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Storie, dialoghi e allegorie che danno forma alle grandi domande.

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venerdì 19 giugno 2026

L'Uomo e la sua ombra: Un Viaggio Filosofico Ispirato a Miguel de Unamuno

 

Quando Andrea compì quarant’anni, ricevette un regalo insolito. 

Non era una lettera, né un oggetto, né una somma di denaro. 

Fu una domanda. 

La trovò scritta a matita sul retro di una fotografia ingiallita che ritraeva suo padre da giovane.

“Se dovessi morire domani, quale parte di te rifiuterebbe di scomparire?”

Non c’era firma.

Andrea trascorse l’intera giornata a fissare quella frase. 

Era insegnante di matematica in una piccola città sul mare. 

La sua vita era ordinata, precisa, scandita da orari e abitudini. 

Amava le formule perché sembravano promettere una verità stabile, qualcosa che non cambiasse con gli umori o con il tempo.

Eppure quella domanda lo aveva colpito come una crepa improvvisa nel vetro. 

Quella notte non riuscì a dormire. 

Uscì di casa e si incamminò verso il lungomare. Le strade erano vuote e il vento trascinava l’odore del sale fin dentro i vicoli.

Camminando sotto i lampioni, si accorse che la sua ombra sembrava più scura del solito.

«Stai pensando troppo», disse una voce.

Andrea si fermò.

Non c’era nessuno.

«Qui sotto», continuò la voce.

Guardò il marciapiede. L’ombra aveva mosso la testa.

Andrea si strofinò gli occhi.

«Devo essere impazzito.»

«È possibile», rispose l’ombra. «Ma non sarebbe la prima volta che la verità entra nella mente travestita da follia.»

Andrea rimase immobile.

«Chi sei?»

«Sono la parte di te che non compare nei registri comunali, nei diplomi o nelle fotografie. Sono ciò che resta quando smetti di descriverti.»

L’uomo sentì un brivido.

«Perché mi stai parlando?»

«Perché hai letto la domanda.»

Ripresero a camminare insieme: Andrea sopra il marciapiede, l’ombra ai suoi piedi.

«Sai qual è il problema?» disse l’ombra. «Tu vivi come se fossi eterno e pensi alla morte come se riguardasse qualcun altro.»

«Tutti gli umani moriranno.»

«Lo sai con la testa. Ma non con il cuore.»

Quelle parole lo irritarono.

«Che differenza c’è?»

L’ombra rise.

«La stessa che c’è tra leggere una carta geografica e attraversare un deserto.»

Continuarono a camminare finché raggiunsero il molo.

Il mare era nero e infinito.

«Guarda l’orizzonte», disse l’ombra. «Riesci a vedere la fine?»

«No.»

«Eppure sai che esiste.»

«Certo.»

«Con la morte fai il contrario. Non riesci a vedere ciò che c’è oltre e allora fai finta che non esista nulla.»

Andrea non rispose.

Per la prima volta da anni sentì affacciarsi una paura che aveva sempre tenuto nascosta sotto il lavoro e le occupazioni quotidiane.

La paura di cessare.

La paura che tutto ciò che aveva amato, sofferto, ricordato, svanisse come il fumo.

L’ombra sembrò accorgersene.

«Non avere fretta di scacciare questa paura. È una porta.»

«Una porta verso cosa?»

«Verso te stesso.»

Nei giorni successivi Andrea continuò a incontrare la sua ombra. 

Compariva ovunque. 

In classe, mentre correggeva i compiti. 

Nel riflesso delle vetrine. Persino nei sogni.

Una sera, esasperato, le chiese:

«Perché insisti tanto sulla morte?»

«Perché tu insisti tanto sulla vita.»

«Non capisco.»

«Chi desidera davvero vivere non può evitare la domanda sulla fine. Le due cose sono inseparabili.»

Andrea rifletté. Era vero.

Più amava sua moglie, più temeva di perderla.

Più era felice davanti al mare, più gli sembrava tragico che un giorno non avrebbe più potuto vederlo.

«Allora siamo condannati?» domandò.

«Forse.»

«Che risposta è?»

«L’unica sincera.»

L’ombra non offriva mai certezze. 

Distruggeva quelle che Andrea credeva di possedere. 

Eppure, stranamente, quella distruzione non lasciava il vuoto. 

Lasciava un desiderio. 

Un desiderio di cercare.

Qualche settimana dopo morì il vecchio custode della scuola.

Si chiamava Ernesto, un uomo semplice che tutti conoscevano.

Durante il funerale, Andrea osservò il volto dei presenti.

Alcuni piangevano, altri pregavano, altri ancora guardavano il pavimento in silenzio.

Tornando a casa, l’ombra gli apparve accanto.

«Dimmi», disse. «Che cosa è morto oggi?»

«Ernesto.»

«Davvero?»

«Sì.»

«E allora perché continui a pensare a lui?»

Andrea non seppe rispondere.

«Vedi», proseguì l’ombra, «gli esseri umani sono strani. Non accettano di essere ridotti a un fatto biologico. Continuano a vivere nella memoria, nell’amore, nei gesti che hanno lasciato dietro di sé.»

«Ma non è immortalità.»

«No. Però nemmeno il nulla.»

Quella notte Andrea rimase seduto alla scrivania fino all’alba.

Pensò a suo padre. 

A sua madre. 

Agli amici perduti.

Si rese conto che dentro di lui esisteva una folla silenziosa. 

Persone assenti eppure presenti. Morte e vive nello stesso tempo.

Per la prima volta comprese che l’essere umano non desidera soltanto sopravvivere. 

Desidera essere riconosciuto come unico, irripetibile.

