Dietro l’edificio si estendeva un giardino che un tempo era stato bellissimo, ma che negli ultimi anni era stato quasi dimenticato.
Le rose crescevano senza ordine,
le aiuole erano invase dalle erbacce e il vecchio sentiero di pietra era
coperto di muschio.
In quell’ospedale lavorava Anna, una ragazza di ventidue anni che aveva appena terminato gli studi da infermiera.
Era intelligente, preparata e piena di entusiasmo.
Tuttavia, aveva anche un desiderio che custodiva nel cuore:
voleva essere riconosciuta da tutti come la migliore.
Ogni volta che aiutava un paziente, sperava che qualcuno la notasse. Quando
sistemava una medicazione difficile o rassicurava una persona spaventata, si
immaginava i complimenti dei medici e gli applausi dei colleghi.
Un giorno il direttore annunciò una novità.
«Tra qualche mese verrà assegnato un premio al membro del personale che
avrà dato il contributo più significativo all’ospedale.»
La notizia si diffuse rapidamente.
Molti iniziarono a impegnarsi ancora di
più, ma Anna fu quella che prese la cosa più seriamente.
«Questa è la mia occasione» pensò.
Nello stesso reparto lavorava anche una donna anziana di nome Teresa.
Non era un medico né un’infermiera.
Si occupava di piccoli servizi: portava i
pasti, cambiava i fiori nelle stanze e aiutava chiunque avesse bisogno di una
mano.
Nessuno parlava quasi mai di lei.
Quando Anna passava accanto a Teresa, la vedeva sempre indaffarata in
qualche attività semplice.
«Non capisco come fai a essere sempre serena» disse un giorno. «Ti vendo
intenta in lavori che pochi notano.»
Teresa sorrise: «Forse proprio per questo posso dedicarmi meglio.»
Anna non comprese quelle parole.
Passarono le settimane. Anna lavorava senza sosta. Era efficiente, veloce e
competente. Eppure, più cercava di distinguersi, più diventava nervosa.
Se qualcuno riceveva un complimento, provava fastidio. Se un collega veniva
ringraziato da un paziente, sentiva una punta di gelosia.
Una sera arrivò in reparto un anziano signore chiamato Carlo.
Era malato e molto solo.
Non riceveva visite e parlava poco.
Anna gli forniva tutte le cure necessarie, ma spesso aveva fretta.
«Come si sente oggi?» chiedeva.
«Un po’ meglio.»
«Bene, tornerò più tardi.»
E subito passava ad altro.
Teresa invece si fermava.
Gli aggiustava il cuscino.
Gli raccontava qualche episodio divertente.
A volte restava semplicemente in silenzio accanto a lui.
«Perché perdi così tanto tempo?» chiese Anna.
«Non lo perdo.»
«Ma ci sono tante cose da fare.»
«Anche ascoltare è una cosa da fare.»
Anna scosse la testa nel senso di mostrare il suo disaccordo.
Una domenica pomeriggio scoppiò un forte temporale. Il vento piegava gli
alberi del giardino e la pioggia cadeva come una cascata.
Nel caos di quella giornata, il sistema elettrico dell’ospedale ebbe un guasto.
Per alcune ore il personale dovette affrontare molte difficoltà.
Tutti correvano da una parte all’altra. Anna cercava di coordinare le
emergenze.
Quando finalmente la situazione tornò sotto controllo, era esausta.
Fu allora che si accorse di una cosa.
Nel corridoio più lontano, quasi nascosta, Teresa stava tranquillizzando una bambina che piangeva per la paura del temporale.
Le teneva la mano e le raccontava una storia.
Più avanti, aiutava un paziente a mangiare. Poco dopo accompagnava una
signora anziana a telefonare ai figli. Nessuno sembrava notarla.
Eppure, ovunque passasse, lasciava pace.
Quella notte Anna non riuscì a dormire. Continuava a pensare a ciò che
aveva visto.
«Io faccio tante cose importanti» rifletteva. «Eppure spesso le persone
restano spaventate o tristi. Teresa invece compie gesti semplicissimi e tutti
si sentono meglio.»
I giorni successivi iniziarono a suscitare in lei nuove domande.
Un mattino trovò Teresa nel vecchio giardino dietro l’ospedale.
La donna stava togliendo le erbacce da un’aiuola.
«Perché te ne occupi?» domandò Anna.
«Perché i pazienti guardano fuori dalle finestre e notano il giardino poco
curato»
Teresa si fermò e osservò una rosa appena sbocciata.
«Vedi questo fiore?»
«Sì.»
«Non si preoccupa di essere ammirato. Fiorisce e basta.»
Anna rimase in silenzio.
«Sai» continuò Teresa, «molte persone credono che il valore di una vita
dipenda da quanto viene vista. Io penso invece che dipenda da quanto amore
contiene.»
Quelle parole colpirono Anna più di qualsiasi lezione universitaria.
Nei giorni successivi cominciò a cambiare. Iniziò a fermarsi qualche minuto in più accanto ai pazienti.
Ascoltava le loro paure. Ricordava i nomi dei loro familiari.
Portava un bicchiere d’acqua senza aspettare che qualcuno glielo chiedesse.
Quando un collega aveva bisogno di aiuto, si offriva senza pensare ai meriti.
Scoprì una cosa sorprendente. Più smetteva di cercare riconoscimenti, più
lavorava con gioia.
Un pomeriggio Carlo, il paziente anziano, la chiamò vicino al letto.
«Posso dirle una cosa?»
«Certo.»
«Quando sono arrivato qui avevo paura. Ora mi sento meno solo.»
Anna sorrise. Per la prima volta non pensò al premio. Pensò soltanto alla
felicità di quell’uomo.
Arrivò infine il giorno della premiazione. Il personale si riunì nella sala principale.
Molti si aspettavano che il riconoscimento andasse a un medico
famoso o a un’infermiera particolarmente brillante.
Il direttore salì sul palco.
«Quest’anno abbiamo deciso di premiare una persona che raramente appare al
centro dell’attenzione.»
Nella sala scese il silenzio.
«Una persona che ha insegnato a tutti noi che la grandezza non consiste
nell’essere serviti, ma nel servire.»
Poi pronunciò il nome di Teresa.
L’applauso fu lunghissimo. Teresa arrossì e si alzò lentamente.
«Vorrei dire soltanto una cosa» disse. «Ogni persona che incontriamo porta
dentro una sofferenza che spesso non vediamo. Se riusciamo ad alleviarla anche
un poco, abbiamo già fatto qualcosa di importante.»
Mentre tutti applaudivano, Anna sentì una profonda emozione.
Capì che il premio più grande non era una targa o un riconoscimento pubblico.
Era la possibilità di fare del bene.
Quella sera tornò nel giardino dietro l’ospedale. Le rose erano più ordinate e il sentiero era tornato visibile.
Si sedette su una panchina e
osservò il tramonto. Ripensò a tutto ciò che aveva imparato.
La vera grandezza non nasce dal desiderio
di essere ammirati, ma dalla capacità di amare anche nei gesti più piccoli. Nasce
dal servire con semplicità e umiltà.
Da allora Anna continuò a essere un’ottima infermiera, ma non inseguì più gli applausi. Preferì concentrarsi sulle persone.
E scoprì che proprio lì, nei
piccoli gesti quotidiani, nelle attenzioni che quasi nessuno vedeva, si
nascondeva la forma più autentica della felicità.
Perché il bene più grande non è brillare davanti agli altri, ma illuminare la vita di qualcuno senza aspettarsi nulla in cambio.
*Consiglio per la lettura "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 5 di Fabio Squeo
"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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