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domenica 23 agosto 2026

L'Origine dell'Umanità e l'Oro di Nibiru: Un Racconto sulla Teoria di Sitchin

 

Il metallo non rifletteva la luce del sole di Eridu, la assorbiva. 

Lord Sha-Mu osservava la superficie levigata del grande cilindro di diorite nera, l'astrolabio sferico che i sacerdoti umani chiamavano semplicemente l'Occhio del Cielo. 

Intorno a lui, la prima città della Terra respirava un vapore caldo e salmastro. 

Le acque del golfo si insinuavano tra le canne dei paludi, dove centinaia di lavoratori in argilla impastata di sudore scavavano canali con una lentezza disperante.

 

Sha-Mu sospirò, avvertendo il peso impercettibile ma costante della gravità terrestre sulle sue articolazioni. 

Questo pianeta azzurro e soffocante era una prigione di fanghiglia e oro, ben diverso dalle orbite fredde e trasparenti di Nibiru. 

Eppure, senza la polvere d'oro estratta da queste vallate fluviali, l'atmosfera del loro pianeta natio avrebbe continuato a diradarsi, lasciando passare le radiazioni mortali del cosmo profondo.

- Il ciclo si compie, Lord Sha-Mu - disse una voce profonda alle sue spalle.

Era Enki, il Grande Ingegnere, l'Anunnaki che per primo aveva messo piede tra le paludi di Mesopotamia. 

I suoi occhi, protetti da una membrana cornea opaca per filtrare l'eccessiva luce solare della Terra, fissavano la linea dell'orizzonte dove il sole calante tingeva di rosso il cielo di Sumer.

- La rotazione di questo pianeta è troppo rapida - rispose Sha-Mu, stringendo i pugni alti sopra il pettorale in lega di titanio. 

- I nostri lavoratori della prima ondata, i guerrieri Igigi, stanno scomparendo sotto il peso del lavoro nelle miniere dell'Abzu. Il caldo, la pressione, l'acqua pesante di questo luogo... non resistono più. Si ribelleranno, Enki. Se gli Igigi incrociano le braccia, Nibiru morirà nel freddo.

Enki sorrise con una sfumatura di sotterranea malinconia. Fece scorrere le dita sulle incisioni cuneiformi che ricoprivano la tavoletta di loto e quarzo che teneva nella mano sinistra. 

Non erano semplici preghiere o leggi amministrative, ma sequenze complesse, schemi di assemblaggio della vita stessa, il linguaggio del sangue e della forma che gli ingegneri genettici di Nibiru avevano decifrato millenni prima nei loro laboratori orbitali.

- Gli Igigi non dovranno scavare per sempre - disse Enki, indicando con un gesto del capo la pianura sottostante, dove un gruppo di ominidi terrestri si muoveva con andatura incerta ai margini della foresta di palme. 

- La natura di questo pianeta ha prodotto una materia prima imperfetta, ma incredibilmente flessibile. Hanno una struttura scheletrica forte, adattata alla gravità locale, e una tolleranza al calore che noi non possiederemo mai.

Sha-Mu guardò le creature primordiali. Erano bassi, coperti di folto pelo scuro, le scimmie erectus che popolavano le vallate africane e le rive dei grandi fiumi.

- Quelle bestie non riescono nemmeno a sostenere lo sguardo di uno dei nostri - disse Sha-Mu con evidente scetticismo. 

- Non comprendono l'uso del metallo, non sanno tracciare una rotta celeste. Come possono sostituire la disciplina degli Igigi nelle gallerie di estrazione?

- Non lo faranno così come sono - spiegò Enki, incamminandosi lungo i gradini della ziggurat in costruzione, le cui terrapieni di mattoni crudi salivano verso il cielo come un ponte artificiale tra due mondi. 

- Mescoleremo la loro essenza con la nostra. Verseremo il nostro codice, la scintilla della razza degli dei, nella matrice della Terra. 

Daranno forma a un lavoratore primitivo, un Lulu. Possiederanno mani in grado di impugnare il piccone, occhi capaci di distinguere la venatura dell'oro dalle rocce sterili e un cervello sufficientemente sviluppato per comprendere gli ordini, ma privo della brama di cieli lontani che tormenta noi.

La proposta di Enki non era priva di rischi. Nel consiglio dei dodici, capeggiato dal severo Enlil, le obiezioni erano state feroci. 

Creare una razza servile significava violare l'equilibrio biologico dei mondi e rischiare di seminare la ribellione sulle rive del Tigri e dell'Eufrate. 

Ma la necessità di Nibiru era assoluta. L'oro doveva fluire attraverso le navette spaziali fino alla stazione orbitale di Sippar, e da lì essere spedito durante il Shar, il grande ciclo di treomila seicento anni terrestri, quando Nibiru si avvicinava al perielio e sfiorava la fascia degli asteroidi.

Raggiunsero il cuore del complesso di Eridu, il Biti-Nam, la Casa della Creazione. 