Desidera che il proprio io non venga cancellato.

Passarono i mesi. 

Andrea cominciò a cambiare. 

Non divenne più religioso né più scettico. 

Divenne più inquieto. 

Ma era un’inquietudine feconda. 

Una sera salì sulla collina che dominava la città. Il sole stava tramontando. 

L’ombra era accanto a lui.

«Credi in Dio?» chiese Andrea.

L’ombra rimase in silenzio per qualche secondo.

«Tu perché lo chiedi?»

«Perché voglio sapere.»

«No», rispose l’ombra. «Tu vuoi essere rassicurato.»

Andrea abbassò gli occhi. Era vero.

«E allora?»

«Allora ti dirò questo: ci sono persone che credono senza dubitare e persone che dubitano senza credere. Ma le anime più vive sono quelle che credono e dubitano nello stesso momento.»

«È una contraddizione.»

«L’essere umano è una contraddizione.»

Andrea osservò il cielo che si colorava di rosso. 

Dentro di sé sentiva due voci. 

Una chiedeva prove. 

L’altra chiedeva speranza. 

Per anni aveva cercato di far tacere una delle due. 

Ora capiva che entrambe gli appartenevano.

Arrivò l’inverno. 

Una notte Andrea fece un sogno. 

Si trovava in una biblioteca infinita. 

Gli scaffali si perdevano nell’oscurità. 

Ogni libro portava il nome di una persona. C’erano miliardi di volumi. 

Andrea cercò il proprio. 

Dopo una lunga ricerca lo trovò. Lo aprì. 

Le pagine erano bianche.

«È vuoto», disse.

«Non ancora», rispose una voce.

Si voltò.

Era l’ombra.

«Ma io ho già vissuto quarant’anni.»

«Eppure continui a scrivere.»

«Quando finirò?»

«Quando morirai.»

Andrea abbassò lo sguardo.

«E dopo?»

L’ombra sorrise.

«Questa è la domanda che rende umano ogni essere umano.»

Si svegliò con il cuore che batteva forte.

Fuori dalla finestra stava sorgendo il sole.

Molti anni dopo, quando Andrea era ormai anziano, tornò sul lungomare dove tutto era iniziato. 

Camminava lentamente, appoggiandosi a un bastone. 

Il mare era lo stesso. 

Le onde erano le stesse. Eppure tutto era cambiato. 

O forse era cambiato lui.

Guardò il marciapiede. La sua ombra era ancora lì. Più lunga, più sottile.

«Ho trovato la risposta?» domandò.

«A quale domanda?»

«A quella scritta sulla fotografia.»

L’ombra rimase in silenzio. Poi disse: «Dimmela.»

Andrea sorrise. 

Pensò agli amori vissuti. 

Agli errori. 

Alle speranze. 

Alle notti di dubbio. Alle mattine di fede. 

Pensò a tutto ciò che aveva cercato senza mai possederlo completamente.

Infine rispose:

«La parte di me che rifiuta di scomparire è la stessa che continua a cercare.»

L’ombra annuì: «Adesso hai capito.»

«Che cosa?»

«Che non sei nato per possedere la verità, ma per desiderarla.»

Il vento soffiò dal mare. 

Per un istante Andrea ebbe l’impressione che l’ombra diventasse trasparente.

«Te ne vai?» chiese.

«No.»

«Allora perché stai svanendo?»

«Perché non hai più bisogno di vedermi.»

Andrea rimase solo. O almeno così sembrava.

Guardò l’orizzonte. La linea tra cielo e mare era indistinta.

Non sapeva cosa ci fosse oltre.

Non possedeva prove.

Non possedeva certezze.

Eppure sentiva che la sua vita non era stata una risposta, ma una domanda pronunciata con tutta la forza del cuore.

E comprese che forse la dignità dell’uomo non consiste nel vincere il mistero, ma nel continuare a sfidarlo, amandolo e temendolo allo stesso tempo.

Con quel pensiero riprese a camminare.

Verso il tramonto.

Verso l’ignoto.

Verso ciò che nessuno può conoscere e che, proprio per questo, ogni essere umano non smette mai di cercare.


*Spunto tratto dal 2^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

💭 Tu cosa ne pensi? Scrivilo nei commenti.

 

domenica 25 gennaio 2026

La metafora del cane ferito e il dolore emotivo



Negli ultimi anni della sua vita, Sahib fece qualcosa che nessuno si aspettava.  Costruì una fabbrica. Non un piccolo laboratorio, ma una vera e propria fabbrica di abbigliamento. E una volta avviata, praticamente ci si trasferì. Trascorreva dalle sedici alle diciotto ore al giorno nel suo ufficio. Quando la stanchezza lo sopraffece, dormiva nella stanza degli ospiti della fabbrica e tornava al lavoro all'alba.

Parallelamente alla sua attività commerciale, conduceva una vita da santone. Molto spesso apriva il suo spazio a gente bisognosa di conforto. In ogni incontro la sala era pieno. 

La gente arrivava portando con sé dolore, paura, malattia, debiti, matrimoni falliti e preghiere silenziose. Sahib ascoltava. Alzava le mani in preghiera. E in qualche modo, spesso inspiegabilmente, i loro problemi si alleviavano.

Poi, senza preavviso, la sua vita prese una brusca svolta. Fu un cane a creare una rottura nella vita conduceva.

Una mattina, al suo arrivo, notò un cane di taglia media che si trascinava nel magazzino. Quando lo guardò attentamente, il suo cuore si strinse. Il cane era gravemente ferito.

Tre zampe erano rotte. La mascella era danneggiata. Aveva una profonda ferita sul ventre. Era stato chiaramente investito da un veicolo ed si era trascinato fino al magazzino, usando una sola zampa.

