giovedì 28 settembre 2023

Un Chip nella mente (BIOS)


 

 
 
 
 
 
 
 

Gli uomini inconsapevolmente operano secondo motivazioni che si riscoprono soltanto a posteriori. 

Non mi riferisco a quelle apparenti, dettate dalla sapienza, dalla logica o dalla necessità, ma a quelle dettate da un’apparente ovvietà. Ogni essere umano è diverso da un altro, perché?

Sprecar parole per motivare differenze così evidenti, è un modo per annoiarsi o filosofare.
Per rispondere al quesito, divertendoci, mi servo di un elemento d’informatica: il BIOS.

Ogni essere umano ha un BIOS magistralmente configurato e personalizzato dal Padre eterno. 

Il Bios è un circuito microprogrammato, dotato di una memoria minima necessaria a consentire al computer di partire e riconoscere le risorse di base per il suo normale funzionamento.  

Nel caso dell'essere umano, il bios è veramente qualcosa di standard impiantato nel cervello che permette la compatibilità tra anima e corpo.
Le particolarità costruttive del corpo fanno sì che esso, per svolgere alcuni compiti basilari, deve rivolgersi a un interlocutore in grado di parlare una “lingua“ standard alla componente spirtuale e razionale dell'uomo, operando in modo da nascondere i dettagli biologici, specifici del corpo della particolare persona su cui il bios è impiantato.

Questo disaccoppiamento tra il modo di agire (software) e le esigenze del corpo (hardware), crea quella diversificazione di fatto che rende unico ogni esemplare umano e offre al Creatore una maggiore libertà progettuale. 

Infatti, il progettista del carattere degli uomini, nel definirlo, non deve più preoccuparsi di quali segnali emotivi e di quali temporizzazioni sono necessarie usare nella comunicazione tra i neuroni nel cervello e il movimento delle mani, ma delaga il tutto al dispositivo standard. 

Questo interlocutore è, appunto,  il BIOS (Basic Input/Output System), un programma relativamente piccolo ma di fondamentale importanza, sempre più spesso memorizzato su chip e alloggiato sulla nostra motherboard.

Il BIOS può essere aggiornato senza dover rinascere qualora l’esperienza traumatica modifichi la sua configurazione.
Se si riuscisse a scoprire dove risiede il nostro BIOS, sfruttando la clonazione, potremmo vivere in eterno. 

In questo modo avremmo rubato un grande segreto a quel burlone del buon Dio.
 

martedì 26 settembre 2023

Coscienza giovanile


Svegliarsi la mattina e contenere l’energia del mondo, ignari di trascorrere solo una parte infinitesimale di tempo dell’universo, è l’esatta definizione di sentirsi giovane.
Altre proprietà discendono come corollari di uno stesso teorema. 

La presunzione di poter fare qualunque cosa, la convinzione di poter rimandare o ripetere un evento di vita, l’incoscienza di rimpicciolire il mondo alla nostra dimensione, la procurata cecità delle verità assolute che si alternano con la stessa velocità con cui si assumono, fa parte del pianeta gioventù.

Il corpo tace ed è un compagno opportunista dell’anima; da essa chiede opportunità per crescere e rinvigorirsi, sminuendo le necessità legate al bisogno di serenità, osservazione, riflessione e studio.
I giovani traducono il divertimento come movimento gioioso, intensa agitazione che trascina anche l’anima in un turbinio di sensazioni stimolanti molteplici emozioni.
Pause o inattività, quali possibili traditrici e promotrici di consapevolezza,  tendono a limitarle e se non è possibile, evitarle.
Flemma, pragmatismo, ponderazione, non sono qualità concilianti con l’essere giovane e sebbene queste possano essere qualità di alcuni ragazzi, danno senso di maturazione avanzata. 

Di conseguenza, il giovane maturo tra i suoi coetanei appare fuori dal tempo, colorandosi di grigio.
La necessità di divertirsi del giovane va oltre la conoscenza dei modi per arrivarci; istintivamente giunge attraverso lo stordimento procurato da stimoli esterni: musica, cibo, alcolici, sesso, droga.
L’apparato sensoriale è la porta d’ingresso attraverso cui gli agenti stimolatori trovano amico lo stupido corpo per portare in risonanza nel cervello quelle sensazioni che diventeranno emozioni, illusioni o allucinazioni.

