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Pensieri, intuizioni e riflessioni dedicate allo spirito umano, alla serenità interiore e alla ricerca di un significato più profondo del vivere.

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domenica 31 maggio 2026

Quando Scopri Chi Sei Davvero (Jung)


La pioggia cadeva lenta sui vetri della Clinica San Michele. 

Era uno di quei pomeriggi di novembre in cui il cielo sembrava essersi dimenticato del sole e la città si muoveva sotto una coperta grigia di umidità e silenzio.

Il dottor Andrea Ferri osservava il cortile interno dalla finestra del suo studio. 

Aveva trentadue anni, una laurea ottenuta con il massimo dei voti e una carriera che prometteva bene. 

I colleghi lo consideravano brillante; i professori dell'università avevano sempre parlato di lui come di uno dei migliori studenti della sua generazione.

Eppure, da quando aveva iniziato a lavorare, una sensazione indefinibile lo accompagnava ogni giorno.

Aveva imparato a riconoscere sintomi, classificare disturbi, individuare traumi e prescrivere percorsi terapeutici. 

Ma la mente umana gli appariva ancora più misteriosa di quanto non gli fosse sembrata sui libri.

Mentre rifletteva, qualcuno bussò alla porta.

«Avanti.»

Entrò il direttore della clinica.

«C'è una persona che chiede di parlare con lei.»

«Ha un appuntamento?»

«No.»

«Di cosa si tratta?»

Il direttore sorrise.

«È proprio questo il punto. Non lo so.»

Andrea aggrottò la fronte.

«Lo faccia entrare.»

Pochi istanti dopo comparve un uomo sulla cinquantina. Alto, elegante, capelli leggermente brizzolati. 

Aveva il portamento tranquillo di chi non deve dimostrare nulla a nessuno.

«Buongiorno. Mi chiamo Lorenzo.»

«Si accomodi.»

L'uomo si sedette. Andrea aprì il taccuino.

«In cosa posso aiutarla?»

Lorenzo incrociò le mani sulle ginocchia.

«In realtà non soffro di alcun problema.»

Andrea sollevò lo sguardo.

«Nessun problema?»

«No.»

«Ansia?»

«No.»

«Depressione?»

«No.»

«Difficoltà relazionali?»

«No.»

«Insonnia?»

«Nemmeno.»

Andrea chiuse lentamente il taccuino.

«Allora perché è qui?»

Lorenzo sorrise.

«Perché desidero conoscermi meglio.»

La risposta lo lasciò interdetto.

Nella sua esperienza, nessuno cercava uno psicologo senza una sofferenza da affrontare.

«Mi sembra che stia già molto bene.»

«Forse.»

«Forse?»

«Credo che esista sempre qualcosa che non vediamo di noi stessi.»

Andrea non seppe cosa replicare.

L'incontro durò poco più di mezz'ora. Quando Lorenzo se ne andò, il giovane psicologo si convinse che non sarebbe più tornato.

Si sbagliava. La settimana seguente era di nuovo lì. E quella successiva ancora. Cominciarono a parlare della sua vita.

Lorenzo aveva un buon lavoro, un matrimonio stabile, due figli ormai adulti. 

Insomma, una situazione economica serena.

Nessun conflitto o trauma evidente. Ogni cosa sembrava al posto giusto.

Tuttavia, col passare del tempo, Andrea iniziò a percepire qualcosa di strano che non riusciva a definire. 

Era come osservare un quadro perfetto e accorgersi che mancava qualcosa.

Durante una seduta gli chiese: «Ha mai odiato qualcuno?»

«No.»

«Mai?»

«Mai.»

«Nemmeno da ragazzo?»

«No.»

«Ha mai provato gelosia?»

«No.»

«Invidia?»

«No.»

«Desiderio di vendetta?»

«Mai.»

Le risposte arrivavano sempre con la stessa calma.

Troppo rapidamente e fin troppo facilmente.

Quell'uomo sembrava meno reale dei suoi pazienti più tormentati.