Sahib provò un moto di compassione. Decise di chiamare un veterinario, far curare il cane e poi liberarlo di nuovo in strada.

Ma, senza un motivo apparente, si bloccò. Rispose il telefono.

Un pensiero strano gli attraversò la mente. 

Il cane era indifeso. Non poteva cacciare. Non poteva implorare. Non riusciva nemmeno a stare in piedi correttamente. In quelle condizioni, non poteva cavarsela da solo.

Così volle mettere alla prova la sua fede: "Vediamo come la Provvidenza nutre questa creatura".

Non fece nulla e scelse semplicemente di osservare il corso del destino di quel cane.

Il cane rimase privo di sensi per tutto il giorno. Al calar della sera, Sahib vide un altro cane sgattaiolare attraverso il cancello della fabbrica. In bocca aveva un lungo pezzo di carne. Il cane sano si diresse silenziosamente verso il magazzino, svegliò quello ferito e gli mise la carne vicino alla bocca.

Il cane ferito non riusciva a masticare. Spinse via la carne. Il cane sano la raccolse, la masticò finché non si ammorbidì, poi mise delicatamente il boccone ammorbidito nella bocca del cane ferito. Il cane ferito deglutì.

Poi il cane sano uscì, immerse la coda nella cisterna dell'acqua, tornò e mise la coda bagnata nella bocca del cane ferito. Il cane ferito succhiò l'acqua per dissetarsi. Il cane sano se ne andò, calmo e soddisfatto.

Questa scena si ripeteva ogni sera. Passarono i giorni. Alla fine, le ferite del cane investito cominciarono a rimarginarsi e poi fu in grado di muoversi seppure lentamente. 

Si era compiuto un miracolo!

Una notte, pensando alla storia del cane, Sahib si pose una domanda: Se Dio può procurare del cibo per un cane ferito, non provvederà del pane per me? 

Quella domanda lo tenne sveglio.

E in quel silenzio, credette di aver trovato la verità sulla Provvidenza.

Sahib cedette la fabbrica a suo fratello e si ritirò dal mondo.

Digiunava ogni giorno. Pregava dall'alba all'alba successiva. Passarono gli anni. Dio continuò a provvedere a lui. Le sue preghiere furono esaudite. La gente iniziò a chiamarlo "uomo Santo".

I devoti raccoglievano la polvere dei suoi passi come amuleti. Ma il destino aveva ancora una lezione in serbo per lui.

Era un mite pomeriggio invernale. Sahib stava parlando di spiritualità a un gruppo di persone. Durante la discussione, raccontò la storia del cane ferito.

Concludendo così: "La provvidenza insegue sempre gli esseri umani, ma gli umani stolti inseguono la provvidenza. Se la fiducia è viva, il sostentamento arriva, proprio come è successo a quel cane ferito. Ho imparato la fiducia da quel cane. Per trent'anni non ho mai sofferto la fame."

Tra gli ascoltatori sedeva un giovane professore. Indossava jeans. Gli auricolari gli pendevano lenti dalle orecchie.

Si tolse un auricolare e rise. "Con rispetto, Sahib", disse, "il cane meritevole non è quello ferito. È quuello sano che ha aiutato il cane ferito, fornendogli le sue cure senza l’attesa di ricompensa."

Calò il silenzio.

"Se aveste imparato dal cane servitore invece che da quello ferito", continuò il professore, "la vostra fabbrica sarebbe ancora in funzione oggi, sfamando centinaia di famiglie."

Poi, continuò: "La mano più forte è meglio di quella più debole. Quel cane sano era la mano più forte. Perdonatemi, ma un uomo d'affari generoso vale di più per la società di diecimila mistici oziosi."

Salutò educatamente e uscì.

Le mani di Sahib tremarono.

Il giorno successivo riaprì la fabbrica.

lunedì 10 novembre 2025

Uno per tutti e... tutti per Uno


 

C’era una volta, nel Gran Regno delle Scienze, una terra molto popolosa affacciata sul mare chiamata “NUMERILANDIA”.

Qui ogni giorno sbarcavano e imbarcavano migliaia di individui e per le strade era un continuo viavai di persone che lavoravano, correvano, saltavano, contavano e risolvevano problemi rendendo la città frenetica e vivace per tutto il giorno. Soltanto quando le case si chiudevano e regnava il silenzio della notte, il grande paese poteva riposare per qualche ora in attesa delle prime luci dell’alba.

Il Sindaco, tale signor “Zero Assoluto”, vestito in modo elegante con un gilet nero che tentava di nascondere il fisico panciuto, era molto rigoroso sull’architettura e sull’organizzazione del paese. Aveva progettato una ben precisa struttura che consentiva di controllare i suoi cittadini in base alle loro caratteristiche, virtù e mansioni possedute e li aveva chiamati “Numeri”.

Per cominciare aveva imposto a tutti i numeri più poveri, cioè quelli semplici ed elementari che conoscono anche i più piccoli, di vestirsi di verde e di abitare nel quartiere più vicino al mare dove tutti erano di passaggio.

Nella zona adiacente il porto, aveva fatto alloggiare i numeri decimali finiti, vestiti di giallo con un cappellino verde, il cui compito era quello di occuparsi delle operazioni meno elementari.

Ai piedi di una bassa collina, si trovava poi il quartiere dei numeri decimali periodici, vestiti di arancio con un cappellino rosso uguale a quello degli gnomi.

Ed infine, ancora più in alto, dominavano il paese i numeri irrazionali, vestiti con uno stesso abito rosso e obbligati a indossare ciascuno un diverso cappellino multicolore da cui pendeva un curioso campanellino.

