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🏛 Filosofia

Significato della vita, coscienza, spiritualità, libertà e sofferenza.

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Storie, dialoghi e allegorie che danno forma alle grandi domande.

lunedì 27 luglio 2015

I figli non ci appartengono


 
I figli sono nostri, ma non ci appartengono.

Abitano nel mondo che per i genitori è estraneo e nel quale non è permesso entrare.

Vivono acconto ai noi ma contemporaneamente sono lontani.
Occupano un futuro a noi connesso e a senso unico.
Quantunque ci si sforzi a entrare nel loro mondo, si rimane ospiti temporanei. 

Si attiva una strana realtà che assomiglia molto a una simulazione.

Ci accettano con riserva e con una grossa cauzione, determinata dal bene che si tenta di trasmettere.

I figli sono le foto dei genitori ritoccate dal tempo trascorso e da una società in continua evoluzione.

L’immagine che si compone diventa l’opera d’arte, determinata da una infinità di fattori non tutti riconducibili alla saggezza degli adulti.

Chi sia l’architetto del progetto, non è nelle nostre facoltà saperlo.

Chiniamo il capo e decidiamo come chiamarlo: destino o Dio?

domenica 26 luglio 2015

Il valore della solitudine per Totò


 
 
 
 
 
 
 
Il grande Totò! 
Condivido con lui il sentimento della solitudine.

Un sentimento visto in positivo, capace di far emergere nell'anima il senso ultimo della vita, fatta di piccole e semplici cose.

Riporto un tratto dell'intervista concessa ad Oriana Fallaci e pubblicata  dal  «L’Europeo», nel 1963.

O.F.  Principe: io non La ho mai vista ridere. A parte il fatto che esser triste è la legge dei comici, io temo che Lei abbia sempre riso pochissimo: che non conosca il sapore di una bella risata.

Totò: "Pochissimo, niente. Io non rido, sorrido. 

E, anche quello, raramente. 

Sorrido a lei, per esempio, perché è una donna: non si può mica parlare a una donna con il musone.

Però vede: non è esatto nemmeno dire che io sia triste: 

Son calmo, privo di ansia. 

Io l’ansia non la conosco. 

Deve influire, in questo, il mio residuo di sangue orientale, bizantino. 

Non so… starei ore e ore fermo a guardare il cielo, la luna. 
 
Io amo la luna, assai più del sole. 

Amo la notte, le strade vuote, morte, la campagna buia, con le ombre, i fruscii, le rane che fanno qua qua, l’eleganza tetra della notte. 

È bella la notte: bella quanto il giorno è volgare. 

Il giorno… che schifo! 

Le automobili, gli spazzini, i camion, la luce, la gente… che schifo! 

Io amo tutto ciò che è scuro, tranquillo, senza rumore. 

La risata fa rumore. 

Come il giorno.”

La solitudine di Totò è uno degli aspetti più profondi e meno appariscenti della sua figura artistica e umana. 

Dietro il sorriso incontenibile, le smorfie, i giochi di parole e la comicità irresistibile, si nascondeva un uomo segnato da un senso di isolamento che lo accompagnò per gran parte della vita.

Totò, nato Antonio de Curtis, conobbe fin dall'infanzia una forma di solitudine originaria. 

Figlio naturale, crebbe senza la presenza del padre, sperimentando il peso di un'identità incompleta e il desiderio di essere riconosciuto. 

Quel bisogno di appartenenza e di dignità non lo avrebbe mai abbandonato. 

Anche quando, anni dopo, venne legittimato e acquisì il titolo nobiliare che tanto desiderava, quella ferita interiore non si rimarginò del tutto. 

Alcune mancanze dell'infanzia non possono essere colmate da alcun successo.

La sua carriera lo rese amatissimo dal pubblico, ma la popolarità non coincide con la comunione. 

Sul palcoscenico Totò era circondato dagli applausi; nella vita privata, invece, emergeva spesso il silenzio. 

