Visualizzazione post con etichetta Identità e Sè. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Identità e Sè. Mostra tutti i post

lunedì 10 agosto 2026

Vivere per apparire: la lezione di Bione di Boristene

 


Quando Bione di Boristene arrivò a Rodi, era già conosciuto per una ragione che non aveva molto a che fare con i libri.

La gente diceva che parlasse in modo strano.

Non perché usasse parole difficili. Al contrario. Bione aveva il vizio di parlare come se la filosofia dovesse essere comprensibile anche a chi non aveva mai messo piede in una scuola. Parlava nelle piazze, nei portici, nelle strade affollate. Discuteva con i mercanti, con i marinai, con gli artigiani, con i giovani che si fermavano ad ascoltarlo per curiosità e con i ricchi che si fermavano per capire se stesse parlando proprio di loro.

Una mattina, mentre attraversava il mercato, Bione vide un uomo che attirava l’attenzione di tutti.

Era vestito magnificamente.

Indossava una tunica di tessuto pregiato, stretta alla vita da una cintura decorata d’argento. Ai piedi portava sandali che sembravano fatti più per essere guardati che per camminare. Al dito aveva un anello con una pietra verde grande come un piccolo acino d’uva.

Due servi lo seguivano.

Uno portava una cassetta di legno intarsiato.

L’altro teneva tra le mani un mantello che evidentemente sarebbe stato indossato più tardi, quando l’uomo avesse raggiunto il luogo dove desiderava essere visto.

Bione lo osservò per qualche istante.

Poi sorrise.

L’uomo si chiamava Demetrio.

Era figlio di un ricco commerciante e aveva ereditato una parte consistente del patrimonio paterno. Possedeva una casa grande vicino al porto, alcuni terreni nell’interno dell’isola e una piccola flotta commerciale.

Era rispettato.

O, almeno, era quello che pensava.

Demetrio si fermò davanti a una bottega.

«Avete ricevuto i nuovi tessuti di Mileto?»

Il mercante uscì immediatamente.

«Certamente, Demetrio. Ho messo da parte i migliori proprio per voi.»

Demetrio fece un gesto distratto.

«Fateli vedere.»

Il mercante mostrò alcuni tessuti.

Demetrio ne toccò uno.

«Questo è troppo comune.»

«È uno dei più costosi.»

«Non ho chiesto quale fosse il più costoso.»

Il mercante abbassò gli occhi.

«Naturalmente.»

Bione, che era rimasto poco distante, si avvicinò.

«Posso farti una domanda?»

Demetrio si voltò.

«Conosci la mia persona?»

«No.»

«Allora perché dovresti farmi una domanda?»

«Perché non conosco te, ma conosco abbastanza bene gli uomini.»

Demetrio sorrise.

«E cosa avresti capito degli uomini?»

«Che spesso comprano cose di cui non hanno bisogno per impressionare persone che non amano.»

Il mercante abbassò la testa per nascondere un sorriso.

Demetrio invece si irrigidì.

«Non sai nulla di me.»

«È vero.»

«Allora non giudicarmi.»

«Non ti sto giudicando.»

«E cosa stai facendo?»

«Sto osservando.»

Demetrio indicò i suoi vestiti.

«E cosa avresti osservato?»

Bione lo guardò.

«Che oggi hai scelto con molta attenzione quello che vuoi che gli altri vedano di te.»

Demetrio rimase in silenzio.

Poi rise.

«E cosa ci sarebbe di male?»

«Nulla.»

«Allora perché ne parli?»

«Perché vorrei sapere una cosa.»

«Quale?»

Bione indicò l’anello.

«Se domani nessuno lo vedesse, lo indosseresti lo stesso?»

Demetrio guardò l’anello.

«Naturalmente.»

«E se nessuno vedesse il tuo mantello?»

«Anche quello.»

«E se nessuno sapesse quanto è grande la tua casa?»

Demetrio esitò.

«Che domanda è?»

«Una domanda semplice.»

Bione si avvicinò.

«Immagina che domani tu possa conservare tutta la tua ricchezza, ma che nessuno venga mai a sapere quanto possiedi. Nessuno saprebbe che sei ricco. Nessuno potrebbe invidiarti. Nessuno potrebbe ammirarti. Nessuno potrebbe considerarti importante per ciò che possiedi.»


leggi: La storia commovente di Carlo e del quaderno ritrovato


Demetrio sorrise.

«Continuerei a essere ricco.»

«Esatto.»

«Quindi non cambierebbe nulla.»

«Sei sicuro?»

Demetrio non rispose.

Bione indicò il mercato.

«Guarda quell’uomo.»

Poco distante, un vecchio stava scegliendo delle olive.

«Lo conosci?»

«No.»

«È felice?»

Demetrio lo guardò.

«Come posso saperlo?»

«E allora perché sei tanto sicuro di essere felice tu?»

Demetrio si voltò verso di lui.

Per la prima volta non sembrava divertito.

«Io ho tutto.»

«Questo non significa che tu abbia te stesso.»

La frase rimase sospesa nell’aria.

Demetrio fece un passo indietro.

«Sei un cinico.»

«È possibile.»

«E i cinici disprezzano la ricchezza.»

«No. I cinici disprezzano la schiavitù.»

«Quale schiavitù?»

Bione indicò l’anello.

