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giovedì 30 luglio 2026

Perché Esiste Qualcosa Anziché il Nulla? Riflessione sull'Abisso dell'Essere

 


L’Innocenza Metafisica dell’Infanzia: Il Genitore come Causa Prima

Nell’alba dell’esperienza umana, la coscienza soggettiva non percepisce il mondo come un insieme frammentario di cause accidentali e fenomeni interconnessi, bensì come un tutto ordinato il cui perno immutabile risiede nella figura dei genitori. 

Per il bambino, la madre e il padre non costituiscono semplicemente due individui specifici all’interno di un quadro biologico ed ecosistemico più ampio, ma rappresentano i veri e propri principi primi dell’esistenza. 

Nell’intelletto ingenuo delle prime fasi dello sviluppo cognitivo ed emotivo, la filiazione coincide con una certezza originaria e incondizionata: essere stati generati dai propri genitori equivale ad essere stati tratti direttamente dal nulla alla vita attraverso un atto ordinatore incontestabile.

In questa prospettiva originaria, la figura materna e paterna assume una vera e propria statura demiurgica. 

Essi non appaiono come semplici anelli di passaggio temporali all'interno di una catena generazionale indefinita, ma come il fondamento assoluto al quale il pensiero può risalire per trovare un immediato e definitivo appagamento. 

Il mistero vertiginoso del "perché sono qui" trova una risposta esaustiva, visibile e rassicurante nella presenza protettiva dei genitori.

Si tratta di quella che possiamo definire un’innocenza metafisica: una condizione esistenziale protetta in cui la questione dell’Origine non genera angoscia né vertigine ontologica, poiché coincide interamente con il volto, la voce, le cure e la corporeità di chi ci ha dato la vita. 

L'origine è vicina, palpabile, affettiva e ontologicamente autosufficiente; il mondo possiede un centro e una causa ben precisa.

Leggi: Mi dispiace dover morire

L’Incrinatura dell’Evidenza Biologica e la Scoperta della Contingenza

Tuttavia, il naturale processo di maturazione della coscienza coincide inevitabilmente con il dissolversi di questo orizzonte rassicurante. 

Crescendo, la ragione comincia a penetrare la trama del reale con uno sguardo critico e disincantato, scorgendo le prime profonde crepe nella percezione dell'origine genitoriale. 

Si scopre così che l'evidenza biologica della maternità e della paternità è intrinsecamente segnata dalla contingenza e dalla relatività.

I genitori, che un tempo apparivano alla mente infantile come le cause prime e incausate del proprio essere, si rivelano all'analisi razionale come meri anelli intermedi di una catena cosmica e generazionale immensa, la quale li precede di un tempo incalcolabile e li eccede sotto ogni punto di vista. 

Essi stessi sono stati generati a loro volta; essi stessi sono il prodotto accidentale di una serie infinita di cause antecedenti, variazioni genetiche, eventi storici, incontri casuali e condizioni ambientali impercettibili.

La caduta dell’illusione dell’origine vicina spalanca nella coscienza una vertigine metafisica di inaudita portata. 

Se coloro che ci hanno generato non possiedono in sé la forza esplicativa del proprio essere né di quello dei propri figli, allora essi non possono in alcun modo dirsi "creatori" nel senso teologico o demiurgico del termine. 

La causa prima arretra indefinitamente lungo l'asse del tempo e delle necessità biologiche, sfuggendo a ogni presa concettuale ed empirica.

La Struttura dell’Essere-Gettato: La Lezione di Martin Heidegger

Dalla dissoluzione del concetto teologico o volontaristico di creazione emerge la vera ed essenziale condizione dell'esistente umano, sintetizzabile attraverso la grande lezione dell'analitica esistenziale di Martin Heidegger. 

L'uomo non viene al mondo come il prodotto prescelto di un'intenzione metafisica consapevole o di un disegno teleologico personalizzato. L'essere umano è, essenzialmente, un essere gettato nel mondo (geworfen).

La genesi biologica da cui ciascuno promana non possiede in sé alcuna volontà o intenzione progettuale: essa è mossa soltanto dalla cieca, indifferente e inarrestabile continuità della vita che riproduce se stessa. 

La nascita di un individuo non è il coronamento di un decreto metafisico supremo, ma l'incrocio fortuito di una necessità biologica priva di uno scopo immanente. 