I suoi pazienti soffrivano, piangevano, si contraddicevano.

Mostravano fragilità mentre Lorenzo no.

Era come una superficie perfettamente levigata che proprio per questo appariva innaturale.

Qualche settimana dopo, Andrea decise di cambiare approccio.

«Quando è stata l'ultima volta che ha pianto?»

Lorenzo rimase in silenzio prima di rispondere: «Non ricordo.»

«E l'ultima volta che si è arrabbiato?»

«Molto tempo fa.»

«Quanto tempo?»

«Forse trent'anni.»

Andrea quasi sorrise.

«Trent'anni senza rabbia?»

«La rabbia è inutile.»

«Questo non significa che non esista.»

Lorenzo abbassò lo sguardo.

«Ho imparato a controllarla.»

«O a nasconderla?»

L'uomo non rispose. In quel silenzio emerse la prima impercettibile crepa.

Qualche giorno dopo Lorenzo raccontò un sogno.

«Mi trovavo in una casa enorme.»

«Continui.»

«Era bellissima. Ogni stanza era luminosa.»

«E poi?»

«C'era una porta nel seminterrato.»

«Cosa c'era dietro?»

«Non lo so.»

«Perché?»

«Perché non l'ho aperta.»

«Aveva paura?»

Lorenzo esitò.

«Forse.»

Andrea si sporse leggermente in avanti e domandò:

«Che cosa immaginava ci fosse dietro?»

«Credo qualcosa di pericoloso.»

«Che cosa in particolare?» tornò a chiedere Andrea.

«Non lo so.»

Il sogno ritornò più volte e ogni volta la porta era lì, sempre chiusa.

Poi arrivarono altri sogni.

Animali feroci, figure oscure.

Bambini che urlavano, persone inseguite. Scene di violenza.

Elementi che sembravano appartenere a un uomo completamente diverso da quello seduto davanti a lui.

Andrea iniziò a intuire qualcosa.

I libri di psicologia parlavano spesso dell'inconscio.

Ma lì, davanti a lui, non stava osservando una teoria. 

Stava osservando un essere umano. Un uomo che aveva costruito per decenni un'immagine impeccabile di sé stesso. 

E che ora iniziava a intravedere ciò che aveva lasciato fuori.

Una sera Lorenzo arrivò particolarmente turbato. Rimase in silenzio per diversi minuti e poi disse: «Credo di aver capito una cosa.»

«Quale?» domandò Andrea.

«Ho passato la vita a cercare di essere una brava persona.»

«Non mi sembra un male.»

«Dipende.» si affrettò a rispondere Andrea.

Dopo qualche secondo Lorenzo riprese a parlare: «Mio padre era un uomo violento.»

Per la prima volta la voce gli tremò.

«Avevo paura di assomigliargli.» Confessò Lorenzo.

«Capisco.»

«Così ho deciso che non mi sarei mai arrabbiato.»

«Mai?»

«Mai.»

«E ci è riuscito?»

Lorenzo rise amaramente prima di rispondere: «Adesso non ne sono più così sicuro.»

Seguì un lungo silenzio.

«Quando qualcuno mi feriva, sorridevo.»

«E cosa succedeva dentro di te?» domandò Andrea.

«Evitavo di soffermarmi.»

«E invece quando sua moglie la deludeva?»

«Facevo finta che non fosse successo nulla.»

«Anche in quei casi non ti soffermavi sul tuo sentire dentro?»

«Decidevo di chiudermi.»

Qui Andrea comprese il significato della porta chiusa del sogno, del seminterrato, dell'oscurità.

Tutto stava iniziando a prendere forma.

Nei mesi successivi accadde qualcosa di sorprendente. Lorenzo iniziò a raccontare emozioni che non aveva mai ammesso. 

Riconobbe rabbia, invidia, paura, risentimento, Desideri contraddittori.

Pensieri che per anni aveva considerato inaccettabili.

Ogni scoperta sembrava sconvolgerlo.

«Mi sento peggiore di prima.» ammise durante una seduta.