«Quella che ti fa dipendere da ciò che gli altri pensano di te.»

Demetrio si guardò intorno.

«Io non dipendo da nessuno.»

Bione sorrise.

«Allora facciamo un esperimento.»

«Quale?»

«Domani vieni qui senza i tuoi servi, senza il mantello costoso, senza l’anello e senza dire a nessuno chi sei.»

Demetrio rise.

«Perché dovrei farlo?»

«Perché voglio vedere se riesci a stare in mezzo agli altri senza essere qualcuno.»

Demetrio accettò.

Forse per orgoglio.

Forse perché voleva dimostrare a quel filosofo di non avere paura.

Il giorno dopo tornò al mercato.

Era vestito con una tunica semplice.

Non aveva servi.

Non aveva gioielli.

Nessuno lo accompagnava.

Bione lo vide e sorrise.

«Bene.»

«E adesso?»

«Adesso cammina.»

Demetrio camminò.

Passò davanti alle botteghe.

Nessuno si voltò.

Nessuno lo salutò.

Nessuno gli fece spazio.

Nessuno gli chiese notizie dei suoi affari.

All’inizio Demetrio trovò la cosa divertente.

Poi cominciò a sentirsi a disagio.

Dopo alcuni minuti si fermò.

«Non mi riconoscono.»

«È quello che volevamo.»

«È strano.»

«Perché?»

«Perché è come se non esistessi.»

Bione lo guardò attentamente.

«Ecco il problema.»

Demetrio non capì.

«Quale problema?»

«Hai appena detto una cosa molto importante.»

«Quale?»

«Hai detto: “È come se non esistessi”.»

Demetrio rimase in silenzio.

Bione continuò:

«Tu non vuoi soltanto vivere. Vuoi essere visto mentre vivi. Non ti basta avere una casa: vuoi che gli altri sappiano che è grande. Non ti basta avere denaro: vuoi che si sappia che ne hai. Non ti basta essere rispettato: vuoi che gli altri riconoscano il tuo prestigio. E lentamente hai cominciato a confondere due cose completamente diverse: essere qualcuno ed essere considerato qualcuno.»

Demetrio abbassò gli occhi.

«Forse hai ragione.»

«Non forse.»

«Allora cosa dovrei fare? Rinunciare a tutto?»

«No.»

«Vendere la casa?»

«No.»

«Liberarmi dei miei servi?»

«Non necessariamente.»

«Allora cosa vuoi da me?»

Bione sorrise.

«Nulla.»

«Nulla?»

«Voglio che tu sappia perché possiedi ciò che possiedi.»

Demetrio rimase in silenzio.

Bione continuò:

«Se vuoi una casa grande, chiediti perché. Se vuoi un mantello costoso, chiediti perché. Se vuoi essere ammirato, chiediti perché. Non c'è niente di male nel desiderare il bello, il comfort o il successo. Il problema comincia quando non sai più distinguere ciò che desideri da ciò che ti hanno insegnato a desiderare.»

Demetrio si sedette su un muretto.

Per qualche minuto guardò la gente passare.

Poi disse:

«Quando ero ragazzo, mio padre mi diceva che dovevo diventare importante.»

«E tu ci sei riuscito.»

«Sì.»

«E sei felice?»

Demetrio esitò.

«Non lo so.»

Leggi: Ogni uomo è un'isola: un racconto filosofico ispirato al pensiero di Jean Grenier

Bione non disse nulla.

«Mio padre voleva che tutti rispettassero il nostro nome. Io ho cercato di farlo. Ho comprato terreni. Ho ampliato la casa. Ho fatto affari. Ho organizzato banchetti. Ho invitato persone importanti. Ho cercato di sposare una donna appartenente a una famiglia ancora più prestigiosa della mia.»

«E poi?»

«Poi ho continuato.»

«A fare cosa?»

Demetrio guardò Bione.

«A cercare qualcosa.»

«Che cosa?»

«Non lo so.»

Bione sorrise appena.

«Forse cercavi di diventare abbastanza importante da non dover più chiedere agli altri se eri importante.»

Demetrio rimase immobile.

Quella frase gli fece più male di qualunque insulto.

Perché improvvisamente gli tornarono in mente tutte le volte in cui aveva comprato qualcosa soltanto perché qualcun altro l'aveva comprata.

Tutti i banchetti organizzati per essere ammirato.

Tutte le persone che aveva invitato non perché gli piacessero, ma perché potevano essergli utili.

Tutte le volte in cui aveva raccontato quanto guadagnava.

Tutte le volte in cui aveva guardato negli occhi qualcuno aspettando di trovarvi approvazione.

E si accorse di una cosa terribile.

Non ricordava più quando aveva fatto qualcosa semplicemente perché gli piaceva.

«Bione.»

«Sì?»

«Come si fa a smettere?»

«A smettere di cosa?»

«Di vivere così.»

Bione si alzò.

«Comincia con una cosa semplice.»

«Quale?»

«Domani fai qualcosa che nessuno vedrà.»

Demetrio sorrise.

«Tutto qui?»

«Tutto qui.»

«E poi?»

«Poi un'altra.»

«E poi?»

«Un'altra ancora.»

Demetrio lo guardò perplesso.

«E questo mi renderà libero?»

«Non lo so.»

«Non lo sai?»

«La libertà non è una cosa che qualcuno può regalarti.»

