosi stampati nelle case di legno di coloni spaventati.
  • L'invito a "punire i fratelli" svela il paradosso di una guerra fratricida, dove persino le "urla e bestemmie" risuonano identiche, appartenendo a "lingue sorelle".

La "voluttà" e la frattura dell'Anima

Il punto di svolta drammatico avviene con il contatto diretto con la morte. L'illusione della "voluttà d'uccidere" dura un istante: il "nemico" abbattuto si rivela per quello che è davvero—un ragazzo, un "volto rosato di bimbo".

In quel momento, la corazza di Ivan si spezza:

  • Il sangue della vittima sporca la "fiera divisa", dissacrandola.
  • Il ricordo d'infanzia
  • (i fucili di legno piallato, le voci dei giochi, la madre) irrompe a mostrare l'assurdità del presente: la guerra vera ha distrutto il gioco dell'infanzia.
  • Ivan passa dall'essere "filo d'acciaio" a un "vecchio pupazzo scolorito e consunto".

4. La Redenzione attraverso il Dolore

Il finale è di una bellezza commovente e tragica. Le lacrime che si congelano sulle gote segnano il fallimento del soldato, ma la vittoria dell'uomo:

“...non si vince uccidendo.”

Spogliato dell'onore militare ("la liturgia della missione"), Ivan ritrova la fede, la ricerca di un'icona, il bisogno di Dio.

Nel buio che avanza—sia esso la notte della foresta o l'approssimarsi della sua stessa fine—il rivolo che scorre nelle vene non è solo sangue, ma pura umanità.

Note di stile

L'uso del lessico è viscerale e materico (poltacea, cacofonia, sbrana, lorda, rivolo).

Il ritmo, prima cadenzato come una marcia e poi spezzato, frammentato dal tremore delle mani e dai singhiozzi, accompagna perfettamente il crollo psicologico del protagonista.

Un'opera potente, condanna universale ad ogni guerra fratricida.


lunedì 13 luglio 2026

Addio all'eroe presunto (poesia)

✦ Chiave di lettura

Una poesia che trasforma il dolore della guerra in una riflessione sulla memoria, sulla dignità umana e sul significato del sacrificio.



Siberia, sparuto villaggio,

croci ortodosse nella gelida periferia!

Rigido il pope

nella lunga veste sua,

la croce argentea gli adorna il petto!

Ieratico, nella postura orante,

astanti a recare antiche icone striate d'ori;

canti, voci a baritono

a impetrare misericordia

al loro e nostro Iddio,

bara dischiusa,

terreo il volto del soldato Vasily,

pietoso un velo candido

ne copre le sembianze,

una decorazione di latta;

il padre suo e la madre,

il capo coperto da un consunto fazzoletto,

vanamente cercano lacrime ghiacciate

come laggiù è gelida l'ingrata terra di Siberia,

eppure amata!

Del figlio, come Cristo sacrificato alla follia

e alla umana prepotenza resterà memoria,

stimmata,

in una foto e in una divisa!

Qualcuno lo dirà eroe,

lui semplice, lui contadino,

vanamente consegnato,

imberbe, alla terra sorda;

Dasvidania, ragazzo,

una bionda fanciulla dalle rosee

gote farà giardino fiorito

del tumulo che t' accoglie,

una lignea, tarlata croce

ti veglia...

di Mario Cammarota


Questa poesia si presenta come un intenso quadro umano e spirituale ambientato in un remoto villaggio della Siberia, dove si celebra il funerale di un giovane soldato, Vasily.

Il testo unisce la dimensione religiosa, quella familiare e quella tragica della guerra, dando vita a una meditazione sul sacrificio, sulla memoria e sulla fragilità dell'esistenza.

L'incipit colloca immediatamente il lettore in uno scenario severo e solenne: «Siberia, sparuto villaggio, / croci ortodosse nella gelida periferia».
La Siberia non è soltanto un luogo geografico, ma diventa simbolo di isolamento, durezza e lontananza. Le «croci ortodosse» evocano una tradizione religiosa antica che costituisce il fondamento spirituale della comunità.
La descrizione del rito funebre è particolarmente efficace.
Il pope appare «rigido» e «ieratico», quasi una figura fuori dal tempo. La sua presenza, insieme alle icone dorate e ai canti profondi dei fedeli, conferisce alla scena un carattere sacrale.
L'autore dimostra una notevole attenzione ai dettagli visivi e sonori: la croce argentea, le icone «striate d'ori», le voci di baritono creano un'atmosfera che richiama la liturgia orientale e il senso del mistero religioso.
Al centro della poesia si trova la figura del soldato morto. Vasily giace nella bara con il volto «terreo», coperto da un velo candido.
L'immagine della «decorazione di latta» è particolarmente significativa: la medaglia militare appare povera e insufficiente di fronte alla realtà della morte.
In questo dettaglio si avverte una velata critica all'enfasi eroica con cui spesso vengono giustificati i sacrifici della guerra.
Il momento più toccante è probabilmente quello dedicato ai genitori.
Essi «vanamente cercano lacrime», come se il dolore fosse ormai così profondo da aver oltrepassato persino la possibilità del pianto. La loro sofferenza viene accostata al gelo della Siberia: le lacrime sono «ghiacciate come laggiù / è gelida l'ingrata terra di Siberia».
La natura riflette e amplifica il dramma umano.