L'interno era fresco, illuminato dalla luce fredda di tubi a fosforo arancione incassati nelle pareti di basalto. 

Al centro della stanza torreggiavano due grandi recipienti di cristallo sintetico, collegati da un reticolo di tubi in cui fluivano fluidi biologici e soluzioni minerali catalizzatrici.

Ninti, la Signora della Vita e grande medica degli Anunnaki, attendeva accanto ai banchi di lavoro. 

I suoi paramenti d'oro e ceramica brillavano nella penombra. 

Sul suo tavolo giaceva una capsula d'ebano contenente il materiale genetico prelevato da un maschio giovane di hominide, purificato e predisposto per l'innesto.

- Tutto è pronto, Enki - sussurrò Ninti con voce stanca ma fermissima. 

- Abbiamo isolato il segmento cellulare che regola lo sviluppo del cervello e la postura eretta. Se uniamo il nostro sangue a questo fango primordiale, la creatura non sarà né una bestia né un dio. 

Sarà un ponte tra due mondi. Ma chiediti, fratello mio: siamo pronti a diventare padri di una specie che un giorno guarderà le stelle e chiederà da dove viene?

Enki non rispose immediatamente. Azionò il meccanismo centrale. Un ronzio a bassa frequenza riempì la stanza mentre la luce dorata del plasma di Nibiru iniziava a fluire nei contenitori di cristallo, fondendosi con l'essenza biologica della Terra.

I giorni e i mesi nel calendario sumero si susseguirono con la consueta rapidità. 

La prima generazione di Lulu Amelu, gli uomini contrassegnati dal segno dell'argilla e del sangue divino, emerse dalle stanze d'incubazione di Ninti. 

Erano più alti dei loro antenati selvaggi, privi del folto pelo scuro, con lo sguardo acceso da una nuova e sconcertante scintilla di consapevolezza.

Sha-Mu fu incaricato di supervisionare il loro primo impiego sul campo nelle miniere meridionali dell'Abzu. 

Osservava i nuovi lavoratori mentre scendevano nelle viscere della terra armati di cunei di bronzo e ceste di vimini. 

Lavoravano in silenzio, sotto la guida degli ufficiali Igigi che finalmente potevano riposare le membra affaticate. 

Ma ciò che colpi maggiormente Sha-Mu non fu la loro efficienza fisica, bensì il modo in cui guardavano gli Anunnaki.

Quando un Anunnaki passava nei pressi dei canali o dei magazzini d'oro, i nuovi uomini non fuggivano nei boschi come le bestie, né mostravano la fredda e calcolata obbedienza dei soldati. 

Si inginocchiavano nella polvere, alzando le mani giunte al cielo in un gesto spontaneo di terrore e riverenza. 

Avevano intuito la superiorità di quei giganti giunti dalle stelle, ma nella loro mente semplice quella differenza tecnologica e biologica si era trasformata nel primo seme di un concetto del tutto nuovo sulla Terra: il culto.

- Vedono in noi dei creatori - disse Sha-Mu una sera ad Enki, mentre sopra di loro la sagoma di Nibiru iniziava ad apparire nell'orizzonte notturno, uno splendente disco rosso violetto che oscurava le costellazioni minori. 

- Non capiscono la fisica dei nostri motori, non sanno cosa sia il ciclo di tremila seicento anni. Per loro siamo immortali che sono scesi dai cieli per dominare il fango.

- È il prezzo della loro imperfezione - rispose Enki, accomodandosi sul terrazzo superiore della ziggurat. 

- Abbiamo limitato la loro durata vitale a pochi decenni per evitare che accumulassero troppa conoscenza. Abbiamo bloccato i nodi genetici che permettono la rigenerazione cellulare continua che noi godiamo grazie all'atmosfera del nostro pianeta e ai nostri cibi curativi. Vivranno veloci, moriranno giovani, ed è proprio questa brevità a rendere la loro mente fragile e incline alla meraviglia.

- E se un giorno scoprissero la verità? 

- incalzò Sha-Mu. 

- Se scoprissero che sono stati creati solo come macchine biologiche per scavare l'oro di cui Nibiru ha bisogno per respirare? 

Se capissero che i loro dèi non sono divinità cosmiche, ma soltanto viaggiatori spaziali di un pianeta più antico e affamato di risorse?

Enki fissò a lungo il disco rosato di Nibiru che dominava il cielo stellato. 

Poi portò lo sguardo verso le luci dei piccoli accampamenti umani dispersi lungo le rive del fiume, dove i Lulu cantavano nenie primitive attorno ai fuochi da campo.

- Non lo scopriranno per millenni - disse l'Ingegnere con una sfumatura di pietà nella voce. 

- E quando finalmente avranno gli strumenti, la scienza e la vista per capire cosa siamo stati per loro, il nostro tempo su questo pianeta sarà già finito da lungo tempo. 

Le nostre astronavi saranno ripartite, le nostre città di basalto saranno sepolte sotto metri di sabbia e fango, e le nostre tavolette di argilla diventeranno leggende incomprensibili per i loro archeologi.