Molti testimoni raccontano di un uomo riservato, incline alla malinconia, che amava ritirarsi nella propria casa, leggere, scrivere poesie e riflettere. 

Era come se l'energia straordinaria che offriva al pubblico richiedesse, una volta spenti i riflettori, un lungo ritorno alla solitudine.

Vi è poi una particolare forma di isolamento che colpisce molti grandi artisti: essere compresi da milioni di persone e, nello stesso tempo, sentirsi realmente conosciuti da pochissime. 

Il pubblico vedeva il principe della risata; pochi intuivano l'uomo vulnerabile che si celava dietro quella maschera. 

La comicità diventava quasi una forma di protezione: facendo ridere gli altri, poteva custodire il proprio dolore senza esporlo.

Anche il rapporto con la critica contribuì a questa sensazione. 

Per molti anni Totò fu considerato dagli intellettuali un attore "popolare", quasi un fenomeno minore, mentre il pubblico lo venerava. Solo negli ultimi decenni la sua grandezza artistica è stata pienamente riconosciuta. 

Essere amati dal popolo ma non sempre compresi dalla cultura ufficiale può generare un'ulteriore esperienza di solitudine: quella di chi avverte il proprio valore senza vederlo pienamente riconosciuto.

La sua malinconia emerge con particolare evidenza nelle poesie. 

In componimenti come 'A livella, spesso ricordato soltanto per il finale ironico, si avverte una riflessione intensa sulla morte e sull'uguaglianza degli uomini. 

La comicità lascia spazio alla meditazione sul destino umano, quasi a suggerire che sotto il riso si nasconde sempre una domanda sul senso dell'esistenza.

Negli ultimi anni della vita si aggiunse un'altra prova: i gravi problemi alla vista. 

Per un artista che aveva fatto dell'espressione del volto e dello sguardo uno strumento fondamentale della propria arte, perdere progressivamente la vista significava entrare in una nuova forma di isolamento. 

Continuò comunque a lavorare con una straordinaria forza di volontà, trasformando anche la sofferenza in disciplina professionale.

La solitudine di Totò, dunque, non fu semplicemente quella di un uomo rimasto spesso solo. Fu la solitudine di chi possedeva una sensibilità eccezionale. 

I grandi comici conoscono spesso il dolore più intimamente di quanto lascino trasparire, perché per far ridere bisogna prima aver compreso le contraddizioni della vita. Il loro sorriso non nasce dalla superficialità, ma dalla capacità di trasformare il limite in leggerezza.

Forse è proprio questo il lascito più autentico di Totò. Egli ci insegna che la solitudine non è sempre il contrario dell'amore o della compagnia. 

Esiste una solitudine che nasce dalla profondità dello sguardo, dalla consapevolezza della fragilità umana e dall'impossibilità di comunicare completamente ciò che si porta dentro. 

Totò non cercò di vincerla con le parole solenni, ma con il linguaggio universale del sorriso. E così, mentre milioni di persone ridevano grazie a lui, egli riusciva, almeno per un istante, a rendere meno pesante non solo la propria solitudine, ma anche quella di tutti coloro che lo guardavano.

mercoledì 22 luglio 2015

Protesta al Creatore


Se potessi aprire il cielo, il mio silenzio avrebbe un senso.
Donerei le parole a chi ha la testa pesante, con poca voglia di guardare in alto.
Se potessi aprire il cielo, non avresti alibi per non guardarmi.
Quaggiù non funziona come vorrei.
È inutile che mi parli della fede!
Quanta fede serve per non piangere davanti alla foto di un bambino sporco … che prima di cercare la mamma vuole il cibo.
Non ho abbastanza fede da sperare in un mondo generoso.
È troppo debole la mia fede per credere che la cattiveria possa sempre arretrare davanti al bene.
Ho bisogno di illudermi che sia la pochezza della fede a non farmi vedere il mondo migliorarsi.
Tu hai inventato l’Amore. È vero!
Però, hai inventato l’odio e l’egoismo!
C’era bisogno?
Così facciamo noi poveri umani!
Mischiamo il bello con il brutto, il buono con il cattivo, il giusto con l’ingiusto. Per questo, siamo imperfetti!
E tu? Ah, già, la fede!
Signore mio, sii un po’ più serio!
 

domenica 12 luglio 2015

IERI DOV'ERI? (poesia)


    di Daniele Cavalera

Non affannarti a suonare. 
E non consumarti le nocche a bussare... 