Uno dei nuclei concettuali della poesia emerge nei versi:

«Del figlio, come Cristo sacrificato alla follia
e alla umana prepotenza resterà memoria».

Il paragone con Cristo eleva la vicenda individuale a simbolo universale.

Vasily non è un eroe nel senso tradizionale del termine, ma una vittima innocente della «follia» e della «umana prepotenza», espressioni che sembrano riferirsi alla guerra e alle ambizioni di potere che la generano.

La morte del giovane assume così un valore quasi sacrificale.

Molto significativa è anche la contrapposizione tra la retorica pubblica e la realtà personale:
«Qualcuno lo dirà eroe, lui semplice, lui contadino».
L'autore sottolinea la distanza tra le parole ufficiali e la concreta identità del ragazzo. Vasily non appare come un guerriero glorioso, ma come un giovane contadino strappato alla sua vita quotidiana e «vanamente consegnato» alla morte.
In questi versi si percepisce una profonda pietà umana e una visione sostanzialmente antimilitarista.
La conclusione introduce una nota di dolcezza e di speranza. La giovane fanciulla che curerà la tomba trasformandola in un «giardino fiorito» rappresenta la continuità della vita e dell'amore oltre la morte.
Anche la «lignea, tarlata croce» che veglia sul sepolcro è un'immagine umile ma carica di significato: non il monumento grandioso dell'eroe celebrato dalla storia, bensì il semplice segno della memoria custodita dagli affetti.
Dal punto di vista stilistico, la poesia utilizza un linguaggio elevato e talvolta arcaizzante («Iddio», «ieratico», «impetrare»), che si accorda bene con l'ambientazione religiosa.
Frequenti sono le immagini visive e i richiami simbolici. Il ritmo è narrativo ma al tempo stesso lirico, sostenuto da numerosi enjambement che accompagnano il fluire della meditazione.
Nel complesso, il testo è una commossa elegia funebre che trasforma la morte di un singolo soldato in una riflessione universale sul dolore dei genitori, sull'assurdità della guerra e sulla forza della memoria.
La vera grandezza di Vasily non risiede nell'eroismo militare, ma nella sua semplice umanità, che la poesia restituisce con intensa partecipazione emotiva.

venerdì 19 giugno 2026

Fil rouge (poesia di Mario Cammarota)

✦ Chiave di lettura

Un percorso poetico tra memoria, tempo e interiorità che invita a leggere il crepuscolo come metafora della coscienza umana.



Fil rouge

 

Vidi tramonti del mio interiore più eclatanti.

 Vidi arrossarsi spavaldi occidenti,

rilassanti nell' accogliere l'astro maggiore.

 

Il mio interiore,

questo estremo capo sfilacciato di fil rouge,

a lungo srotolato dall'asse dei giorni,

pare assorto,

fisso sui pensieri che scorrono crepuscolari,

domati dal tempo

e dalla memoria rugginosa.

 

E mi recano,

fastidiosi,

all'eremo estremo,

ove più negro è il ragionare...


di Mario Cammarota

 

Questa poesia ha un tono fortemente introspettivo e malinconico. Il tema centrale sembra essere il confronto tra la bellezza e l'intensità del mondo interiore e il lento declino dei pensieri sotto l'azione del tempo e della memoria.

L'incipit, «Vidi tramonti del mio interiore più eclatanti», introduce subito una metafora efficace: il tramonto non è un fenomeno naturale, ma uno stato dell'anima.

Il poeta suggerisce di aver conosciuto in passato momenti interiori più intensi, più luminosi e drammatici di quelli attuali.

L'immagine degli «arrossarsi spavaldi occidenti» richiama colori vivi e una certa fierezza, quasi un'accettazione serena della fine del giorno, che diventa simbolo di una stagione della vita o di uno stato emotivo.

