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Un percorso dedicato alle grandi domande dell'esistenza, alle relazioni umane e ai racconti che trasformano le idee in esperienza.

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venerdì 3 luglio 2026

L'essere umano è naturalmente egoista?



Una delle domande più antiche e affascinanti della filosofia riguarda la natura stessa dell'essere umano: siamo naturalmente egoisti oppure possediamo una spontanea inclinazione alla cooperazione e all'altruismo? 

La questione attraversa secoli di riflessione filosofica, psicologica e scientifica e continua ancora oggi a suscitare dibattiti accesi. 

In fondo, dalla risposta che diamo a questa domanda dipende il modo in cui interpretiamo la società, la morale, l'educazione e persino il significato delle relazioni umane.

Osservando il comportamento quotidiano delle persone, si potrebbero trovare facilmente argomenti a favore dell'egoismo naturale. 

La competizione per il successo, il desiderio di possedere più beni, la ricerca del prestigio sociale e la tendenza a mettere i propri interessi al primo posto sembrano suggerire che l'essere umano sia guidato principalmente dall'amore per se stesso. 

Molti episodi della storia, dalle guerre alle lotte per il potere, sembrano confermare questa interpretazione pessimistica della natura umana.

Uno dei più celebri sostenitori di questa visione fu il filosofo inglese Thomas Hobbes. 

leggi: l'essere umano è mosso da desideri egoistici

Secondo Hobbes, nello stato di natura gli uomini vivrebbero in una condizione di continua competizione, caratterizzata dalla diffidenza reciproca e dalla lotta per la sopravvivenza. 

La sua famosa espressione "homo homini lupus" ("l'uomo è un lupo per l'uomo") descrive una realtà in cui ciascuno cerca di proteggere i propri interessi anche a discapito degli altri. In questa prospettiva, le leggi, lo Stato e le istituzioni sarebbero necessari proprio per contenere l'egoismo naturale degli individui.

Tuttavia, questa non è l'unica interpretazione possibile. Altri pensatori hanno sostenuto che l'essere umano possieda una predisposizione innata alla solidarietà e alla cooperazione. 

Jean-Jacques Rousseau, ad esempio, riteneva che l'uomo fosse originariamente buono e che fossero le strutture sociali, le disuguaglianze e la competizione a corromperne il carattere. 

>y;">Secondo Rousseau, la compassione e l'empatia sono qualità naturali che precedono la formazione della società e che permettono agli individui di riconoscere la sofferenza altrui.

Se guardiamo alle moderne ricerche scientifiche, scopriamo che la realtà è probabilmente più complessa di quanto immaginassero sia Hobbes sia Rousseau. 

Le neuroscienze e la psicologia evoluzionistica mostrano infatti che l'essere umano possiede contemporaneamente tendenze egoistiche e cooperative. 

Da un lato, siamo biologicamente programmati per proteggere noi stessi e garantire la nostra sopravvivenza. Dall'altro, la nostra specie si è evoluta grazie alla capacità di collaborare, condividere risorse e costruire legami sociali stabili.

Basta osservare il comportamento dei bambini molto piccoli. 

Numerosi studi hanno evidenziato che già nei primi anni di vita emergono spontaneamente comportamenti di aiuto e collaborazione. 

I bambini tendono ad aiutare gli adulti in difficoltà, a condividere oggetti e a mostrare forme elementari di empatia. 

Questi atteggiamenti sembrano indicare che la predisposizione alla cooperazione non sia soltanto il risultato dell'educazione, ma faccia parte della nostra natura più profonda.

D'altra parte, sarebbe ingenuo negare l'esistenza dell'egoismo. 

Ogni essere umano sperimenta quotidianamente desideri, interessi personali e bisogni che spesso entrano in conflitto con quelli degli altri. 

La ricerca del benessere individuale non è necessariamente negativa; anzi, rappresenta una componente fondamentale della vita. 

Senza una certa attenzione verso se stessi sarebbe difficile sopravvivere, sviluppare le proprie capacità o perseguire i propri obiettivi.

Il problema nasce quando l'attenzione verso se stessi si trasforma in indifferenza nei confronti degli altri. In questo caso l'egoismo smette di essere una semplice strategia di autoconservazione e diventa una forma di chiusura che impoverisce sia l'individuo sia la comunità. Una società composta esclusivamente da individui egoisti sarebbe infatti incapace di generare fiducia, solidarietà e collaborazione durature.

È interessante notare che persino molti comportamenti apparentemente altruistici possono contenere una componente egoistica. 

Quando aiutiamo qualcuno, spesso proviamo soddisfazione, gratificazione o un senso di benessere interiore. 