Bione raccolse da terra una piccola pietra.

«Puoi avere mille servi e vivere da schiavo. Puoi avere poco e vivere da uomo libero. La domanda non è quanto possiedi. La domanda è quanto di ciò che possiedi possiede te.»

Demetrio guardò la pietra.

«E cosa dovrei fare con questa?»

«Tienila.»

«Perché?»

«Per ricordarti che domani potrai fare qualcosa senza che nessuno lo sappia.»

Demetrio prese la pietra.

Quella sera tornò a casa.

I servi lo accolsero.

La casa era illuminata.

Sul tavolo lo aspettava una cena preparata per lui.

Entrò nella sua stanza e si tolse l'anello.

Lo appoggiò sul tavolo.

Poi rimase a guardarlo.

Per la prima volta non pensò a quanto fosse prezioso.

Pensò a quante volte aveva avuto bisogno che qualcuno lo notasse.

Il giorno dopo fece una cosa che nessuno seppe.

Andò al porto.

Vide un vecchio marinaio che cercava di riparare una rete.

Demetrio si fermò.

«Posso aiutarti?»

Il vecchio lo guardò.

«Sai riparare una rete?»

«No.»

«Allora perché vuoi aiutarmi?»

Demetrio sorrise.

«Non lo so.»

Il vecchio rise.

«Allora siediti.»

Demetrio si sedette.

Per quasi un'ora lavorarono insieme.

Nessuno seppe chi fosse.

Nessuno gli fece complimenti.

Nessuno lo ringraziò con particolare entusiasmo.

Quando tornò a casa, però, Demetrio si accorse di sentirsi stranamente leggero.

Non aveva comprato nulla.

Non aveva ricevuto applausi.

Non aveva impressionato nessuno.

Eppure quella sera, per la prima volta dopo molti anni, ebbe la sensazione di aver fatto qualcosa che apparteneva veramente a lui.

Passarono alcune settimane.

Demetrio continuò a vestirsi bene.

Continuò a possedere la sua casa.

Continuò a fare affari.

Non diventò povero e non rinunciò alla ricchezza.

Ma qualcosa era cambiato.

Quando comprava qualcosa, si chiedeva: «Lo voglio io o voglio che gli altri sappiano che posso permettermelo?»

Quando organizzava un banchetto, si chiedeva: «Voglio davvero queste persone qui o voglio soltanto essere visto insieme a loro?»

Quando riceveva un complimento, sorrideva.

Ma quando non ne riceveva, non si sentiva più improvvisamente meno importante.

Un giorno tornò da Bione.

«Ho capito una cosa.»

«Che cosa?»

«Ho passato metà della mia vita cercando di costruire un'immagine di me che potesse piacere agli altri.»

«E l'altra metà?»

Demetrio sorrise.

«Non lo so ancora.»

Bione gli diede una pacca sulla spalla.

«Allora hai cominciato bene.»

Demetrio rise.

«Perché?»

«Perché finalmente hai smesso di fingere di avere tutte le risposte.»

I due rimasero in silenzio.

Davanti a loro passava la gente.

Alcuni correvano.

Altri vendevano.

Altri compravano.

Altri ancora cercavano di farsi vedere.

Bione osservò la folla.

Poi disse:

«Ricordati una cosa, Demetrio. L'apparenza non è pericolosa perché è falsa. È pericolosa quando diventa più importante della realtà.»

Demetrio guardò la propria mano.

L'anello non c'era.

Per la prima volta non sentì il bisogno di rimetterlo.

«E come faccio a sapere se sto vivendo davvero o se sto soltanto recitando?»

Bione sorrise.

«Prova a chiederti, ogni tanto, se continueresti a fare quella stessa cosa anche se nessuno potesse vederti.»

Demetrio rimase pensieroso.

«E se la risposta fosse no?»

Bione si alzò.

«Allora hai appena trovato una delle poche domande che vale la pena di portarsi dietro per tutta la vita.»


Tutti i racconti filosofici



*Consiglio per la lettura: "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 5 di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

💭 Tu cosa ne pensi? Scrivilo nei commenti.

venerdì 3 luglio 2026

L'essere umano è naturalmente egoista?

✦ Chiave di lettura

Una riflessione che mette a confronto egoismo, altruismo e natura umana attraverso alcune delle domande più antiche della filosofia.



Una delle domande più antiche e affascinanti della filosofia riguarda la natura stessa dell'essere umano: siamo naturalmente egoisti oppure possediamo una spontanea inclinazione alla cooperazione e all'altruismo? 

La questione attraversa secoli di riflessione filosofica, psicologica e scientifica e continua ancora oggi a suscitare dibattiti accesi. 

In fondo, dalla risposta che diamo a questa domanda dipende il modo in cui interpretiamo la società, la morale, l'educazione e persino il significato delle relazioni umane.

Osservando il comportamento quotidiano delle persone, si potrebbero trovare facilmente argomenti a favore dell'egoismo naturale. 

La competizione per il successo, il desiderio di possedere più beni, la ricerca del prestigio sociale e la tendenza a mettere i propri interessi al primo posto sembrano suggerire che l'essere umano sia guidato principalmente dall'amore per se stesso. 

Molti episodi della storia, dalle guerre alle lotte per il potere, sembrano confermare questa interpretazione pessimistica della natura umana.

