domenica 30 settembre 2012

Lettera di protesta



 
Protestare è una dichiarazione indiretta di debolezza; uno sfogo al dolore per ciò che ci appare un diritto elementare violato; l’uscita di sicurezza per l’incendio scoppiato nella nostra intimità.

Io non faccio alcun mistero sul fatto che non sono un gladiatore nella vita, neanche perché sento tristezza per quello che vedo in giro, partendo dall’intero pianeta e finendo nel mio stretto giro di conoscenti. 

Prepotenza, arroganza, egoismo e superficialità, sono qualità che si mimetizzano in atti formali di terribili predatori.

Concedetemi, quindi, di formulare una protesta istituzionale a Colui che ci ha fornito l’autorizzazione a esistere.

“Caro Signore,
mi rivolgo a te senza specificare un nome, considerando che a te poco importi di questa mania umana di riferirsi.

Assegnandoti un nome, spargerei zizzania e si imporrebbero distinzioni, precisazioni per le parole da usare.

Ti preciso subito che questa mia lettera è una meditata protesta per il tuo modo di operare. 

Tu sei grande in tutto e suppongo anche in termini di democrazia ma quest’ultima qualità non mi appare così grande.

In primo luogo, mi ha fatto nascere piangendo e senza del mio consenso; mi hai fornito di un corpo approssimato che misteriosamente prima cresce e poi deperisce; mi hai fornito di una consapevolezza di ciò che mi succede e come se non bastasse, hai condito tutto con il dolore.

Non ti sembra un po’ esagerato e irrispettoso nei miei confronti questo tuo modo di fare?

Mi fa rabbia perché sei stato più attento per il sole, il cielo, il mare e l’universo tutto; mi hai fornito di infinite bellezze che non posso godere come vorrei.

Hai permesso che molti dei miei simili ti travisassero. 

Questi hanno fondato potenti istituzioni a tuo nome, dimenticando di onorarti per quello che tu chiedi maldestramente (mi scuso per il termine) a noi stessi e cioè il volersi bene reciprocamente andando oltre le nostre debolezze.

Padre mio, ci lasci litigare e spesso uccidere tra di noi mentre ti nascondi dietro le nuvole. 

Sono tanti coloro che ti cercano nei segni o in un libro e tutto ciò sembra divertirti.

Spesso qualcuno di noi ha delle intuizioni e si sforza con la logica a dichiararle verità; quando non ci riesce chiede il benevolo e cieco aiuto alla fede altrimenti non gli rimane altro che il mistico o il miracolo.

Devo dirti con molta franchezza, anche se poi mi manderai all’inferno, che mi sembra impossibile che tu non capisca queste cose e che non abbia trovato un sistema migliore.

Sotto alcuni aspetti sei veramente eccezionale!

Hai inventato l’Amore e per questo dono devo ammettere che sei proprio un Dio! 

Sei riuscito a darci un’anteprima del paradiso mentre arranchiamo nel pantano umano.

Per conto mio, ti assicuro che sei il mio idolo perché ti intravedo nel sorriso e nella gioia di ogni bambino, amico o donna.

Sono diventato un ladro di sorrisi per continuare a vederti.

Io non chiedo nulla per me, ti chiedo solo di non lasciarci soli."

venerdì 21 settembre 2012

Serenità


Nello sfumar delle idee inutili trovo la mia serenità.

Tento il risuonar della sensibilità
 per scavar profondo il mio cuore.

Abbandono passioni illusorie.

Libero emozioni ridenti.

Dimentico ogni toccar perché il pensiero mi solleva.

Leggero sorrido sulle cattiverie
perché il mio spirito non cede al sonno della tristezza.

Cancello ogni paura,
convinto che si perde solo ciò che si stringe.

mercoledì 12 settembre 2012

Come ti vorrei

 
Una cara amica mi ha notificato questo commento degno di riflessione.
 
<<Già Mcluhan aveva detto "il mezzo è il messaggio" e Galimberti non fa che scagliarsi contro il demoniaco strumento... anche tu parli di "mancanza di anima", ma se invece fosse il contrario? Se, in assenza di un contatto fisico, permettesse maggiore scambio di pensiero, anche profondo? La questione è vecchia: è il mezzo che forma l'individuo o è l'essere umano che usa lo strumento che determinerà la sua funzione?>>

Il corpo è lo strumento mediante il quale io sono presente al tuo spirito e per il quale io sono capace di suscitare l’empatia. 

