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Pensieri, intuizioni e riflessioni dedicate allo spirito umano, alla serenità interiore e alla ricerca di un significato più profondo del vivere.

Chi sono

Sono Luigi Squeo , un ingegnere informatico appassionato di filosofia. Attraverso articoli, racconti e riflessioni condivido idee e strumenti per comprendere meglio noi stessi, coltivare la consapevolezza e affrontare con maggiore serenità le sfide dell'esistenza.

sabato 6 giugno 2026

Ciò che vedevo non era ciò che credevo



Quando il battello scomparve all'orizzonte, lasciandolo sulla piccola banchina di legno, Matteo sentì per la prima volta il peso della distanza. 

Davanti a lui si stendeva l'isola che aveva sognato per anni. Una striscia di terra verde sospesa nell'immensità dell'oceano Indiano.

Aveva ventisei anni, una laurea appena conseguita in antropologia e archeologia, e la convinzione incrollabile di trovarsi all'inizio di qualcosa di importante. 

Per tutta la durata degli studi aveva coltivato una domanda che lo affascinava più di ogni altra: 

Esiste una morale universale?

Dietro le differenze di lingua, religione e tradizioni, esisteva forse un nucleo comune a tutti gli esseri umani?

Era convinto che la risposta fosse sì. 

E credeva che quella spedizione gli avrebbe fornito le prove necessarie.

I primi giorni trascorsero senza particolari sorprese. 

La comunità che lo ospitava viveva in piccoli villaggi distribuiti lungo la costa.

Le famiglie collaboravano tra loro e gli anziani erano rispettati.

I bambini crescevano circondati dall'attenzione dell'intero gruppo. 

Vi erano regole, divieti, cerimonie, ruoli sociali ben definiti. 

Più osservava quella popolazione, più gli sembrava di ritrovare elementi familiari.

Certo, erano diversi gli abiti, le credenze religiose, i miti e le leggende. 

Ma sotto la superficie sembrava esistere qualcosa di comune.

Ogni sera annotava le proprie osservazioni nel taccuino.

"Struttura sociale stabile."

"Forte cooperazione interna."

"Presenza di norme condivise."

Era soddisfatto. La sua teoria sembrava trovare conferma. 

Poi arrivò il giorno della grande cerimonia stagionale. 

L'intera isola sembrò trasformarsi.

Le persone decorarono le capanne con fiori colorati. Gli uomini accesero grandi fuochi. 

Le donne prepararono ceste colme di alimenti destinati al banchetto sacro.

Matteo osservava ogni dettaglio con entusiasmo. Era il momento che aspettava. 

La manifestazione più autentica della cultura locale.

Quando il sole iniziò a tramontare, tutti si radunarono nella grande spianata centrale.

I canti si elevarono nell'aria. I tamburi scandivano ritmi ipnotici. L'atmosfera era intensa e solenne.

Poi Matteo vide il cibo. All'inizio pensò di aver capito male. Si avvicinò e guardò meglio.

Sentì lo stomaco contrarsi. 

Tra le pietanze erano presenti sostanze che nella sua cultura sarebbero state considerate impure e disgustose: escrementi essiccati di animali erbivori, accuratamente lavorati e mescolati ad altre preparazioni.

Poco distante venivano arrostiti animali che lui aveva sempre associato alla compagnia e all'affetto umano.

Per qualche secondo rimase immobile, poi una sensazione improvvisa lo attraversò.

Un disgusto viscerale, fisico. Dovette allontanarsi.

Quella notte scrisse freneticamente nel suo quaderno.

"Pratica ripugnante."

"Costume moralmente inaccettabile."

"Forma di regressione culturale."

Le parole sembravano sgorgare da sole. Non erano frutto di una riflessione.

Erano una reazione. Un giudizio di condanna, un verdetto.

Per la prima volta da quando era arrivato sull'isola, non si sentiva un osservatore. 

Si sentiva un giudice.

Nei giorni successivi evitò di tornare sull'argomento, ma qualcosa dentro di lui era cambiato. 

Ogni volta che incontrava gli abitanti del villaggio, si sorprendeva a guardarli diversamente. 

Eppure accadeva qualcosa di strano.

Più li osservava, meno riusciva a conciliare il rituale con l'immagine che aveva costruito di loro.

Erano persone generose, accoglievano gli stranieri, si prendevano cura dei bambini e degli anziani.

Mostravano rispetto reciproco, ma dov'era la barbarie che aveva creduto di vedere?

Un pomeriggio trovò il coraggio di chiedere spiegazioni a uno degli anziani.

L'uomo lo ascoltò con pazienza e prima di rispondere sorrise.