Il divertimento, così inteso, è una tempesta nel corpo capace di far sentir “vivo” un corpo che per la giovane età non pone nessun problema di biologia e del quale si vuol sentire la presenza.
Arriverà il giorno in cui l’ex-giovane sentirà bussare il corpo all’anima chiedendole conforto per qualche inaspettato acciacco, allora si verificherà una strana commedia.

L’anima comincerà a prendere spazio nella sfera delle attenzioni e non si potrà esimere nel fornire al corpo oltre alla sua comprensione anche il giudizio: “Amico mio, stai invecchiando!”.
La risaputa stupidità del corpo accetterà tale giudizio e si adeguerà.
Da quel momento in poi lo specchio vedrà più frequentemente scrutare il viso, pronto a riflettere alla vista dei primi capelli bianchi o delle prime percettibili rughe. 

Il dialogo anima-corpo continuerà in una battaglia che, per qualcuno assumerà la strategia di guerra di posizione, per altri, saranno battaglie lampo da cui deriverà nuovi modi comportamentali e un diverso spirito di intendere la vita. 
In questa fase le verità diventano poche, difficili da assumere e difficilissime da rimuovere.

Il sentirsi giovane diventerà strettamente dipendente dalla profondità del sentimento di apprezzamento concernente tutto ciò che fa parte della vita e dalla gamma delle passioni intellettuali che essa coinvolge.

La curiosità della persona matura va oltre a quella di un bambino poiché, non gli basta più conoscere, vuole godere di tutto quello che la vita offre. 


lunedì 25 settembre 2023

Il braccialetto

 

 

 

 

 

 

Amavo la mia ragazza. La amavo tanto da volerla stupire in ogni nostro incontro. La mia gioia di vederla sorridere era incontenibile … ed io sprofondavo nei suoi occhi.

Volevo regalarle un gioiello … quello che fa meraviglia ad ogni donna. Avevo pochi soldi e non potevo permettermi una grande spesa. Racimolai il massimo di denaro che potetti e mi recai in gioielleria. Comprai un braccialetto particolarissimo. Era un filo d’oro che raccoglieva tanti anellini.

Ognuno di quelli doveva essere una promessa d’amore.

In un pomeriggio, al sol calante … il momento più bello per un atto romantico, decisi di darle il mio regalo. Quello non era soltanto un braccialetto … era il sunto del mio bene e desiderio di vederla felice accanto a me. 

Eravamo in auto, ferma di fronte all’orizzonte. Sul mare, calmo per l’occasione, spirava una gradevole brezza che entrava dai finestrini aperti, dando la frescura del tramonto. Entrambi non parlavamo. Sorrisi, complici del nostro amore, erano parole senza suoni. Presi la sua mano e la accarezzai. Lei la strinse e con l’altra mi rabbrividì con un pizzicotto.

Colsi l’occasione per tirar fuori il mio braccialetto e ornare il suo polso. Sorpresa per l’inatteso dono, disse:

-“Caro, io ti amo così come sei … nessun oggetto potrebbe aumentare il mio amore per te.”

Volevo sorprendere, ma fui sorpreso. Allora risposi:

-“Le tue belle parole mi rendono orgoglioso di te. Questo braccialetto continuerà a dirti ti amo anche quando non ti sono vicino.”

Un abbraccio e un bacio sugellarono quel momento indimenticabile. 

 

domenica 24 settembre 2023

Ragionando del dopo


 
 
 
 
 
 
 
L’animo umano è complesso; tentare una sortita conoscitiva è un’esperienza affascinante che non crea nessun precedente.

Illustri psicologi si sono avventurati e hanno catturato qualche teoria interessante, ma hanno tirato fuori solo idee discutibili, anzi, hanno gettato benzina su un fuoco che già era parte di un incendio.

Un dato certo esiste. Ognuno di noi nascendo è costretto a sopravvivere. Questa incombenza è un macigno che ci portiamo sulle spalle e che ci impedisce di guardarci attorno. 

Non riusciamo, per la fatica, nemmeno a guardarci fra noi, poiché rimaniamo paralizzati dalla diffidenza. Solo parvenze di intimità ci leniscono il dolore di una solitudine voluta da una natura, di cui facciamo parte, ma non ne siamo padroni. 

La coscienza di una vita che dovrà terminare ci forza il pensiero della morte. 