Alcuni filosofi hanno quindi sostenuto che l'altruismo puro non esista e che ogni azione umana sia, in ultima analisi, motivata da un interesse personale. 

Tuttavia, questa conclusione potrebbe essere troppo radicale. Il fatto che un gesto altruistico produca anche una gratificazione personale non significa necessariamente che sia stato compiuto esclusivamente per interesse.

Forse il vero errore consiste nel pensare egoismo e altruismo come due realtà completamente separate. Nella vita concreta, le due dimensioni si intrecciano continuamente. 

Amiamo gli altri e, allo stesso tempo, desideriamo essere amati. 

Aiutiamo e desideriamo sentirci utili. 

Collaboriamo perché comprendiamo che il benessere collettivo favorisce anche il nostro. 

L'essere umano sembra quindi muoversi costantemente tra l'interesse personale e l'apertura verso gli altri.

Da un punto di vista evolutivo, questa combinazione appare perfettamente sensata. 

Una specie composta soltanto da individui egoisti difficilmente avrebbe potuto sviluppare comunità stabili e organizzate. 

Al contrario, una specie completamente altruista avrebbe rischiato di sacrificare la propria sopravvivenza individuale. 

L'evoluzione sembra aver favorito un equilibrio dinamico tra queste due tendenze.

Anche la cultura svolge un ruolo decisivo. 

Le società possono incoraggiare la competizione estrema oppure valorizzare la cooperazione e la solidarietà. 

Le istituzioni, l'educazione e i modelli culturali influenzano profondamente il modo in cui le predisposizioni naturali vengono espresse. 

In altre parole, la natura umana fornisce alcune possibilità di base, ma è il contesto sociale a determinarne in larga misura lo sviluppo.

Forse, allora, la domanda iniziale non dovrebbe essere se l'essere umano sia naturalmente egoista oppure altruista. 

Più correttamente dovremmo chiederci quale delle due tendenze scegliamo di coltivare. 

Dentro ciascuno di noi convivono infatti impulsi contrastanti: il desiderio di affermare noi stessi e quello di entrare in relazione con gli altri; l'istinto di conservazione e la capacità di sacrificio; la ricerca del vantaggio personale e il bisogno di appartenenza.

La grande sfida della civiltà consiste proprio nel creare le condizioni affinché la cooperazione prevalga sulla competizione distruttiva. 

Non perché l'egoismo possa essere eliminato, ma perché esso possa essere integrato in una visione più ampia della vita umana. 

In fondo, la nostra esperienza quotidiana mostra che nessuno è veramente autosufficiente. 

Viviamo grazie a una rete di relazioni, dipendenze reciproche e collaborazioni che rendono possibile la nostra esistenza.

L'essere umano, quindi, non sembra essere naturalmente egoista nel senso assoluto del termine. 

È piuttosto un essere complesso, capace sia di egoismo sia di altruismo, continuamente sospeso tra l'interesse personale e la responsabilità verso gli altri. 

Comprendere questa duplice natura significa forse comprendere qualcosa di essenziale su ciò che siamo: creature che cercano il proprio bene, ma che possono realizzarlo pienamente solo all'interno di una comunità di altri esseri umani.



*Consiglio per la lettura "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 5 di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

💭 Tu cosa ne pensi? Scrivilo nei commenti.

 

venerdì 29 maggio 2026

Egoismo e felicità: perché vivere solo per sé porta all'infelicità



Nel dibattito contemporaneo si sente spesso parlare di “egoismo sano”. 
Con questa espressione si intende generalmente la capacità di tutelare i propri interessi, di stabilire limiti nelle relazioni e di non annullare sé stessi per soddisfare continuamente le richieste altrui.

In molti casi, tale formula nasce dalla giusta esigenza di valorizzare la cura di sé e di contrastare forme di sacrificio eccessivo che possono condurre all’esaurimento emotivo o alla perdita della propria identità. 

Tuttavia, se si analizza con attenzione il significato dell’egoismo, emerge una difficoltà concettuale: può davvero esistere un egoismo che sia sano? 

Oppure l’espressione stessa contiene una contraddizione, poiché attribuisce una qualità positiva a un atteggiamento che, per sua natura, tende a chiudere l’individuo entro i confini del proprio io?

Per affrontare questa questione è necessario chiarire innanzitutto che cosa si intenda per egoismo. 

L’egoismo non consiste semplicemente nel prendersi cura di sé. 

Esso è piuttosto una disposizione interiore che pone il proprio interesse al di sopra di ogni altra considerazione. 

L’egoista valuta persone, situazioni e relazioni principalmente in funzione dell’utilità che possono offrirgli.

In questo senso, il centro della sua esistenza non è il bene in quanto tale, ma il vantaggio personale. 

