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martedì 18 agosto 2026

La serenità secondo i filosofi antichi: scegliere la via per vivere meglio


 

La serenità è forse uno dei desideri più antichi dell’uomo. Cambiano le epoche, le tecnologie, le abitudini e persino il modo in cui comunichiamo, ma rimane la stessa domanda: come possiamo vivere senza essere continuamente tormentati dalla paura, dall’ansia, dal desiderio e dall’insoddisfazione?

Gli antichi filosofi greci e romani non avevano smartphone, social network o notizie che arrivavano ogni secondo, ma conoscevano molto bene l’inquietudine.

 Avevano paura della morte, della malattia, della povertà, della guerra, della solitudine e del futuro. 

Per questo la filosofia, per molti di loro, non era soltanto una disciplina teorica: era soprattutto un esercizio per imparare a vivere.

Tra le diverse scuole dell’antichità possiamo immaginare una sorta di percorso. Non esiste un’unica ricetta per raggiungere la serenità. Possiamo scegliere la strada degli epicurei, quella degli stoici, quella degli scettici oppure seguire la via più radicale di Socrate, fondata sulla conoscenza di sé.

leggi:- Panezio di Rodi: il filosofo che rese lo Stoicismo più umano e perché può ancora insegnarci a vivere

Epicuro: la serenità attraverso la semplicità

Se la nostra inquietudine nasce dal desiderio di possedere sempre qualcosa in più, Epicuro ci suggerirebbe di fermarci.

La sua filosofia non invita a una vita di eccessi, come spesso si crede. Al contrario, Epicuro distingue tra desideri naturali e necessari, desideri naturali ma non necessari e desideri artificiali, prodotti dall'ambizione e dalla ricerca del prestigio.

Per essere sereni non abbiamo bisogno di possedere tutto ciò che desideriamo. Abbiamo bisogno di ridurre ciò che riteniamo indispensabile.

Un pasto semplice, un amico sincero, una conversazione, un luogo tranquillo possono essere sufficienti per una vita felice. Il problema nasce quando trasformiamo il desiderio in una necessità infinita.

Epicuro affronta anche due grandi fonti di angoscia: la paura degli dèi e la paura della morte. Secondo la sua famosa argomentazione, non dobbiamo temere la morte perché, quando noi esistiamo, essa non è presente; quando arriva la morte, noi non ci siamo più.

La lezione epicurea potrebbe essere riassunta così: la serenità cresce quando impariamo a desiderare meno e ad apprezzare di più ciò che già possediamo.

Gli stoici: distinguere ciò che dipende da noi

Se Epicuro ci insegna a ridurre i desideri, gli stoici ci insegnano a distinguere.

Epitteto, uno dei principali rappresentanti dello stoicismo, parte da una distinzione fondamentale: alcune cose dipendono da noi, altre no.

Dipendono da noi i nostri giudizi, le nostre decisioni, il modo in cui reagiamo agli avvenimenti. Non dipendono completamente da noi la salute, la ricchezza, la reputazione, il comportamento degli altri, il successo dei nostri progetti e molti eventi del mondo.

Gran parte della nostra sofferenza nasce dal tentativo di controllare ciò che non possiamo controllare.

Immaginiamo di essere preoccupati perché qualcuno ci giudica negativamente. Possiamo controllare il giudizio dell'altra persona? No. Possiamo però controllare il nostro comportamento e il valore che attribuiamo a quel giudizio.

Lo stoicismo non significa diventare insensibili. Significa non consegnare la nostra serenità a ciò che non dipende da noi.

È una filosofia particolarmente attuale. Ogni giorno siamo esposti alle opinioni degli altri, alle notizie, ai successi altrui e agli eventi che non possiamo modificare. La domanda stoica rimane sorprendentemente moderna: questa cosa dipende davvero da me?

Se la risposta è no, possiamo imparare a lasciarla andare.

leggi:Il filosofo che trovò il senso della vita in cucina

Socrate: la serenità nasce dalla conoscenza di sé

Un'altra strada è quella di Socrate.

Il filosofo ateniese non ha lasciato opere scritte, ma la sua figura è diventata uno dei simboli della filosofia occidentale. Il suo metodo consisteva nel mettere in discussione le convinzioni apparentemente più sicure.

Socrate ci ricorda che spesso siamo inquieti perché viviamo secondo idee che non abbiamo mai veramente esaminato.