Il crudele automatismo si innesca così: 
“Sono cosciente di dover morire e mi affanno a rimandare quel momento, occupando il tempo a trovare il sistema migliore per ritardarlo”. 

Alla fine del percorso molti si rendono conto che hanno rincorso la propria coda, consumando il prezioso tempo vita.

Tutto questo mi ricorda la storia di un cane che, lasciato solo per intere giornate, al rientro del suo padrone, iniziava a rincorrere la propria coda impedendo al padrone di accarezzarlo.

Vi apparirà evidente che il cane divorato dall’ansia di rivedere il proprio padrone, chiedeva a se stesso di consumare un piacere per troppo tempo rimandato. 

Il meccanismo psicologico adottato dal cane ha funzionato in assenza del padrone, ma non gli ha consentito di raggiungere lo scopo per il quale il meccanismo era stato costruito.

In altre parole, il surrogato di un piacere ha fatto in modo che si sia dimenticato il vero piacere.

È verosimile pensare che, conducendo una vita in cui sbarcare il lunario ci impegna severeamente, diventi inevitabile posticipare o a non occuparci mai di questioni più vicine alla sfera umana.

Ed ecco che l’età e la cultura intervengono come bastone e carota per il povero uomo.

L’età, mentre avanza, ti costringe a sentire sempre più forte il peso del macigno e ti fa sperimentare a piccoli passi che cosa significa morire.

La cultura, come una droga, ti fa dimenticare il peso del macigno e abbassa la sensibilità alla stanchezza, sebbene a intervalli di tempo ti illuda di essere così speciale nell’universo fino a far apparire la morte come un’antipatica sosta o un angusto passaggio della natura. Allo sfortunato utente del proprio corpo, quel passaggio è durissimo. 

Soltanto la religione e il mistero potranno aiutarlo, poiché in questi sentieri non c’è bisogno di ragionare; basta la fede e la speranza. 
 

venerdì 22 settembre 2023

Amore impossibile

 

Una bellissima bionda ragazza passeggiava con il suo fidanzato. Mostrava animosità e disprezzo per il mondo che la circondava. Probabilmente, perché era cieca e si sentiva esclusa, commiserata. La sua acredine le impediva di frequentare molti amici. Il suo fidanzato, innamorato pazzo di lei, soffriva quando si parlava dei valori dell’amicizia, tolleranza e amore. Assisteva alla sua rabbia causata dalla impossibilità di cambiare il suo stato. Spesso si confrontavano in un colloquio che mirava a favorire la serenità interiore per entrambi.

-“Carlo, perché il mondo è cattivo?”

-“Amore mio, è il tuo cuore in pena a dipingerlo brutto e scostante.”

-“Capisco che mi vuoi bene e vuoi mitigare la mia sofferenza di donna cieca. Sappi però che il mio handicap accresce la sensibilità e per questo riesco a percepire più a fondo i sentimenti di chi mi parla.”

-“Allora sai che ti amo tanto e mi dispiace che tu manifesti dolore.” Disse Carlo, stringendole la mano.

-“Sì, so bene che mi ami, perché sei un uomo buono.”

-“Mi sposeresti?” domandò Carlo, volendo provare la sua sincerità.

-“Se un giorno acquistassi la vista ti sposerei senza esitazione.”

La ragazza era nella lista d’attesa per i trapianti di retina. Finalmente, giunse il giorno in cui fu chiamata dall’ospedale. Sottoposta all’intervento, riacquistò la vista.

Quando si incontrò con il suo fidanzato lo vide bellissimo, ma sorprendentemente cieco, come era stata lei!

-“Cara, ora vedi?”

-“Sì, Carlo! Sono rinata.”

-“Sono felice più di te. Ora che vedi ci potremo sposare?” chiese il ragazzo felicissimo.

-“Sposare? Per fare cosa? Caro, uno di noi due è cieco! Non potremmo mai essere felici. Mi dispiace, ma voglio una vita diversa.”