Sha-Mu toccò il pannello di controllo al suo polso, registrando i dati sull'ultimo carico di minerale puro pronto per il lancio. 

La stiva della navetta orbitale era piena. La copertura d'oro per l'atmosfera di Nibiru era assicurata ancora per un altro ciclo.

Sotto la ziggurat di Eridu, un giovane umano si alzò dal fuoco e guardò verso l'alto. 

Vide la figura sfolgorante di Enki sagomata contro la luce delle due lune terrestri e della stella rossa di Nibiru. 

Il giovane si prostrò a terra, battendo la testa contro l'argilla fresca del fiume, pronunciando parole senza forma, le prime preghiere di una specie destinata a cercare i suoi padri tra le stelle per il resto della sua esistenza.

Il vento della Mesopotamia soffiò tra le canne, portando via il suono di quel canto primitivo, mentre nei laboratori di pietra degli dei, il codice del sangue continuava a scrivere la storia di due mondi legati per sempre dallo stesso destino d'oro e polvere.


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venerdì 26 giugno 2026

Racconti filosofici: quando le idee diventano storie


La filosofia non vive soltanto nei trattati, nei saggi e nelle grandi opere dei pensatori. Talvolta le domande più profonde sull'esistenza riescono a raggiungerci attraverso una storia, un dialogo, una parabola o il viaggio immaginario di un personaggio. 

Da sempre il racconto rappresenta uno degli strumenti più efficaci per esplorare i misteri della condizione umana.

Molte delle più grandi opere della storia del pensiero utilizzano infatti la narrazione per trasmettere concetti complessi. 

Platone ricorreva ai miti e alle allegorie. Nietzsche costruiva parabole filosofiche. 

Voltaire utilizzava racconti satirici per criticare la società del suo tempo. 

Jorge Luis Borges trasformava i problemi della conoscenza e dell'identità in affascinanti labirinti narrativi.

I racconti filosofici permettono di avvicinarsi alle grandi domande della vita in modo diverso rispetto alla riflessione teorica. 

Non offrono definizioni o argomentazioni rigorose, ma esperienze immaginarie attraverso cui il lettore può confrontarsi con sé stesso. 

Una storia ben costruita riesce spesso a suggerire intuizioni che nessuna spiegazione astratta potrebbe trasmettere con la stessa forza.

Questa sezione del blog raccoglie racconti originali ispirati ai temi fondamentali della filosofia, della crescita interiore e delle relazioni umane. 

Ogni storia è un invito a riflettere, a interrogarsi e a guardare la realtà da una prospettiva differente.

Il racconto come ricerca del significato

Dietro ogni storia si nasconde una domanda.

Perché siamo qui? 

Quale significato attribuiamo alla nostra esistenza? 

Che cosa rende una vita autentica? 

Come affrontare il dolore, il cambiamento e l'incertezza?

I racconti filosofici non cercano di fornire risposte definitive. 

Il loro obiettivo è aprire spazi di riflessione, permettendo al lettore di esplorare possibilità diverse e di confrontarsi con i grandi interrogativi che accompagnano ogni essere umano.

Simboli, metafore e allegorie

Molti concetti filosofici risultano difficili da esprimere direttamente. Per questo la narrazione ricorre spesso a simboli e metafore.

Un viaggio può rappresentare la ricerca della verità.

Una montagna può simboleggiare una sfida esistenziale.

Un incontro inatteso può diventare l'occasione per scoprire una parte nascosta di sé stessi.

Attraverso immagini e situazioni apparentemente semplici, il racconto filosofico riesce a comunicare significati profondi che continuano a lavorare nella mente del lettore anche dopo la conclusione della lettura.

Le grandi domande nelle storie

Molti racconti presenti in questa sezione affrontano i temi centrali del blog.

Significato della vita

Personaggi in cerca di uno scopo, viaggi interiori, incontri che cambiano il destino e storie che invitano a interrogarsi sul senso dell'esistenza.

Coscienza

Racconti che esplorano la mente, la memoria, l'identità personale e il mistero della consapevolezza.

Spiritualità

Narrazioni dedicate alla ricerca interiore, al rapporto con il trascendente e alle domande che sorgono di fronte al mistero dell'universo.

Morte e immortalità

Storie che affrontano il tema della finitezza umana, del tempo e del desiderio di lasciare una traccia oltre la propria esistenza.

Libertà e individualismo

Personaggi chiamati a scegliere il proprio destino e a confrontarsi con la responsabilità delle proprie decisioni.

Sofferenza

Racconti che mostrano come il dolore possa trasformarsi in occasione di crescita, consapevolezza e cambiamento.

Amore

Incontri, separazioni, legami profondi e percorsi di scoperta dell'altro e di sé stessi.

Crescita personale

Storie di trasformazione, maturazione e ricerca di autenticità.