Oggi, 
oggi non ci sono più. 
Il mio cuore ha traslocato. 

Sentimenti imballati in fredde scatole d'incomprensione... 
Sogni slegati da nastro e delusione... 
Fantasie dimenticate nella vecchia dimora... 

Partire è un po' morire. 

I colori? 

Piano piano sbiadiscono..
 e la voce dopo poco si dimentica. 

E i ricordi? 

Belli quelli! 
Li sballerò tra qualche mese,
come vecchi oggetti che hanno esaurito carica emotiva e utilità. 

Nella polvere nera del garage si parcheggiano mere chimere e aspettative. 

Ieri dov'eri? 

Se fossi passata avresti trovato la chiave nella toppa. 

Ma hai provato paura che ti presentassi il conto?

sabato 11 luglio 2015

Il problema dello struzzo


 
Si racconta che Dio tolse allo struzzo la sapienza e non gli diede nessuna intelligenza, in compenso gli riconobbe un elevato grado di prudenza e di circospezione. 

Forse sbagliò la dose; resta di fatto che qualsiasi evento nuovo, qualsiasi presenza estranea, produce l’effetto di atterrirlo nella stessa misura, indipendentemente dal reale grado di pericolosità che essi comportano. 

Lo struzzo non sa valutare, né distinguere le minacce serie dagli avvenimenti strani, ma del tutto inoffensivi, e si lascia atterrire dagli animali più innocui.

La cultura popolare lo vede, in queste occasioni, infilare la testa sotto il terreno per nascondersi dal pericolo.

La verità, invece, dice che si china con il collo disteso e con il corpo appoggiato a terra cercando di imitare un cespuglio o una grossa roccia, e se il predatore si avvicina troppo, scappa a grandi falcate che possono raggiungere i 70 km/h.

Dio con l’uomo è stato un alchimista. Lo ha fatto nascere e vivere in due realtà contemporaneamente. 

Il mondo dei cinque sensi: illusorio, limitato, transitorio; il mondo dell’anima: misterioso e affascinante.

Il mondo dei sensi è così approssimato che per sperimentare l’esistenza, il nostro creatore ha ridotto al massimo la dimensione delle finestre sensoriali.

In altre parole, vediamo, sentiamo, tocchiamo, odoriamo e gustiamo, solo entro limitate bande di variazione.

Certi animali mostrano alcune finestre più ampie, ma la differenza con quelle dell’uomo è, comunque, trascurabile.

Il mondo dell’anima è, invece, infinito, nonostante abbia a disposizione quel pochissimo materiale offerto dal mondo dei sensi per manifestare il suo potere.

Immaginate che qualcuno di noi, per caso o fortuna, abbia una finestra visiva un poco più ampia rispetto alla dimensione comune.

Che cosa succederebbe?

Vedrebbe cose escluse a tutti gli altri!

La psicologia della persona straordinaria costruirebbe una sua realtà completamente diversa e inimmaginabile da quella degli altri.

Se siamo allineati al pensar comune e facili giudici, automaticamente tacciamo di stranezza o pazzia, la persona con l’anomalia visiva.

Nel caso dello struzzo che mette la testa sotto terra per nascondersi al pericolo, siamo più comprensivi poiché si tratta di un animale.

Estendendo il discorso fatto sulla vista a tutti i cinque sensi, capirete benissimo come la realtà che viviamo è convenzionale, limitata alla banda sensoriale assegnatoci. 

Basta una frazione di banda in più, anche instabile o momentanea, per far diventare uno di noi, una persona con poteri paranormali.