Tutti i cittadini però non erano sempre rispettosi delle regole come il Sindaco avrebbe voluto. Quando sbarcavano nuovi individui provenienti da altre città del Regno, si lasciavano facilmente abbindolare dai loro racconti delle varie tipologie di scienze e facevano subito comunella andandosene in giro per il paese. Così gli abitanti di Numerilandia fecero velocemente amicizia con la fisica, la chimica, la geologia, la biologia, l’astronomia oltre che con la più vicina Matematica.

Zero Assoluto era molto preoccupato per la sicurezza del suo paese, perché ogni tanto scoppiava un subbuglio tra gli abitanti dei vari quartieri e qualcuno minacciava di andare a vivere nelle terre confinanti.

Perciò un giorno chiamò al suo cospetto il generale “Matematicus” e lo pregò di fare qualcosa per porre fine a quella situazione.

Appena arrivato, il generale convocò i rappresentanti di tutti i numeri e li interrogò con attenzione per capire quale fosse la situazione reale.

“Noi siamo un po’ stanchi di essere utilizzati in ogni momento” – aveva detto affranto il rappresentante vestito di verde – “lavoriamo troppo perché tutti chiedono il nostro aiuto. Perciò pensiamo di avere diritto a maggiore riposo e vorremmo andare a vivere in un luogo più tranquillo”. - “Che esagerazione! Dovreste essere contenti di essere così richiesti” – aveva risposto il rappresentante dei numeri irrazionali facendo una musichetta con il suo simpatico campanellino – “noi non lavoriamo meno di voi. Siamo meno usati ma i nostri compiti sono molto più complessi. Ti assicuro che a fine giornata siamo proprio esausti”.

“E noi cosa dovremmo dire allora? 

Sempre pronti a trasformarci in frazioni e viceversa, come fossimo dei camaleonti!  Non è certamente una cosa facile, ci vuole coraggio per certe operazioni!” – aveva aggiunto il rappresentante dei numeri decimali periodici scuotendo con la testa il suo cappellino rosso.

Anche i numeri vestiti di giallo avevano protestato più o meno come gli altri e, per qualche minuto, Matematicus aveva ascoltato tutte le lamentele e la confusione da esse generata.

“Basta signori!” – aveva quindi urlato a gran voce – “qui siete tutti utili e nessuno indispensabile. Numerilandia è un paese fiorente e tale deve rimanere per il bene della comunità e di tutto il Gran Regno delle Scienze. Perciò vi invito a collaborare tutti per uno e uno per tutti”.

Dalla piazza si levò un gran vociare che forse esprimeva ancora un po’ di malcontento.

Allora il generale decise di usare la sua arma segreta: l’esercito speciale dei numeri “UNO”.

Da quel giorno ogni cittadino di Numerilandia avrebbe avuto un numero “UNO” come aiutante nel lavoro quotidiano che lo avrebbe affiancato nelle interazioni con le altre scienze.

Ma cosa aveva fuori dal comune questo numero così straordinario? Zero Assoluto notò che la presenza del numero UNO era riuscita in poco tempo ad acquietare anche i numeri più scalmanati.

Perciò voleva a tutti i costi scoprire il segreto e richiamò il generale al suo cospetto.

Matematicus, che di notte riposava molto profondamente, fu svegliato di soprassalto dalle sue guardie: “Signore, il Sindaco di Numerilandia ha richiesto di vederla con la massima urgenza”.

“Uffà” – borbottò annoiato e ancora un po’ assonnato – “questo Sindaco è un po’ troppo esigente e assillante. Cosa vorrà ancora dai suoi numeri?”

Appena arrivato a Numerilandia, Matematicus fece un rispettoso inchino e chiese a Zero Assoluto in cosa potesse essergli utile.

Zero Assoluto così esordì: “Le sono grato, egregio generale, per aver ristabilito la calma nel mio paese. Mi piacerebbe sapere cosa abbia di speciale il numero Uno, in modo da poter mantenere l’ordine in autonomia qualora dovesse servire”.

Matematicus lo guardò con un’aria quasi canzonatoria e, sorridendo di buon cuore, gli rispose: “In realtà il numero Uno è come una polverina magica perché avvicinandosi e moltiplicandosi ai numeri di Numerilandia, permette a ciascuno di loro di rigenerarsi in sé stesso e riacquistare tutte le proprie energie.”

“Ma davvero?” – esclamò con sguardo meravigliato il Sindaco panciuto – “quindi grazie a questo intervento i Numeri non saranno più stanchi e il mio paese non andrà più in confusione?”

“Probabilmente sarà così” – rispose il generale – “tenga però conto che tutti i suoi cittadini devono essere sempre molto disponibili l’uno nei confronti degli altri. Interagendo con tante scienze diverse devono collaborare affinché non sorgano conflitti di nessun tipo. 

E questo soltanto lei lo può fare essendo, come Sindaco, un numero straordinariamente diverso e importante” – e dopo quel prezioso suggerimento si accomiatò con un ultimo inchino.

Zero Assoluto aggrottò le sopracciglia. Già stava pensando di istituire dei centri di divertimento e di socializzazione per i suoi cittadini in modo da rendere la loro vita meno stressante.

Pensò anche di organizzare degli eventi e delle festività a cui tutti avrebbero potuto partecipare divertendosi insieme. Fece anche costruire un grande parco giochi per i più piccoli, una biblioteca per i più studiosi e un cinema all’aperto per chi aveva voglia di svagarsi.

Ovviamente tutto ciò sempre nel rispetto delle regole e della struttura del paese.