L'amarezza profonda di questa scoperta filosofica consiste nel comprendere che l'atto della generazione non coincide con un atto di creazione assoluta:

  • Assenza di potere demiurgico: I genitori partecipano a una potenza vitale immane senza averla istituita né poterne comprendere la radice ultima.

  • Trasmissione priva di dominio: Essi trasmettono la vita e la forma corporea come custodi ed esecutori di leggi biologiche che non dominano e che li trascendono da ogni parte.

  • Dissoluzione del fondamento personale: L'idea stessa di una creazione personale sfuma in una trama impersonale di forze naturali ed evolutive.

leggi: Siamo esseri nel mondo

Dalla Causa Personale al Principio Impersonale: La Transizione Esistenziale

Se la perdita dell'innocenza metafisica infantile comporta un profondo senso di smarrimento e lo scardinamento delle certezze primordiali, essa rappresenta contemporaneamente il presupposto fondamentale per l'accesso a un pensiero filosofico autentico e adulto.

Il libero sviluppo della ragione impone di superare la ricerca rassicurante di un "chi" — ossia di una figura personale o antropomorfa posta all'origine del proprio essere — per aprirsi al confronto diretto con un "perché" impersonale. 

L'uomo comprende di non essere una creatura modellata ad hoc da una volontà individuale, ma l'affiorare momentaneo e consapevole della vita all'interno dell'infinita e necessaria trama dell'Essere.

I genitori perdono il loro statuto di cause assolute per assurgere a una funzione fenomenologica ben più elevata: essi si manifestano come i «segni visibili di una genesi invisibile». In questo mutamento di prospettiva, la dinamica generazionale cessa di essere un fatto biografico circoscritto per diventare la spia di una corrente cosmica ininterrotta, nella quale materia, energia e consapevolezza si trasmettono di epoca in epoca senza soluzione di continuità.

Il Vertice della Metafisica: Il Quesito di Leibniz e l'Abisso della Coscienza 

Giunta a questo grado di maturazione teoretica, la mente umana trasla definitivamente il focus della propria interrogazione: la domanda di fondo sviscera l'ambito strettamente biografico per assurgere alla metafisica pura. 

Il quesito cardinale non è più orientato a indagare le contingenze storico-famigliari («chi mi ha creato?»), ma sbatte contro l'enigma ontologico radice formulato da Gottfried Wilhelm Leibniz nei suoi Principi della natura e della grazia:

«Warum ist überhaupt Seiendes und nicht vielmehr Nichts?»

(Perché esiste qualcosa anziché il nulla?)

Questo interrogativo rappresenta il vertice estremo e insuperabile della riflessione sull'esistenza. 

All'interno della totalità dell'Essere, il fatto straordinario e vertiginoso non è soltanto la presenza della materia contingente o del flusso biologico, ma il darsi di una coscienza riflessiva.

L'uomo è quell'ente singolare all'interno del quale l'universo si risveglia a se stesso, diventando capace di porsi la domanda circa il proprio fondamento originario, pur nella consapevolezza strutturale di non poter mai esaurire né afferrare appieno la matrice da cui proviene.

leggi: il risveglio della consapevolezza

Conclusioni: Abitare l'Inquietudine dell'Origine

Il viaggio intellettuale ed esistenziale che conduce "dalla madre e dal padre all'abisso dell'essere" traccia l'itinerario stesso dell'emancipazione filosofica dell'uomo. 

Accettare che i propri genitori non siano gli autori assoluti della nostra vita, ma solo compagni e vettori temporanei all’interno di un processo smisurato, non priva la filiazione del suo valore, ma la proietta in una dimensione di autentica gratuità, affetto e rispetto.

Riconoscere la propria Geworfenheit (gettatezza) e lo spalancarsi del quesito leibniziano non deve condurre al nichilismo o alla disperazione, bensì a una forma di profonda meraviglia ontologica. 

L'essere umano scopre così di abitare una soglia dinamica: sospeso tra la certezza biologica dei propri affetti terreni e l'abisso insondabile dell'essere, egli trova la propria dignità più alta proprio nella capacità di sostare di fronte al mistero, continuando a domandare, a pensare e ad esistere responsabilmente.


