Era uno di quei pomeriggi di
novembre in cui il cielo sembrava essersi dimenticato del sole e la città si
muoveva sotto una coperta grigia di umidità e silenzio.
Il dottor Andrea Ferri osservava il cortile interno dalla finestra del suo studio.
Aveva trentadue anni, una laurea ottenuta con il massimo dei voti e una carriera che prometteva bene.
I colleghi lo consideravano brillante; i professori
dell'università avevano sempre parlato di lui come di uno dei migliori studenti
della sua generazione.
Eppure, da quando
aveva iniziato a lavorare, una sensazione indefinibile lo accompagnava ogni
giorno.
Aveva imparato a riconoscere sintomi, classificare disturbi, individuare traumi e prescrivere percorsi terapeutici.
Ma la mente umana gli appariva ancora più misteriosa di
quanto non gli fosse sembrata sui libri.
Mentre
rifletteva, qualcuno bussò alla porta.
«Avanti.»
Entrò il
direttore della clinica.
«C'è una persona
che chiede di parlare con lei.»
«Ha un appuntamento?»
«No.»
«Di cosa si
tratta?»
Il direttore
sorrise.
«È proprio questo
il punto. Non lo so.»
Andrea aggrottò
la fronte.
«Lo faccia
entrare.»
Pochi istanti dopo comparve un uomo sulla cinquantina. Alto, elegante, capelli leggermente brizzolati.
Aveva il portamento tranquillo di chi non deve dimostrare nulla a
nessuno.
«Buongiorno. Mi
chiamo Lorenzo.»
«Si accomodi.»
L'uomo si
sedette. Andrea aprì il taccuino.
«In cosa posso
aiutarla?»
Lorenzo incrociò
le mani sulle ginocchia.
«In realtà non
soffro di alcun problema.»
Andrea sollevò lo
sguardo.
«Nessun
problema?»
«No.»
«Ansia?»
«No.»
«Depressione?»
«No.»
«Difficoltà
relazionali?»
«No.»
«Insonnia?»
«Nemmeno.»
Andrea chiuse
lentamente il taccuino.
«Allora perché è
qui?»
Lorenzo sorrise.
«Perché desidero
conoscermi meglio.»
La risposta lo
lasciò interdetto.
Nella sua
esperienza, nessuno cercava uno psicologo senza una sofferenza da affrontare.
«Mi sembra che
stia già molto bene.»
«Forse.»
«Forse?»
«Credo che esista
sempre qualcosa che non vediamo di noi stessi.»
Andrea non seppe
cosa replicare.
L'incontro durò
poco più di mezz'ora. Quando Lorenzo se ne andò, il giovane psicologo si
convinse che non sarebbe più tornato.
Si sbagliava. La
settimana seguente era di nuovo lì. E quella successiva ancora. Cominciarono a
parlare della sua vita.
Lorenzo aveva un buon lavoro, un matrimonio stabile, due figli ormai adulti.
Insomma, una
situazione economica serena.
Nessun conflitto o
trauma evidente. Ogni cosa sembrava al posto giusto.
Tuttavia, col passare del tempo, Andrea iniziò a percepire qualcosa di strano che non riusciva a definire.
Era come osservare un quadro perfetto e accorgersi che
mancava qualcosa.
Durante una
seduta gli chiese: «Ha mai odiato qualcuno?»
«No.»
«Mai?»
«Mai.»
«Nemmeno da
ragazzo?»
«No.»
«Ha mai provato
gelosia?»
«No.»
«Invidia?»
«No.»
«Desiderio di
vendetta?»
«Mai.»
Le risposte
arrivavano sempre con la stessa calma.
Troppo
rapidamente e fin troppo facilmente.
Quell'uomo
sembrava meno reale dei suoi pazienti più tormentati.
I suoi pazienti
soffrivano, piangevano, si contraddicevano.
Mostravano
fragilità mentre Lorenzo no.
Era come una superficie
perfettamente levigata che proprio per questo appariva innaturale.
