lunedì 27 luglio 2015
I figli non ci appartengono: l'arte di amare senza trattenere
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domenica 26 luglio 2015
Il valore della solitudine per Totò
La solitudine di Totò è uno degli aspetti più profondi e meno appariscenti della sua figura artistica e umana.
Dietro il sorriso incontenibile, le smorfie, i giochi di parole e la comicità irresistibile, si nascondeva un uomo segnato da un senso di isolamento che lo accompagnò per gran parte della vita.
Totò, nato Antonio de Curtis, conobbe fin dall'infanzia una forma di solitudine originaria.
Figlio naturale, crebbe senza la presenza del padre, sperimentando il peso di un'identità incompleta e il desiderio di essere riconosciuto.
Quel bisogno di appartenenza e di dignità non lo avrebbe mai abbandonato.
Anche quando, anni dopo, venne legittimato e acquisì il titolo nobiliare che tanto desiderava, quella ferita interiore non si rimarginò del tutto.
Alcune mancanze dell'infanzia non possono essere colmate da alcun successo.
La sua carriera lo rese amatissimo dal pubblico, ma la popolarità non coincide con la comunione.
Sul palcoscenico Totò era circondato dagli applausi; nella vita privata, invece, emergeva spesso il silenzio.
Molti testimoni raccontano di un uomo riservato, incline alla malinconia, che amava ritirarsi nella propria casa, leggere, scrivere poesie e riflettere.
Era come se l'energia straordinaria che offriva al pubblico richiedesse, una volta spenti i riflettori, un lungo ritorno alla solitudine.
Vi è poi una particolare forma di isolamento che colpisce molti grandi artisti: essere compresi da milioni di persone e, nello stesso tempo, sentirsi realmente conosciuti da pochissime.
Il pubblico vedeva il principe della risata; pochi intuivano l'uomo vulnerabile che si celava dietro quella maschera.
La comicità diventava quasi una forma di protezione: facendo ridere gli altri, poteva custodire il proprio dolore senza esporlo.
Anche il rapporto con la critica contribuì a questa sensazione.
Per molti anni Totò fu considerato dagli intellettuali un attore "popolare", quasi un fenomeno minore, mentre il pubblico lo venerava. Solo negli ultimi decenni la sua grandezza artistica è stata pienamente riconosciuta.
Essere amati dal popolo ma non sempre compresi dalla cultura ufficiale può generare un'ulteriore esperienza di solitudine: quella di chi avverte il proprio valore senza vederlo pienamente riconosciuto.
La sua malinconia emerge con particolare evidenza nelle poesie.
In componimenti come 'A livella, spesso ricordato soltanto per il finale ironico, si avverte una riflessione intensa sulla morte e sull'uguaglianza degli uomini.
La comicità lascia spazio alla meditazione sul destino umano, quasi a suggerire che sotto il riso si nasconde sempre una domanda sul senso dell'esistenza.
Negli ultimi anni della vita si aggiunse un'altra prova: i gravi problemi alla vista.
Per un artista che aveva fatto dell'espressione del volto e dello sguardo uno strumento fondamentale della propria arte, perdere progressivamente la vista significava entrare in una nuova forma di isolamento.
Continuò comunque a lavorare con una straordinaria forza di volontà, trasformando anche la sofferenza in disciplina professionale.
La solitudine di Totò, dunque, non fu semplicemente quella di un uomo rimasto spesso solo. Fu la solitudine di chi possedeva una sensibilità eccezionale.
I grandi comici conoscono spesso il dolore più intimamente di quanto lascino trasparire, perché per far ridere bisogna prima aver compreso le contraddizioni della vita. Il loro sorriso non nasce dalla superficialità, ma dalla capacità di trasformare il limite in leggerezza.
Forse è proprio questo il lascito più autentico di Totò. Egli ci insegna che la solitudine non è sempre il contrario dell'amore o della compagnia.
Esiste una solitudine che nasce dalla profondità dello sguardo, dalla consapevolezza della fragilità umana e dall'impossibilità di comunicare completamente ciò che si porta dentro.
Totò non cercò di vincerla con le parole solenni, ma con il linguaggio universale del sorriso. E così, mentre milioni di persone ridevano grazie a lui, egli riusciva, almeno per un istante, a rendere meno pesante non solo la propria solitudine, ma anche quella di tutti coloro che lo guardavano.
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mercoledì 22 luglio 2015
Protesta al Creatore: invettiva esistenziale e teologica
1. Il desiderio di rivelazione e l'incomunicabilità
- Il silenzio risignificato: L'incapacità o la difficoltà di comunicare quaggiù non è mutismo sterile, ma un peso che attende una lacerazione del velo (aprire il cielo) per rivelare il suo senso profondo.
- Il dono delle parole: C'è una profonda empatia per la sofferenza altrui: donare le parole a chi ha "la testa pesante, con poca voglia di guardare in alto" è il tentativo di scuotere la rassegnazione di chi è piegato dalla vita.
- La richiesta di sguardo: Il desiderio che l'Altro (o l'Umano, o il Divino) non abbia più alibi per non guardare la realtà e la fragilità di chi parla.
2. Il crollo della Teodicea: Il dolore innocente
«Quanta fede serve per non piangere davanti alla foto di un bambino sporco … che prima di cercare la mamma vuole il cibo.»
3. L'ambivalenza della Creazione e la responsabilità
- Il paradosso dell'Amore e dell'Odio: Riconoscere l'invenzione dell'Amore non basta se a essa si accompagna la co-presenza dell'odio e dell'egoismo. La domanda "C'era bisogno?" è il grido supremo dell'uomo che rifiuta di razionalizzare il male inutile.
- L'imperfezione speculare: L'umanità riconosce di mescolare il bello con il brutto e il buono con il cattivo. Ma la provocazione finale si sposta verso l'alto: se l'uomo è imperfetto e debole, come si giustifica la distanza o l'apparente distacco di chi ha strutturato la realtà in questo modo?
4. La chiusa: L'inversione della preghiera
«Signore mio, sii un po’ più serio!»


