venerdì 21 novembre 2014

L'amore che mette le ali: dal rifugio sicuro alla libertà di volare




Un ramo oscillava al vento. 
Nascosto tra le foglie, un nido proteggeva un uccellino. Non pigolava ma aveva paura del vento. 
Amava il sole perché era caldo e luminoso.
Trascorreva le giornate cercando di veder oltre le foglie.
Un giorno, un'ombra apparve! 
Era un uccelletto un po' più grande. 
Era bello, tutto colorato.
Svolazzava di ramo in ramo perché gli piaceva conoscere il mondo che lo circondava.
Durante uno dei suoi frenetici voli, si posò sul ramo dove quell’uccellino timoroso attendeva di crescere.
Fu un attimo e si piacquero.
I due uccellini sembravano conoscersi da molto tempo.
Iniziarono a cinguettare insieme. 
Poi seguirono lunghi racconti. 
Si scambiarono segreti ed insegnamenti.
Non passò molto tempo, quando cominciarono a saltellare insieme. Erano passi di danza e piccoli voli.
Sicuramente volevano volare insieme, liberi nell’aria primaverile.
Si dividevano tutto anche le piccole prede che catturavano giocando insieme.
Le nuvole erano lontane e la pioggia alla fine arriva.Un nido tutto per loro, serviva.
Occorrevano ali grandi per costruirlo e poi bisognava anche scegliere il più bell’albero della zona.
L’amore mette le ali e le fa crescere se non si guarda in basso.

Si sa! Il tempo non aspetta nessuno.

E la primavera non dura molto.

Riflessione

C’è qualcosa di profondamente umano, quasi doloroso nella quiete tesa di un ramo che oscilla al vento. Immaginalo: là fuori il mondo soffia, si muove, cambia direzione senza chiedere permesso, e nel cuore di quel frastuono verde, nascosto tra la fittezza protettiva delle foglie, c’è un nido. Dentro, un uccellino. Non emette un suono, non spreca il fiato in un pigolio che nessuno sembrerebbe comunque in grado di ascoltare, ma trattiene il respiro. Ha paura del vento. 
Ha paura di ciò che non può controllare, di quella forza invisibile che stratifica l’aria e minaccia di spezzare l’equilibrio fragile della sua dimora.

Eppure, quell’uccellino non è del tutto privo di desideri o di sogni. Ama il sole. Ama il sole perché è caldo, perché è luminoso, perché avvolge senza chiedere nulla in cambio, donando una certezza rassicurante che sembra immobile, eterna. Così, passa le sue giornate cercando disperatamente di vedere oltre il muro verde delle foglie. Sguardo teso, il cuore che batte un po’ più forte, in bilico tra la nostalgia di un calore sicuro e la curiosità sordo-muta di ciò che esiste là fuori. 

È la condizione in cui tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo trovati: rannicchiati nel nostro piccolo perimetro di sicurezza, a guardare il mondo attraverso una fessura, desiderosi di luce ma terrorizzati dalla tempesta.

Poi, un giorno, succede quello che non ti aspetti. All’interno di quel quadro immobile, un’ombra improvvisa attraversa la luce. Non è un pericolo, non è la bufera temuta: è un altro uccelletto, un po’ più grande, animato da una grazia e da una vivacità che lasciano senza fiato. È bello, ha le piume variopinte, vive il cielo non come una minaccia ma come un parco giochi sconfinato. 
Svolazza leggero da un ramo all’altro, spinto da quel motore inarrestabile che è la curiosità, dal piacere puro di conoscere e di farsi attraversare dal mondo.

Durante uno dei suoi voli frenetici, guidato da chissà quale misteriosa corrente invisibile, quell'uccellino colorato si posa proprio lì, sul ramo esitante dove il nostro piccolo protagonista sta imparando, suo malgrado, ad attendere la vita.

