son armi nel mondo
e ritrovar ragione è arduo.
Sollevar il capo per dir lassù esisti,
vien spontaneo.
Troppo alta è questa scala,
se di passo in passo la fede mia sospinge.
Son poco e di contar mi stanco.
Riposar le membra per ritrovar passione, natural sovviene.
Il dolor desta il cor all'umana prova.
Sorgere un dì, l'anima spera.
Voltar addietro la scena,
sarà dolce.
Sì che del più grande,
sarò parte.
Analisi
Questo componimento si presenta come una meditazione lirica sul senso dell'esistenza, la fragilità umana e la ricerca del trascendente. Il tono qui si fa più rarefatto, classico ed essenziale, assumendo la forma di una vera e propria preghiera laica o di un soliloquio filosofico sulla stanchezza del vivere e sulla speranza di un riscatto finale.
Ecco un'analisi dei suoi snodi concettuali e tematici:
1. La confusione del mondo e il bisogno di Trascendenza
La prima strofa apre su una dimensione di conflitto intellettuale ed esistenziale: le "idee" non chiarite diventano "ombre" che si trasformano in "armi", rendendo difficile il mantenimento della razionalità e della pace nel mondo.
Di fronte al disorientamento e alla complessità della realtà, il gesto di "sollevar il capo" verso l'alto — verso il divino o l'infinito — emerge come un impulso spontaneo e primordiale dell'essere umano in cerca di un punto di riferimento.
2. Lo sforzo della Fede e la stanchezza umana
La seconda e la terza strofa mettono in luce il limite e la finitezza dell'individuo:
- La metafora della scala: La ricerca spirituale o il percorso di vita è descritto come una "scala troppo alta". La fede è il motore che spinge ad salire "di passo in passo", ma lo sforzo richiesto è immane.
- La percezione di piccolezza: Il verso "Son poco e di contar mi stanco" esprime con grande efficacia la stanchezza della mente che cerca di misurare, capire o quantificare l'esistenza. Riconoscere la propria piccolezza porta al bisogno naturale di un riposo ("Riposar le membra") che non è abbandono, ma premessa per "ritrovar passione".
3. Il valore del dolore e la speranza del riscatto
Al centro della poesia vi è una visione profonda della sofferenza: "Il dolor desta il cor all'umana prova". Il dolore non viene glorificato, ma gli viene riconosciuta una funzione risvegliatrice: è ciò che scuote l'essere umano dal torpore, chiamandolo alla prova della propria umanità e della propria empatia.
Da questa prova nasce la speranza dell'anima di "sorgere un dì", ovvero di elevarsi e superare la condizione di sofferenza.
4. La riconciliazione finale e l'unione col Tutto
La chiusa offre una risoluzione di rara dolcezza pacifica:
- Il guardare indietro ("Voltar addietro la scena") rappresenta il momento del bilancio finale della vita, che sarà "dolce" perché depurato dalle affanni del momento.
- Gli ultimi tre versi ("Sì che del più grande, / sarò parte") coronano il testo con una nota di ricongiungimento cosmico o spirituale. La finitezza dell'uomo ("Son poco") trova il suo senso definitivo nel disciogliersi e nel fare parte di qualcosa di infinitamente "più grande" (Dio, l'Universo, l'Assoluto).
Sintesi
La poesia traccia un parabola stilisticamente sobria ed elegante che va dalla confusione terrena alla pace dell'Assoluto. Attraverso il riconoscimento dei propri limiti, della stanchezza e del dolore, l'autore non cade nel nichilismo, ma ritrova nella fede e nella speranza la forza di procedere, con la consapevolezza finale che ogni fragilità individuale è destinata a ricomporsi nell'armonia di un disegno più grande.

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