Cerchiamo il successo perché tutti lo cercano. Desideriamo il riconoscimento perché pensiamo che senza di esso non valiamo nulla. Temiamo di essere diversi perché abbiamo paura del giudizio degli altri.

Ma che cosa vogliamo veramente?

La domanda socratica può diventare uno strumento di serenità. Conoscere se stessi significa comprendere i propri desideri, riconoscere le proprie contraddizioni e distinguere ciò che riteniamo importante da ciò che abbiamo semplicemente imparato a considerare importante.

La serenità, in questa prospettiva, non è assenza di problemi. È coerenza interiore.

Gli scettici: imparare a non avere sempre una risposta

C'è poi una strada ancora diversa: quella dello scetticismo.

Gli scettici mettono in discussione la possibilità di raggiungere certezze assolute su molte questioni. Di fronte a opinioni contrapposte, possiamo sospendere il giudizio.

Questa posizione può sembrare lontana dalla serenità, ma contiene una grande intuizione psicologica: non dobbiamo avere necessariamente un'opinione su tutto.

Quante discussioni ci coinvolgono senza che siano realmente importanti? Quante volte ci arrabbiamo per difendere un'idea che potrebbe essere semplicemente una delle tante interpretazioni possibili?

Sospendere il giudizio non significa rinunciare a pensare. Significa riconoscere i limiti della nostra conoscenza.

A volte la serenità comincia proprio da una frase semplice: “Non lo so.”

Scegliere il proprio filosofo

A questo punto possiamo immaginare quattro diverse strade.

Se siamo dominati dal desiderio di possedere sempre qualcosa in più, possiamo rivolgerci a Epicuro.

Se soffriamo perché vogliamo controllare persone e avvenimenti che non dipendono da noi, possiamo scegliere gli stoici.

Se ci sentiamo smarriti perché non sappiamo più che cosa desideriamo veramente, possiamo seguire Socrate e iniziare dalla conoscenza di noi stessi.

Se invece siamo tormentati dal bisogno di avere sempre ragione e di trovare risposte definitive, possiamo avvicinarci agli scettici.

Nessuna di queste filosofie deve essere necessariamente accettata nella sua totalità. Possiamo considerarle come strumenti diversi per affrontare forme diverse di inquietudine.

leggi: Pirrone spiega lo scetticismo

La serenità non è una fuga dalla vita

C'è però un equivoco da evitare. La serenità filosofica non significa vivere senza emozioni, senza ambizioni o senza problemi.

Una persona serena può soffrire, arrabbiarsi, avere paura e attraversare momenti difficili. La differenza sta nel fatto che non lascia che ogni emozione diventi il padrone della propria vita.

La serenità è piuttosto una forma di equilibrio.

Non significa eliminare il dolore, ma imparare a non aggiungere continuamente altro dolore al dolore che già esiste.

Non significa smettere di desiderare, ma comprendere quali desideri meritano davvero la nostra energia.

Non significa rinunciare al futuro, ma smettere di sacrificare completamente il presente a qualcosa che ancora non esiste.

Una piccola filosofia quotidiana

Forse non è necessario diventare stoici, epicurei o scettici. Possiamo semplicemente prendere qualcosa da ciascuno.

Da Epicuro possiamo imparare la semplicità.

Da Epitteto possiamo imparare il controllo di ciò che dipende da noi.

Da Socrate possiamo imparare a interrogarci prima di giudicare.

Dagli scettici possiamo imparare il valore del dubbio.

Alla fine, la serenità potrebbe essere proprio questo: non una condizione perfetta da raggiungere una volta per tutte, ma un modo diverso di stare nel mondo.

Ogni giorno possiamo chiederci che cosa ci serve davvero, che cosa dipende da noi, che cosa stiamo inseguendo senza sapere perché e quali delle nostre convinzioni meritano di essere ripensate.

Gli antichi non possono eliminare i nostri problemi. Possono però insegnarci a guardarli diversamente.

E forse la serenità comincia proprio quando comprendiamo che non possiamo scegliere tutto ciò che ci accade, ma possiamo scegliere, almeno in parte, il modo in cui stare davanti a ciò che accade.

giovedì 30 luglio 2026

Perché Esiste Qualcosa Anziché il Nulla? Riflessione sull'Abisso dell'Essere

 


L’Innocenza Metafisica dell’Infanzia: Il Genitore come Causa Prima

Nell’alba dell’esperienza umana, la coscienza soggettiva non percepisce il mondo come un insieme frammentario di cause accidentali e fenomeni interconnessi, bensì come un tutto ordinato il cui perno immutabile risiede nella figura dei genitori. 

