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giovedì 25 giugno 2026

"Ma ha ancora senso credere in Dio?" – Un dialogo immaginario con Giovanni Scoto Eriugena


 

Ci sono momenti nella vita in cui tutto ciò che sembrava solido si sgretola. 

Non accade necessariamente per un grande evento tragico. 

A volte basta una successione di piccole delusioni, di silenzi, di aspettative tradite. 

Ti ritrovi a guardare il soffitto nel cuore della notte e ti chiedi quando hai smesso di sentirti davvero vivo. 

Ti accorgi che continui a lavorare, a sorridere quando serve, a rispondere ai messaggi, a fare la spesa, a pagare le bollette. 

Ma dentro qualcosa si è spento.

(leggi: "Quando la vita perde significato")

È proprio in uno di quei momenti che immagino di incontrare Giovanni Scoto Eriugena.

Non so come sia possibile. Forse è un sogno, forse è una fantasia nata dalla stanchezza. 

Lo vedo seduto davanti a me con un'espressione serena, quasi incuriosita. 

Non ha l'aria di chi possiede tutte le risposte. Sembra piuttosto qualcuno che ha passato una vita a fare domande.

Lo guardo e gli dico senza troppi giri di parole:

«Dimmi una cosa. Ha ancora senso continuare a credere in Dio? Perché io non ci riesco più come una volta. Ho pregato. Ho aspettato. Ho cercato segni. Ma il silenzio è stato sempre più forte delle risposte. E sinceramente non so più se sto parlando con qualcuno o con il vuoto.»

Eriugena non si affretta a rispondere. Rimane in silenzio per qualche istante, come se volesse rispettare il peso della domanda.

Poi dice: «Forse il problema è che hai pensato a Dio come a qualcuno che dovesse confermare continuamente la sua presenza.»

«E non dovrebbe essere così?»

«Perché dovrebbe?»

La sua risposta mi irrita.

«Perché se Dio esiste dovrebbe aiutare chi soffre. Dovrebbe almeno farsi sentire.»

Lui sorride appena.

«Stai chiedendo a Dio di essere una delle cose del mondo. Un oggetto tra gli oggetti. Una voce tra le altre voci. Ma se Dio fosse davvero il principio di ogni cosa, come potrebbe essere semplicemente una presenza accanto alle altre?»

Resto in silenzio.

«Quindi dovrei accettare che non risponda mai?»

«Non ho detto questo. Ti sto chiedendo se sei sicuro di sapere quale forma dovrebbe avere una risposta.»

È una distinzione sottile, ma mi colpisce. 

Per tutta la vita avevo immaginato la fede come una specie di contratto implicito: io credo, Dio ascolta. Io chiedo, Lui interviene. Io soffro, Lui consola.

E se invece avessi costruito un'immagine troppo piccola?

«Sai qual è il problema?» gli dico. «Che il mondo continua ad andare avanti come se Dio non esistesse. Guerre, bambini che muoiono, malattie, ingiustizie. Dov'è Dio in tutto questo?»

Eriugena abbassa lo sguardo.

«La tua domanda è antica quanto l'umanità. Ma forse stai cercando Dio nel posto sbagliato.»

«E dove dovrei cercarlo?»

«Non soltanto negli eventi che cambiano il corso della storia. Ma nella possibilità stessa che esista qualcosa anziché nulla.»

Lo guardo con un'espressione perplessa.

«Sembra una risposta filosofica per evitare il problema.»

Il filosofo sembra divertito.

«Lo è, in parte. Sono un filosofo. Ma lascia che ti chieda una cosa. Tu esisti. Riesci ad amare. Riesci a distinguere il bene dal male. Riesci perfino a soffrire per la mancanza di senso. Da dove nasce tutto questo?»

«Dall'evoluzione, direbbero molti.»

«E l'evoluzione da dove nasce? E le leggi che la rendono possibile? E l'essere stesso? 

La filosofia non elimina il dolore. Ma ci impedisce di smettere di fare domande.»