Qualche settimana
dopo, Andrea decise di cambiare approccio.
«Quando è stata
l'ultima volta che ha pianto?»
Lorenzo rimase in
silenzio prima di rispondere: «Non ricordo.»
«E l'ultima volta
che si è arrabbiato?»
«Molto tempo fa.»
«Quanto tempo?»
«Forse
trent'anni.»
Andrea quasi
sorrise.
«Trent'anni senza
rabbia?»
«La rabbia è
inutile.»
«Questo non
significa che non esista.»
Lorenzo abbassò
lo sguardo.
«Ho imparato a
controllarla.»
«O a
nasconderla?»
L'uomo non
rispose. In quel silenzio emerse la prima impercettibile crepa.
Qualche giorno
dopo Lorenzo raccontò un sogno.
«Mi trovavo in
una casa enorme.»
«Continui.»
«Era bellissima.
Ogni stanza era luminosa.»
«E poi?»
«C'era una porta
nel seminterrato.»
«Cosa c'era
dietro?»
«Non lo so.»
«Perché?»
«Perché non l'ho
aperta.»
«Aveva paura?»
Lorenzo esitò.
«Forse.»
Andrea si sporse
leggermente in avanti e domandò:
«Che cosa
immaginava ci fosse dietro?»
«Credo qualcosa
di pericoloso.»
«Che cosa in
particolare?» tornò a chiedere Andrea.
«Non lo so.»
Il sogno ritornò
più volte e ogni volta la porta era lì, sempre chiusa.
Poi arrivarono
altri sogni.
Animali feroci, figure
oscure.
Bambini che
urlavano, persone inseguite. Scene di violenza.
Elementi che sembravano appartenere a un uomo completamente diverso da quello seduto davanti a lui.
Andrea iniziò a
intuire qualcosa.
I libri di
psicologia parlavano spesso dell'inconscio.
Ma lì, davanti a lui, non stava osservando una teoria.
Stava osservando un essere umano. Un uomo che aveva costruito per decenni un'immagine impeccabile di sé stesso.
E che ora
iniziava a intravedere ciò che aveva lasciato fuori.
Una sera Lorenzo
arrivò particolarmente turbato. Rimase in silenzio per diversi minuti e poi
disse: «Credo di aver capito una cosa.»
«Quale?» domandò Andrea.
«Ho passato la
vita a cercare di essere una brava persona.»
«Non mi sembra un
male.»
«Dipende.» si affrettò a rispondere Andrea.
Dopo qualche
secondo Lorenzo riprese a parlare: «Mio padre era un uomo violento.»
Per la prima
volta la voce gli tremò.
«Avevo paura di
assomigliargli.» Confessò Lorenzo.
«Capisco.»
«Così ho deciso
che non mi sarei mai arrabbiato.»
«Mai?»
«Mai.»
«E ci è
riuscito?»
Lorenzo rise
amaramente prima di rispondere: «Adesso non ne sono più così sicuro.»
Seguì un lungo
silenzio.
«Quando qualcuno
mi feriva, sorridevo.»
«E cosa succedeva
dentro di te?» domandò Andrea.
«Evitavo di soffermarmi.»
«E invece quando
sua moglie la deludeva?»
«Facevo finta che
non fosse successo nulla.»
«Anche in quei
casi non ti soffermavi sul tuo sentire dentro?»
«Decidevo di
chiudermi.»
Qui Andrea
comprese il significato della porta chiusa del sogno, del seminterrato, dell'oscurità.
Tutto stava
iniziando a prendere forma.
Nei mesi successivi accadde qualcosa di sorprendente. Lorenzo iniziò a raccontare emozioni che non aveva mai ammesso.
Riconobbe rabbia, invidia, paura, risentimento,
Desideri contraddittori.
Pensieri che per
anni aveva considerato inaccettabili.
Ogni scoperta
sembrava sconvolgerlo.
«Mi sento
peggiore di prima.» ammise durante una seduta.
«Perché?»
