Una cara amica mi ha notificato questo commento degno di riflessione.
<<Già "il "mancanza Galimberti La McLuhan Se, anche anima", assenza aveva che contatto contrario? contro demoniaco determinerà detto di e fa fisico, forma fosse funzione? il in invece l'essere l'individuo la lo ma maggiore messaggio" mezzo non o parli pensiero, permettesse profondo? questione scagliarsi scambio se strumento strumento... sua tu umano un usa vecchia: è>>
Il corpo è lo strumento mediante il quale io sono presente al tuo spirito e per il quale io sono capace di suscitare l’empatia.
Su questa base la mia anima si diletta con la tua.
La maschera algoritmica: quando lo schermo sostituisce il volto
Facebook è un’interfaccia in grado di sostituirsi al mio viso, alle mie reazioni, alle mie emozioni, per ricavarne sensazioni di spirito umano dalle caratteristiche proiettate dalle tue presunzioni, paure e, in generale, debolezze.
Viviamo in un'epoca in cui la tecnologia pretende di colmare ogni distanza, promettendo vicinanza mentre edifica muri fatti di pixel e bit.
Ma il volto umano non è una semplice superficie da inquadrare o da tradurre in codice binario: è il luogo originario della vulnerabilità e dell'incontro.
Davanti allo schermo, invece, il volto si ritira, cedendo il passo a una maschera digitale che noi stessi contribuiamo a modellare.
Questa interfaccia non comunica: seleziona, edulcora, nasconde e, soprattutto, interpella l'altro non per ciò che è realmente, ma per ciò che l'algoritmo e le nostre stesse proiezioni ci consentono di vedere.
Per esempio, nel caso in cui fossi timido, l’interfaccia di entrata (il mio atteggiamento davanti alla tastiera) filtrerebbe tutti quei segnali riconducibili alla timidezza e che davanti alla tua presenza fisica mi dichiarerebbero timido.
La voce tremante, il rossore improvviso, il battito accelerato, lo sguardo sfuggente ma carico di autenticità: tutto questo arsenale espressivo, che la natura ci ha donato per dire l'ineffabile del nostro stato d'animo, viene neutralizzato, sterilizzato, azzerato dalla freddezza del dispositivo elettronico.
In seconda battuta, l’interfaccia di uscita (il tuo stato psicologico davanti alla tua tastiera) darebbe forma a una massa di informazioni fredde, libere dalle mie emozioni. Chi legge non riceve più il brivido della vita che pulsa, ma decodifica segni grafici privati del loro contesto carnale.
Poiché non è possibile prescindere dal proprio essere, tutto ciò che viene acquisito a destinazione subisce la formattazione del nostro modo di pensare ed è imbevuto dalla sensibilità che ci distingue.
Interpretiamo il testo dell'altro non per quello che intendeva dire nella sua totalità esistenziale, ma lo pieghiamo inevitabilmente alle nostre urgenze interiori, ai nostri pregiudizi latenti, alle nostre ferite non ancora rimarginate.
Il risultato ultimo è quello di aver creato una situazione reale condizionata dai nostri sentimenti, debolezze e speranze.
Ci muoviamo in un teatro di ombre in cui crediamo di dialogare con l'altro, mentre in realtà stiamo intessendo un monologo solitario con i nostri fantasmi, usando lo schermo come uno specchio deformante.
Utilità e surrogati: il rifugio della distanza
Che ciò sia un bene o un male, non è un dato dimostrabile in modo assoluto. La morale non si misura con i parametri della velocità di connessione o con la quantità di interazioni giornaliere.
Che ciò sia utile, invece, appare più evidente se guardassimo il successo ottenuto da questo network.
La facilità con cui i social media hanno conquistato le masse risiede proprio nella loro natura protettiva: offrono la vicinanza senza i rischi dell'intimità, la visibilità senza il peso di un confronto reale, la compagnia senza la fatica della pazienza e della negoziazione quotidiana.
Per conto mio, io vedo Facebook come un surrogato del “come vorrei che fosse”; un’ammissione implicita della diffidenza verso il proprio simile; un riparo dal giudizio diretto; un amico senza troppe pretese.
In fondo, il legame virtuale ci esonera dalla fatica della carne. Richiede poco e concede l'illusione di molto.
Quando un rapporto virtuale diventa troppo complesso, basta un clic per disconnettersi, per chiudere la finestra, per bloccare l'interlocutore.
Nella vita reale, invece, l'altro fa resistenza: ha un corpo che occupa spazio, ha tempi che non coincidono con i nostri, ha pretese che ci mettono in discussione.
La rete, al contrario, diventa il rifugio dorato di chi teme l'imprevedibilità dell'esistenza autentica, offrendo un simulacro di socialità che non esige mai il prezzo del vero coinvolgimento emotivo.
La carne, i sensi e la bellezza che anestetizza la vita
Facebook non può permettere lo scambio di sentimenti profondi poiché i cinque sensi umani sono già approssimati quando si usano nei rapporti diretti, figuriamoci quando in mezzo si pone la velocità della ADSL, i moltissimi commenti insulsi, la grande quantità di immagini cariche di molti e svariati significati.
La profondità richiede tempo, silenzio, attenzione focalizzata e, soprattutto, la condivisione di uno spazio fisico comune. Un post, per quanto brillante o commovente, rimane confinato nella bidimensionalità di una bacheca, sovrastato un secondo dopo da una notizia di cronaca, da un meme ironico o dalla pubblicità di un prodotto commerciale. Questa promiscuità di contenuti annulla la gerarchia del valore, riducendo ogni cosa a flusso indifferenziato.
Sono convinto che sia ancora meravigliosamente dolce rimanere incantato dalla bellezza degli occhi di una donna; osservare gli atteggiamenti impacciati di un bambino, l’euforia di un cane che scodinzola davanti al suo padrone.
Bellissimo anche avvicinarsi alla corolla di un bel fiore per sentire il suo profumo, dimenticando il tempo nel fissarsi sui suoi particolari, piuttosto che rimanere attaccati a poche frasi immesse da una lontana tastiera, quantunque dense di significato, ma che anestetizzano la vita.
Perché la vita accade là dove c'è la materia viva, nel frusciare imperfetto del mondo reale, nella consapevolezza che la nostra finitudine corporea non è un limite da superare con la smaterializzazione digitale, ma la condizione stessa della nostra irripetibile umanità.
Rinunciare a tutto questo in cambio di una connettività perenne significa barattare il calore del fuoco vivo con la luce fredda e artificiale di uno schermo.
Quale aspetto del legame tra presenza corporea e comunicazione digitale avverti con maggiore urgenza nella tua esperienza quotidiana?