L’io diventa il criterio ultimo di giudizio, e tutto ciò che non contribuisce alla sua gratificazione tende a perdere valore.

Questa struttura mentale produce inevitabilmente una forma di chiusura. L’egoismo, infatti, è intrinsecamente autoreferenziale. 

Esso non permette di guardare il mondo nella sua complessità, perché ogni realtà viene filtrata attraverso il prisma dei propri bisogni e desideri. 

L’altro non è più riconosciuto come una persona dotata di una dignità autonoma, ma come uno strumento, un ostacolo o una risorsa utile al perseguimento dei propri obiettivi.

In tal modo, la relazione perde il suo carattere reciproco e si trasforma in un rapporto asimmetrico, nel quale l’interesse personale occupa una posizione dominante.

Da questo punto di vista, l’egoismo rappresenta una deformazione dello sguardo sulla realtà. 

Chi è dominato dall’ego tende a sopravvalutare i propri problemi, le proprie esigenze e le proprie aspettative.

Tutto assume proporzioni alterate perché il punto di riferimento rimane sempre e soltanto sé stesso. 

Mentre una persona capace di decentrarsi riesce a cogliere la pluralità delle prospettive e a riconoscere i bisogni altrui, l’egoista rimane imprigionato entro i limiti del proprio orizzonte. 

La sua visione dell’esistenza diventa inevitabilmente parziale e sproporzionata.

È importante distinguere questa condizione dalla legittima cura di sé. 

Prendersi cura di sé non significa infatti porre il proprio interesse sopra ogni cosa. 

Significa piuttosto riconoscere il proprio valore come persona, sviluppare le proprie capacità, proteggere la propria integrità fisica e psicologica e perseguire il proprio bene autentico.

La cura di sé è compatibile con la generosità, con la responsabilità e con il rispetto degli altri. 

L’egoismo, invece, nasce quando il rapporto con sé stessi degenera in un’esaltazione dell’io e in una continua ricerca di gratificazione.

La differenza emerge chiaramente osservando la voce interiore che guida questi due atteggiamenti. 

La cura di sé invita alla crescita, alla disciplina e al miglioramento personale

Essa può richiedere sacrificio, pazienza e capacità di rinunciare a piaceri immediati in vista di un bene più grande.

L’ego, al contrario, cerca soprattutto conferme. 

Chiede riconoscimento, approvazione e attenzione. Non spinge a diventare migliori, ma a sentirsi importanti. 

Non incoraggia il superamento dei propri limiti, bensì la protezione della propria immagine. 

Per questo motivo la sua logica è spesso incompatibile con un autentico percorso di maturazione morale.

Da una prospettiva etica, il problema dell’egoismo diventa ancora più evidente. 

Le grandi tradizioni filosofiche e religiose hanno quasi sempre individuato nella capacità di trascendere sé stessi una delle condizioni fondamentali della realizzazione umana.

Aristotele sosteneva che la virtù consiste nel trovare la giusta misura tra gli estremi e nel coltivare disposizioni che favoriscano il bene comune. 

La tradizione cristiana ha posto al centro l’amore per il prossimo come completamento dell’amore per sé. 

Anche molte correnti del pensiero contemporaneo insistono sul fatto che l’identità personale si costruisce nella relazione e nel riconoscimento reciproco.

In tutte queste prospettive, l’essere umano non si realizza chiudendosi in sé stesso, ma aprendosi a qualcosa che supera il proprio interesse immediato.

L’egoismo si oppone precisamente a questo movimento di apertura. 

Esso rinchiude l’individuo in una spirale di autoaffermazione che, alla lunga, diventa sterile. 

Chi cerca costantemente di essere al centro dell’attenzione finisce per dipendere dal giudizio degli altri. 

Chi desidera sempre ottenere vantaggi personali rischia di impoverire le proprie relazioni. 

Chi misura ogni cosa in termini di utilità perde progressivamente la capacità di apprezzare il valore gratuito delle persone e delle esperienze. 

In questo senso, l’egoismo non danneggia soltanto gli altri, ma danneggia anche chi lo pratica.

Esiste infatti un paradosso profondo nell’atteggiamento egoistico. 

L’individuo che cerca continuamente di soddisfare sé stesso spesso si priva proprio di ciò che potrebbe renderlo veramente felice.

Le esperienze umane più significative — l’amicizia, l’amore, la solidarietà, la fiducia reciproca — nascono da una disponibilità a uscire da sé e a incontrare l’altro. 

Nessuna di esse può svilupparsi pienamente in un contesto dominato esclusivamente dal calcolo dell’interesse personale.

L’egoista desidera ricevere, ma fatica a donare; cerca vicinanza, ma teme la vulnerabilità che ogni autentica relazione comporta. 