Perché leggere racconti filosofici

Viviamo in un'epoca caratterizzata da una quantità crescente di informazioni e da una velocità che spesso lascia poco spazio alla riflessione.

I racconti filosofici rappresentano un invito a rallentare.

Attraverso la narrazione possiamo osservare da lontano le nostre paure, i nostri desideri e le nostre contraddizioni. Possiamo riconoscerci nei personaggi, nei loro errori, nelle loro speranze e nelle loro scelte.

Ogni racconto diventa così uno specchio nel quale il lettore può intravedere aspetti della propria esperienza che normalmente restano nascosti.

Un laboratorio di immaginazione e pensiero

La filosofia e la narrativa condividono una caratteristica fondamentale: entrambe nascono dalla capacità di immaginare possibilità diverse.

La filosofia si domanda come potrebbe essere il mondo.

Il racconto mostra concretamente quel mondo attraverso una storia.

Quando queste due dimensioni si incontrano, nasce il racconto filosofico: uno spazio in cui l'immaginazione diventa uno strumento di conoscenza e la narrazione si trasforma in un percorso di esplorazione interiore.

Un invito al viaggio

Ogni racconto presente in questa sezione è una porta aperta verso una domanda.

Non importa quale sia la risposta che troverai. Ciò che conta è il percorso che compirai durante la lettura.

Come accade nella filosofia, il valore più grande non risiede necessariamente nella meta finale, ma nella capacità di guardare il mondo con occhi nuovi.

Se la filosofia nasce dalla meraviglia, il racconto filosofico nasce dal desiderio di trasformare quella meraviglia in esperienza vissuta.

Benvenuto in questo viaggio tra storie, simboli e idee. Un viaggio che, come ogni autentico percorso filosofico, conduce sempre verso una conoscenza più profonda di sé stessi e della realtà.

venerdì 19 giugno 2026

L'Uomo e la sua ombra: Un Viaggio Filosofico Ispirato a Miguel de Unamuno

✦ Chiave di lettura

Confrontarsi con la propria ombra significa scoprire che anche le parti più difficili di noi possono diventare occasione di crescita.



Quando Andrea compì quarant’anni, ricevette un regalo insolito. 

Non era una lettera, né un oggetto, né una somma di denaro. 

Fu una domanda. 

La trovò scritta a matita sul retro di una fotografia ingiallita che ritraeva suo padre da giovane.

“Se dovessi morire domani, quale parte di te rifiuterebbe di scomparire?”

Non c’era firma.

Andrea trascorse l’intera giornata a fissare quella frase. 

Era insegnante di matematica in una piccola città sul mare. 

La sua vita era ordinata, precisa, scandita da orari e abitudini. 

Amava le formule perché sembravano promettere una verità stabile, qualcosa che non cambiasse con gli umori o con il tempo.

Eppure quella domanda lo aveva colpito come una crepa improvvisa nel vetro. 

Quella notte non riuscì a dormire. 

Uscì di casa e si incamminò verso il lungomare. Le strade erano vuote e il vento trascinava l’odore del sale fin dentro i vicoli.

Camminando sotto i lampioni, si accorse che la sua ombra sembrava più scura del solito.

«Stai pensando troppo», disse una voce.

Andrea si fermò.

Non c’era nessuno.

«Qui sotto», continuò la voce.

Guardò il marciapiede. L’ombra aveva mosso la testa.

Andrea si strofinò gli occhi.

«Devo essere impazzito.»

«È possibile», rispose l’ombra. «Ma non sarebbe la prima volta che la verità entra nella mente travestita da follia.»

Andrea rimase immobile.

«Chi sei?»

«Sono la parte di te che non compare nei registri comunali, nei diplomi o nelle fotografie. Sono ciò che resta quando smetti di descriverti.»

L’uomo sentì un brivido.

«Perché mi stai parlando?»

«Perché hai letto la domanda.»

Ripresero a camminare insieme: Andrea sopra il marciapiede, l’ombra ai suoi piedi.

«Sai qual è il problema?» disse l’ombra. «Tu vivi come se fossi eterno e pensi alla morte come se riguardasse qualcun altro.»

«Tutti gli umani moriranno.»

«Lo sai con la testa. Ma non con il cuore.»

Quelle parole lo irritarono.

«Che differenza c’è?»

L’ombra rise.

«La stessa che c’è tra leggere una carta geografica e attraversare un deserto.»

Continuarono a camminare finché raggiunsero il molo.

Il mare era nero e infinito.

«Guarda l’orizzonte», disse l’ombra. «Riesci a vedere la fine?»

«No.»

«Eppure sai che esiste.»

«Certo.»

«Con la morte fai il contrario. Non riesci a vedere ciò che c’è oltre e allora fai finta che non esista nulla.»

Andrea non rispose.

Per la prima volta da anni sentì affacciarsi una paura che aveva sempre tenuto nascosta sotto il lavoro e le occupazioni quotidiane.

La paura di cessare.

La paura che tutto ciò che aveva amato, sofferto, ricordato, svanisse come il fumo.