Forzando l’idea delle finestre sensoriali espandibili, saremmo giustificati nel pensare che possa esistere un modo che ci faccia percepire il tempo in anticipo (vivremmo nel futuro) o in ritardo (ritorno al passato).

Sarebbe anche bellissimo poter andare oltre le frequenze udibili!
Con evoluti decoder saremmo in grado di sentire e vedere tutto ciò che entra nel nostro raggio d’azione (spettro di frequenze), compreso le vibrazioni emesse attraverso le emozioni.

Parleremmo senza muovere la bocca, ci sposteremmo nel vuoto come onde elettromagnetiche, beffeggiandoci degli ostacoli e giungendo alla velocità della luce in ogni luogo dell’universo.

Saremmo l’energia dell’universo!

Non siate dispiaciuti per non poter sperimentare tutto questo, poiché dopo la morte, ci sarà tutto il tempo che ci serve.

venerdì 10 luglio 2015

la formula segreta di Internet




[Nelle telecomunicazioni la commutazione di pacchetto (in inglese packet switching) è una tecnica di concepita per il trasporto di dati, utilizzata per condividere un canale di comunicazione tra più nodi in modo non deterministico, suddividendo l'informazione da trasferire in pacchetti trasmessi individualmente e in sequenza. 
La commutazione di pacchetto trova applicazione nelle reti di calcolatori e in particolare in Internet.]

Per i non addetti ai lavori, il packet switching è un modo per trasferire una notizia a una precisa persona, individuata da un soprannome e senza sapere realmente dove questa si trovi.

Immaginate di volere spedire 100€ a un vostro parente lontano. 

Vorreste che l’intera somma arrivi sicura nelle mani del destinatario, possibilmente anche in modo veloce.

L’idea del packet switching consiste nell’affidare 1 euro a cento corrieri diversi i quali, in modo autonomo, seguono un percorso diverso per giungere a destinazione quanto prima possibile.

A ogni numero ordinato di corriere viene consegnato l’euro e contemporaneamente gli si dice chi lo manda e a chi consegnarlo.

La cosa straordinaria discende dal fatto che il mittente si riferisce al destinatario con uno pseudonimo mentre è rigorosamente preciso nell’indicare la prossima destinazione intermedia verso cui il corriere dovrà incamminarsi.

Lungo la strada, il corriere riceverà istruzioni da appositi instradatori per procedere lungo la destinazione.

Gli instradatori (router) sono ottimi conoscitori dei posti e persone qualificate a fare gossip.

Sanno tutto e di tutti nel territorio in cui operano.

Conoscono strade bloccate, percorsi alternativi, tempi di percorrenza, eventuali percorsi a pagamento di pedaggio, tipo e condizioni delle strade.

Sanno pure se lungo un percorso i corrieri troveranno pioggia o sole!

I cento corrieri, in base alla fortuna che hanno avuto nel seguire il percorso consigliato, giungono tutti a destinazione in tempi diversi.

Chi arriva prima aspetta l’ultimo.

Soltanto quando sono al completo, questi viaggiatori si ricompongono secondo l’ordine di partenza e si presentano al destinatario sotto forma di una sola banconota da 100 euro.

Così funziona Internet!

venerdì 3 luglio 2015

L'ultimo Duath di Rammas

 
 
L'ultimo Duath di Rammas stava morendo davanti ai miei occhi e non avevo ancora trovato una cura. 

Solo la fede mi guidava ormai, sempre più debole col passare del tempo. I suoi occhi avvolti dalle cataratte cercavano disperatamente nel mio viso il riposo eterno. 

Mi chiedevo quale sarebbe stato il destino di Rammas, cosa sarebbe sopravvissuto degli Archivi se il loro custode biascicava il suo lento delirio in un letto di tela. 

Guardai impotente la memoria di Rammas che svaniva, erosa dalle tarme del male insaziabile che ci avrebbe condannati tutti e per la prima volta ebbi paura. 