Così, nel tentativo di proteggere sé stesso, finisce spesso per isolarsi.

Alla luce di queste considerazioni, l’espressione “egoismo sano” appare problematica e fuorviante. 

Ciò che può essere sano è una corretta cura di sé, fondata sull’equilibrio, sulla consapevolezza dei propri bisogni e sul rispetto della propria dignità. 

L’egoismo, invece, rappresenta sempre una forma di eccesso. 

È un dislivello che altera il rapporto con gli altri e con sé stessi, trasformando il desiderio legittimo di realizzazione personale in una forma di idolatria dell’io. 

Lungi dall’essere una manifestazione di autentico amore verso sé stessi, esso costituisce una deviazione che impoverisce la vita morale e relazionale.

Per questa ragione, l’egoismo non può essere considerato una virtù né una condizione di equilibrio. 

La salute interiore non nasce dall’esaltazione del proprio io, ma dalla capacità di armonizzare l’attenzione verso sé stessi con l’apertura agli altri. 

Solo quando l’individuo riesce a superare la centralità assoluta del proprio interesse può costruire relazioni autentiche e sviluppare una personalità veramente matura. 

In questo senso, l’egoismo non è mai “sano”: esso rimane sempre una sproporzione che limita la possibilità di una piena e autentica realizzazione umana.


*Spunto tratto dal 3^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 



Leggi anche: La filosofia raccontata (di Luigi Squeo)
oppure

Diventa ciò che sei (di Luigi Squeo)

venerdì 22 maggio 2026

Martin Buber e il significato del "Tu" nelle relazioni umane


Nel cortile silenzioso di una vecchia biblioteca, sotto un pergolato attraversato dalla luce del tramonto, un giovane discepolo sedeva davanti al suo maestro. 

Attorno a loro, il mondo sembrava sospeso: il rumore lontano della città arrivava attenuato, come se quel luogo appartenesse a un tempo diverso.

Il discepolo aveva tra le mani un libro consunto. Lo richiuse lentamente.

«Maestro,» disse, «ho letto alcune pagine di Franz Rosenzweig, ma mi sembrano dense come una foresta. Comprendo parole isolate: Dio, uomo, mondo, redenzione… eppure mi sfugge il loro legame. Perché la sua filosofia appare tanto diversa da quella degli altri pensatori moderni?»

Il sapiente sorrise appena.

«Perché Rosenzweig non voleva costruire un sistema che imprigionasse la vita. Egli diffidava dei sistemi filosofici che pretendono di spiegare tutto. Pensava soprattutto a Hegel, alla grande idea secondo cui l’intera realtà può essere ricondotta a un unico processo razionale.»

«E non è forse ciò che la filosofia ha sempre cercato?» domandò il giovane.

«Sì,» rispose il maestro, «ma Rosenzweig vide un pericolo in questa ambizione. Quando si riduce tutto a un concetto universale, si rischia di cancellare l’individuo concreto. L’uomo reale, con la sua paura, il suo amore, la sua morte, scompare dietro le astrazioni.»

Il discepolo abbassò lo sguardo.

«La morte… Ho letto che per Rosenzweig è un punto decisivo.»

«Esatto. Egli parte dall’esperienza della mortalità. Non dà un’idea astratta dell’essere, ma dal terrore concreto della morte. L’uomo sa di dover morire, e questa consapevolezza spezza ogni illusione filosofica di totalità.»

«Perché?»

«Perché nessun sistema può togliere all’uomo la sua angoscia personale. Se io morirò, non mi consola sapere che lo Spirito universale continua il suo cammino nella storia. La mia morte resta mia.»

Il giovane rimase in silenzio per qualche istante.

«Dunque Rosenzweig rifiuta la filosofia?»

«No. Egli vuole salvarla dall’astrazione. Vuole riportarla alla vita. Per questo, nella sua opera più importante, La stella della redenzione, descrive tre realtà originarie: Dio, il mondo e l’uomo.»

«Tre realtà separate?»

«Originariamente sì. Rosenzweig insiste sul fatto che nessuna di esse può essere ridotta alle altre. Dio non è semplicemente il mondo. L’uomo non è soltanto una parte del cosmo. E il mondo non è un’illusione dello spirito.»

«Allora come entrano in relazione?»

Il sapiente prese una foglia caduta dal pergolato e la osservò controluce.

«Attraverso eventi viventi. Non mediante deduzioni logiche. Rosenzweig parla di creazione, rivelazione e redenzione.»

«Spiegatemeli.»

«La creazione è il rapporto tra Dio e il mondo. Il mondo non è eterno né autosufficiente: nasce da un atto divino. La rivelazione è il rapporto tra Dio e l’uomo. Qui sta uno dei nuclei più profondi del suo pensiero.»