Su questa base la mia anima si diletta con la tua.

Facebook è un’interfaccia in grado di sostituirsi al mio viso, alle mie reazioni alle mie emozioni, per ricavarne sensazioni di spirito umano dalle caratteriste proiettate dalle tue presunzioni, paure e in generale, debolezze.

Per esempio, nel caso in cui fossi timido, l’interfaccia di entrata (il mio atteggiamento davanti alla tastiera) filtrerebbe tutti quei segnali riconducibili alla timidezza e che davanti alla tua presenza fisica mi dichiarerebbero timido. 

In seconda battuta, l’interfaccia di uscita (il tuo stato psicologico davanti alla tua tastiera) darebbe forma a una massa di informazioni fredde, libere dalle mie emozioni. 

Poiché non è possibile prescindere dal proprio essere; tutto ciò che viene acquisito a destinazione subisce la formattazione del nostro modo di pensare e imbevuto dalla sensibilità che ci distingue.

Il risultato ultimo è quello di aver creato una situazione reale condizionata dai nostri sentimenti, debolezze e speranze.

Che ciò sia un bene o un male, non è un dato dimostrabile.

Che ciò sia utile, invece, appare più evidente se guardassimo il successo ottenuto da questo network.

Per conto mio, io vedo Facebook come un surrogato del “come vorrei che fosse”; un’ammissione implicita della diffidenza verso il proprio simile; un riparo dal giudizio diretto; un amico senza troppe pretese.

Facebook non può permettere lo scambio di sentimenti profondi poiché i cinque sensi umani sono già approssimati quando si usano nei rapporti diretti, figuriamoci quando in mezzo si pone la velocità della ADSL, i moltissimi commenti insulsi, la grande quantità di immagini cariche di molti e svariati significati.

Sono convinto che sia ancora meravigliosamente dolce rimanere incantato dalla bellezza degli occhi di una donna; osservare gli atteggiamenti impacciati di un bambino, l’euforia di un cane che scodinzola davanti al suo padrone. 

Bellissimo anche avvicinarsi alla corolla di un bel fiore per sentire il suo profumo, dimenticando il tempo nel fissarsi sui suoi particolari, piuttosto che rimanere attaccati a poche frasi immesse da una lontana tastiera, quantunque dense di significato, ma che anestetizzano la vita.  


lunedì 10 settembre 2012

Oltre il muro (poesia)



Non tentare di scavalcare il muro,
non troverai nessuno ad attenderti.

In quel luogo, porteresti insieme le tue illusioni
per comporre le figure disegnate dai tuoi bisogni.

Lì, non cercare aiuto,
poiché sono solo ombre che vedi.

Se comunque lo facessi,
ti prego,
non dimenticare di sorridermi
è ciò che riuscirò a vedere di te!


Analisi
Questa composizione è un’intensa riflessione sul confine tra illusione e realtà, sul desiderio umano di proiettare i propri bisogni negli altri e sull’accettazione finale, venata di profonda empatia.

1. Il muro e la disillusione (Strofe 1-3)

La poesia si apre con un avvertimento perentorio: «Non tentare di scavalcare il muro». Il muro rappresenta la barriera difensiva, la linea di demarcazione tra la realtà concreta e un "oltre" idealizzato.

Superare quella barriera non porta al conforto, ma all'incontro con il proprio vuoto:

  • Le illusioni e i bisogni: Quando cerchiamo disperatamente qualcuno nell'altro, spesso finiamo per proiettare soltanto quello che ci manca («comporre le figure disegnate dai tuoi bisogni»).

  • Le ombre: L'altro, visto attraverso la lente della nostra necessità, cessa di essere una persona reale e diventa un'ombra, un fantasma incapace di offrirci un vero aiuto.

2. La svolta e l'atto di presenza (Strofe 4-5)

Nella seconda parte emerge la vera forza emotiva del testo. Nonostante l'avvertimento, l'autore riconosce la fragilità dell'animo umano e la possibilità che l'altro ceda comunque alla tentazione di scavalcare («Se comunque lo facessi...»).