Per il bambino, la madre e il padre non costituiscono semplicemente due individui specifici all’interno di un quadro biologico ed ecosistemico più ampio, ma rappresentano i veri e propri principi primi dell’esistenza. 

Nell’intelletto ingenuo delle prime fasi dello sviluppo cognitivo ed emotivo, la filiazione coincide con una certezza originaria e incondizionata: essere stati generati dai propri genitori equivale ad essere stati tratti direttamente dal nulla alla vita attraverso un atto ordinatore incontestabile.

In questa prospettiva originaria, la figura materna e paterna assume una vera e propria statura demiurgica. 

Essi non appaiono come semplici anelli di passaggio temporali all'interno di una catena generazionale indefinita, ma come il fondamento assoluto al quale il pensiero può risalire per trovare un immediato e definitivo appagamento. 

Il mistero vertiginoso del "perché sono qui" trova una risposta esaustiva, visibile e rassicurante nella presenza protettiva dei genitori.

Si tratta di quella che possiamo definire un’innocenza metafisica: una condizione esistenziale protetta in cui la questione dell’Origine non genera angoscia né vertigine ontologica, poiché coincide interamente con il volto, la voce, le cure e la corporeità di chi ci ha dato la vita. 

L'origine è vicina, palpabile, affettiva e ontologicamente autosufficiente; il mondo possiede un centro e una causa ben precisa.

Leggi: Mi dispiace dover morire

L’Incrinatura dell’Evidenza Biologica e la Scoperta della Contingenza

Tuttavia, il naturale processo di maturazione della coscienza coincide inevitabilmente con il dissolversi di questo orizzonte rassicurante. 

Crescendo, la ragione comincia a penetrare la trama del reale con uno sguardo critico e disincantato, scorgendo le prime profonde crepe nella percezione dell'origine genitoriale. 

Si scopre così che l'evidenza biologica della maternità e della paternità è intrinsecamente segnata dalla contingenza e dalla relatività.

I genitori, che un tempo apparivano alla mente infantile come le cause prime e incausate del proprio essere, si rivelano all'analisi razionale come meri anelli intermedi di una catena cosmica e generazionale immensa, la quale li precede di un tempo incalcolabile e li eccede sotto ogni punto di vista. 

Essi stessi sono stati generati a loro volta; essi stessi sono il prodotto accidentale di una serie infinita di cause antecedenti, variazioni genetiche, eventi storici, incontri casuali e condizioni ambientali impercettibili.

La caduta dell’illusione dell’origine vicina spalanca nella coscienza una vertigine metafisica di inaudita portata. 

Se coloro che ci hanno generato non possiedono in sé la forza esplicativa del proprio essere né di quello dei propri figli, allora essi non possono in alcun modo dirsi "creatori" nel senso teologico o demiurgico del termine. 

La causa prima arretra indefinitamente lungo l'asse del tempo e delle necessità biologiche, sfuggendo a ogni presa concettuale ed empirica.

La Struttura dell’Essere-Gettato: La Lezione di Martin Heidegger

Dalla dissoluzione del concetto teologico o volontaristico di creazione emerge la vera ed essenziale condizione dell'esistente umano, sintetizzabile attraverso la grande lezione dell'analitica esistenziale di Martin Heidegger. 

L'uomo non viene al mondo come il prodotto prescelto di un'intenzione metafisica consapevole o di un disegno teleologico personalizzato. L'essere umano è, essenzialmente, un essere gettato nel mondo (geworfen).

La genesi biologica da cui ciascuno promana non possiede in sé alcuna volontà o intenzione progettuale: essa è mossa soltanto dalla cieca, indifferente e inarrestabile continuità della vita che riproduce se stessa. 

La nascita di un individuo non è il coronamento di un decreto metafisico supremo, ma l'incrocio fortuito di una necessità biologica priva di uno scopo immanente. 

L'amarezza profonda di questa scoperta filosofica consiste nel comprendere che l'atto della generazione non coincide con un atto di creazione assoluta:

  • Assenza di potere demiurgico: I genitori partecipano a una potenza vitale immane senza averla istituita né poterne comprendere la radice ultima.