Le camere vennero sigillate, le finestre sprangate, solo il caldo soffocante e l'odore degli antisettici a farmi compagnia.  

Sentii su di me la forza del sonno stringermi in una morsa d'acciaio e mi ritrovai con mia somma sorpresa ad assistere affascinato al suo lento declino, il suo ritmico respiro sempre più lieve, abbandonandomi nell'appagante solitudine dei vapori di zolfo, delle pergamene sbiadite nelle lunghe ere. 

Persi la cognizione del tempo e in un raro lampo di lucidità mi trovai aggrappato al letto del grande savio ascoltando i misteri confusi, le meraviglie del passato e gli orrori del futuro pronunciati dalle sue labbra screpolate

Fu così che mi raccontò delle stelle: sfere accecanti avvolte nel fuoco primigenio, immerse nello spazio imponderabile, oltre i confini stessi di Rammas.   

Accennò a una grande conflagrazione, alla formazione della materia originaria, nubi immani contratte da potenze ormai perdute. 

Descrisse lo splendore dei primi lumi e mi parlò di come dai residui della loro nascita emerse la stirpe degli Ukthai, i signori della luce, bipedi implumi  che amavano più di ogni altra cosa le stelle e lavorarono con frenetica tenacia pur di ammirare lo splendore delle cuspidi dorate, la colonne maestose e le nubi luminescenti. 

E quando il loro mondo invecchiò e le torri delle loro città divennero grigie, si mossero in grande numero sulle loro bianche navi, conquistando con la forza della loro scienza lo spazio conosciuto, in una lenta ma irresistibile diaspora. 

Braccio dopo braccio la galassia fu conquistata. 

Il vecchio cominciò ad annaspare, le sue mani scarne attraversate da grosse vene si contraevano in spasmi ripugnanti. 

Un mostro. Un mostro di infinita crudeltà che dalla lande inesplorate fagocitava mondi interi. 

Neppure la luce delle stelle vi sfuggiva: il dominio Ukthai sul braccio della spirale era destinato a morire sul nascere, nelle tenebre dello spazio. 

Perché le stesse stelle che li avevano nutriti e cresciuti sarebbero scomparse.   

Inchiodati dal terrore, assistettero al loro declino, abbandonandosi alla follia con la medesima scrupolosità con cui erano sorti. 

Tarassa, la loro capitale fu saccheggiata e distrutta e i suoi abitanti si dispersero in quella che era l'ultima languida ondata senza speranza nell'universo vacuo e inutile. 

Vissero le loro effimere vite aggrappati ai ricordi delle stelle, venerandole come le divinità dell'età dell'oro e col pensiero che l'odio li avrebbe tenuti in vita, l'odio verso ciò che li aveva creati e che ora li condannava. 

Nel marasma della rovina, vagabondando di pianeta in pianeta giunsero a Rammas, che nella loro lingua voleva dire Memoria. 

E da quando esistono i Duath le loro memorie sono rinchiuse nell'Archivio. 

Questa è la terribile verità. 
Questo protegge un Duath. 

Ora che è morto non faccio altro che pensare alla sequela di orrori da lui descritti e nella mia mente vedo quei momenti con sconcertante chiarezza. 

Può essere questo velo oscuro e senza limiti, inesplicabile invero, la nostra fine? 

È davvero questo l'autunno gelido o siamo solo tanto miopi da non vedere oltre la superficie del mare congelato che ci sovrasta? 

Mi ritengo un uomo ricco di immaginazione, eppure mi è difficile immaginare l'esistenza delle stelle, potenze arcaiche diluite in tempi incalcolabili, ai guizzi di luce e al vento imponente che da loro si sprigionava, a mondi illuminati dai loro raggi  o a un mare che non sia nero e immobile. 

Eppure, a distanza di tanti anni guardo il cielo e spero ancora di vedere le stelle di cui i parlò il grande savio. 

Qui in città pensano che sia pazzo.

Brano scritto da Francesco Silvestris.
[Diritti riservati]

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