«Tu hai visto soltanto il cibo.»

«Cos'altro avrei dovuto vedere?» domandò incredulo Matteo.

L'anziano raccolse una manciata di terra, la mostrò e disse:

«Questa terra nutre l'erba.»

Indicando un animale al pascolo, aggiunse: «L'erba nutre l'animale.»

Poi lasciò scorrere lentamente la terra tra le dita.

«Quando l'animale muore, ritorna alla terra.»

E dopo una pausa, riprese: «Per noi, nulla è separato.»

Matteo lo fissò immobile mentre l'anziano gli spiegava che quelle sostanze, per lui disgustose, erano simboli di fertilità e trasformazione.

Rappresentavano il continuo passaggio della vita da una forma all'altra.

Il rituale non celebrava l'impurità, ma il continuo il ciclo dell'esistenza.

Matteo ascoltava, ma dentro di sé resisteva all’impulso che continuava a rifiutare quelle pratiche.

La svolta arrivò qualche giorno dopo. Durante una conversazione serale, alcuni abitanti iniziarono a fargli domande sulla sua vita in Europa.

All'inizio parlava con naturalezza, poi notò lo stupore sui loro volti.

Quando raccontò degli allevamenti intensivi, gli anziani si guardavano tra loro increduli.

Quando spiegò quanto cibo venisse sprecato ogni giorno nelle grandi città occidentali, il silenzio divenne ancora più profondo.

Uno dei presenti scosse lentamente la testa e pose una domanda apparentemente ingenua: «Perché allevare così tanti animali se poi il cibo viene gettato?»

Matteo non aveva parole per rispondere. 

Per la prima volta si trovò dall'altra parte dello sguardo. 

Ora era lui l'oggetto dell'incomprensione. 

Era lui la persona le cui abitudini apparivano strane.

Quella notte non riuscì a dormire.

Rilesse gli appunti sul proprio taccuino pagina dopo pagina, frase dopo frase.

A un certo punto si fermò, guardò una delle annotazioni scritte dopo il banchetto: "Pratica ripugnante."

La fissò a lungo, dopo si pose una domanda che non si era mai posto prima:

dov'era esattamente la ripugnanza? Nell'azione? O dentro di lui?

Chiuse gli occhi, provò a descrivere l'evento nel modo più neutrale possibile.

- Un gruppo umano stava consumando determinati alimenti all'interno di una cerimonia religiosa - questo era il fatto.

Tutto il resto: disgusto, condanna, indignazione veniva dopo.

Quelle reazioni non appartenevano all'azione osservata, erano sue e precisamente costituivano la sua risposta.

Il prodotto di anni di educazione, abitudini, simboli e significati appresi senza accorgersene.

Fu una scoperta sconvolgente.

Perché fino a quel momento aveva creduto che certi valori fossero semplicemente presenti nel mondo.

Come il colore delle foglie, il rumore del mare, la forma delle rocce.

Ora iniziava a comprendere che non era così. I valori non erano oggetti e neanche proprietà delle cose.

Erano interpretazioni. Modi di guardare la realtà. Modi di attribuire significato a ciò che accade.

Da quel momento il suo lavoro cambiò, non cercò più di stabilire chi avesse ragione. 

Smise di dividere le culture tra civili e primitive, cercando ciò che era giusto o sbagliato nelle pratiche. 

Cominciò invece a studiare il modo in cui gli esseri umani costruiscono i propri giudizi morali.

Scoprì che le azioni possono essere osservate, I valori, invece, vengono attribuiti.

Scoprì inoltre che ciò che una società considera sacro può apparire assurdo a un'altra e che ciò che una società considera naturale può sembrare incomprensibile altrove.

Quando, mesi dopo, tornò in Europa, non era più la stessa persona. Portava con sé gli stessi appunti, gli stessi dati, le stesse osservazioni, ma li leggeva con occhi diversi.

Capì allora che la sua ricerca non riguardava le azioni umane.

Riguardava il linguaggio con cui le giudichiamo.

Non aveva scoperto una morale universale. Aveva scoperto qualcosa di più inquietante e forse più profondo.

Che tra il mondo e i nostri giudizi esiste sempre uno sguardo e che spesso scambiamo quello sguardo per la realtà stessa.

Da allora non dimenticò mai la lezione appresa su quell'isola lontana.

Si convinse che le azioni appartengono ai fatti, mentre i valori appartengono agli uomini. E ciò che chiamiamo bene o male non è scritto nelle cose che osserviamo, ma nello sguardo attraverso cui abbiamo imparato a interpretarle.


*Spunto tratto dal 4^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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