  • Trasmissione priva di dominio: Essi trasmettono la vita e la forma corporea come custodi ed esecutori di leggi biologiche che non dominano e che li trascendono da ogni parte.

  • Dissoluzione del fondamento personale: L'idea stessa di una creazione personale sfuma in una trama impersonale di forze naturali ed evolutive.

leggi: Siamo esseri nel mondo

Dalla Causa Personale al Principio Impersonale: La Transizione Esistenziale

Se la perdita dell'innocenza metafisica infantile comporta un profondo senso di smarrimento e lo scardinamento delle certezze primordiali, essa rappresenta contemporaneamente il presupposto fondamentale per l'accesso a un pensiero filosofico autentico e adulto.

Il libero sviluppo della ragione impone di superare la ricerca rassicurante di un "chi" — ossia di una figura personale o antropomorfa posta all'origine del proprio essere — per aprirsi al confronto diretto con un "perché" impersonale. 

L'uomo comprende di non essere una creatura modellata ad hoc da una volontà individuale, ma l'affiorare momentaneo e consapevole della vita all'interno dell'infinita e necessaria trama dell'Essere.

I genitori perdono il loro statuto di cause assolute per assurgere a una funzione fenomenologica ben più elevata: essi si manifestano come i «segni visibili di una genesi invisibile». In questo mutamento di prospettiva, la dinamica generazionale cessa di essere un fatto biografico circoscritto per diventare la spia di una corrente cosmica ininterrotta, nella quale materia, energia e consapevolezza si trasmettono di epoca in epoca senza soluzione di continuità.

Il Vertice della Metafisica: Il Quesito di Leibniz e l'Abisso della Coscienza 

Giunta a questo grado di maturazione teoretica, la mente umana trasla definitivamente il focus della propria interrogazione: la domanda di fondo sviscera l'ambito strettamente biografico per assurgere alla metafisica pura. 

Il quesito cardinale non è più orientato a indagare le contingenze storico-famigliari («chi mi ha creato?»), ma sbatte contro l'enigma ontologico radice formulato da Gottfried Wilhelm Leibniz nei suoi Principi della natura e della grazia:

«Warum ist überhaupt Seiendes und nicht vielmehr Nichts?»

(Perché esiste qualcosa anziché il nulla?)

Questo interrogativo rappresenta il vertice estremo e insuperabile della riflessione sull'esistenza. 

All'interno della totalità dell'Essere, il fatto straordinario e vertiginoso non è soltanto la presenza della materia contingente o del flusso biologico, ma il darsi di una coscienza riflessiva.

L'uomo è quell'ente singolare all'interno del quale l'universo si risveglia a se stesso, diventando capace di porsi la domanda circa il proprio fondamento originario, pur nella consapevolezza strutturale di non poter mai esaurire né afferrare appieno la matrice da cui proviene.

leggi: il risveglio della consapevolezza

Conclusioni: Abitare l'Inquietudine dell'Origine

Il viaggio intellettuale ed esistenziale che conduce "dalla madre e dal padre all'abisso dell'essere" traccia l'itinerario stesso dell'emancipazione filosofica dell'uomo. 

Accettare che i propri genitori non siano gli autori assoluti della nostra vita, ma solo compagni e vettori temporanei all’interno di un processo smisurato, non priva la filiazione del suo valore, ma la proietta in una dimensione di autentica gratuità, affetto e rispetto.

Riconoscere la propria Geworfenheit (gettatezza) e lo spalancarsi del quesito leibniziano non deve condurre al nichilismo o alla disperazione, bensì a una forma di profonda meraviglia ontologica. 

L'essere umano scopre così di abitare una soglia dinamica: sospeso tra la certezza biologica dei propri affetti terreni e l'abisso insondabile dell'essere, egli trova la propria dignità più alta proprio nella capacità di sostare di fronte al mistero, continuando a domandare, a pensare e ad esistere responsabilmente.


*Spunto tratto dal libro: "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 2 di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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domenica 26 luglio 2026

Il mestiere fragile del vivere: Cesare Pavese e l'arte dell'inconsolabile


Quando Cesare Pavese sceglie di intitolare i suoi diari personali Il mestiere di vivere, compie un gesto concettuale e linguistico di improvviso rovesciamento. 