«Perché?»

«Perché sto trovando cose che non mi piacciono.»

Andrea rifletté qualche secondo.

Poi disse: «Forse non stanno comparendo adesso.»

«Che cosa intende?» chiese Lorenzo.

«Forse sono sempre state lì.»

Lorenzo rimase immobile e poi quasi sorpreso, domandò: «E allora perché emergono soltanto ora?»

«Perché finalmente le sta guardando.»

L'uomo abbassò gli occhi. Sembrava vicino alle lacrime.

Eppure, stranamente, appariva più vivo, più autentico, più umano.

Passarono altri mesi.

Il Lorenzo che entrava nello studio non era più l'uomo impeccabile del primo incontro. Adesso ammetteva i propri limiti.

A volte si arrabbiava, in altre appariva triste o confuso.

Ma non cercava più di cancellare quelle emozioni.

Ora le osservava, le ascoltava, le accettava.

Una sera d'inverno, mentre fuori cadeva la neve, si fermò sulla soglia prima di uscire.

«Dottore?»

«Sì?»

«Credo di aver finalmente aperto quella porta.»

Andrea sorrise e domandò: «E cosa ha trovato?»

Lorenzo rifletté: «Mostri.»

«Le fa paura?»

«Sì.»

«Eppure continua a entrarci.»

L'uomo annuì: «Perché ho scoperto che quei mostri non volevano distruggermi.»

«No?»

«Volevano essere riconosciuti. Alcuni erano la mia rabbia, altri la mia paura.»

Ci fu una pausa.

«Altri ancora il bambino che ero stato e che avevo lasciato solo per tanti anni.»

Quando Lorenzo uscì, Andrea rimase seduto nel suo studio. La luce della lampada illuminava appena la scrivania. Pensò alle lezioni universitarie.

Alle diagnosi, ai manuali, alle definizioni di normalità. 

Per anni aveva immaginato la salute mentale come uno stato di perfetto equilibrio determinato dall'assenza di conflitti, di oscurità, di contraddizioni.

Ora quella idea gli sembrava ingenua. L'essere umano non era una macchina da aggiustare. Non era una statua da scolpire fino alla perfezione. 

Era qualcosa di infinitamente più complesso. Dentro ogni persona convivevano forze opposte. 

C’erano zone di luce e ombra, amore e aggressività, coraggio e paura, generosità ed egoismo.

Chi cercava di eliminare una parte di sé non diventava più completo, si frammentava.

Fu allora che Andrea ricordò una frase di Carl Gustav Jung che aveva letto anni prima e che, fino a quel momento, non aveva mai davvero compreso:

«Mostratemi un individuo sano di mente, e lo curerò

Finalmente ne intuiva il significato. Jung non stava dicendo che la salute mentale fosse una malattia. 

Stava dicendo qualcosa di molto più profondo: l'individuo che si considera perfettamente sano, completamente equilibrato, totalmente libero da conflitti, probabilmente non conosce ancora sé stesso

Ha semplicemente chiuso la porta del seminterrato, ha relegato nell'ombra ciò che non vuole vedere, ma l'ombra non scompare.

Attende silenziosa, paziente, continuando a vivere dentro di noi.

La vera maturità non consiste nell'essere privi di oscurità, consiste nel riconoscerla. 

Nel guardarla senza esserne dominati. 

Nel comprendere che siamo più grandi delle immagini idealizzate che costruiamo di noi stessi.

Andrea spense la lampada.

Lo studio piombò nell'oscurità.

Per un istante pensò alla casa del sogno, alle stanze illuminate, alla porta chiusa nel seminterrato. 

E comprese che il compito di uno psicologo non era distruggere quella porta, non era nemmeno tenere lontani i mostri: era accompagnare qualcuno nel momento in cui trovava il coraggio di aprirla.

Perché la salute mentale non è vivere soltanto nella luce, è imparare a conoscere il proprio buio senza smettere di camminare.


*Spunto tratto dal 1^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 



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