È un attimo. Di quelli che azzerano lo spazio e il tempo. Si piacciono subito, con la naturalezza disarmante con cui due fiumi, dopo aver corso per valli diverse, si incontrano nel letto comune. 

Non c’è bisogno di presentazioni, di cautele, di difese. Sembra che si conoscano da sempre, da vite intere, come se le loro anime avessero già condiviso lo stesso cielo prima ancora di mettere le ali.

Bastano pochi istanti e i silenzi timidi lasciano il posto ai cinguettii. 

Prima timidi, poi sempre più fitti, fino a trasformarsi in lunghi racconti, in confessioni sussurrate, in uno scambio prezioso di segreti e di piccoli insegnamenti sulla vita. 

L’uno scopre nell’altro la parte che gli mancava: il coraggioso impara il valore dell’ascolto e della sosta, il timoroso riceve il contagio benefico della leggerezza.

Il tempo, a quel punto, cambia ritmo. Non passano molti giorni prima che la staticità del nido venga sostituita dal movimento. Cominciano a saltellare insieme sullo stesso ramo, poi azzardano piccoli voli coordinati, quasi fossero passi di danza provati su un palcoscenico invisibile. 

È chiaro, limpidissimo: vogliono volare insieme, liberi, finalmente leggeri nell’aria fresca della primavera. La vita non è più un pericolo da cui difendersi, ma uno spazio da abitare in due. Si dividono tutto, persino le piccole prede catturate giocando, trasformando la sopravvivenza in una festa condivisa.

Ma la vita vera, quella che non fa sconti alle favole, sa bene che le nuvole non restano mai lontane per sempre. 

La pioggia, prima o poi, arriva. 

Arriva per tutti. Ed è proprio nel momento in cui l'orizzonte si incupisce che si comprende una verità fondamentale: un nido tutto per loro, ora, non è più un capriccio, è una necessità urgente. 

Per costruirlo non bastano i vecchi rametti della fanciullezza; occorrono ali grandi, robuste, capaci di reggere il peso della pioggia e del vento. 

E bisogna anche avere il coraggio di scegliere il più bell’albero della zona, quello con le radici più profonde e la chioma più fiera, per piantarvi dentro il proprio futuro.

In quel passaggio cruciale si cela il senso ultimo di tutto il percorso. L’amore mette le ali e le fa crescere, ma lo fa a una sola, inderogabile condizione: che non si guardi in basso.

Perché guardare in basso significa cedere alla vertigine, al dubbio paralizzante, alla paura atavica di cadere e di farsi male. Significa misurare la distanza tra il ramo e il suolo, calcolare i rischi, farsi catturare dal terrore dell’errore. 

Chi ama davvero, chi sceglie di spiccare il volo verso l’altro e verso il mondo, deve accettare il rischio della caduta per poter scoprire la meraviglia del cielo. 

Deve imparare a fidarsi del vento che prima tanto temeva, trasformandolo in una spinta anziché in un ostacolo.

Si sa, del resto: il tempo non aspetta nessuno. Corre veloce, indifferente alle nostre esitazioni, alle nostre paure, ai rami a cui ci ostiniamo a stringerci quando la stagione è già cambiata. 

E la primavera, la stagione più vibrante, quella in cui tutto rinasce e le possibilità sembrano infinite, non dura molto. Scivola via in un soffio, lasciandoci esattamente lì dove ci siamo spinti a crescere.

Alla fine, ripensando a quell'uccellino nascosto tra le foglie che tremava al passaggio del vento, ci si rende conto di quanto la paura fosse soltanto l'anticamera di un coraggio ancora inespresso. 

Il nido iniziale, per quanto sicuro, era diventato troppo stretto non perché il mondo fosse cattivo, ma perché le ali nel frattempo erano cresciute. 

E quando impari a non guardare in basso, capisci che ogni temporale, ogni ramo che oscilla e ogni incontro inaspettato non fanno che prepararti al volo più bello della tua vita.

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