«Che cos’è la rivelazione per lui?»

«Non anzitutto una dottrina. Non un insieme di verità teoriche. È un evento d’amore.»

Il discepolo sollevò gli occhi, sorpreso.

«Un evento d’amore?»

«Sì. Rosenzweig immagina la rivelazione come un dialogo in cui Dio chiama l’uomo. Non gli parla come una forza cosmica impersonale, ma come un “Tu”. L’uomo scopre sé stesso nel momento in cui viene chiamato.»

«Questo ricorda Martin Buber.»

«Infatti erano vicini. Entrambi attribuiscono centralità alla relazione dialogica. Ma Rosenzweig insiste particolarmente sul carattere temporale e drammatico dell’incontro.»

«Drammatico?»

«Perché la rivelazione sconvolge l’uomo. Lo costringe a uscire dalla chiusura del proprio io. Quando Dio dice “Tu”, l’uomo comprende di essere amato e, nello stesso tempo, chiamato alla responsabilità.»

«Responsabilità verso chi?»

«Verso il mondo e verso gli altri uomini. Ed ecco il terzo movimento: la redenzione.»

Il giovane si sporse leggermente in avanti.

«La redenzione non riguarda soltanto l’aldilà?»

«Per Rosenzweig no. Essa comincia qui, nel tempo. Ogni atto autentico d’amore contribuisce alla redenzione del mondo. Non è un evento puramente futuro, ma un processo che attraversa la storia.»

«Quindi l’uomo partecipa alla redenzione?»

«Esattamente. Attraverso la parola, l’ascolto, il legame con l’altro. Rosenzweig pensa che il mondo non sia compiuto una volta per tutte. Esso attende ancora una trasfigurazione.»

Il discepolo rifletté a lungo.

«Mi sembra allora una filosofia profondamente religiosa.»

«Lo è. Ma non nel senso di una semplice apologetica. Rosenzweig non usa la filosofia per dimostrare la religione. Piuttosto, lascia che l’esperienza religiosa trasformi il modo stesso di filosofare.»

«È per questo che il suo stile è così particolare?»

«Sì. La stella della redenzione non è costruita come un trattato lineare. È quasi un percorso spirituale. Rosenzweig voleva che il lettore attraversasse un’esperienza, non soltanto una catena di argomenti.»

Il vento mosse lentamente le foglie del pergolato.

«Maestro,» disse il giovane, «c’è una cosa che ancora non comprendo. Perché Rosenzweig attribuisce tanta importanza al linguaggio?»

Il sapiente sorrise.

«Perché il linguaggio è il luogo dell’incontro. I sistemi filosofici tradizionali parlavano spesso dell’uomo come di un oggetto da analizzare. Rosenzweig invece parte dalla parola viva, dal dialogo. L’uomo esiste veramente quando risponde a una chiamata.»

«Quindi la verità non è soltanto pensata, ma anche pronunciata?»

«Esatto. E ascoltata anche. La verità accade nella relazione.»

Il discepolo rimase assorto.

«Comprendo ora perché Rosenzweig si opponesse alla filosofia totalizzante. Se tutto viene assorbito in un sistema, il dialogo muore.»

«Hai colto il punto essenziale,» disse il maestro. «Per Rosenzweig la realtà è fatta di incontri vivi, non di concetti chiusi. Dio, uomo e mondo restano distinti, e proprio per questo possono entrare in relazione.»

«E la stella presente nel titolo della sua opera, che significato ha?»

«È il simbolo dell’intreccio tra questi elementi. Una figura composta da triangoli che si intersecano. Non un cerchio chiuso, ma una forma aperta, dinamica.»

Il sole stava ormai tramontando. La biblioteca dietro di loro si era fatta scura.

«Maestro,» mormorò il giovane, «questa filosofia mi sembra meno una teoria e più un invito.»

«Lo è. Rosenzweig non voleva soltanto spiegare il mondo. Voleva insegnare all’uomo a vivere nel dialogo, nell’ascolto e nella responsabilità.»

«E credete che il mondo moderno possa ancora ascoltare una voce simile?»

Il sapiente guardò il cielo, dove apparivano le prime stelle.

«Finché esisterà un uomo capace di rivolgersi all’altro dicendo veramente “tu”, il pensiero di Rosenzweig non sarà morto.»


*Spunto tratto dal 1^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 



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lunedì 11 maggio 2026

Il paradosso dell'esistenza umana: perché la tua vita non appartiene solo a te



Nel pensiero occidentale moderno siamo abituati a considerare l’essere umano come un individuo autonomo, una coscienza separata che possiede sé stessa e che, solo in un secondo momento, entra in relazione con gli altri. 

