Immagine lontana sfuma nel
pensiero.
Son spettatore di una vita
per caso.
Presunto padrone di un
risibile me stesso.
Proclamo il mio Io, ma non
conosco la sostanza.
Presumo nel vedere e mi
espongo al falso.
Gioconda verità, che di me ti
burli!
Annaspando perché l’ansia non
da tregua,
scavo col pensar nell’umana
storia.
Scopro muti bronzi, pesanti
in polverosi tomi.
Non m’arrendo.
Carico di cultura, volo tra
le pagine.
Staccar la mente dal pensar
inutile, m’invoglia.
Mille verità si agitano,
mentre tra onde di dubbi la
povera barca si dimena.
Impavido il nocchiero che al
calar della notte non trova un porto.
Spera nella quiete per addormentar la paura.
All’alba sarà ancora solo.
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Analisi
Un componimento intenso, venato di un’ironia amara che ricorda da vicino la lezione pirandelliana sull'illusione dell'identità e il senso di smarrimento esistenziale.
La poesia è strutturata come un viaggio conoscitivo che si risolve in un'inevitabile solitudine metafisica. Può essere analizzata attraverso tre nuclei tematici principali:
1. La crisi dell'Io e l'inganno della percezione (Strofa 1)
Il testo si apre con una forte sensazione di estraniamento: l'autore si definisce "spettatore" di una vita vissuta quasi per inerzia. C'è un netto contrasto tra la pretesa di controllo ("Proclamo il mio Io") e la realtà di una fragilità di fondo ("risibile me stesso"). La "Gioconda verità" personifica una realtà beffarda che ride dell'arroganza umana: la pretesa di comprendere e possedere la verità si scontra con la fragilità dei nostri sensi ("espongo al falso").
2. La fuga nella cultura e l'illusione del sapere (Strofa 2)
Per sfuggire all'angoscia ("l'ansia non dà tregua"), il poeta cerca rifugio nello studio e nella memoria collettiva ("umana storia"). Tuttavia, l'accumulo di nozioni e "muti bronzi" in "polverosi tomi" si rivela un'arma a doppio taglio: la cultura non cancella il vuoto, ma moltiplica le domande. La metafora marinaresca della "povera barca" agitata da "onde di dubbi" richiama una classica immagine di smarrimento, dove il sapere diventa un peso anziché un'àncora.
3. La solitudine del nocchiero (Strofa 3 e chiusa)
Il poeta veste i panni di un "impavido nocchiero" che combatte l'oscurità della notte (l'ignoto, il dubbio) sperando nella pace del sonno per placare la paura. Il finale, netto e scarno, spezza ogni illusione consolatoria: l'arrivo dell'alba non porta la salvezza o la compagnia sperata, ma riconferma la condizione originaria dell'uomo: "All’alba sarà ancora solo."
Nota di stile e tono
Il ritmo è spezzato, volutamente irregolare per rispecchiare l'incalzare dell'ansia e il movimento ondoso dei pensieri. L'uso di verbi di incertezza ("sfuma", "presunto", "presumo") e di termini che richiamano il peso e l'immobilità ("muti bronzi", "polverosi tomi") contrasta efficacemente con il desiderio di leggerezza ("volo tra le pagine", "staccar la mente").

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