Uno dei più celebri sostenitori di questa visione fu il filosofo inglese Thomas Hobbes. 

leggi: l'essere umano è mosso da desideri egoistici

Secondo Hobbes, nello stato di natura gli uomini vivrebbero in una condizione di continua competizione, caratterizzata dalla diffidenza reciproca e dalla lotta per la sopravvivenza. 

La sua famosa espressione "homo homini lupus" ("l'uomo è un lupo per l'uomo") descrive una realtà in cui ciascuno cerca di proteggere i propri interessi anche a discapito degli altri. In questa prospettiva, le leggi, lo Stato e le istituzioni sarebbero necessari proprio per contenere l'egoismo naturale degli individui.

Tuttavia, questa non è l'unica interpretazione possibile. Altri pensatori hanno sostenuto che l'essere umano possieda una predisposizione innata alla solidarietà e alla cooperazione. 

Jean-Jacques Rousseau, ad esempio, riteneva che l'uomo fosse originariamente buono e che fossero le strutture sociali, le disuguaglianze e la competizione a corromperne il carattere. 

>y;">Secondo Rousseau, la compassione e l'empatia sono qualità naturali che precedono la formazione della società e che permettono agli individui di riconoscere la sofferenza altrui.

Se guardiamo alle moderne ricerche scientifiche, scopriamo che la realtà è probabilmente più complessa di quanto immaginassero sia Hobbes sia Rousseau. 

Le neuroscienze e la psicologia evoluzionistica mostrano infatti che l'essere umano possiede contemporaneamente tendenze egoistiche e cooperative. 

Da un lato, siamo biologicamente programmati per proteggere noi stessi e garantire la nostra sopravvivenza. Dall'altro, la nostra specie si è evoluta grazie alla capacità di collaborare, condividere risorse e costruire legami sociali stabili.

Basta osservare il comportamento dei bambini molto piccoli. 

Numerosi studi hanno evidenziato che già nei primi anni di vita emergono spontaneamente comportamenti di aiuto e collaborazione. 

I bambini tendono ad aiutare gli adulti in difficoltà, a condividere oggetti e a mostrare forme elementari di empatia. 

Questi atteggiamenti sembrano indicare che la predisposizione alla cooperazione non sia soltanto il risultato dell'educazione, ma faccia parte della nostra natura più profonda.

D'altra parte, sarebbe ingenuo negare l'esistenza dell'egoismo. 

Ogni essere umano sperimenta quotidianamente desideri, interessi personali e bisogni che spesso entrano in conflitto con quelli degli altri. 

La ricerca del benessere individuale non è necessariamente negativa; anzi, rappresenta una componente fondamentale della vita. 

Senza una certa attenzione verso se stessi sarebbe difficile sopravvivere, sviluppare le proprie capacità o perseguire i propri obiettivi.

Il problema nasce quando l'attenzione verso se stessi si trasforma in indifferenza nei confronti degli altri. In questo caso l'egoismo smette di essere una semplice strategia di autoconservazione e diventa una forma di chiusura che impoverisce sia l'individuo sia la comunità. Una società composta esclusivamente da individui egoisti sarebbe infatti incapace di generare fiducia, solidarietà e collaborazione durature.

È interessante notare che persino molti comportamenti apparentemente altruistici possono contenere una componente egoistica. 

Quando aiutiamo qualcuno, spesso proviamo soddisfazione, gratificazione o un senso di benessere interiore. 

Alcuni filosofi hanno quindi sostenuto che l'altruismo puro non esista e che ogni azione umana sia, in ultima analisi, motivata da un interesse personale. 

Tuttavia, questa conclusione potrebbe essere troppo radicale. Il fatto che un gesto altruistico produca anche una gratificazione personale non significa necessariamente che sia stato compiuto esclusivamente per interesse.

Forse il vero errore consiste nel pensare egoismo e altruismo come due realtà completamente separate. Nella vita concreta, le due dimensioni si intrecciano continuamente. 

Amiamo gli altri e, allo stesso tempo, desideriamo essere amati. 

Aiutiamo e desideriamo sentirci utili. 

Collaboriamo perché comprendiamo che il benessere collettivo favorisce anche il nostro. 

L'essere umano sembra quindi muoversi costantemente tra l'interesse personale e l'apertura verso gli altri.

Da un punto di vista evolutivo, questa combinazione appare perfettamente sensata. 

Una specie composta soltanto da individui egoisti difficilmente avrebbe potuto sviluppare comunità stabili e organizzate. 

Al contrario, una specie completamente altruista avrebbe rischiato di sacrificare la propria sopravvivenza individuale. 

L'evoluzione sembra aver favorito un equilibrio dinamico tra queste due tendenze.

Anche la cultura svolge un ruolo decisivo. 

Le società possono incoraggiare la competizione estrema oppure valorizzare la cooperazione e la solidarietà. 

Le istituzioni, l'educazione e i modelli culturali influenzano profondamente il modo in cui le predisposizioni naturali vengono espresse. 

In altre parole, la natura umana fornisce alcune possibilità di base, ma è il contesto sociale a determinarne in larga misura lo sviluppo.

Forse, allora, la domanda iniziale non dovrebbe essere se l'essere umano sia naturalmente egoista oppure altruista. 

Più correttamente dovremmo chiederci quale delle due tendenze scegliamo di coltivare. 