La seconda parte si concentra sull'«interiore», descritto come «questo estremo capo sfilacciato di fil rouge».

È probabilmente l'immagine più originale del testo: il soggetto si percepisce come l'ultimo lembo di un filo narrativo o esistenziale che il tempo («l'asse dei giorni») ha progressivamente srotolato.

Il fil rouge rappresenta la continuità dell'identità, dei ricordi, del senso della propria storia; il fatto che sia «sfilacciato» suggerisce però fragilità, logoramento, dispersione.

I pensieri vengono poi descritti come «crepuscolari», termine che richiama ancora il tramonto e crea una forte coerenza simbolica.

Essi scorrono in una luce incerta, né pienamente viva né completamente spenta.

Sono inoltre «domati dal tempo / e dalla memoria rugginosa»: il tempo attenua l'impeto delle emozioni, mentre la memoria, definita «rugginosa», non è più uno strumento limpido, ma qualcosa che corrode e altera il ricordo.

Nell'ultima strofa il tono si fa più cupo. I pensieri conducono il soggetto a un «eremo estremo», immagine di isolamento mentale e spirituale.

Qui il ragionare diventa più «negro», cioè oscuro, doloroso, forse vicino alla meditazione pessimistica o all'angoscia esistenziale. Il viaggio interiore approda dunque non a una rivelazione, ma a una zona di solitudine e inquietudine.

Dal punto di vista stilistico, il lessico è ricercato e solenne (occidenti, astro maggiore, eremo, negro), con una forte tendenza simbolista ed ermetica.

La poesia vive soprattutto di metafore e immagini concatenate attorno al campo semantico del tramonto e del crepuscolo. Questo conferisce unità al testo, anche se in alcuni punti la densità delle immagini rende il significato volutamente sfumato.

Un aspetto particolarmente riuscito è la progressione emotiva: dai tramonti luminosi e «spavaldi» del passato si passa gradualmente ai pensieri crepuscolari e infine all'oscurità dell'«eremo estremo».

È un percorso discendente, dalla luce all'ombra, che riflette il movimento della coscienza verso una riflessione sempre più inquieta e solitaria. 

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"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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mercoledì 27 maggio 2026

Manca la luce: poesia sulla solitudine e la ricerca interiore



Manca la luce, la musica

nello guardo del bimbo dentro la guerra!

Opacità d'occhi,

immobili le labbra,

senza il sorriso benedetto dei bimbi.

 Futuro evaporato,

ora lontano, assorbito da un obice sulla linea del fronte...

 Non è l'orizzonte che gode il suo sguardo,

la linea magica d'ogni avventura!

 È discrimine tra innocenza e odio...

 Barbaro risuona, nell' esplosione,

Il grido sacrilego del boia.

La pietà si fa parola di pietra,

fredda come un sacello.

 Piange il bimbo lacrime segrete,

trema il suo cuore,

è ormai gelido, il corpo di sua madre,

ch'egli tuttavia abbraccia...

di Mario Cammarota

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Commento

Questa poesia è un grido di dolore contro la guerra, ma soprattutto contro ciò che la guerra distrugge di più sacro: l’infanzia.
L’autore non descrive battaglie eroiche né strategie militari; sceglie invece lo sguardo di un bambino, trasformandolo nel simbolo universale dell’innocenza violata.

L’incipit — “Manca la luce, / La musica nello / Sguardo del bimbo” — è potentissimo: la luce e la musica rappresentano la vita, la gioia spontanea che dovrebbe abitare gli occhi di un bambino. La guerra spegne entrambe. Lo sguardo non è più vivo, ma “opaco”, svuotato.

Molto intensa è anche l’immagine del “futuro evaporato”: il futuro non viene semplicemente negato, ma dissolto brutalmente “da un obice sulla linea del fronte”. In pochi versi si percepisce la distruzione non solo fisica, ma anche spirituale e temporale: la guerra cancella il domani.

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Il contrasto tra “orizzonte” e “linea del fronte” è uno dei nuclei più profondi della poesia. L’orizzonte dovrebbe evocare scoperta, avventura, crescita; invece il bambino vede solo il confine tragico tra innocenza e odio. È un passaggio molto poetico e filosofico insieme.

Nella parte finale, il tono diventa quasi sacrale e funebre:
“La pietà si fa parola di pietra”
è una metafora durissima, che suggerisce come persino la compassione diventi fredda, immobile, incapace di salvare.

L’ultima immagine del bambino che continua ad abbracciare il corpo gelido della madre è devastante nella sua semplicità. Non c’è retorica: solo amore, perdita e disperazione assoluta. È probabilmente il verso più umano dell’intera composizione.

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