*Spunto tratto dal libro: "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 2 di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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domenica 26 luglio 2026

Il mestiere fragile del vivere: Cesare Pavese e l'arte dell'inconsolabile


Quando Cesare Pavese sceglie di intitolare i suoi diari personali Il mestiere di vivere, compie un gesto concettuale e linguistico di improvviso rovesciamento. 

Nella cultura occidentale moderna, il termine "mestiere" richiama la maestria, l'apprendistato e l'acquisizione progressiva di una tecnica capace di garantire controllo e sicurezza sul mondo materiale. 

Saper fare un mestiere significa conoscere la materia, domarla con la costanza e trarne sostentamento. 

Applicato all'esistenza, tuttavia, questo concetto rivela tutta la sua drammatica ironia: vivere, per Pavese, non è mai un'arte che si impara una volta per tutte, né un bagaglio di cerzeze accumulato con il passare degli anni, ma un cantiere aperto, fragile e privo di garanzie, in cui l'uomo si scopre continuamente apprendista impreparato di fronte alle maree del dolore, della solitudine e del destino.

La fragilità pavesiana non ha nulla a che vedere con la debolezza passiva o con la piagnucolosa autocommiserazione; si tratta, al contrario, di una fragilità lucida, rigorosa, quasi geometrica, che nasce dal contrasto insostenibile tra la ricerca assoluta di senso e la scoperta quotidiana del limite umano. 

Nel percorso intellettuale dello scrittore di Santo Stefano Belbo, questa tensione diventa l'ossatura di una produzione letteraria in cui poesia, narrativa, saggistica e riflessione intima si fondono in un unico e ininterrotto tentativo di resistere alla vita.

Tra il 6 ottobre 1935 — giorno in cui, al confino politico a Brancaleone Calabro, annota i primi pensieri — e il 18 agosto 1950, Pavese affida ai taccuini una tessitura straordinaria di aforismi, analisi critiche, intuizioni mitologiche e spietati bilanci personali.

 leggi: Solitudine nella società moderna: cause e conseguenze psicologiche

Il mestiere di vivere non è una memoria autobiografica tradizionale, ma un vero e proprio laboratorio analitico in cui la scrittura non opera mai come consolazione o evasione. 

Pavese non usa la pagina bianca come un rifugio anestetizzante, bensì come un tavolo autoptico su cui sezionare le proprie illusioni. Il tema dell'incapacità di amare, il fallimento delle relazioni affettive, l'ansia da prestazione letteraria e il terrore dell'improduttività vengono vivisezionati con precisione chirurgica, fino ad approdare a quella terribile conclusione annotata pochi giorni prima di morire: «Tutto questo è schifoso. 

Non parole. Un gesto. Non scriverò più.» L'orrore del vuoto quotidiano viene affrontato trasformando la sofferenza in disciplina, ma è proprio qui che emerge il paradosso del suo mestiere, poiché la disciplina letteraria può ordinare il caos delle idee, ma non può riparare la crepa primaria dell'anima, rivelandosi uno strumento formidabile per comprendere la fragilità, ma impotente nel guarirla.

Per comprendere la natura di questo mestiere fragile occorre inoltrarsi nella geografia simbolica pavesiana, costantemente divisa tra due poli opposti e complementari: la campagna delle colline piemontesi e la città industriale di Torino. 

Le colline di Santo Stefano Belbo e della Langa rappresentano l'infanzia, l'origine, il regno del mito, il luogo in cui ogni gesto, dal fuoco al sangue, dalla festa al lavoro della terra, possiede un valore simbolico eterno e immutabile. 

La città di Torino, al contrario, è il luogo della maturità, della razionalità, della storia, dell'impegno civile e della solitudine moderna tra le strade d'asfalto.

Nel capolavoro La luna e i falò, il protagonista Anguilla torna nei luoghi natii dopo essere diventato ricco in America, sperando di ritrovare le proprie radici e annullare il peso degli anni trascorsi. 

La scoperta è però drammatica: il paese non è più il luogo protettivo dell'infanzia, poiché la storia e la guerra sono passate anche di lì, insanguinando le colline e distruggendo le illusioni del ritorno. 

La celebre intuizione secondo cui «Un paese ci vuole, non fosse altro che per il gusto di andarsene via» si rovescia nella consapevolezza che non ci si può più riappropriare del passato, rendendo il ritorno impossibile perché il tempo ha corroso sia il paesaggio reale sia l'uomo che vi fa ritorno. 