Il ragazzo scoppiò in lacrime e disse:

-“Ti capisco, cara. Io voglio che tu sia felice. Abbi cura di te stessa e dei miei occhi!”  

giovedì 21 settembre 2023

«Dimmi che mi ami»: il sacrificio di un ragazzo per salvare la sua fidanzata

✦ Chiave di lettura

Sembrava la classica tragedia causata dall'imprudenza giovanile: una moto lanciata a folle velocità e un impatto inevitabile. Ma dietro i titoli dei giornali e le righe della cronaca locale si celava una verità completamente diversa. Un gesto d'amore estremo, lucido e disperato, compiuto negli ultimi manciate di secondi prima del silenzio. Questa è la storia di Marco e Giulia, e di un ultimo abbraccio che ha sconfitto la morte.



Il sole di quel pomeriggio di maggio s’insinuava tra i rami freschi degli alberi, riflettendosi sul serbatoio lucido della motocicletta. 

Era una di quelle giornate di primavera in cui l’aria profuma di erba tagliata e di promesse, un giorno perfetto per lasciarsi la città alle spalle. 

Marco e Giulia stavano insieme da tre anni, una di quelle storie nate quasi per caso sulle panchine del parco e cresciute giorno dopo giorno, intrecciando sogni, risate e progetti per il futuro.


«Pronta?» le aveva chiesto Marco sorridendo, mentre finiva di allacciarsi il giubbotto di pelle.
«Prontissima!» aveva risposto Giulia con gli occhi che le brillavano di gioia. 

Aveva infilato la giacca leggera e si era sistemata il casco di Marco sul braccio, anziché sulla testa. faceva caldo, ed era un tragitto breve, una semplice passeggiata lungo la vecchia strada provinciale che portava verso la collina. 

Un'imprudenza da ragazzi, commessa senza pensarci, cullati dalla certezza che le brutte cose accadano solo agli altri.

Marco le aveva sfiorato la guancia con un bacio rapido, poi era salito in sella. Giulia si era accomodata dietro di lui, stringendogli i fianchi con la familiarità di chi conosce ogni gesto dell’altro. 

Il motore aveva iniziato a brontolare, un suono caldo e rassicurante, ed erano partiti, lasciandosi alle spalle il rumore del traffico e addentrandosi nel verde.

All'inizio, il viaggio era stato un idillio. Il vento della primavera accarezzava il viso di Giulia, scompigliandole i capelli e portando con sé la fragranza dei campi in fiore. 

Guardava le spalle larghe di Marco, la sicurezza con cui guidava, il modo in cui piegava dolcemente nelle prime curve. Ma man mano che la strada si faceva più dritta e isolata, il rombo del motore cambiò tono. Diventò più acuto, più rabbioso.

La lancetta del contachilometri iniziò a salire inesorabilmente. 80, 90, poi la soglia dei 100 km/h venne superata in un soffio. 

Gli alberi ai margini della carreggiata non erano più singoli tronchi, ma una striscia sfocata di verde e marrone. 



L’aria non accarezzava più: ora schiaffeggiava la pelle, facendo lacrimare gli occhi di Giulia.

Spaventata, la ragazza si sporse leggermente verso l'orecchio del fidanzato e urlò sopra il ruggito dell'asfalto: «Rallenta! Ho paura!»

Marco non rispose subito. Le sue mani stringevano il manubrio con una presa ferrea, le nocche diventate bianche sotto i guanti. 

Sul suo viso, nascosto dalla visiera, non c'era traccia di incoscienza, ma un terrore puro, gelato, che Giulia non poteva vedere. 

Poco prima, arrivando al rettilineo, Marco aveva provato ad azionare la leva del freno anteriore. Niente. Aveva premuto il pedale di quello posteriore con tutta la forza che aveva in corpo, ma la corsa era rimasta vuota. 

I freni si erano completamente bloccati, inusitabili, trasformando quel mezzo in una scheggia impazzita proiettata verso la fine della strada.

A ogni secondo la velocità aumentava, complice una leggera pendenza. In fondo al rettilineo, oltre una curva a gomito del tutto impossibile da affrontare a quella velocità, c'era un solido muretto in pietra che delimitava una vecchia proprietà abbandonata. 

Marco sapeva. Aveva calcolato la distanza, la velocità, la traiettoria: l'impatto era inevitabile. La morte li stava aspettando a poche centinaia di metri.

«Stai tranquilla... è così divertente» rispose Marco. La sua voce, trasmessa dal microfono del casco o percepita nell'aria, uscì incredibilmente calma, calibrata, quasi affettuosa. 

Fece intendere di avere la situazione perfettamente sotto controllo, recitando la parte del ragazzo spericolato pur di non far crollare il mondo addosso alla persona che amava di più.