Dentro ciascuno di noi convivono infatti impulsi contrastanti: il desiderio di affermare noi stessi e quello di entrare in relazione con gli altri; l'istinto di conservazione e la capacità di sacrificio; la ricerca del vantaggio personale e il bisogno di appartenenza.

La grande sfida della civiltà consiste proprio nel creare le condizioni affinché la cooperazione prevalga sulla competizione distruttiva. 

Non perché l'egoismo possa essere eliminato, ma perché esso possa essere integrato in una visione più ampia della vita umana. 

In fondo, la nostra esperienza quotidiana mostra che nessuno è veramente autosufficiente. 

Viviamo grazie a una rete di relazioni, dipendenze reciproche e collaborazioni che rendono possibile la nostra esistenza.

L'essere umano, quindi, non sembra essere naturalmente egoista nel senso assoluto del termine. 

È piuttosto un essere complesso, capace sia di egoismo sia di altruismo, continuamente sospeso tra l'interesse personale e la responsabilità verso gli altri. 

Comprendere questa duplice natura significa forse comprendere qualcosa di essenziale su ciò che siamo: creature che cercano il proprio bene, ma che possono realizzarlo pienamente solo all'interno di una comunità di altri esseri umani.



*Consiglio per la lettura "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 5 di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

💭 Tu cosa ne pensi? Scrivilo nei commenti.

 

lunedì 1 giugno 2026

I più belli aforismi di Hermann Hesse


 
 
E tutto insieme, tutte le voci,
tutte le mete, tutti i desideri,
tutti i dolori, tutta la gioia, tutto il bene e il male,
tutto insieme era il mondo.
Tutto insieme era il fiume del divenire,
era la musica della vita.


---------------------------------

Come corpo ognuno è singolo, come anima mai.


---------------------------------

La nostra meta non è di trasformarci l'un l'altro,
ma di conoscerci l'un l'altro e d'imparar a vedere e a rispettare nell'altro
ciò che egli è: il nostro opposto e il nostro completamento.

---------------------------------

Se tracci col gesso una riga sul pavimento,
è altrettanto difficile camminarci sopra che avanzare sulla più sottile delle funi.
Eppure chiunque ci riesce tranquillamente perché non è pericoloso.
Se fai finta che la fune non è altro che un disegno
fatto col gesso e l'aria intorno è il pavimento, riesci a procedere sicuro su tutte le funi.
Ciò che conta è tutto dentro di noi; fuori nessuno può aiutarci.
Non essere in guerra con te stesso: così... tutto diventa
possibile, non solo camminare su una fune, ma anche volare.


---------------------------------

Imparare, fare, guardare, viaggiare.

---------------------------------

I dolori, le delusioni e la malinconia
non sono fatti per renderci scontenti e toglierci valore
e dignità, ma per maturarci.

---------------------------------

La malinconia ha questo di diabolico, che non solo ti fa ammalare,
ma ti monta la testa e ti rende miope o addirittura superbo.

---------------------------------

Quando s'incomincia, il meglio viene poi da sé.

---------------------------------

Sole brilla adesso dentro al cuore, vento,
porta via da me fatiche e cure!

---------------------------------

Io ero un parto della natura lanciato verso l'ignoto,
forse verso qualcosa di nuovo o forse anche verso il nulla,
lasciare che si sviluppasse dal profondo, obbedire al mio destino
e far mia la sua volontà, questo era il mio compito.

---------------------------------

La vita di ogni uomo è una via verso se stesso,
il tentativo di una via, l'accenno di un sentiero.

---------------------------------

"La felicità?" disse il bell'uccello e rise con il suo becco dorato,
"la felicità, amico, è ovunque, sui monti e nelle
valli, nei fiori e nei cristalli".

---------------------------------

Voi stesso potete plasmare e animare il gioco della vostra vita a volontà,
dipende da voi. Come la pazzia in un certo senso elevato,
è l’inizio di ogni sapienza, così la schizofrenia
è l’inizio di tutte le arti, di ogni fantasia.

---------------------------------~

Ogni uomo però non è soltanto lui stesso è anche il punto unico,
particolarissimo, in ogni caso importante,
curioso, dove i fenomeni del mondo si incrociano
una volta sola, senza ripetizione.

---------------------------------

Ogni uomo forte raggiunge immancabilmente
ciò che il suo vero io gli ordina di volere.

---------------------------------

  L'amore non bisogna implorarlo e nemmeno esigerlo.
L'amore deve avere la forza di attingere la certezza in se
stesso. Allora non sarà trascinato, ma trascinerà.

---------------------------------

Per gli uomini non esiste nessunissimo dovere, tranne uno:
cercare se stessi, consolidarsi in sé, procedere a
tentativi per la propria via ovunque essa conduca. 

---------------------------------

In principio era il mito. Come il gran Dio aveva portato la poesia
nelle anime degli Indiani, dei Greci e dei Tedeschi,
lottando per farle giungere alla parola, così seguitava a poetare,
giorno dopo giorno, nell'animo di ogni bambino. 



---------------------------------

Tutto il visibile è espressione, tutta la natura è immagine,
è linguaggio e colorato geroglifico.

 Nonostante una scienza della natura molto evoluta,
oggi non siamo affatto ben preparati, né educati ad una corretta osservazione e, rispetto alla natura, ci troviamo piuttosto sul piede di guerra.