L’ombra sembrò accorgersene.

«Non avere fretta di scacciare questa paura. È una porta.»

«Una porta verso cosa?»

«Verso te stesso.»

Nei giorni successivi Andrea continuò a incontrare la sua ombra. 

Compariva ovunque. 

In classe, mentre correggeva i compiti. 

Nel riflesso delle vetrine. Persino nei sogni.

Una sera, esasperato, le chiese:

«Perché insisti tanto sulla morte?»

«Perché tu insisti tanto sulla vita.»

«Non capisco.»

«Chi desidera davvero vivere non può evitare la domanda sulla fine. Le due cose sono inseparabili.»

Andrea rifletté. Era vero.

Più amava sua moglie, più temeva di perderla.

Più era felice davanti al mare, più gli sembrava tragico che un giorno non avrebbe più potuto vederlo.

«Allora siamo condannati?» domandò.

«Forse.»

«Che risposta è?»

«L’unica sincera.»

L’ombra non offriva mai certezze. 

Distruggeva quelle che Andrea credeva di possedere. 

Eppure, stranamente, quella distruzione non lasciava il vuoto. 

Lasciava un desiderio. 

Un desiderio di cercare.

Qualche settimana dopo morì il vecchio custode della scuola.

Si chiamava Ernesto, un uomo semplice che tutti conoscevano.

Durante il funerale, Andrea osservò il volto dei presenti.

Alcuni piangevano, altri pregavano, altri ancora guardavano il pavimento in silenzio.

Tornando a casa, l’ombra gli apparve accanto.

«Dimmi», disse. «Che cosa è morto oggi?»

«Ernesto.»

«Davvero?»

«Sì.»

«E allora perché continui a pensare a lui?»

Andrea non seppe rispondere.

«Vedi», proseguì l’ombra, «gli esseri umani sono strani. Non accettano di essere ridotti a un fatto biologico. Continuano a vivere nella memoria, nell’amore, nei gesti che hanno lasciato dietro di sé.»

«Ma non è immortalità.»

«No. Però nemmeno il nulla.»

Quella notte Andrea rimase seduto alla scrivania fino all’alba.

Pensò a suo padre. 

A sua madre. 

Agli amici perduti.

Si rese conto che dentro di lui esisteva una folla silenziosa. 

Persone assenti eppure presenti. Morte e vive nello stesso tempo.

Per la prima volta comprese che l’essere umano non desidera soltanto sopravvivere. 

Desidera essere riconosciuto come unico, irripetibile.

Desidera che il proprio io non venga cancellato.

Passarono i mesi. 

Andrea cominciò a cambiare. 

Non divenne più religioso né più scettico. 

Divenne più inquieto. 

Ma era un’inquietudine feconda. 

Una sera salì sulla collina che dominava la città. Il sole stava tramontando. 

L’ombra era accanto a lui.

«Credi in Dio?» chiese Andrea.

L’ombra rimase in silenzio per qualche secondo.

«Tu perché lo chiedi?»

«Perché voglio sapere.»

«No», rispose l’ombra. «Tu vuoi essere rassicurato.»

Andrea abbassò gli occhi. Era vero.

«E allora?»

«Allora ti dirò questo: ci sono persone che credono senza dubitare e persone che dubitano senza credere. Ma le anime più vive sono quelle che credono e dubitano nello stesso momento.»

«È una contraddizione.»

«L’essere umano è una contraddizione.»

Andrea osservò il cielo che si colorava di rosso. 

Dentro di sé sentiva due voci. 

Una chiedeva prove. 

L’altra chiedeva speranza. 

Per anni aveva cercato di far tacere una delle due. 

Ora capiva che entrambe gli appartenevano.

Arrivò l’inverno. 

Una notte Andrea fece un sogno. 

Si trovava in una biblioteca infinita. 

Gli scaffali si perdevano nell’oscurità. 

Ogni libro portava il nome di una persona. C’erano miliardi di volumi. 

Andrea cercò il proprio. 

Dopo una lunga ricerca lo trovò. Lo aprì. 

Le pagine erano bianche.

«È vuoto», disse.

«Non ancora», rispose una voce.

Si voltò.

Era l’ombra.

«Ma io ho già vissuto quarant’anni.»

«Eppure continui a scrivere.»

«Quando finirò?»

«Quando morirai.»

Andrea abbassò lo sguardo.

«E dopo?»

L’ombra sorrise.

«Questa è la domanda che rende umano ogni essere umano.»

Si svegliò con il cuore che batteva forte.

Fuori dalla finestra stava sorgendo il sole.

Molti anni dopo, quando Andrea era ormai anziano, tornò sul lungomare dove tutto era iniziato. 

Camminava lentamente, appoggiandosi a un bastone. 

Il mare era lo stesso. 

Le onde erano le stesse. Eppure tutto era cambiato. 

O forse era cambiato lui.

Guardò il marciapiede. La sua ombra era ancora lì. Più lunga, più sottile.

«Ho trovato la risposta?» domandò.