La solitudine cessa così di essere una condizione temporanea per diventare una condanna ontologica: l'essere umano è irrimediabilmente solo, incapace di fondersi davvero con l'Altro, sia esso una donna, un amico o una comunità politica.

leggi: Relazioni umane: comprendere sé stessi attraverso gli altri

Un altro pilastro teorico fondamentale nella costruzione pavesiana è il concetto di mito e la sua relazione con l'infanzia, esplorato magistralmente nei Dialoghi con Leucò, l'opera che lo stesso Pavese considerava il proprio vertice espressivo. 

Per lo scrittore, l'infanzia non è semplicemente un'età biologica, ma l'unica fase della vita in cui l'essere umano fa esperienza diretta del sacro e del primordiale. 

Il bambino non vede solo un albero o una radura, ma percepisce quell'albero e quella radura come rivelazioni uniche, cariche di un significato assoluto che non richiede spiegazioni logiche. 

La maturità, al contrario, è il processo di desecratizzazione del mondo in cui subentra il pensiero razionale, il tempo lineare sostituisce il tempo circolare del mito, e l'incanto si spegne.

Mentre durante l'infanzia la percezione del tempo è circolare e sacra, improntata a un'esperienza diretta del mito dal significato assoluto e rivelato, la maturità porta con sé una percezione lineare e storica, caratterizzata dal disincanto, dalla razionalizzazione e da un significato ormai frammentato e perduto. 

Il "mestiere di vivere" diventa così il tentativo disperato di recuperare, attraverso la creazione poetica, i simboli e i miti scoperti nell'infanzia. 

Tuttavia, poiché la coscienza adulta non può cancellare la propria consapevolezza storica, la poesia rimane una rievocazione nostalgica di una pienezza irrimediabilmente perduta, e vivere si trasforma nell'atto di misurare ogni giorno la distanza che ci separa dal nostro paradiso originario.

Nel secondo dopoguerra, Pavese si trova al centro della vita culturale italiana: lavora come figura chiave presso la casa editrice Einaudi, traduce con maestria i classici della letteratura americana come Melville, Faulkner, Joyce e Steinbeck, e partecipa attivamente al dibattito politico e civile dell'Italia ricostruita dalle ceneri del fascismo. 

Apparentemente è un intellettuale affermato, rispettato e integrato nei meccanismi della cultura alta. 

Eppure, sotto questa superficie di intenso lavoro e prestigio civile, brucia la drammatica inattualità del suo sentire, giacché non riesce ad abbracciare con fede cieca né le ideologie politiche imperanti né l'ottimismo progressista della ricostruzione. 

La sua adesione al Partito Comunista e il suo impegno intellettuale sono costantemente insidiati dal sospetto che la politica possa scalfirne soltanto la superficie storica, lasciando intatta la vera tragedia umana fatta di mortalità, solitudine e intimo bisogno di salvezza.

Quando la delusione amorosa per l'attrice americana Constance Dowling fa esplodere l'ultima crisi, la fragile impalcatura del suo mestiere crolla definitivamente.


Il 27 agosto 1950, nella camera dell'Albergo Roma in Piazza Carlo Felice a Torino, Cesare Pavese mette fine alla propria vita ingerendo una dose letale di barbiturici.

leggi: Mi dispiace dover morire

Questo gesto finale non deve essere letto come una sconfitta improvvisa, ma come l'estremo, coerente atto di un uomo che ha preteso di guardare l'abisso senza filtri o finzioni, lasciando scritto sul frontespizio dei Dialoghi con Leucò un congedo privo di enfasi drammatica: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.»

A distanza di decenni, la voce di Cesare Pavese continua a parlarci con straordinaria immediatezza. 

La sua attualità non risiede nella tentazione del nichilismo, ma nella rara onestà con cui ha saputo nominare la vulnerabilità dell'esperienza umana. 

In un'epoca contemporanea che impone l'efficienza a tutti i costi, richiedendo la narrazione costante di un successo esibito e la cancellazione di ogni fragilità o fallimento, Pavese ci ricorda che vivere è un'arte difficile, imperfetta e spesso dolorosa. 