---------------------------------

La solitudine è indipendenza: l'avevo desiderata
e me l'ero conquistata in tanti anni. 

Era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa,
meravigliosamente silenziosa e grande come lo spazio freddo
e silente nel quale girano gli astri.

---------------------------------

Due persone possono andare d'accordissimo, parlare di tutto ed essere vicine.
Ma le loro anime sono come fiori, ciascuno ha la sua radice in un determinato posto e nessuno può avvicinarsi troppo all'altro senza abbandonare la sua radice, cosa peraltro impossibile. 

I fiori effondano il loro profumo e spargono il loro seme perché vorrebbero avvicinarsi, ma il fiore non può fare niente perché il seme giunga nel posto giusto;
tocca al vento che va e viene come vuole.


venerdì 29 maggio 2026

Egoismo e felicità: perché vivere solo per sé porta all'infelicità



Nel dibattito contemporaneo si sente spesso parlare di “egoismo sano”. 
Con questa espressione si intende generalmente la capacità di tutelare i propri interessi, di stabilire limiti nelle relazioni e di non annullare sé stessi per soddisfare continuamente le richieste altrui.

In molti casi, tale formula nasce dalla giusta esigenza di valorizzare la cura di sé e di contrastare forme di sacrificio eccessivo che possono condurre all’esaurimento emotivo o alla perdita della propria identità. 

Tuttavia, se si analizza con attenzione il significato dell’egoismo, emerge una difficoltà concettuale: può davvero esistere un egoismo che sia sano? 

Oppure l’espressione stessa contiene una contraddizione, poiché attribuisce una qualità positiva a un atteggiamento che, per sua natura, tende a chiudere l’individuo entro i confini del proprio io?

Per affrontare questa questione è necessario chiarire innanzitutto che cosa si intenda per egoismo. 

L’egoismo non consiste semplicemente nel prendersi cura di sé. 

Esso è piuttosto una disposizione interiore che pone il proprio interesse al di sopra di ogni altra considerazione. 

L’egoista valuta persone, situazioni e relazioni principalmente in funzione dell’utilità che possono offrirgli.

In questo senso, il centro della sua esistenza non è il bene in quanto tale, ma il vantaggio personale. 

L’io diventa il criterio ultimo di giudizio, e tutto ciò che non contribuisce alla sua gratificazione tende a perdere valore.

Questa struttura mentale produce inevitabilmente una forma di chiusura. L’egoismo, infatti, è intrinsecamente autoreferenziale. 

Esso non permette di guardare il mondo nella sua complessità, perché ogni realtà viene filtrata attraverso il prisma dei propri bisogni e desideri. 

L’altro non è più riconosciuto come una persona dotata di una dignità autonoma, ma come uno strumento, un ostacolo o una risorsa utile al perseguimento dei propri obiettivi.

In tal modo, la relazione perde il suo carattere reciproco e si trasforma in un rapporto asimmetrico, nel quale l’interesse personale occupa una posizione dominante.

Da questo punto di vista, l’egoismo rappresenta una deformazione dello sguardo sulla realtà. 

Chi è dominato dall’ego tende a sopravvalutare i propri problemi, le proprie esigenze e le proprie aspettative.

Tutto assume proporzioni alterate perché il punto di riferimento rimane sempre e soltanto sé stesso. 

Mentre una persona capace di decentrarsi riesce a cogliere la pluralità delle prospettive e a riconoscere i bisogni altrui, l’egoista rimane imprigionato entro i limiti del proprio orizzonte. 

La sua visione dell’esistenza diventa inevitabilmente parziale e sproporzionata.

È importante distinguere questa condizione dalla legittima cura di sé. 

Prendersi cura di sé non significa infatti porre il proprio interesse sopra ogni cosa. 

Significa piuttosto riconoscere il proprio valore come persona, sviluppare le proprie capacità, proteggere la propria integrità fisica e psicologica e perseguire il proprio bene autentico.

La cura di sé è compatibile con la generosità, con la responsabilità e con il rispetto degli altri. 

L’egoismo, invece, nasce quando il rapporto con sé stessi degenera in un’esaltazione dell’io e in una continua ricerca di gratificazione.

La differenza emerge chiaramente osservando la voce interiore che guida questi due atteggiamenti. 

La cura di sé invita alla crescita, alla disciplina e al miglioramento personale

Essa può richiedere sacrificio, pazienza e capacità di rinunciare a piaceri immediati in vista di un bene più grande.

L’ego, al contrario, cerca soprattutto conferme. 

Chiede riconoscimento, approvazione e attenzione. Non spinge a diventare migliori, ma a sentirsi importanti. 

Non incoraggia il superamento dei propri limiti, bensì la protezione della propria immagine. 

Per questo motivo la sua logica è spesso incompatibile con un autentico percorso di maturazione morale.

Da una prospettiva etica, il problema dell’egoismo diventa ancora più evidente. 

Le grandi tradizioni filosofiche e religiose hanno quasi sempre individuato nella capacità di trascendere sé stessi una delle condizioni fondamentali della realizzazione umana.

Aristotele sosteneva che la virtù consiste nel trovare la giusta misura tra gli estremi e nel coltivare disposizioni che favoriscano il bene comune. 

La tradizione cristiana ha posto al centro l’amore per il prossimo come completamento dell’amore per sé. 