«A quale domanda?»

«A quella scritta sulla fotografia.»

L’ombra rimase in silenzio. Poi disse: «Dimmela.»

Andrea sorrise. 

Pensò agli amori vissuti. 

Agli errori. 

Alle speranze. 

Alle notti di dubbio. Alle mattine di fede. 

Pensò a tutto ciò che aveva cercato senza mai possederlo completamente.

Infine rispose:

«La parte di me che rifiuta di scomparire è la stessa che continua a cercare.»

L’ombra annuì: «Adesso hai capito.»

«Che cosa?»

«Che non sei nato per possedere la verità, ma per desiderarla.»

Il vento soffiò dal mare. 

Per un istante Andrea ebbe l’impressione che l’ombra diventasse trasparente.

«Te ne vai?» chiese.

«No.»

«Allora perché stai svanendo?»

«Perché non hai più bisogno di vedermi.»

Andrea rimase solo. O almeno così sembrava.

Guardò l’orizzonte. La linea tra cielo e mare era indistinta.

Non sapeva cosa ci fosse oltre.

Non possedeva prove.

Non possedeva certezze.

Eppure sentiva che la sua vita non era stata una risposta, ma una domanda pronunciata con tutta la forza del cuore.

E comprese che forse la dignità dell’uomo non consiste nel vincere il mistero, ma nel continuare a sfidarlo, amandolo e temendolo allo stesso tempo.

Con quel pensiero riprese a camminare.

Verso il tramonto.

Verso l’ignoto.

Verso ciò che nessuno può conoscere e che, proprio per questo, ogni essere umano non smette mai di cercare.


*Spunto tratto dal 2^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

💭 Tu cosa ne pensi? Scrivilo nei commenti.

 

domenica 25 gennaio 2026

La metafora del cane ferito e il dolore emotivo



Negli ultimi anni della sua vita, Sahib fece qualcosa che nessuno si aspettava.  Costruì una fabbrica. Non un piccolo laboratorio, ma una vera e propria fabbrica di abbigliamento. E una volta avviata, praticamente ci si trasferì. Trascorreva dalle sedici alle diciotto ore al giorno nel suo ufficio. Quando la stanchezza lo sopraffece, dormiva nella stanza degli ospiti della fabbrica e tornava al lavoro all'alba.

Parallelamente alla sua attività commerciale, conduceva una vita da santone. Molto spesso apriva il suo spazio a gente bisognosa di conforto. In ogni incontro la sala era pieno. 

La gente arrivava portando con sé dolore, paura, malattia, debiti, matrimoni falliti e preghiere silenziose. Sahib ascoltava. Alzava le mani in preghiera. E in qualche modo, spesso inspiegabilmente, i loro problemi si alleviavano.

Poi, senza preavviso, la sua vita prese una brusca svolta. Fu un cane a creare una rottura nella vita conduceva.

Una mattina, al suo arrivo, notò un cane di taglia media che si trascinava nel magazzino. Quando lo guardò attentamente, il suo cuore si strinse. Il cane era gravemente ferito.

Tre zampe erano rotte. La mascella era danneggiata. Aveva una profonda ferita sul ventre. Era stato chiaramente investito da un veicolo ed si era trascinato fino al magazzino, usando una sola zampa.

Sahib provò un moto di compassione. Decise di chiamare un veterinario, far curare il cane e poi liberarlo di nuovo in strada.

Ma, senza un motivo apparente, si bloccò. Rispose il telefono.

Un pensiero strano gli attraversò la mente. 

Il cane era indifeso. Non poteva cacciare. Non poteva implorare. Non riusciva nemmeno a stare in piedi correttamente. In quelle condizioni, non poteva cavarsela da solo.

Così volle mettere alla prova la sua fede: "Vediamo come la Provvidenza nutre questa creatura".

Non fece nulla e scelse semplicemente di osservare il corso del destino di quel cane.

Il cane rimase privo di sensi per tutto il giorno. Al calar della sera, Sahib vide un altro cane sgattaiolare attraverso il cancello della fabbrica. In bocca aveva un lungo pezzo di carne. Il cane sano si diresse silenziosamente verso il magazzino, svegliò quello ferito e gli mise la carne vicino alla bocca.

Il cane ferito non riusciva a masticare. Spinse via la carne. Il cane sano la raccolse, la masticò finché non si ammorbidì, poi mise delicatamente il boccone ammorbidito nella bocca del cane ferito. Il cane ferito deglutì.

Poi il cane sano uscì, immerse la coda nella cisterna dell'acqua, tornò e mise la coda bagnata nella bocca del cane ferito. Il cane ferito succhiò l'acqua per dissetarsi. Il cane sano se ne andò, calmo e soddisfatto.

Questa scena si ripeteva ogni sera. Passarono i giorni. Alla fine, le ferite del cane investito cominciarono a rimarginarsi e poi fu in grado di muoversi seppure lentamente. 

Si era compiuto un miracolo!