Fu così che finalmente, dopo qualche mese, Zero Assoluto si sentì completamente soddisfatto del suo operato: tutti i Numeri erano molto sereni, lavoravano con piacere, non litigavano e non si lamentavano più.

Anzi il loro motto era diventato “Uno per tutti e... tutti per Uno!”. 

E così avvenne che gli abitanti del Gran Regno delle Scienze vissero in armonia per il bene dell’Umanità.


di Giovanna Sgherza

venerdì 30 maggio 2025

I due contadini

 

Due contadini si mettono ad arare i loro campi e, mentre lavorano, proprio in mezzo al campo, improvvisamente l'aratro si incastra. Osservando il "vomere" dell'aratro – la parte metallica che penetra nel terreno per dissodarlo – notano che si è incastrato su una pietra sporgente dal terreno.

Il primo contadino sceglie la via della Resistenza per risolvere il problema.

Alla vista di ciò, il primo contadino si ferma di colpo, visibilmente infastidito dall'accaduto e dalla presenza della pietra in mezzo al campo. Sentendosi infastidito, arrabbiato, irritato e frustrato, pensa tra sé e sé: "Come faccio ad arare il campo con una pietra così grande proprio in mezzo?"

Pensando, si dice: "Lo so, la rimuoverò". Quindi, pianta saldamente i piedi nel terreno e si posiziona per afferrare la pietra e staccarla dal terreno. Afferra saldamente la pietra a mani nude, cercando freneticamente di estrarla dal terreno, invano.

Sentendosi ulteriormente infastidito, arrabbiato, irritato e frustrato, pensa tra sé e sé: "Lo so, prenderò una vanga, scaverò intorno e, quando raggiungerò il fondo, la tirerò fuori".

Si mette in piedi e inizia a scavare intorno, ma invano. Nel frattempo, la roccia sembrava continuare a crescere.

Sentendosi stanco e ancora più frustrato da un simile risultato, si dice: "So cosa andrà bene. Prenderò una pala meccanica; sicuramente andrà bene". Così, ne acquista una escavatrice meccanica e inizia a scavare, rimuovendo il terreno e sgretolando la roccia.

Alla fine, dice con un sorriso sul volto e un senso di soddisfazione: "La roccia è sparita". Scende dalla pala e si spolvera i vestiti. Poi, guardandosi intorno, si rende conto che, quando ha finito, non c'era più un campo da arare.

Il Secondo Contadino sceglie il Sentiero della Consapevolezza per risolvere lo stesso problema.

Allo stesso modo, anche il secondo contadino, mentre ara il suo campo, rimane incastrato nel mezzo con l'aratro. Si ferma, guarda il vomere e nota che si è incastrato in una roccia.

Quindi, si ferma, la guarda, ma non perde mai di vista il campo. Smuove delicatamente l'aratro e continua ad arare.

Alla fine di una dura giornata di lavoro, guarda il campo e vede di nuovo la roccia. Si avvicina, ci si siede e si rende conto di quanto sia un punto di osservazione privilegiato, offrendogli una visione d'insieme dell'intero campo.

E questa è la coltivazione della consapevolezza da tenere nelle nostre azioni quotidiane. Questa analogia suggerisce come un approccio sensato, equilibrato, possa aiutare a superare le difficoltà che si incontrano durante la vita.

Potremmo vedere che il primo contadino è una rappresentazione di come potremmo abitualmente reagire alle difficoltà: con avversione, fissazione, affrontandole con sforzi crescenti nel tentativo di eliminare quello che potrebbe essere un "problema percepito".

Adottando il primo approccio, potremmo perdere la prospettiva dell'intera situazione e lasciarci sopraffare dalla difficoltà stessa.

Il primo contadino, concentrandosi esclusivamente sulla rimozione della pietra (la difficoltà percepita), egli ha gradualmente distrutto proprio il campo che intendeva coltivare. Ciò può rispecchiare il modo in cui a volte possiamo essere così presi dalla lotta contro i nostri pensieri, le nostre emozioni o le circostanze e conseguenze percepite, da perdere di vista il quadro più ampio e la consapevolezza che lo contiene.

Quindi, con la pienezza mentale, cerchiamo di cambiare la nostra esperienza e di porci in un modo diverso davanti al problema. Così da poter arrivare a capire come potremmo reagire ragionevolmente.

Pertanto è di massima importanza riconoscere come una situazione potrebbe farci sentire e quanto facilmente potremmo essere inclini a lasciarci travolgere da frustrazioni, rabbia o fastidio. Dovremmo renderci conto di come ci sentiamo, senza lasciarci trasportare o perderci in tali emozioni incontrollabili, senza perdere di vista la situazione reale nel suo complesso, senza perdere di vista l'intero campo della nostra esperienza così com'è.

A sua volta potremmo iniziare a vedere come la reattività o la resistenza potrebbero essere la causa della nostra sofferenza, e quindi questo, con essa, ci offre l'opportunità di scegliere di rispondere in un modo nuovo invece di reagire.

Questo potrebbe aiutarci a incanalare quelle che potremmo chiamare "emozioni negative" in modo più saggio, in modo da affrontare la situazione con diligenza. Trovare lo spazio tra stimolo e risposta.

Tra stimolo e risposta c'è uno spazio. In quello spazio risiede il nostro potere di scegliere la nostra risposta. Nel tipo di  risposta risiede la nostra crescita e la nostra libertà.

Quando gli ostacoli diventano punti di osservazione, questo ci porta al secondo contadino e a come ha incarnato la consapevolezza nel modo in cui si è avvicinato alla roccia.

Ha riconosciuto la roccia – l'ostacolo/difficoltà – ma ha mantenuto la consapevolezza dell'intero campo – la situazione più ampia. 