L'inquadratura cambia:

  • Il sorriso come ponte: Il sorriso non è una resa all'illusione, ma un atto di autenticità e di contatto umano che trapassa il muro.

  • L'aggancio con il reale: «è ciò che riuscirò a vedere di te!» rivela che, al di là delle ombre e delle proiezioni della mente, ciò che resta di vivo, visibile e salvifico è la traccia sincera di una presenza emotiva.

Considerazione finale

I versi mostrano una spiccata maturità psicologica: mettono in guardia dal rischio di cercare negli altri la soluzione ai propri bisogni irrisolti, ma non chiudono la porta alla compassione. Anche quando ci si smarrisce nel territorio delle illusioni, un gesto semplice e autentico come un sorriso basta a riconnetterci con chi ci osserva dall'altra parte.


domenica 9 settembre 2012

Sfida all'esistere (poesia)



 
Nel raccontar  a me stesso della vita,
attenderei una notte serena di luna nuova.

In groppa al cavallo indomito della fantasia
salirei in alto nel cielo stellato.

Accolto da miliardi di occhi lucenti
mi riconoscerei pensiero.

Soltanto allora, con lo sguardo rivolto indietro,

capirei che non si può cancellare il cielo,

non si possono temere le emozioni,

non si può inseguire una gioia imprigionata.

Siamo così piccoli 
che pretendiamo di racchiudere l’universo in una sfera.

Siamo così limitati 
da voler raccogliere il mistero nella logica.

Siamo così egoisti 
da considerare la vita un fatto privato.

Siamo così presuntuosi  
 da poter mettere un inizio e una fine 
alla storia dell’uomo.


Analisi
Questa poesia offre una profonda riflessione sulla condizione umana, muovendosi con grande grazia tra una prima parte lirica e contemplativa e una seconda parte filosofica ed esortativa.

1. La prima parte: Il viaggio interiore e la prospettiva (Strofe 1-4)

La poesia si apre con il desiderio di raccontarsi la vita, ma non in un momento qualsiasi, bensì in «una notte serena di luna nuova». La scelta della luna nuova non è casuale: è la notte del buio e del silenzio, dove la luce esterna tace per far spazio all'introspezione e al bagliore delle stelle.

Attraverso il «cavallo indomito della fantasia», l'autore compie un'ascesa cosmica. L'incontro con il cielo stellato porta a una folgorazione esistenziale: «mi riconoscerei pensiero». Staccandosi dalla materia e guardando la vita da lassù, a ritroverso, giunge a tre grandi consapevolezze:

  • «Non si può cancellare il cielo»: l'infinita realtà e la verità dell'esistenza non possono essere negate o rimosse dai nostri desideri di controllo.

  • «Non si possono temere le emozioni»: l'esperienza emotiva fa parte del tessuto stesso della vita; reprimerla per paura significa negare la nostra stessa natura.

  • «Non si può inseguire una gioia imprigionata»: la felicità non può essere posseduta o trattenuta con la forza; la gioia esiste solo nella libertà.

2. La seconda parte: L'illusione dell'Ego (Strofe 5-8)

Nel finale il registro cambia: dal punto di vista individuale («a me stesso», «salirei») si passa a una dimensione collettiva («Siamo...»). Attraverso una potente anapora, il testo analizza i quattro grandi limiti dell'essere umano:

  1. La piccolezza e il controllo («racchiudere l’universo in una sfera»): la pretesa di ridimensionare la vastità del cosmo alla misura della nostra mente.

  2. Il limite razionale («raccogliere il mistero nella logica»): l'illusione che l'intelletto possa spiegare ciò che per sua natura appartiene all'ineffabile e all'inesplicabile.

  3. L'egoismo («considerare la vita un fatto privato»): l'incapacità di vedere che la vita è una rete interconnessa, non una proprietà individuale.

  4. La presunzione temporale («mettere un inizio e una fine»): l'arroganza di voler racchiudere la storia dell'umanità all'interno dei nostri parametri e concetti di tempo.

Considerazione finale

I versi mostrano un percorso di disvelamento: solo prendendo le distanze dalle nostre piccole certezze quotidiane possiamo cogliere l'immensità che ci circonda. Il testo invita ad abbandonare la pretesa di dominio e razionalizzazione per abbracciare, con la dovuta umiltà, il mistero della vita.


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