Il suo insegnamento risiede nella dignità del rigore con cui ha affrontato la propria ombra, dimostrando che prendere sul serio la fragilità non significa cedere al disimpegno, ma avere il coraggio di interrogare le proprie paure più profonde, la propria solitudine e il proprio bisogno di senso, senza mai accontentarsi di facili consolazioni.


*Spunto tratto dal libro: "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 6 di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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martedì 14 luglio 2026

Il filosofo che trovò il senso della vita in cucina


Nessuno sa esattamente quando inizi la filosofia.

I libri dicono che nasce nelle piazze della Grecia, tra uomini che discutevano sotto il sole del Mediterraneo. Altri sostengono che cominci nelle università, nei grandi sistemi metafisici, nelle biblioteche dove il silenzio sembra custodire la verità.

Eppure, una sera d'inverno, osservando una vecchia lampada accesa sul tavolo della cucina, ebbi il sospetto che la filosofia fosse nata molto prima e molto più vicino a noi.

La lampada illuminava appena la stanza.

Mia nonna stava cucendo un bottone. Mio padre leggeva il giornale. Fuori cadeva una pioggia sottile e ostinata che sembrava voler cancellare il mondo.

Nessuno stava parlando.

Eppure, in quel silenzio, vi era qualcosa di infinitamente più importante di molte discussioni ascoltate negli anni.

Perché la vita vera non grida.

La vita vera sussurra.

Molti filosofi hanno cercato l'eterno nei concetti.

Vasilij Rozanov lo cercava nelle cose piccole.

Una tazza lasciata sul tavolo.

Un bambino che dorme.

Una moglie che riordina la casa.

Il profumo del pane.

Una fotografia ingiallita.

Ciò che per altri era insignificante, per lui diventava una rivelazione.

Piccoli gesti che cambiano la vita

Forse perché aveva compreso qualcosa che la modernità tende spesso a dimenticare: l'esistenza non è fatta principalmente di eventi straordinari.

È fatta di continuità.

Di abitudini.

Di gesti ripetuti.

Di una fedeltà silenziosa che attraversa gli anni.

Le grandi rivoluzioni occupano qualche pagina nei libri di storia.

Una famiglia che riesce a restare unita attraversa intere generazioni.

Eppure quasi nessuno scrive di questo.

Un uomo può attraversare il mondo.

Può conquistare ricchezze.

Può accumulare onori.

Può essere applaudito da migliaia di persone.

Ma quando torna a casa e trova una finestra illuminata, comprende improvvisamente quale sia il vero centro della sua vita.

Non la fama.

Non il successo.

Non il potere.

La finestra illuminata.

Qualcuno che lo aspetta.

Qualcuno che conosce il suo nome.

Qualcuno che lo riconosce anche quando lui stesso fatica a riconoscersi.

Rozanov avrebbe probabilmente sorriso davanti a questa immagine.

Perché la sua filosofia non era costruita attorno alle astrazioni.

Era costruita attorno alla concretezza.

La vita precede le idee.

Sempre.

Un giovane studioso arrivò una volta in un monastero.

Voleva comprendere il significato dell'esistenza.

Aveva letto centinaia di libri.

Conosceva la storia della filosofia.

Citava autori antichi e moderni.

Pensava di essere pronto.

L'anziano monaco che lo accolse lo ascoltò pazientemente.

Poi gli indicò il cortile.

«Vedi quell'uomo?»

Il giovane guardò.

Un contadino stava riparando una staccionata.

«Sì.»

«Da quanti anni lo fa?»

«Non lo so.»

«Da trenta.»

Il giovane rimase in silenzio.

«Ebbene», disse il monaco, «forse lui conosce il significato della vita più di quanto lo conosci tu.»

Lo studioso si sentì offeso.

Ma negli anni successivi avrebbe compreso.

Esiste una sapienza che non passa attraverso i libri.

Una sapienza fatta di presenza.

Di responsabilità.

Di perseveranza.

Di amore.

Viviamo in un'epoca che celebra il movimento.

Bisogna correre.

Produrre.

Aggiornarsi.

Cambiare.

Migliorarsi.

Essere sempre altrove.

Ma c'è qualcosa di strano in tutto questo.

Più aumentano le possibilità di spostamento, più cresce il senso di smarrimento.

Più diventiamo connessi, più sperimentiamo la solitudine.

Piùinformazioni possediamo, meno sembriamo comprendere chi siamo.