Anche molte correnti del pensiero contemporaneo insistono sul fatto che l’identità personale si costruisce nella relazione e nel riconoscimento reciproco.

In tutte queste prospettive, l’essere umano non si realizza chiudendosi in sé stesso, ma aprendosi a qualcosa che supera il proprio interesse immediato.

L’egoismo si oppone precisamente a questo movimento di apertura. 

Esso rinchiude l’individuo in una spirale di autoaffermazione che, alla lunga, diventa sterile. 

Chi cerca costantemente di essere al centro dell’attenzione finisce per dipendere dal giudizio degli altri. 

Chi desidera sempre ottenere vantaggi personali rischia di impoverire le proprie relazioni. 

Chi misura ogni cosa in termini di utilità perde progressivamente la capacità di apprezzare il valore gratuito delle persone e delle esperienze. 

In questo senso, l’egoismo non danneggia soltanto gli altri, ma danneggia anche chi lo pratica.

Esiste infatti un paradosso profondo nell’atteggiamento egoistico. 

L’individuo che cerca continuamente di soddisfare sé stesso spesso si priva proprio di ciò che potrebbe renderlo veramente felice.

Le esperienze umane più significative — l’amicizia, l’amore, la solidarietà, la fiducia reciproca — nascono da una disponibilità a uscire da sé e a incontrare l’altro. 

Nessuna di esse può svilupparsi pienamente in un contesto dominato esclusivamente dal calcolo dell’interesse personale.

L’egoista desidera ricevere, ma fatica a donare; cerca vicinanza, ma teme la vulnerabilità che ogni autentica relazione comporta. 

Così, nel tentativo di proteggere sé stesso, finisce spesso per isolarsi.

Alla luce di queste considerazioni, l’espressione “egoismo sano” appare problematica e fuorviante. 

Ciò che può essere sano è una corretta cura di sé, fondata sull’equilibrio, sulla consapevolezza dei propri bisogni e sul rispetto della propria dignità. 

L’egoismo, invece, rappresenta sempre una forma di eccesso. 

È un dislivello che altera il rapporto con gli altri e con sé stessi, trasformando il desiderio legittimo di realizzazione personale in una forma di idolatria dell’io. 

Lungi dall’essere una manifestazione di autentico amore verso sé stessi, esso costituisce una deviazione che impoverisce la vita morale e relazionale.

Per questa ragione, l’egoismo non può essere considerato una virtù né una condizione di equilibrio. 

La salute interiore non nasce dall’esaltazione del proprio io, ma dalla capacità di armonizzare l’attenzione verso sé stessi con l’apertura agli altri. 

Solo quando l’individuo riesce a superare la centralità assoluta del proprio interesse può costruire relazioni autentiche e sviluppare una personalità veramente matura. 

In questo senso, l’egoismo non è mai “sano”: esso rimane sempre una sproporzione che limita la possibilità di una piena e autentica realizzazione umana.


*Spunto tratto dal 3^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 



Leggi anche: La filosofia raccontata (di Luigi Squeo)
oppure

Diventa ciò che sei (di Luigi Squeo)

Caricamento articoli...

venerdì 22 maggio 2026

Martin Buber e il significato del "Tu" nelle relazioni umane



Nel cortile silenzioso di una vecchia biblioteca, sotto un pergolato attraversato dalla luce del tramonto, un giovane discepolo sedeva davanti al suo maestro. 

Attorno a loro, il mondo sembrava sospeso: il rumore lontano della città arrivava attenuato, come se quel luogo appartenesse a un tempo diverso.

Il discepolo aveva tra le mani un libro consunto. Lo richiuse lentamente.

«Maestro,» disse, «ho letto alcune pagine di Franz Rosenzweig, ma mi sembrano dense come una foresta. Comprendo parole isolate: Dio, uomo, mondo, redenzione… eppure mi sfugge il loro legame. Perché la sua filosofia appare tanto diversa da quella degli altri pensatori moderni?»

Il sapiente sorrise appena.

«Perché Rosenzweig non voleva costruire un sistema che imprigionasse la vita. Egli diffidava dei sistemi filosofici che pretendono di spiegare tutto. Pensava soprattutto a Hegel, alla grande idea secondo cui l’intera realtà può essere ricondotta a un unico processo razionale.»

«E non è forse ciò che la filosofia ha sempre cercato?» domandò il giovane.

«Sì,» rispose il maestro, «ma Rosenzweig vide un pericolo in questa ambizione. Quando si riduce tutto a un concetto universale, si rischia di cancellare l’individuo concreto. L’uomo reale, con la sua paura, il suo amore, la sua morte, scompare dietro le astrazioni.»

Il discepolo abbassò lo sguardo.

«La morte… Ho letto che per Rosenzweig è un punto decisivo.»

«Esatto. Egli parte dall’esperienza della mortalità. Non dà un’idea astratta dell’essere, ma dal terrore concreto della morte. L’uomo sa di dover morire, e questa consapevolezza spezza ogni illusione filosofica di totalità.»

«Perché?»

«Perché nessun sistema può togliere all’uomo la sua angoscia personale. Se io morirò, non mi consola sapere che lo Spirito universale continua il suo cammino nella storia. La mia morte resta mia.»

Il giovane rimase in silenzio per qualche istante.

«Dunque Rosenzweig rifiuta la filosofia?»