Nella cultura occidentale moderna, il termine "mestiere" richiama la maestria, l'apprendistato e l'acquisizione progressiva di una tecnica capace di garantire controllo e sicurezza sul mondo materiale. 

Saper fare un mestiere significa conoscere la materia, domarla con la costanza e trarne sostentamento. 

Applicato all'esistenza, tuttavia, questo concetto rivela tutta la sua drammatica ironia: vivere, per Pavese, non è mai un'arte che si impara una volta per tutte, né un bagaglio di cerzeze accumulato con il passare degli anni, ma un cantiere aperto, fragile e privo di garanzie, in cui l'uomo si scopre continuamente apprendista impreparato di fronte alle maree del dolore, della solitudine e del destino.

La fragilità pavesiana non ha nulla a che vedere con la debolezza passiva o con la piagnucolosa autocommiserazione; si tratta, al contrario, di una fragilità lucida, rigorosa, quasi geometrica, che nasce dal contrasto insostenibile tra la ricerca assoluta di senso e la scoperta quotidiana del limite umano. 

Nel percorso intellettuale dello scrittore di Santo Stefano Belbo, questa tensione diventa l'ossatura di una produzione letteraria in cui poesia, narrativa, saggistica e riflessione intima si fondono in un unico e ininterrotto tentativo di resistere alla vita.

Tra il 6 ottobre 1935 — giorno in cui, al confino politico a Brancaleone Calabro, annota i primi pensieri — e il 18 agosto 1950, Pavese affida ai taccuini una tessitura straordinaria di aforismi, analisi critiche, intuizioni mitologiche e spietati bilanci personali.

 leggi: Solitudine nella società moderna: cause e conseguenze psicologiche

Il mestiere di vivere non è una memoria autobiografica tradizionale, ma un vero e proprio laboratorio analitico in cui la scrittura non opera mai come consolazione o evasione. 

Pavese non usa la pagina bianca come un rifugio anestetizzante, bensì come un tavolo autoptico su cui sezionare le proprie illusioni. Il tema dell'incapacità di amare, il fallimento delle relazioni affettive, l'ansia da prestazione letteraria e il terrore dell'improduttività vengono vivisezionati con precisione chirurgica, fino ad approdare a quella terribile conclusione annotata pochi giorni prima di morire: «Tutto questo è schifoso. 

Non parole. Un gesto. Non scriverò più.» L'orrore del vuoto quotidiano viene affrontato trasformando la sofferenza in disciplina, ma è proprio qui che emerge il paradosso del suo mestiere, poiché la disciplina letteraria può ordinare il caos delle idee, ma non può riparare la crepa primaria dell'anima, rivelandosi uno strumento formidabile per comprendere la fragilità, ma impotente nel guarirla.

Per comprendere la natura di questo mestiere fragile occorre inoltrarsi nella geografia simbolica pavesiana, costantemente divisa tra due poli opposti e complementari: la campagna delle colline piemontesi e la città industriale di Torino. 

Le colline di Santo Stefano Belbo e della Langa rappresentano l'infanzia, l'origine, il regno del mito, il luogo in cui ogni gesto, dal fuoco al sangue, dalla festa al lavoro della terra, possiede un valore simbolico eterno e immutabile. 

La città di Torino, al contrario, è il luogo della maturità, della razionalità, della storia, dell'impegno civile e della solitudine moderna tra le strade d'asfalto.

Nel capolavoro La luna e i falò, il protagonista Anguilla torna nei luoghi natii dopo essere diventato ricco in America, sperando di ritrovare le proprie radici e annullare il peso degli anni trascorsi. 

La scoperta è però drammatica: il paese non è più il luogo protettivo dell'infanzia, poiché la storia e la guerra sono passate anche di lì, insanguinando le colline e distruggendo le illusioni del ritorno. 

La celebre intuizione secondo cui «Un paese ci vuole, non fosse altro che per il gusto di andarsene via» si rovescia nella consapevolezza che non ci si può più riappropriare del passato, rendendo il ritorno impossibile perché il tempo ha corroso sia il paesaggio reale sia l'uomo che vi fa ritorno. 