E nella sua risposta, possiamo vedere che, anziché essere definita dalla resistenza a ciò che è, lavora abilmente con la realtà che gli si è presentata.

Di conseguenza, alla fine scopre una nuova realtà: ciò che inizialmente sembrava un ostacolo/difficoltà ha finito per non essere così grave come sembrava, al punto che la roccia è diventata un punto di osservazione da cui poteva osservare l'intero campo.

Alla fine, siamo destinati a incontrare delle "rocce" nella vita: emozioni difficili, sensazioni fisiche, persone o circostanze difficili. 

La consapevolezza non consiste nell'eliminare nulla di tutto ciò, ma offre un nuovo modo di stare con esse, relazionandoci in modo diverso, con una visione più ampia che non perde di vista il contesto della nostra esperienza nel suo complesso.

Quindi, in momenti come questi, non dimenticate di fermarvi, respirare e attingere a quello spazio tra stimolo e risposta, una pausa che permette di scegliere il modo in cui rispondere a una situazione, perché in tutta verità, nella risposta dimostriamo la nostra maturità.

mercoledì 21 maggio 2025

Luminonda, il mondo di un alieno


 

Ho parlato con un alieno e mi ha descritto così il suo mondo.

“Il mio mondo lo chiamiamo Luminonda. Qui tutto funziona secondo principi completamente diversi rispetto alla vostra realtà.  È un mondo che si fa beffa della Geografia e Fisica.

Le isole sono sospese nel vuoto. Non esistono continenti, ma migliaia di isole fluttuanti di dimensioni variabili, da pochi metri a intere nazioni, tenute in sospensione da fasci luminosi sorgenti da un centro di energia che tutto sostiene.

Da questo punto d’origine, l’universo nasce e si espande all’infinito. E in processo senza fine si formano civiltà a diverso grado di evoluzione. La vostra civiltà, per esempio, è una delle primordiali.

A Luminonda La gravità è direzionale: cammini normalmente sulla superficie della tua isola, ma se salti oltre il bordo, cadi verso isole più basse, attraversandole come un fantasma.

La vegetazione è composta da strutture trasparenti che assorbono la luce proveniente dall’isola “Sole” più vicina. Questo tipo di luce serve per creare ossigeno liquido, bevuto dagli abitanti. 

Di notte, gli alberi emettono melodie visibili come onde di colore che fanno brillare i cuori umani e li riscaldano d’amore l’intera isola.

L’acqua non esiste. Al suo posto ci sono fiumi di energia liquida ("Lux") scorrono tra le isole, alimentando ogni forma di vita.

Bere Lux trasforma temporaneamente il corpo in luce pura, permettendo di viaggiare a velocità incredibili.

In questo mondo fantastico non ci sono gerarchie di persone o di potere, vige solo armonia individuale.

Non esistono governi o leggi scritte.

Le comunità si autoregolano attraverso una connessione empatica che potremo chiamare “Sincronia Mentale”.

Chi rompe l’equilibrio viene "dissolto" temporaneamente in Lux e riportato in vita con proprietà mentali modificate.

L’unica valuta esistente e scambiata, è la creatività. 

Ogni azione (coltivare, costruire, persino litigare) viene valutata per la sua bellezza e originalità.

I più poveri sono gli abitudinari; quelli che ripetono azioni banali senza innovazione.

I bambini imparano dormendo, assorbendo conoscenza da "sogni condivisi" generati dagli anziani. 

Non esistono scuole, ma torri dove si incubano sogni per sfide intellettuali specifiche. Per esempio, c’è la torre del Sogno della Matematica Quantica; Quella dell’automazione a diversi strati di pensiero; quella che insegna la gentilezza cosmica e tanto altro ancora.

Le macchine sono organismi viventi ibridi, cresciuti da semi metallici piantati nel terreno dell’isola.

Un bus volante, per esempio, potrebbe essere un gigantesco pesce con scaglie d’acciaio e motori al posto degli organi.

La magia si basa sul paradosso. Per lanciare un incantesimo, devi dichiarare due verità opposte (esempio: "Mi trovi dove non ci sono"). Se il paradosso è perfetto, la realtà si strappa e obbedisce.

Non ci sono animali, abbiamo soltanto anime a perfezione diversa.

Gli unici esseri capaci di mentire. Vivono nelle ombre delle isole e vendono segreti distorti in cambio di frammenti di sogni.

Gli Esseri che hanno rinunciato alla creatività per sfuggire alla pressione sociale. Hanno volti lisci come porcellana e comunicano tramite simboli proiettati sul petto.

Le Anime di chi è stato "dissolto" troppe volte, sono condannate a vagare come fari viventi, illuminando le isole più oscure.

Ogni secolo, le isole smettono di produrre suoni per 10 anni. In questo periodo, gli abitanti combattono guerre invisibili usando colori e gesti, lasciando cicatrici luminose sul territorio.

Più ci si avvicina al nucleo di energia, più il tempo diventa caotico. Esploratori tornano con memorie di futuri non ancora accaduti o diventano profeti folli.

A Luminonda, il concetto di "verità" è considerato noioso. L’obiettivo della vita è creare storie così affascinanti che il mondo stesso le adotta come realtà temporanee. 

Ogni persona, morendo, diventa un capitolo in un libro cosmico letto da entità sconosciute che poi valutano la qualità del processo globale.

Il nostro mondo riflette una logica dove l’arte e il caos governano, invertendo completamente la vostra ossessione per l’ordine e il pragmatismo. 

Cosa ne pensi? 

