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lunedì 15 giugno 2026

Mi dispiace dover morire

 


Quando ricevette la lettera, Elia aveva ottantadue anni.

Non era una lettera come le altre. La busta era grigia, priva di mittente, e il foglio all’interno conteneva soltanto una frase:

«Ti restano trenta giorni per rispondere all’ultima domanda.»

Nient’altro.

Elia lesse più volte quelle parole, seduto accanto alla finestra del suo appartamento. Fuori, il sole di novembre scivolava lentamente dietro i tetti della città. 

Per qualche minuto sorrise. 

Pensò a uno scherzo. 

Poi, senza sapere perché, sentì un brivido attraversargli la schiena.

La notte successiva sognò una voce. 

Non vide alcun volto, né alcuna figura. 

Solo una presenza invisibile che parlava nel buio.

«Ogni essere umano», disse la voce, «riceve una domanda alla nascita.»

«E quale sarebbe?»

«La stessa per tutti.»

«Perché non la ricordo?» domandò Elia.

«Perché la vita intera è il tentativo di comprenderla.»

Quando si svegliò aveva il cuore accelerato.

Nei giorni seguenti il sogno tornò più volte. Sempre uguale. 

Sempre quella voce. 

Alla fine Elia smise di considerarlo un semplice prodotto della sua immaginazione. 

Dopotutto, sentiva il proprio corpo indebolirsi ogni settimana. 

I medici parlavano con cautela, ma lui conosceva la verità. 

Il tempo rimasto non era molto.

Cominciò allora a interrogarsi.

Qual era stata la sua domanda?

Aveva insegnato filosofia per quarant’anni. Aveva letto migliaia di libri. 

Aveva amato una donna, Marta, morta dieci anni prima. Aveva avuto amici, allievi, discussioni infinite. 

Eppure nessuna di queste cose sembrava contenere la risposta.

Una sera aprì un vecchio cassetto e trovò alcune lettere di Marta.

La sua calligrafia era ancora viva sulla carta.

«Mi manchi», aveva scritto in una di esse.

Elia passò le dita su quelle parole. Improvvisamente comprese qualcosa.

Marta era morta da dieci anni. 

Eppure quella frase continuava a parlargli. 

La sua voce non esisteva più nel mondo, e tuttavia era ancora presente. 

Come una brace nascosta sotto la cenere.

Fu allora che nacque in lui un pensiero inquietante. 

Forse ciò che gli faceva paura non era la morte in sé. 

Forse era il silenzio. 

L’idea di non poter più rispondere. 

Finché era vivo, qualcuno poteva ancora chiamarlo per nome. 

Qualcuno poteva ancora rivolgergli una domanda. 

Persino uno sconosciuto per strada. 

Persino un bambino. 

Persino il vento, in certe giornate.

La vita consisteva in quella continua possibilità di essere interpellati. 

La morte avrebbe spezzato tutto questo. 

Non avrebbe semplicemente fermato il cuore. 

Avrebbe interrotto il dialogo. 

Nei giorni successivi questa intuizione lo ossessionò.

Camminava per la città osservando le persone. Le vedeva parlare al telefono, discutere nei bar, salutarsi da una finestra all’altra. 

Ogni parola appariva improvvisamente preziosa. 

Fragile. 

Destinata a sparire. 

E proprio per questo necessaria.

Una mattina entrò in una scuola elementare. Era stato invitato anni prima per una conferenza e il custode lo riconobbe.

«Professore, che sorpresa!»

Elia sorrise. Nel cortile alcuni bambini correvano gridando.

Uno di loro gli si avvicinò: «Come ti chiami?»

La domanda lo colse impreparato: «Mi chiamo Elia.»

«Io sono Davide.» Poi il bambino corse via.

Elia rimase immobile.

Quelle poche parole gli erano sembrate straordinariamente importanti.

Perché un nome non era soltanto un suono. Era una continuità. 

Una storia. 

Un filo invisibile che attraversava gli anni. 

Essere chiamati significava essere riconosciuti come qualcuno. 

Non come qualcosa.

E allora pensò alla rinascita, di cui tanti filosofi e religioni avevano parlato. 

Se davvero fosse rinato un giorno senza ricordare nulla, con un altro volto e un altro nome, che senso avrebbe avuto?

Quel nuovo individuo sarebbe stato lui?

Oppure soltanto un estraneo?