                                              (leggi: "A cosa serve la filosofia")

Questa frase mi rimane dentro. Perché, in effetti, la mia crisi non era nata dalla certezza che Dio non esistesse. Era nata dalla delusione.

E la delusione presuppone sempre un'attesa.

Forse ero ancora arrabbiato con Dio proprio perché, in fondo, non avevo smesso completamente di cercarlo.

«Sai cosa mi spaventa davvero?» gli confesso.

«Cosa?»

«Che continuare a credere significhi raccontarmi una favola per sopportare la vita.»

Eriugena scuote lentamente la testa.

«La fede non serve a rendere la vita più facile. Se fosse così, sarebbe un'illusione destinata a crollare alla prima prova seria.»

(leggi: "Il paradosso della Fede")

«E allora a cosa serve?»

«Forse non serve.»

Rimango spiazzato.

«Come sarebbe a dire che non serve?»

«Perché non tutto ciò che è vero deve essere utile. Tu ami qualcuno perché è utile? Ammiri la bellezza perché produce un vantaggio? Cerchi la verità perché aumenta il tuo stipendio?»

Sorrido amaramente.

«No.»

«La domanda non è se credere sia utile. La domanda è se ciò in cui credi sia vero.»

Questa frase mi attraversa come una lama. Per anni avevo valutato la fede in termini di efficacia.

Mi rende felice?

Mi consola?

Mi protegge?

Ma forse la questione era completamente diversa. Forse la fede non è uno strumento. È una ricerca.

«E se non trovassi mai una risposta definitiva?»

«Benvenuto nella filosofia.»

Eriugena ride ancora.

Poi aggiunge: «Anche il dubbio può essere un modo di avvicinarsi alla verità, purché non diventi il pretesto per smettere di cercare.»

(Leggi: "L'importanza del dubbio")

Rimaniamo entrambi in silenzio.

Guardo il cielo. Ripenso agli ultimi anni della mia vita.

Alle volte in cui avevo pregato solo per ottenere qualcosa. Alle volte in cui avevo smesso di pregare perché non avevo ottenuto nulla.

Mi accorgo che forse non avevo mai imparato davvero ad abitare il mistero.

Volevo spiegazioni, garanzie, Certezze. Ma la vita non me ne aveva offerte.

«Quindi mi stai dicendo che dovrei continuare a credere?»

Eriugena mi guarda con uno sguardo sorprendentemente tenero.

«No.»

Lo fisso stupito.

«Non posso dirti cosa devi credere. Posso soltanto invitarti a non confondere il silenzio con l'assenza.»

Questa frase rimane sospesa tra noi. 

Perché è possibile che il silenzio sia davvero solo silenzio. 

Ma è anche possibile che sia qualcosa di più profondo di quanto riusciamo a comprendere.

Forse il limite è il nostro modo di ascoltare.

Forse Dio non è un problema da risolvere.

Forse è un mistero da attraversare.

Quando mi alzo per andarmene, mi sento diverso. 

Non perché abbia ritrovato improvvisamente la fede. 

Non perché tutte le mie domande abbiano finalmente una risposta. 

Ma perché ho capito una cosa.

La crisi non è necessariamente il contrario della fede. Può essere il luogo in cui una fede superficiale si rompe per lasciare spazio a qualcosa di più autentico.

Continuare a credere in Dio, allora, non significa chiudere gli occhi davanti al male del mondo, né rinunciare alla ragione. 

Significa accettare che esistano domande più grandi di noi e che la ricerca della verità non finisca quando vengono meno le certezze.

Giovanni Scoto Eriugena, almeno nel dialogo che ho immaginato, non mi ha chiesto un atto di obbedienza cieca. 

Mi ha chiesto qualcosa di molto più difficile: non smettere di cercare. 

Perché forse la fede non è possedere Dio, ma lasciarsi interrogare dal mistero dell'essere, anche quando il cielo sembra muto. 

E, a pensarci bene, forse è proprio questo il primo segno che la ricerca non è ancora finita.

(Leggi: "Che cos'è la verità")




*Spunto tratto da "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 5 di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

💭 Tu cosa ne pensi? Scrivilo nei commenti.

 

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