lunedì 13 aprile 2026

Guardando le stelle con Margherita Hack

 

La prima volta che la incontrai era una sera di fine estate. L’aria era ancora tiepida, ma portava già dentro una promessa di autunno. Lei era seduta su una panchina, con il bastone appoggiato accanto e lo sguardo rivolto al cielo, come se stesse leggendo qualcosa che io non riuscivo nemmeno a vedere.

Riconobbi subito Margherita Hack, anche se l’avevo vista solo in fotografia. Aveva quell’aria asciutta, diretta, e allo stesso tempo curiosa, come una bambina che non ha mai smesso di fare domande.

Esitai qualche secondo, poi mi avvicinai.

«Professoressa… posso sedermi?»

«Se non hai paura delle vecchie signore che parlano troppo, accomodati,» rispose senza distogliere lo sguardo dal cielo.

Sorrisi e mi sedetti accanto a lei. Restammo in silenzio per un po’. Non era un silenzio imbarazzato, ma pieno, quasi necessario.

«Lei guarda spesso le stelle?» chiesi.

«Sempre,» disse. «Anche quando non si vedono.»

Quella risposta mi colpì più del previsto.

Feci un respiro profondo. «Posso chiederle una cosa un po’ personale?»

«Le domande personali sono le più interessanti. Vai.»

Esitai, poi lo dissi: «Perché non crede in Dio?»

Lei non si voltò subito. Rimase qualche secondo a osservare il cielo, poi parlò con calma.

«Vedi, io ho passato la vita a studiare le stelle. Non per cercare un significato nascosto, ma per capire come funzionano. E più capisci, più ti accorgi che l’universo non ha bisogno di un regista.»

Indicò una zona del cielo.

«Lì ci sono galassie che si scontrano, stelle che nascono e muoiono, pianeti che si formano e spariscono. Tutto segue leggi precise. Non c’è intenzione, non c’è progetto. C’è materia che evolve.»

«Ma… non potrebbe esserci qualcosa dietro?» insistetti.

Lei scosse la testa, con un mezzo sorriso.

«Potrebbe, certo. Ma il punto è: non serve. Le spiegazioni scientifiche bastano. Quando hai una teoria che funziona, che spiega e prevede, aggiungere Dio diventa superfluo.»

«Quindi per lei è solo una questione di prove?»

«Anche,» rispose. «Ma non solo. È anche una questione di onestà intellettuale. Io non posso credere in qualcosa solo perché mi fa stare meglio.»

Quella frase mi rimase dentro.

Dopo qualche istante, trovai il coraggio per la seconda domanda.

«E l’aldilà?»

Questa volta si voltò verso di me. I suoi occhi erano vivaci, quasi divertiti.

«Ah, quello piace a tutti,» disse. «L’idea che la storia continui.»

«A lei no?»

«No. E ti dirò perché.» Si appoggiò allo schienale della panchina.

«La nostra mente, i nostri pensieri, i ricordi… sono il risultato dell’attività del cervello. Non sono qualcosa di separato. Quando il cervello si spegne, finisce tutto.»

«Ma è… un po’ triste,» dissi piano.

Lei fece una piccola risata.

«Solo se la guardi nel modo sbagliato.»

«Cioè?»

«Cioè pensi che il valore delle cose dipenda dalla loro durata infinita. Ma non è così. Una cosa può essere preziosa proprio perché finisce.»

Restai in silenzio.

«Pensa a una giornata felice,» continuò. «Se fosse eterna, smetterebbe di avere significato. È il fatto che finisce a darle valore.»

Guardai le stelle. Mi sembravano improvvisamente più lontane, ma anche più vere.

«Non le fa paura la morte?» chiesi.

Lei ci pensò un attimo.

«Mi fa paura il dolore, la perdita delle persone care. Ma l’idea di non esistere… no. Quando non c’ero prima di nascere, non soffrivo. Sarà lo stesso dopo.»

«E il senso della vita, allora?»

Lei sorrise, questa volta con una certa energia.

«Non è scritto da nessuna parte. Non c’è un copione. E questa è una grande libertà.»

Si sporse leggermente in avanti.

«Il senso lo costruisci tu. Studiando, lavorando, amando, sbagliando. Cercando di capire un pezzetto di mondo e magari migliorarlo un po’.»

Il vento mosse le foglie sopra di noi. Una stella cadente attraversò il cielo, rapida.

«Vede?» disse. «Non serve credere in qualcosa di soprannaturale per provare meraviglia. Quella luce è reale. Quella traiettoria è spiegabile. Eppure è bellissima.»

«Quindi la scienza non toglie magia?» chiesi.

«La cambia,» rispose. «La rende più profonda. Perché sai cosa stai guardando.»

Rimanemmo in silenzio per un po’. Sentivo che quella conversazione mi stava spostando qualcosa dentro, anche se non sapevo ancora bene cosa.

«Posso farle un’ultima domanda?» dissi.

«Certo.»

«Lei è felice, senza credere in Dio o nell’aldilà?»

Lei mi guardò direttamente, con uno sguardo limpido.

«Sì,» disse. «Perché non ho bisogno di illusioni per dare valore alla mia vita. Mi basta sapere che è l’unica che ho.»

Poi tornò a guardare il cielo.

«E credimi,» aggiunse, «è già tantissimo.»

Restammo lì ancora un po’, senza parlare. Il cielo sopra di noi continuava a essere lo stesso, ma io avevo la sensazione di vederlo per la prima volta: non come qualcosa che doveva darmi risposte… ma come qualcosa che potevo finalmente provare a capire.


*Spunto tratto dal 5^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 

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