«No. Egli vuole salvarla dall’astrazione. Vuole riportarla alla vita. Per questo, nella sua opera più importante, La stella della redenzione, descrive tre realtà originarie: Dio, il mondo e l’uomo.»

«Tre realtà separate?»

«Originariamente sì. Rosenzweig insiste sul fatto che nessuna di esse può essere ridotta alle altre. Dio non è semplicemente il mondo. L’uomo non è soltanto una parte del cosmo. E il mondo non è un’illusione dello spirito.»

«Allora come entrano in relazione?»

Il sapiente prese una foglia caduta dal pergolato e la osservò controluce.

«Attraverso eventi viventi. Non mediante deduzioni logiche. Rosenzweig parla di creazione, rivelazione e redenzione.»

«Spiegatemeli.»

«La creazione è il rapporto tra Dio e il mondo. Il mondo non è eterno né autosufficiente: nasce da un atto divino. La rivelazione è il rapporto tra Dio e l’uomo. Qui sta uno dei nuclei più profondi del suo pensiero.»

«Che cos’è la rivelazione per lui?»

«Non anzitutto una dottrina. Non un insieme di verità teoriche. È un evento d’amore.»

Il discepolo sollevò gli occhi, sorpreso.

«Un evento d’amore?»

«Sì. Rosenzweig immagina la rivelazione come un dialogo in cui Dio chiama l’uomo. Non gli parla come una forza cosmica impersonale, ma come un “Tu”. L’uomo scopre sé stesso nel momento in cui viene chiamato.»

«Questo ricorda Martin Buber.»

«Infatti erano vicini. Entrambi attribuiscono centralità alla relazione dialogica. Ma Rosenzweig insiste particolarmente sul carattere temporale e drammatico dell’incontro.»

«Drammatico?»

«Perché la rivelazione sconvolge l’uomo. Lo costringe a uscire dalla chiusura del proprio io. Quando Dio dice “Tu”, l’uomo comprende di essere amato e, nello stesso tempo, chiamato alla responsabilità.»

«Responsabilità verso chi?»

«Verso il mondo e verso gli altri uomini. Ed ecco il terzo movimento: la redenzione.»

Il giovane si sporse leggermente in avanti.

«La redenzione non riguarda soltanto l’aldilà?»

«Per Rosenzweig no. Essa comincia qui, nel tempo. Ogni atto autentico d’amore contribuisce alla redenzione del mondo. Non è un evento puramente futuro, ma un processo che attraversa la storia.»

«Quindi l’uomo partecipa alla redenzione?»

«Esattamente. Attraverso la parola, l’ascolto, il legame con l’altro. Rosenzweig pensa che il mondo non sia compiuto una volta per tutte. Esso attende ancora una trasfigurazione.»

Il discepolo rifletté a lungo.

«Mi sembra allora una filosofia profondamente religiosa.»

«Lo è. Ma non nel senso di una semplice apologetica. Rosenzweig non usa la filosofia per dimostrare la religione. Piuttosto, lascia che l’esperienza religiosa trasformi il modo stesso di filosofare.»

«È per questo che il suo stile è così particolare?»

«Sì. La stella della redenzione non è costruita come un trattato lineare. È quasi un percorso spirituale. Rosenzweig voleva che il lettore attraversasse un’esperienza, non soltanto una catena di argomenti.»

Il vento mosse lentamente le foglie del pergolato.

«Maestro,» disse il giovane, «c’è una cosa che ancora non comprendo. Perché Rosenzweig attribuisce tanta importanza al linguaggio?»

Il sapiente sorrise.

«Perché il linguaggio è il luogo dell’incontro. I sistemi filosofici tradizionali parlavano spesso dell’uomo come di un oggetto da analizzare. Rosenzweig invece parte dalla parola viva, dal dialogo. L’uomo esiste veramente quando risponde a una chiamata.»

«Quindi la verità non è soltanto pensata, ma anche pronunciata?»

«Esatto. E ascoltata anche. La verità accade nella relazione.»

Il discepolo rimase assorto.

«Comprendo ora perché Rosenzweig si opponesse alla filosofia totalizzante. Se tutto viene assorbito in un sistema, il dialogo muore.»

«Hai colto il punto essenziale,» disse il maestro. «Per Rosenzweig la realtà è fatta di incontri vivi, non di concetti chiusi. Dio, uomo e mondo restano distinti, e proprio per questo possono entrare in relazione.»

«E la stella presente nel titolo della sua opera, che significato ha?»

«È il simbolo dell’intreccio tra questi elementi. Una figura composta da triangoli che si intersecano. Non un cerchio chiuso, ma una forma aperta, dinamica.»

Il sole stava ormai tramontando. La biblioteca dietro di loro si era fatta scura.

«Maestro,» mormorò il giovane, «questa filosofia mi sembra meno una teoria e più un invito.»

«Lo è. Rosenzweig non voleva soltanto spiegare il mondo. Voleva insegnare all’uomo a vivere nel dialogo, nell’ascolto e nella responsabilità.»

«E credete che il mondo moderno possa ancora ascoltare una voce simile?»

Il sapiente guardò il cielo, dove apparivano le prime stelle.

«Finché esisterà un uomo capace di rivolgersi all’altro dicendo veramente “tu”, il pensiero di Rosenzweig non sarà morto.»


*Spunto tratto dal 1^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 



oppure


 

Caricamento articoli...