Rozanov avrebbe probabilmente osservato tutto ciò con malinconia.

Non perché fosse nemico del progresso.

Ma perché conosceva il prezzo dell'astrazione.

Quando l'uomo dimentica la concretezza della vita quotidiana, finisce per abitare idee prive di carne.

E le idee prive di carne diventano facilmente idoli.

La relazione come origine del significato

Ricordo un vecchio falegname.

Lavorava in una piccola bottega alla periferia della città.

Entrandovi si sentiva l'odore del legno.

Gli utensili erano consumati dall'uso.

Ogni oggetto sembrava occupare il posto giusto.

Un giorno gli chiesi:

«Non si annoia a fare sempre le stesse cose?»

Lui rise.

«Le stesse cose?»

Indicò una tavola di noce.

«Questa non è uguale a nessun'altra.»

Indicò una sedia.

«Neppure questa.»

Poi aggiunse:

«Ogni giorno è diverso. Bisogna solo imparare a guardare.»

Passarono molti anni prima che comprendessi davvero quelle parole.

L'abitudine non è necessariamente il contrario della meraviglia.

Può esserne la condizione.

Chi corre continuamente non vede nulla.

Chi rimane abbastanza a lungo nello stesso luogo comincia a vedere tutto.

Una delle tragedie della modernità consiste nell'aver separato il sacro dal quotidiano.

Il sacro viene cercato nell'eccezionale.

Nel miracolo.

Nello straordinario.

Ma forse il miracolo è già presente.

Forse è nascosto nella normalità.

Un figlio che nasce.

Una madre che veglia.

Due anziani che camminano lentamente tenendosi per mano.

La tavola apparecchiata.

La lampada accesa.

Le cose che durano.

Le cose che resistono.

Le cose che continuano ad amare.

Rozanov intuiva che l'eternità non si manifesta soltanto nei cieli.

Talvolta si nasconde in cucina.

La sera avanzava.

La pioggia continuava a cadere.

Mio padre aveva finito di leggere il giornale.

Mia nonna aveva terminato il suo lavoro.

La lampada restava accesa.

Per qualche ragione quella scena mi sembrò perfetta.

Non perfetta nel senso dell'assenza di problemi.

Perfetta nel senso della completezza.

Tutto era dove doveva essere.

Tutto possedeva un significato.

Anche il silenzio.

Soprattutto il silenzio.

Fu allora che compresi qualcosa.

Forse la felicità non consiste nell'aggiungere continuamente nuove esperienze.

Forse consiste nel riconoscere il valore di quelle che possediamo già.

Il segreto della trasformazione interiore (Rudolf Steiner)

Gli anni passano.

Le case cambiano.

Le persone scompaiono.

Le fotografie si scoloriscono.

Le voci diventano ricordi.

Eppure alcune immagini rimangono.

Una stanza.

Una finestra.

Una tavola.

Una lampada.

Piccole cose.

Cose apparentemente insignificanti.

Ma è proprio lì che si nasconde la sostanza dell'esistenza.

Non negli eventi che attirano l'attenzione del mondo.

Bensì nei gesti che costruiscono lentamente una vita.

Rozanov avrebbe probabilmente scritto queste riflessioni in un quaderno disordinato.

Forse le avrebbe interrotte a metà.

Forse avrebbe aggiunto una nota sul tempo atmosferico, sul sorriso di una bambina o sul rumore dei passi lungo una strada innevata.

Perché il suo pensiero non cercava di imprigionare la vita dentro un sistema.

Cercava piuttosto di restarle vicino.

Come si resta accanto a una persona amata.

Senza pretendere di possederla.

Senza volerla spiegare completamente.

Semplicemente contemplandola.

Forse è questa la lezione più profonda che ci lascia.

La vita non deve sempre essere risolta.

Talvolta deve essere custodita.

Come una fiamma fragile.

Come una memoria preziosa.

Come una lampada accesa in una sera di pioggia.

E finché quella lampada continuerà a brillare, anche debolmente, ci sarà ancora qualcosa che merita di essere amato, protetto e tramandato.

Perché il senso dell'esistenza non abita necessariamente nelle grandi verità che proclamano di spiegare tutto.

Abita spesso nelle piccole realtà che non spiegano nulla e, proprio per questo, continuano misteriosamente a illuminare il mondo.


*Un libro da leggere "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 5 di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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