Una notte, pensando alla storia del cane, Sahib si pose una domanda: Se Dio può procurare del cibo per un cane ferito, non provvederà del pane per me? 

Quella domanda lo tenne sveglio.

E in quel silenzio, credette di aver trovato la verità sulla Provvidenza.

Sahib cedette la fabbrica a suo fratello e si ritirò dal mondo.

Digiunava ogni giorno. Pregava dall'alba all'alba successiva. Passarono gli anni. Dio continuò a provvedere a lui. Le sue preghiere furono esaudite. La gente iniziò a chiamarlo "uomo Santo".

I devoti raccoglievano la polvere dei suoi passi come amuleti. Ma il destino aveva ancora una lezione in serbo per lui.

Era un mite pomeriggio invernale. Sahib stava parlando di spiritualità a un gruppo di persone. Durante la discussione, raccontò la storia del cane ferito.

Concludendo così: "La provvidenza insegue sempre gli esseri umani, ma gli umani stolti inseguono la provvidenza. Se la fiducia è viva, il sostentamento arriva, proprio come è successo a quel cane ferito. Ho imparato la fiducia da quel cane. Per trent'anni non ho mai sofferto la fame."

Tra gli ascoltatori sedeva un giovane professore. Indossava jeans. Gli auricolari gli pendevano lenti dalle orecchie.

Si tolse un auricolare e rise. "Con rispetto, Sahib", disse, "il cane meritevole non è quello ferito. È quuello sano che ha aiutato il cane ferito, fornendogli le sue cure senza l’attesa di ricompensa."

Calò il silenzio.

"Se aveste imparato dal cane servitore invece che da quello ferito", continuò il professore, "la vostra fabbrica sarebbe ancora in funzione oggi, sfamando centinaia di famiglie."

Poi, continuò: "La mano più forte è meglio di quella più debole. Quel cane sano era la mano più forte. Perdonatemi, ma un uomo d'affari generoso vale di più per la società di diecimila mistici oziosi."

Salutò educatamente e uscì.

Le mani di Sahib tremarono.

Il giorno successivo riaprì la fabbrica.

lunedì 10 novembre 2025

Uno per tutti e... tutti per Uno

 

C’era una volta, nel Gran Regno delle Scienze, una terra molto popolosa affacciata sul mare chiamata “NUMERILANDIA”.

Qui ogni giorno sbarcavano e imbarcavano migliaia di individui e per le strade era un continuo viavai di persone che lavoravano, correvano, saltavano, contavano e risolvevano problemi rendendo la città frenetica e vivace per tutto il giorno. Soltanto quando le case si chiudevano e regnava il silenzio della notte, il grande paese poteva riposare per qualche ora in attesa delle prime luci dell’alba.

Il Sindaco, tale signor “Zero Assoluto”, vestito in modo elegante con un gilet nero che tentava di nascondere il fisico panciuto, era molto rigoroso sull’architettura e sull’organizzazione del paese. Aveva progettato una ben precisa struttura che consentiva di controllare i suoi cittadini in base alle loro caratteristiche, virtù e mansioni possedute e li aveva chiamati “Numeri”.

Per cominciare aveva imposto a tutti i numeri più poveri, cioè quelli semplici ed elementari che conoscono anche i più piccoli, di vestirsi di verde e di abitare nel quartiere più vicino al mare dove tutti erano di passaggio.

Nella zona adiacente il porto, aveva fatto alloggiare i numeri decimali finiti, vestiti di giallo con un cappellino verde, il cui compito era quello di occuparsi delle operazioni meno elementari.

Ai piedi di una bassa collina, si trovava poi il quartiere dei numeri decimali periodici, vestiti di arancio con un cappellino rosso uguale a quello degli gnomi.

Ed infine, ancora più in alto, dominavano il paese i numeri irrazionali, vestiti con uno stesso abito rosso e obbligati a indossare ciascuno un diverso cappellino multicolore da cui pendeva un curioso campanellino.

Tutti i cittadini però non erano sempre rispettosi delle regole come il Sindaco avrebbe voluto. Quando sbarcavano nuovi individui provenienti da altre città del Regno, si lasciavano facilmente abbindolare dai loro racconti delle varie tipologie di scienze e facevano subito comunella andandosene in giro per il paese. Così gli abitanti di Numerilandia fecero velocemente amicizia con la fisica, la chimica, la geologia, la biologia, l’astronomia oltre che con la più vicina Matematica.

Zero Assoluto era molto preoccupato per la sicurezza del suo paese, perché ogni tanto scoppiava un subbuglio tra gli abitanti dei vari quartieri e qualcuno minacciava di andare a vivere nelle terre confinanti.

Perciò un giorno chiamò al suo cospetto il generale “Matematicus” e lo pregò di fare qualcosa per porre fine a quella situazione.

Appena arrivato, il generale convocò i rappresentanti di tutti i numeri e li interrogò con attenzione per capire quale fosse la situazione reale.

