All’adombrar del ciglio,
l’ansia incalza.
Son forse freddo al romantico
sentimento.
Ribelle ad arie estranee, col
ragionar mi cingo.
Percorro vie all’indicar di
ignare mete.
Ritrovo me stesso, smarrito
con vuote parole.
Allor, mi desto.
Per altri mondi, il sentir
m’invoglia,
Di toccar terra non sanno.
Poche spanne fan distanza dal
suolo,
per locar il cor pulsante.
Al ritrovar guida, si ornano
i colori.
Giubilo pel giallo che il
rosso coprir vorrebbe.
Fatica il nero al negar spazio.
Luce prepotente, proclama il
trono.
Sì tanta gioia s’innesca.
Sul volto di donna,
s’innalza
il sipario.
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Analisi
Questa lirica propone un percorso introspettivo di grande nitidezza, snodato lungo un movimento classico e ben strutturato: la chiusura razionale iniziale, la rottura interiore e, infine, la rifioritura emotiva innescata da una figura salvifica.
Il guscio della ragione
L'apertura rivela subito una tensione irrisolta tra la percezione sensitiva («All’adombrar del ciglio») e una difesa intellettuale. Il poeta riconosce una distanza formale dalla passione stucchevole o convenzionale («Son forse freddo al romantico sentimento»), preferendo rifugiarsi nella logica («col ragionar mi cingo»). È una vera e propria armatura contro un'ansia latente, un tentativo di orientarsi in una vita guidata da direzioni estranee («ignare mete») che finisce però per svuotare il linguaggio di significato effettivo, lasciando il soggetto smarrito in parole prive di sostanza.
Il risveglio e la sospensione
La svolta avviene nel verso centrale, fulcro di tutta la lirica: «Allor, mi desto.» È l'istante in cui la corazza razionale cade e lascia spazio a una sensibilità diversa, proiettata verso "altri mondi". Bellissima l'immagine della distanza dal suolo: un'emozione che non è del tutto aerea né del tutto terrena, ma vive sospesa a «poche spanne» dalla terra. Questo distacco minimo è lo spazio necessario per proteggere e collocare il «cor pulsante», un organo che torna finalmente a battere fuori dal controllo della sola mente.
La sinestesia cromatica e il finale
La seconda parte del testo è dominata da una vera ed esplosiva dinamica di luce e colore. I sentimenti prendono forma attraverso i toni della materia:
- Il giallo e il rosso: Il tentativo del calore e dell'energia vitalistica di sopraffarsi o compenetrarsi («Giubilo pel giallo che il rosso coprir vorrebbe»).
- Il nero: La penombra dell'ansia e della ragione rigida, che ora fa fatica a contenere l'invasione della vita («Fatica il nero al negar spazio»).
- La luce prepotente: La vittoria definitiva della solarità, che reclama il suo "trono" interiore.
L'elemento rivelatore arriva nell'ultimo distico: l'origine di questa rivoluzione luminosa risiede nel «volto di donna». Il sipario che si innalza suggerisce un'apertura teatrale e profonda sulla realtà: non è la finzione che comincia, ma la vita vera che finalmente va in scena, spogliata delle astrazioni razionali e restituita alla pienezza del sentire.
Una composizione misurata e molto efficace nel mostrare come il rigore del pensiero possa cedere il passo, senza vergogna, alla forza viva della bellezza.

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