Più ci rifletteva, meno riusciva a trovare conforto nell’idea. 

Una vita completamente nuova non avrebbe restituito quella attuale.

Non avrebbe restituito Marta. 

Non avrebbe restituito le sue memorie.

Non avrebbe restituito il nome di Elia. 

Sarebbe stata soltanto un’altra storia. 

Un altro essere. Quasi una seconda forma di morte.

Il ventinovesimo giorno arrivò senza che lui avesse trovato alcuna risposta. 

Quella notte la voce tornò. 

Più vicina che mai.

«È quasi tempo.»

«Non conosco ancora la domanda», disse Elia.

«La conosci», insistette la voce.

«No.»

«L’hai ascoltata per tutta la vita.»

Seguì un lungo silenzio.

Poi la voce parlò ancora: «Perché ti dispiace morire?»

Elia rimase immobile. Era una domanda semplice. Perfino banale.

Eppure nessuna delle sue letture sembrava sufficiente. Nessuna teoria.

Nessun sistema filosofico. Nessuna dottrina.

Allora rispose con sincerità: «Mi dispiace morire perché amo essere qui.

Mi dispiace perché non vedrò più il cielo d’inverno. 

Perché non sentirò più le risate dei bambini. 

Perché non potrò più pronunciare il nome di chi ho amato. 

Ma soprattutto, mi dispiace perché non potrò più rispondere.»

Per la prima volta la voce sembrò mutare, come se stesse ascoltando davvero: «Rispondere a chi?»

Elia chiuse gli occhi. Vide il volto di Marta. 

Vide i suoi studenti. Vide i genitori ormai scomparsi. 

Vide il bambino incontrato nel cortile. 

Vide migliaia di volti dimenticati.

«A tutti.»

Dopo una breve pausa, la voce domandò: «E perché credi che la risposta sia così importante?»

Elia rifletté a lungo e infine disse: «Perché ogni risposta è una traccia. Un segno lasciato contro il nulla. Noi parliamo perché siamo destinati a scomparire. Se fossimo eterni, forse non avremmo bisogno di dire nulla. Ogni parola nasce dalla fragilità. Scriviamo lettere, racconti, poesie. Diamo nomi alle cose. Non per fermare davvero il tempo, ma per opporgli una piccola resistenza. Per questo la morte è così dolorosa. Perché interrompe quel gesto.»

Passarono alcuni istanti prima che la voce replicasse: «Hai quasi risposto.»

«Quasi?», puntualizzò Elia.

«Manca ancora qualcosa.»

Elia rimase in silenzio a riflettere. Allora comprese ciò che aveva cercato per tutta la vita: la vera assurdità non era morire, ma essere nati.

Essere stati chiamati all’esistenza, strappati al nulla.

Ricevere un nome. Una storia. Un volto. E poi doverli perdere.

La nascita conteneva già la morte. Come una promessa spezzata fin dall’inizio. Come una luce che, nel momento stesso in cui si accende, inizia a consumarsi.

Infine Elia sussurrò: «Ho capito.»

«Che cosa hai capito?», domandò la voce.

«Mi dispiace morire perché sono nato.»

La voce non parlò più. Ma Elia sentì che stava ascoltando.

«La nascita ci fa credere che la nostra presenza debba continuare. Ogni bambino che viene al mondo porta con sé un’aspettativa silenziosa di permanenza. La morte non distrugge soltanto una vita. Contraddice quella promessa.»

Per la prima volta, il buio sembrò illuminarsi. Non di luce. Di comprensione.

«E questa è la tua risposta?»

«Sì.»

«Ne sei certo?»

Elia pensò a Marta. Pensò al proprio nome. Pensò alle parole che aveva pronunciato. Pensò al tempo.

«No», disse infine sorridendo.

«Ma è la migliore che possiedo.»

La voce rise dolcemente. Una risata antica come il mondo.

Dopo seguì il silenzio.

Quando Elia si svegliò era mattina. La lettera grigia era scomparsa.

Sul tavolo, al suo posto, trovò un foglio bianco. Vi era scritta una sola frase.

«Ogni essere umano è la risposta provvisoria a una domanda eterna.»

Elia rimase a guardarla a lungo.

Poi prese una penna.

E cominciò a scrivere.

Perché era ancora vivo.

E finché era vivo, poteva ancora rispondere.



*Spunto tratto dal 5^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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