«Perché sto
trovando cose che non mi piacciono.»
Andrea rifletté
qualche secondo.
Poi disse: «Forse
non stanno comparendo adesso.»
«Che cosa
intende?» chiese Lorenzo.
«Forse sono
sempre state lì.»
Lorenzo rimase
immobile e poi quasi sorpreso, domandò: «E allora perché emergono soltanto
ora?»
«Perché
finalmente le sta guardando.»
L'uomo abbassò
gli occhi. Sembrava vicino alle lacrime.
Eppure,
stranamente, appariva più vivo, più autentico, più umano.
Passarono altri
mesi.
Il Lorenzo che
entrava nello studio non era più l'uomo impeccabile del primo incontro. Adesso
ammetteva i propri limiti.
A volte si
arrabbiava, in altre appariva triste o confuso.
Ma non cercava
più di cancellare quelle emozioni.
Ora le osservava,
le ascoltava, le accettava.
Una sera
d'inverno, mentre fuori cadeva la neve, si fermò sulla soglia prima di uscire.
«Dottore?»
«Sì?»
«Credo di aver
finalmente aperto quella porta.»
Andrea sorrise e
domandò: «E cosa ha trovato?»
Lorenzo rifletté:
«Mostri.»
«Le fa paura?»
«Sì.»
«Eppure continua
a entrarci.»
L'uomo annuì: «Perché
ho scoperto che quei mostri non volevano distruggermi.»
«No?»
«Volevano essere
riconosciuti. Alcuni erano la mia rabbia, altri la mia paura.»
Ci fu una pausa.
«Altri ancora il
bambino che ero stato e che avevo lasciato solo per tanti anni.»
Quando Lorenzo
uscì, Andrea rimase seduto nel suo studio. La luce della lampada illuminava
appena la scrivania. Pensò alle lezioni universitarie.
Alle diagnosi, ai manuali, alle definizioni di normalità.
Per anni aveva immaginato la salute
mentale come uno stato di perfetto equilibrio determinato dall'assenza di
conflitti, di oscurità, di contraddizioni.
Ora quella idea gli sembrava ingenua. L'essere umano non era una macchina da aggiustare. Non era una statua da scolpire fino alla perfezione.
Era qualcosa di infinitamente più complesso. Dentro ogni persona convivevano forze opposte.
C’erano zone di luce
e ombra, amore e aggressività, coraggio e paura, generosità ed egoismo.
Chi cercava di
eliminare una parte di sé non diventava più completo, si frammentava.
Fu allora che
Andrea ricordò una frase di Carl Gustav Jung che aveva letto anni prima e che,
fino a quel momento, non aveva mai davvero compreso:
«Mostratemi un individuo sano di mente, e lo
curerò.»
Finalmente ne intuiva il significato. Jung non stava dicendo che la salute mentale fosse una malattia.
Stava dicendo qualcosa di molto più profondo: l'individuo che si considera perfettamente sano, completamente equilibrato, totalmente libero da conflitti, probabilmente non conosce ancora sé stesso.
Ha semplicemente chiuso la porta del seminterrato, ha relegato
nell'ombra ciò che non vuole vedere, ma l'ombra non scompare.
Attende silenziosa,
paziente, continuando a vivere dentro di noi.
La vera maturità non consiste nell'essere privi di oscurità, consiste nel riconoscerla.
Nel guardarla senza esserne dominati.
Nel comprendere che siamo più grandi delle
immagini idealizzate che costruiamo di noi stessi.
Andrea spense la
lampada.
Lo studio piombò
nell'oscurità.
Per un istante pensò alla casa del sogno, alle stanze illuminate, alla porta chiusa nel seminterrato.
E comprese che il compito di uno psicologo non era distruggere
quella porta, non era nemmeno tenere lontani i mostri: era accompagnare
qualcuno nel momento in cui trovava il coraggio di aprirla.
Perché la salute
mentale non è vivere soltanto nella luce, è imparare a conoscere il proprio
buio senza smettere di camminare.

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