L’“io” viene spesso immaginato come una fortezza interiore: prima esiste il soggetto, poi esistono i legami. Tuttavia questa idea può essere messa radicalmente in discussione questa idea. 

La vita non appartiene mai esclusivamente al singolo, ma nasce e si sviluppa nella relazione

L’essere umano non è un’entità chiusa; è piuttosto un intreccio vivente di rapporti, dipendenze, esposizioni reciproche.

La “non-vita” dell’altro non rimane esterna a me. Se l’altro soffre, viene escluso, umiliato o privato della possibilità di vivere pienamente, qualcosa si spezza anche nella mia esistenza. 

Questo accade perché l’altro non è semplicemente un elemento aggiuntivo della mia esperienza, ma partecipa alla costituzione stessa del mio essere. 

In altre parole, io non sono mai soltanto “io”: sono sempre anche il risultato delle relazioni che mi attraversano.

Questa intuizione ha conseguenze filosofiche molto profonde. 

Significa che la vita non può essere pensata come un possesso individuale. 

Spesso diciamo “la mia vita” come se essa fosse una proprietà privata, qualcosa che appartiene esclusivamente a me. Ma questa idea sia in parte illusoria. 

La vita è piuttosto un evento condiviso, qualcosa che accade nello spazio della reciprocità. 

Io vivo attraverso il linguaggio ricevuto dagli altri, attraverso l’affetto, l’educazione, il riconoscimento sociale, la memoria collettiva. Nessuno nasce da sé stesso. Fin dall’inizio siamo immersi in una rete di dipendenze.

Basta pensare alla condizione del neonato: senza la cura dell’altro non potrebbe sopravvivere. 

Ma questa dipendenza originaria non scompare mai del tutto. 

Anche l’adulto più autonomo continua a vivere grazie a relazioni invisibili: il lavoro degli altri, la fiducia reciproca, le istituzioni, l’amicizia, l’amore. 

L’individualismo tende a nascondere questa verità fondamentale, facendo apparire il soggetto come autosufficiente. 

In realtà, ogni identità è relazionale.

Da qui emerge un apspetto drammatico: se l’altro non vive, anche la mia vita diventa problematica. 

La sofferenza o la negazione dell’altro non rappresentano semplicemente un evento esterno che posso osservare con distacco. 

Esse producono una ferita nella struttura stessa della mia esistenza. Questo tema appare evidente nelle grandi tragedie storiche: guerre, genocidi, schiavitù, emarginazione sociale. 

Quando una società tollera che alcuni esseri umani vengano ridotti alla “non-vita”, anche la vita dei privilegiati perde qualcosa della propria integrità morale e spirituale.

Si potrebbe dire che ogni esclusione impoverisce il mondo comune. 

Se l’altro viene trattato come sacrificabile, allora anche la mia sicurezza diventa fragile, perché viene meno il principio stesso della dignità condivisa. 

La vita umana non è mai isolata: è un campo di relazioni in cui ogni negazione produce effetti diffusi. 

Per questo il dolore collettivo non riguarda soltanto chi lo subisce direttamente, ma modifica l’intera esperienza del vivere.

Ecco un “paradosso ontologico”: se siamo due, come può il “due” pensarsi come uno? 

Qui viene messa in crisi l’idea classica di un soggetto unitario e compatto. 

L’io non nasce già completo; si costruisce attraverso l’incontro con l’altro. 

È grazie allo sguardo dell’altro che impariamo a riconoscerci. 

Il linguaggio stesso con cui diciamo “io” ci è stato insegnato da qualcuno. La nostra identità emerge dunque da una tensione continua tra alterità e unità.

Tuttavia questa unità resta fragile. 

L’altro non può mai essere completamente assorbito dentro di me. 

Ogni persona conserva una dimensione irriducibile, una distanza che non può essere cancellata. 

Ed è proprio questa irriducibilità a rendere autentica la relazione. Se l’altro fosse semplicemente una copia di me stesso, non esisterebbe davvero l’incontro, ma soltanto un riflesso narcisistico. 

La relazione implica invece la presenza di qualcosa che sfugge al mio controllo.

Qui emerge il concetto di “co-esistenza asimmetrica”. 

Le relazioni umane non sono mai perfettamente equilibrate. 

Io posso amare qualcuno più di quanto lui ami me; posso dipendere emotivamente da una persona che non dipende da me nello stesso modo. 

Questa asimmetria non è un difetto accidentale della relazione, ma una caratteristica fondamentale dell’esistenza. 

Vivere significa esporsi all’altro senza poter garantire reciprocità assoluta.

In questa esposizione si manifesta la vulnerabilità umana. 

Essere vivi significa poter essere feriti dalla presenza o dall’assenza dell’altro. 