Vorresti visitare il mio mondo?”


mercoledì 20 dicembre 2023

I doni dei Magi

 

Dieci euro e ottantasette centesimi. Questo era tutto ciò che Denis possedeva. Cinquanta centesimi risparmiati uno o due alla volta chiedendo sconti al panettiere, al fruttivendolo e al macellaio fino ad arrossire di vergogna per la silenziosa accusa di parsimonia che un comportamento così speculativo implicava. Denis contò tre volte il suo magro tesoro. E il giorno dopo sarebbe stato Natale.

Evidentemente non c’era altro da fare che buttarsi sul piccolo divano logoro e urlare. “Ecco, questa è la mia vita! Fatta di sacrifici e rinunce!”

La padrona di casa aveva già rincarato il fitto di casa, passandolo dai 300 ai 350€ mensili. L’appartamento ammobiliato non era proprio da gran figura; delineava le povere condizioni economiche di chi ci viveva. Nel portone di sotto c’era una cassetta delle lettere nella quale nessuna lettera poteva entrare, e un pulsante elettrico che nessun dito mortale avrebbe potuto premere. Accanto al tasto una sbilenca etichetta riportava il nome “James Hanton”.

La famiglia “Hanton” aveva vissuto un bel periodo di prosperità quando il suo guadagno era invidiabile. Ora, a causa di investimenti sbagliati il reddito supera di poco la soglia di povertà. Quello lettere sulla targa della porta apparivano sfocate, come se si allineassero alla critica economia della casa. Tutte le volte che il signor James Hanton, chiamato affettuosamente Jim, tornava a casa e raggiungeva il suo appartamento, veniva abbracciato calorosamente dalla moglie, la signora Denis.

Quel giorno Denis attendeva il suo uomo piangendo mentre seduta accanto alla finestra, osservava un gatto grigio che camminava lungo il recinto grigio del grigio cortile.

Tornava nella sua mente l’idea che l'indomani sarebbe stato il giorno di Natale e lei aveva soltanto dieci euro con cui comprare il regalo a Jim. Aveva risparmiato per mesi ogni centesimo, con questo risultato. Lo stipendio di Jim non copriva tutte le spese ed era impossibile risparmiare di più. Aveva immaginato di comprare un grande regalo per Jim. Il suo Jim. Quante ore felici aveva perso a pianificare qualcosa di carino per lui. Qualcosa di bello, raro e genuino, qualcosa che si avvicinasse appena un po' a essere degno dell’onore di essere posseduto da Jim.

C’era una specchiera tra le finestre della stanza. All'improvviso la donna si voltò verso la finestra e fissò lo sguardo allo specchio. I suoi occhi brillavano, ma il suo viso aveva perso il colore nel giro di venti secondi. Rapidamente si tirò giù i capelli e li lasciò cadere per tutta la loro lunghezza.

In famiglia c’erano due oggetti preziosi di cui entrambi i coniugi erano molto orgogliosi.  Il primo era l’orologio d’oro di Jim che era stato prima di suo nonno e poi di suo padre. L’altro erano i meravigliosi lunghissimi capelli biondi di Denis. Se la regina di Saba avesse visto i suoi capelli si sarebbe strappato le vesti dall’invidia.

Così i bellissimi capelli di Denis le cadevano sulle spalle, increspati e lucenti come una cascata di fili d’oro.

Un pensiero l’agitava.  Indossò la sua vecchia giacca marrone; coprì la testa con il suo vecchio cappello marrone. Con un turbinio della gonna e con la brillante luce ancora nei suoi occhi, uscì dalla porta di casa, scese le scale fino alla strada.

Percorse una serie di viottoli e si fermò davanti a una bottega che mostrava un cartello pubblicitario su cui era scritto: “Articoli per capelli di tutti i tipi”. Prese un po’ tempo per ricomporsi e poi entrò. Si rivolse ad una signora che era sicuramente la proprietaria del negozio e domandò: “Vorrei vendere i miei capelli, lei li comprerebbe?”

“Io compro i capelli”, disse la signora. "Togliti il cappello e diamogli un’occhiata."

La signora si avvicinò ai capelli, li osservò attentamente, sollevandoli con mano esperta, e disse: “Quaranta euro!”

“Va bene, sono tuoi!” rispose Denis.

Oh, le due ore successive furono trascorse su ali rosee. Denis saccheggiò tutti i negozi della zona per cercare il regalo giusto per Jim. Alla fine lo trovò. Sicuramente era stato fatto per Jim e nessun altro. Non ce n’era un altro simile in nessun negozio, e lei li aveva rivoltati tutti.

Si trattava di un cinturino per orologio in platino, semplice e casta nella linea, che proclamava adeguatamente il suo valore solo attraverso la sostanza e non attraverso ornamenti meschini, come dovrebbero presentarsi tutte le belle cose. Non appena lo vide, capì che doveva essere di Jim. Era come lui.

Le costò quarantanove euro e le rimasero in tasca un euro e ottantasette centesimi. Con quel cinturino legato al suo orologio, Jim sarebbe stato orgoglioso di mostrarsi al lavoro. Per quanto grandioso fosse l’orologio, a volte lo guardava di nascosto a causa del vecchio malmesso cinturino di cuoio.

Quando Denis arrivò a casa, la sua ebbrezza cedette un po' il posto alla prudenza e alla ragione. Tirò fuori i suoi arricciacapelli, accese il gas e si mise a riparare i danni causati dalla generosità nata per l’amore del suo uomo.

Non fu un compito facile sistemare i corti capelli ribelli. Nel giro di quaranta minuti la sua testa era ricoperta di piccoli riccioli ravvicinati che la facevano sembrare meravigliosamente una scolaretta che marinava la scuola. Guardò a lungo, attentamente e criticamente la sua immagine riflessa nello specchio.