La solitudine cessa così di essere una condizione temporanea per diventare una condanna ontologica: l'essere umano è irrimediabilmente solo, incapace di fondersi davvero con l'Altro, sia esso una donna, un amico o una comunità politica.

leggi: Relazioni umane: comprendere sé stessi attraverso gli altri

Un altro pilastro teorico fondamentale nella costruzione pavesiana è il concetto di mito e la sua relazione con l'infanzia, esplorato magistralmente nei Dialoghi con Leucò, l'opera che lo stesso Pavese considerava il proprio vertice espressivo. 

Per lo scrittore, l'infanzia non è semplicemente un'età biologica, ma l'unica fase della vita in cui l'essere umano fa esperienza diretta del sacro e del primordiale. 

Il bambino non vede solo un albero o una radura, ma percepisce quell'albero e quella radura come rivelazioni uniche, cariche di un significato assoluto che non richiede spiegazioni logiche. 

La maturità, al contrario, è il processo di desecratizzazione del mondo in cui subentra il pensiero razionale, il tempo lineare sostituisce il tempo circolare del mito, e l'incanto si spegne.

Mentre durante l'infanzia la percezione del tempo è circolare e sacra, improntata a un'esperienza diretta del mito dal significato assoluto e rivelato, la maturità porta con sé una percezione lineare e storica, caratterizzata dal disincanto, dalla razionalizzazione e da un significato ormai frammentato e perduto. 

Il "mestiere di vivere" diventa così il tentativo disperato di recuperare, attraverso la creazione poetica, i simboli e i miti scoperti nell'infanzia. 

Tuttavia, poiché la coscienza adulta non può cancellare la propria consapevolezza storica, la poesia rimane una rievocazione nostalgica di una pienezza irrimediabilmente perduta, e vivere si trasforma nell'atto di misurare ogni giorno la distanza che ci separa dal nostro paradiso originario.

Nel secondo dopoguerra, Pavese si trova al centro della vita culturale italiana: lavora come figura chiave presso la casa editrice Einaudi, traduce con maestria i classici della letteratura americana come Melville, Faulkner, Joyce e Steinbeck, e partecipa attivamente al dibattito politico e civile dell'Italia ricostruita dalle ceneri del fascismo. 

Apparentemente è un intellettuale affermato, rispettato e integrato nei meccanismi della cultura alta. 

Eppure, sotto questa superficie di intenso lavoro e prestigio civile, brucia la drammatica inattualità del suo sentire, giacché non riesce ad abbracciare con fede cieca né le ideologie politiche imperanti né l'ottimismo progressista della ricostruzione. 

La sua adesione al Partito Comunista e il suo impegno intellettuale sono costantemente insidiati dal sospetto che la politica possa scalfirne soltanto la superficie storica, lasciando intatta la vera tragedia umana fatta di mortalità, solitudine e intimo bisogno di salvezza.

Quando la delusione amorosa per l'attrice americana Constance Dowling fa esplodere l'ultima crisi, la fragile impalcatura del suo mestiere crolla definitivamente.


Il 27 agosto 1950, nella camera dell'Albergo Roma in Piazza Carlo Felice a Torino, Cesare Pavese mette fine alla propria vita ingerendo una dose letale di barbiturici.

leggi: Mi dispiace dover morire

Questo gesto finale non deve essere letto come una sconfitta improvvisa, ma come l'estremo, coerente atto di un uomo che ha preteso di guardare l'abisso senza filtri o finzioni, lasciando scritto sul frontespizio dei Dialoghi con Leucò un congedo privo di enfasi drammatica: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.»

A distanza di decenni, la voce di Cesare Pavese continua a parlarci con straordinaria immediatezza. 

La sua attualità non risiede nella tentazione del nichilismo, ma nella rara onestà con cui ha saputo nominare la vulnerabilità dell'esperienza umana. 

In un'epoca contemporanea che impone l'efficienza a tutti i costi, richiedendo la narrazione costante di un successo esibito e la cancellazione di ogni fragilità o fallimento, Pavese ci ricorda che vivere è un'arte difficile, imperfetta e spesso dolorosa. 

Il suo insegnamento risiede nella dignità del rigore con cui ha affrontato la propria ombra, dimostrando che prendere sul serio la fragilità non significa cedere al disimpegno, ma avere il coraggio di interrogare le proprie paure più profonde, la propria solitudine e il proprio bisogno di senso, senza mai accontentarsi di facili consolazioni.


*Spunto tratto dal libro: "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 6 di Fabio Squeo


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