La nostra fragilità non deriva soltanto dalla mortalità biologica, ma dal fatto che la nostra identità è aperta, incompleta, costitutivamente legata a qualcosa che non controlliamo pienamente. 

L’altro può sostenerci, ma può anche abbandonarci; può riconoscerci oppure negarci.

Eppure proprio questa vulnerabilità rende possibile una forma più autentica di umanità. 

Se fossimo completamente autosufficienti, non avremmo bisogno della cura, della solidarietà, della responsabilità reciproca. 

L'esistenza va ripensata. Non come indipendenza assoluta, ma come interdipendenza. 

La mia vita è sempre intrecciata con quella degli altri, e la negazione dell’altro rivela una verità nascosta: ciò che chiamavo “la mia vita” non è mai stato soltanto mio.

Questa prospettiva possiede anche un forte valore etico e politico. Se la vita è relazione, allora la giustizia non può limitarsi alla tutela dell’individuo isolato. 

Una società autenticamente umana dovrebbe preoccuparsi delle condizioni che permettono a tutti di vivere pienamente. 

Ogni esclusione sociale, economica o culturale non danneggia soltanto chi ne è vittima, ma impoverisce il tessuto comune dell’esistenza.

In definitiva, l’io non è una monade chiusa, ma un nodo fragile di rapporti. 

Vivere significa co-esistere, essere attraversati dalla presenza dell’altro e dalla possibilità della sua perdita. 

La vita, allora, non è mai pura proprietà privata: è un’esperienza condivisa, vulnerabile e incompleta, che trova il suo senso soltanto nell’incontro con ciò che non coincide con noi stessi.


*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 



Leggi anche: La filosofia raccontata (di Luigi Squeo)
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giovedì 26 marzo 2026

È possibile pensare sempre con la propria testa? (Chiaromonte)


 

Cosa significa restare fedeli alla verità in un mondo pieno di ideologie, slogan e appartenenze?
La riflessione di Nicola Chiaromonte ruota attorno a una domanda semplice ma radicale: è possibile pensare con la propria testa senza cedere alla pressione dei gruppi?

Per capirlo meglio, ecco un racconto che ne incarna la filosofia.


Racconto: l’uomo che aveva smesso di credere alle parole grandi

In una piccola città affacciata su un mare inquieto viveva Andrea, un uomo che aveva smesso di credere alle parole grandi.

Un tempo le amava: libertà, giustizia, verità. Le pronunciava con fervore, come se bastasse dirle per renderle reali. Poi erano arrivati gli anni delle promesse tradite, delle ideologie che chiedevano obbedienza invece che pensiero.

Aveva visto persone intelligenti smettere di pensare pur di appartenere.

Così aveva scelto il silenzio.

Ogni mattina si sedeva al tavolino di un caffè e osservava la piazza. Non giudicava, non interveniva. Guardava. Diceva che era l’unico modo per restare onesti.


L’incontro con chi crede ancora nelle ideologie

Un giorno arrivò in città Luca, un giovane con lo sguardo acceso.

«Perché non dice nulla?» gli chiese.

«Perché tutti parlano già troppo», rispose Andrea.

«Ma bisogna prendere posizione. Altrimenti vincono i peggiori.»

Andrea lo guardò. «Prendere posizione non significa scegliere una bandiera. Significa restare fedeli a ciò che si vede, anche quando è scomodo.»


Il dubbio: il primo passo verso la libertà

Nei giorni seguenti Luca tornò spesso. Parlava di rivoluzioni, programmi, cambiamenti.

Andrea ascoltava e poi chiedeva:

  • «Questo lo hai visto davvero?»
  • «Se ti chiedessero di negare un fatto per difendere la tua causa, lo faresti?»

Quelle domande iniziarono a incrinare le sue certezze.


Quando la realtà smentisce le idee

Una sera scoppiò una protesta. La piazza si riempì di urla e slogan.

Luca era lì, trascinato dall’entusiasmo. Poi vide un uomo a terra, colpito da qualcuno che gridava proprio le parole in cui lui credeva.

Si fermò.

Intorno a lui nessuno sembrava vedere davvero. Ognuno vedeva solo ciò che confermava la propria parte.


La lezione: la verità prima delle idee

Il giorno dopo tornò da Andrea.

«Avevano ragione… ma facevano cose sbagliate.»

Andrea annuì. «Succede quando le idee diventano più importanti della realtà.»

«Allora cosa si deve fare?»

«Credere di più a ciò che è vero, anche quando non serve a vincere. Anche quando ti lascia solo.»


Il significato della filosofia di Nicola Chiaromonte

Questo racconto riflette alcuni principi fondamentali del pensiero di Nicola Chiaromonte:

1. La verità concreta conta più delle ideologie

Non bisogna adattare i fatti alle proprie idee, ma il contrario.