Ma la velocità continuava a salire e il terrore di Giulia cresceva a dismisura. Il vento soffiava così forte da toglierle il respiro.

«Ti prego, amore, rallenta. È pericoloso!» riprese con la voce rotta dall'agitazione e dalle lacrime che iniziavano a scenderle lungo le guance.

Marco chiuse gli occhi per un millesimo di secondo, inghiottendo il nodo d'angoscia che gli serrava la gola. 

Aveva solo pochi secondi per fare la cosa più importante della sua vita. Non poteva salvarli entrambi. C'era un solo casco. Il suo casco.

«Va bene,» disse Marco, provando a sorridere anche se lei non poteva vederlo, «ma dimmi prima che mi ami.»

Giulia, confusa da quella richiesta improvvisa ma disperatamente desiderosa che lui tirasse la leva del freno, si strinse ancora di più a lui. «Sì ti amo, ti amo, ti amo... ma fa presto, rallenta!»

Quelle parole risuonarono nel cuore di Marco come un'eco dolcissima e tremenda. Erano l'ultimo dono della sua vita.
«Ok! Ora, però, indossa il mio casco che porti al braccio e stringiti forte a me.»

Giulia non perse tempo. Pur non capendo fino in fondo perché lui stesse rinunciando alla sua protezione in quel momento, si affrettò a far scivolare il casco dal braccio e a infilarselo sulla testa, allacciando il cinturino con le mani che le tremavano. 

Poi, come lui le aveva chiesto, avvolse le braccia intorno alla vita di Marco, incollando il petto alla sua schiena, nascondendo il viso nell'incavo del suo collo.

Fu in quel momento che Marco smise di lottare con i comandi della moto. Rilasciò la presa per un attimo, guidando con il solo peso del corpo per mantenere la traiettoria più diritta possibile. Mentre sentiva il calore di Giulia contro di sé, quel corpo fragile che stava cercando di proteggere a costo della propria vita, Marco iniziò a pregare. 

Non pregava per sé. In silenzio, gridando dentro la sua mente sopra il fragore del vento, chiese a Dio di accogliere il suo sacrificio, di assorbire lui tutto l'urto, di fare da scudo e di risparmiare la ragazza che stringeva il suo torso.

Fu l'ultimo abbraccio. L'ultimo profumo di lei, l'ultimo contatto con il mondo.

Poi venne l'impatto. Un boato sordo, il metallo che si piega, la pietra che si sbriciola, e infine il silenzio.



Il giorno successivo, una drammatica notizia apparve nella cronaca cittadina:

«Un terribile incidente è accaduto in periferia del paese: una moto con due passeggeri si è schiantata contro un muretto al termine di una folle corsa. Si è salvata soltanto la ragazza che fortunatamente portava il casco. Il giovane alla guida è deceduto sul colpo.»

I giornali parlarono di imprudenza, di velocità eccessiva, di una bravata finita in tragedia per la solita distrazione giovanile. I commenti della gente ai tavolini dei bar furono severi, pieni di compassione per la sopravvissuta e di condanna per quel guidatore giudicato irresponsabile.

Nessuno sapeva. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare la verità che si celava dietro quella dinamica.

La verità fu che Marco, a metà distanza dal luogo dell’impatto, si era reso conto che i freni erano bloccati e che non c'era alcun modo di fermare la corsa della moto. 

Avrebbe potuto farsi prendere dal panico, avrebbe potuto urlare, avrebbe potuto gettare entrambi nella disperazione negli ultimi istanti della loro vita insieme. Invece, aveva scelto l'amore puro. 

Non volendo allarmare la sua ragazza, le aveva chiesto se lo amasse e l'aveva spinta ad allacciare il casco e a stringersi a lui per offrirle l'unica barriera possibile contro la morte.

Oggi, su quel muretto di pietra dove ancora si vedono i segni dell'impatto, cresce qualche fiore di campo. Giulia vi si reca spesso, da sola, camminando piano nel silenzio della primavera. 

Porta dentro di sé un dolore profondo, ma anche la consapevolezza di un dono inestimabile. 

In ogni battito del suo cuore, in ogni respiro che prende, sa che continua a vivere solo perché qualcuno, nei suoi ultimi secondi sulla Terra, ha preferito salvarla anziché salvare se stesso.

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