“Noi siamo un po’ stanchi di essere utilizzati in ogni momento” – aveva detto affranto il rappresentante vestito di verde – “lavoriamo troppo perché tutti chiedono il nostro aiuto. Perciò pensiamo di avere diritto a maggiore riposo e vorremmo andare a vivere in un luogo più tranquillo”. - “Che esagerazione! Dovreste essere contenti di essere così richiesti” – aveva risposto il rappresentante dei numeri irrazionali facendo una musichetta con il suo simpatico campanellino – “noi non lavoriamo meno di voi. Siamo meno usati ma i nostri compiti sono molto più complessi. Ti assicuro che a fine giornata siamo proprio esausti”.

“E noi cosa dovremmo dire allora? 

Sempre pronti a trasformarci in frazioni e viceversa, come fossimo dei camaleonti!  Non è certamente una cosa facile, ci vuole coraggio per certe operazioni!” – aveva aggiunto il rappresentante dei numeri decimali periodici scuotendo con la testa il suo cappellino rosso.

Anche i numeri vestiti di giallo avevano protestato più o meno come gli altri e, per qualche minuto, Matematicus aveva ascoltato tutte le lamentele e la confusione da esse generata.

“Basta signori!” – aveva quindi urlato a gran voce – “qui siete tutti utili e nessuno indispensabile. Numerilandia è un paese fiorente e tale deve rimanere per il bene della comunità e di tutto il Gran Regno delle Scienze. Perciò vi invito a collaborare tutti per uno e uno per tutti”.

Dalla piazza si levò un gran vociare che forse esprimeva ancora un po’ di malcontento.

Allora il generale decise di usare la sua arma segreta: l’esercito speciale dei numeri “UNO”.

Da quel giorno ogni cittadino di Numerilandia avrebbe avuto un numero “UNO” come aiutante nel lavoro quotidiano che lo avrebbe affiancato nelle interazioni con le altre scienze.

Ma cosa aveva fuori dal comune questo numero così straordinario? Zero Assoluto notò che la presenza del numero UNO era riuscita in poco tempo ad acquietare anche i numeri più scalmanati.

Perciò voleva a tutti i costi scoprire il segreto e richiamò il generale al suo cospetto.

Matematicus, che di notte riposava molto profondamente, fu svegliato di soprassalto dalle sue guardie: “Signore, il Sindaco di Numerilandia ha richiesto di vederla con la massima urgenza”.

“Uffà” – borbottò annoiato e ancora un po’ assonnato – “questo Sindaco è un po’ troppo esigente e assillante. Cosa vorrà ancora dai suoi numeri?”

Appena arrivato a Numerilandia, Matematicus fece un rispettoso inchino e chiese a Zero Assoluto in cosa potesse essergli utile.

Zero Assoluto così esordì: “Le sono grato, egregio generale, per aver ristabilito la calma nel mio paese. Mi piacerebbe sapere cosa abbia di speciale il numero Uno, in modo da poter mantenere l’ordine in autonomia qualora dovesse servire”.

Matematicus lo guardò con un’aria quasi canzonatoria e, sorridendo di buon cuore, gli rispose: “In realtà il numero Uno è come una polverina magica perché avvicinandosi e moltiplicandosi ai numeri di Numerilandia, permette a ciascuno di loro di rigenerarsi in sé stesso e riacquistare tutte le proprie energie.”

“Ma davvero?” – esclamò con sguardo meravigliato il Sindaco panciuto – “quindi grazie a questo intervento i Numeri non saranno più stanchi e il mio paese non andrà più in confusione?”

“Probabilmente sarà così” – rispose il generale – “tenga però conto che tutti i suoi cittadini devono essere sempre molto disponibili l’uno nei confronti degli altri. Interagendo con tante scienze diverse devono collaborare affinché non sorgano conflitti di nessun tipo. 

E questo soltanto lei lo può fare essendo, come Sindaco, un numero straordinariamente diverso e importante” – e dopo quel prezioso suggerimento si accomiatò con un ultimo inchino.

Zero Assoluto aggrottò le sopracciglia. Già stava pensando di istituire dei centri di divertimento e di socializzazione per i suoi cittadini in modo da rendere la loro vita meno stressante.

Pensò anche di organizzare degli eventi e delle festività a cui tutti avrebbero potuto partecipare divertendosi insieme. Fece anche costruire un grande parco giochi per i più piccoli, una biblioteca per i più studiosi e un cinema all’aperto per chi aveva voglia di svagarsi.

Ovviamente tutto ciò sempre nel rispetto delle regole e della struttura del paese.

Fu così che finalmente, dopo qualche mese, Zero Assoluto si sentì completamente soddisfatto del suo operato: tutti i Numeri erano molto sereni, lavoravano con piacere, non litigavano e non si lamentavano più.

Anzi il loro motto era diventato “Uno per tutti e... tutti per Uno!”. 

E così avvenne che gli abitanti del Gran Regno delle Scienze vissero in armonia per il bene dell’Umanità.


di Giovanna Sgherza

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