2. La coscienza individuale è centrale

Nessuna causa giustifica il tradimento di ciò che sappiamo essere vero.

3. Il dubbio è una forma di libertà

Chi dubita pensa. Chi aderisce ciecamente smette di vedere.

4. Essere soli può essere necessario

La libertà intellettuale spesso implica isolamento.


Conclusione

Alla fine Luca non smise di agire.
Smise solo di farlo per appartenenza.

Iniziò a farlo con attenzione, dubbio e responsabilità.

E forse è proprio questo il cuore della lezione di Chiaromonte:
non scegliere una parte, ma restare fedeli alla realtà — anche quando è scomoda.

*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 

giovedì 19 marzo 2026

Identità, coscienza e ricerca di senso (Vergilio Ferreira)



C’è un momento, nella vita di ciascuno, in cui il ritorno smette di essere un semplice gesto fisico e diventa un’esperienza filosofica. Tornare nei luoghi dell’infanzia, rivedere gli oggetti familiari, respirare odori dimenticati: tutto questo sembra promettere una riconciliazione con ciò che siamo stati. Ma è davvero possibile tornare?

Immaginiamo Duarte, un uomo che rientra nel suo villaggio natale dopo molti anni. Il paesaggio è immutato, le case sono le stesse, persino il silenzio sembra identico. Eppure qualcosa è irrimediabilmente diverso: lui. Questo scarto tra permanenza del mondo e trasformazione dell’individuo apre una frattura fondamentale. Il ritorno, allora, non è mai un recupero, ma una presa di coscienza.

Qui emerge un nodo centrale del pensiero esistenziale: l’identità non è qualcosa di fisso, ma un processo. Duarte, davanti allo specchio della casa d’infanzia, non cerca il proprio volto — quello è evidente — ma qualcosa che sfugge alla visione immediata. Cerca sé stesso come coscienza.

Esistere non è vivere. È sapere di vivere.”

Questa intuizione segna un passaggio decisivo. Non basta essere al mondo: ciò che definisce l’umano è la consapevolezza della propria esistenza. Tuttavia, questa consapevolezza non è pacifica. Al contrario, introduce una distanza tra ciò che siamo e ciò che sappiamo di essere. In questa distanza nasce l’inquietudine, ma anche la possibilità di interrogarsi.

La casa d’infanzia diventa così un luogo simbolico: non più rifugio, ma spazio di confronto. Ogni oggetto richiama un passato che non può essere recuperato, ma solo reinterpretato. Il tempo non si lascia attraversare all’indietro; può solo essere pensato.

E allora, che cosa resta?

Resta la ricerca. Non come tentativo di trovare una risposta definitiva, ma come esperienza stessa del senso. Forse il significato della vita non è qualcosa di dato, ma qualcosa che accade nel momento in cui lo si cerca. Non una meta, ma un movimento.

Quando Duarte esce di casa, la nebbia si sta dissolvendo. Non perché il mondo sia cambiato, ma perché è cambiato il suo modo di guardarlo. È qui, forse, che si compie il vero ritorno: non verso un luogo, ma verso una nuova forma di consapevolezza.

Conclusione

Il ritorno impossibile ci insegna che l’identità non è un punto d’arrivo, ma una tensione continua tra essere e coscienza. In questa tensione si gioca l’esperienza umana più autentica: quella di cercare, senza garanzie, un senso che non è mai definitivo, ma sempre in divenire.


*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo


giovedì 19 febbraio 2026

Diventa ciò che sei (Nietzsche)

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Nietzsche ci invita a non allinearci al pensiero comune e a pensare con la nostra testa. Ci invita a vivere la vita senza tentennamenti, e saper discriminare il necessario dal superfluo, scegliere l’azione concreta rispetto a quella frivola. Il sistema sociale non è sempre trasparente nei suoi intendimenti e spinge all’omologazione.

Il superuomo di Nietzsche ci stimola a inventare nuovi linguaggi, a scrivere poesie, a dedicarci alla cultura creativa. Ci chiede di imparare a saper rispondere e confutare le tesi educatamente, ma sempre con coscienza chiara e trasparente. Tutto ciò promette l’inizio di una nuova primavera del pensiero.

Fabio Squeo


Il libro appena pubblicato riporta la grande intuizione filosofica di Nietzsche nella forma di un racconto breve da cui ogni lettore potrà apprezzare la genialità del filosofo tedesco. 

 

* Questo libro può essere richiesto in omaggio in seguito all'acquisto di almeno due volumi della collana "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo. La richiesta può pervenire tramite questo blog oppure scrivendo a squeoing2@libero.it. 

 

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