“Se Jim non mi uccide”, si disse, “prima di darmi una seconda occhiata, dirà che sembro una ballerina di prima fila di Coney Island. Ma cosa potevo fare – oh! cosa avrei potuto comprare con dieci euro e ottantasette centesimi?”

Ormai si era fatta sera, la padella era sul fuoco, calda e pronta per cuocere le costolette.

Jim non faceva mai ritardo. Denis con il dono nelle mani si sedette all’angolo del tavolo, vicino alla porta da dove entrava sempre. Appena sentì i suoi passi sulle scale della prima rampa, diventò bianca solo per un momento. Aveva l’abitudine di dire piccole preghiere silenziose per le cose più semplici di tutti i giorni, e ora sussurrava: “Per favore, Dio, fagli credere che sono ancora carina”.

La porta si aprì e Jim entrò. Sembrava stanco e molto serio. Povero ragazzo, aveva solo ventisei anni – e il peso di condurre una famiglia! Aveva bisogno di un nuovo soprabito ed era senza guanti.

Jim entrò nella casa lentamente, con le stesse movenze di un setter preso dall’odore delle quaglie. I suoi occhi erano fissi su Denis, e traspariva in essi un’espressione che lei non riusciva a decifrare, e questo la terrorizzava. Non era rabbia, né sorpresa, né disapprovazione, né orrore, né alcuno dei sentimenti a cui era preparata. Lui semplicemente la fissava intensamente con quella strana espressione sul viso.

Denis si alzò dal tavolo e si avventò su di lui.

“Jim, tesoro”, gridò, “non guardarmi in quel modo. Mi sono tagliata i capelli e li ho venduti perché non avrei potuto passare il Natale senza farti un regalo. Presto ricresceranno: non ti dispiacerà, vero? Dovevo proprio farlo. I miei capelli crescono molto velocemente. Buon Natale, Jim!”

L’uomo tardava a rispondere mentre lei continuò “Non sai che bel ...  bel, bel regalo ho per te."

“Ti sei tagliato i capelli?” domandò Jim, faticosamente, come se non si fosse accorto di quel fatto così evidente, anche dopo il più duro lavoro mentale.

"Li ho tagliati e venduti”, rispose Denis. “Non ti piaccio comunque? Sono sempre io anche senza i capelli lunghi, vero?"

Jim si guardò intorno con curiosità.

“Hai detto che i tuoi capelli li hai tagliati?" disse con un’aria quasi da sciocco.

"Sì “, disse Denis. «Sono stati venduti. È Natale, amore. Sii buono con me, perché li venduti per comprarti il regalo. Forse vuoi dirmi che i miei capelli erano importanti per te, ma mai più importanti del mio amore per te”, continuò con una dolcezza improvvisa e seria, “Jim, non vuoi che ti dia tutta me stessa?”

Jim sembrò svegliarsi rapidamente dal torpore che aveva inibito la sua mente. Abbracciò la sua Denis.

Jim tirò fuori un pacco dalla tasca del soprabito e lo gettò sul tavolo prima di dire: “Non scherzare Denis”, le diede un bacio, “Non credo un che un taglio di capelli potrebbe farmi piacere di meno la mia ragazza. Ma se apri quel pacco sul tavolo, potresti capire perché all’inizio mi hai disorientato."

Le sottili, agili e bianche dita di Denis sciolsero lo spago e strapparono la carta di involucro. E poi un grido di gioia, una forma di estasi urlata; e subito dopo, ahimè! Un rapido cambiamento d’umore. Lacrime femminili e lamenti isterici, richiesero l'immediato impiego di tutti i poteri confortanti del padrone di casa.

Perché lì giacevano i pettini: il set di pettini, laterali e posteriori, che Denis aveva adorato a lungo in una finestra di Broadway. Bellissimi pettini, in puro guscio di tartaruga, con bordi ingioiellati – proprio la tonalità da indossare tra i bellissimi capelli scomparsi. Erano pettini costosi, lo sapeva, e il suo cuore li aveva semplicemente desiderati e bramati senza la minima speranza di possederli. E ora erano suoi, ma le trecce che avrebbero dovuto adornare gli ambiti ornamenti erano scomparsi.

Ma lei se li abbracciò al seno e alla fine riuscì ad alzare lo sguardo con gli occhi offuscati e un sorriso e dire: “I miei capelli crescono così in fretta, Jim!"

E poi Denis balzò in piedi come un gattino bruciacchiato e gridò: “Oh, oh!"

Jim non aveva ancora visto il suo bellissimo regalo.

Glielo tese con entusiasmo sul palmo aperto della mano. Il prezioso metallo sembrava riflettere il riflesso del suo spirito luminoso e ardente.

“Non è un bello, Jim? Ho cercato in tutta la città per trovarlo. Adesso dovrai guardare l’ora centinaia di volte al giorno. Dammi il tuo orologio. Voglio vedere come sta.”

Invece di obbedire, Jim si lasciò cadere sul divano, si mise le mani dietro la testa e sorrise.

“Denis”, disse, “mettiamo via i nostri regali di Natale e conserviamoli per un po'. Sono troppo belli per essere usati al momento. Ho venduto l’orologio per avere i soldi per comprare i tuoi pettini. Ho voluto anch’io darti tutto me stesso.”

 

Commento dell’autore: I magi, come sapete, erano uomini meravigliosamente saggi che portarono doni al Bambino Gesù. Certamente non donarono costosi gioielli, oggetti ricercati, vestiti e borse griffate. Hanno inventato l’arte di fare i regali di Natale perché i cuori si parlassero … perché il dono fosse una promessa d’amore.

 

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