Il fluir del tempo aliena la speranza senza visione.
Impotente al destino freddo,
l'anima siede con il cuore in mano.
Mute domade si agitano tra i silenzi eterni.
Ingenuo,
sollevo lo sguardo verso orizzonti disegnati dalla fantasia.
Nascondo l'io alla ragione.
Smetto di cercare risposte.
So di essere sotto un cielo troppo alto per le mie misure.
e allor che lo sguardo, timoroso, s'incanta,
e ritorno in me.
*******************
Commento
Questa poesia descrive una vera e propria crisi esistenziale che trova la sua composizione nella resa alla propria finitezza. Il testo traccia un percorso d'ansia metafisica che, attraverso la presa di coscienza dei propri limiti, si trasforma in un momentaneo e salvifico ritorno alla realtà.
La paralisi di fronte al tempo e al destino (Prime strofe)
L'avvio è categorico e quasi filosofico: il tempo che scorre consuma e consuma una speranza priva di direzione ("senza visione"). Di fronte a un destino percepito come "freddo" e ineluttabile, l'anima si trova in una posizione di assoluta impotenza. L'immagine dell'anima che "siede con il cuore in mano" evoca una vulnerabilità estrema, un'attesa passiva interrotta solo dal tormento di "mute domande" che si disperdono in un silenzio cosmico e indifferente.
La fuga nella fantasia e il rifiuto della ragione (Parte centrale)
Per sfuggire a questo senso di oppressione, il poeta tenta un'evasione inconsapevole ("ingenuo"):
- L'orizzonte fantastico: Cerca sollievo rivolgendo lo sguardo verso mondi ideali, plasmati unicamente dall'immaginazione.
- Il silenzio del pensiero: Sceglie di "nascondere l'io alla ragione" e di smettere di pretendere risposte razionali. È un atto di liberazione dal peso dell'intelletto che, spesso, acuisce la sofferenza.
La sproporzione umana e il risveglio (Versi finali)
Il componimento tocca il suo culmine nella presa di coscienza della condizione umana:
- Il cielo troppo alto: La consapevolezza di stare sotto una volta "troppo alta per le mie misure" esprime tutta la sproporzione tra l'infinità dell'universo e la piccolezza dell'uomo.
- Lo sguardo timoroso e l'incanto: Guardare l'infinito spaventa, ma al tempo stesso ipnotizza ("s'incanta").
- Il ritorno in sé: L'ultimo verso, tronco e sospeso ("e ritorno in me"), interrompe l'estasi e la vertigine metafisica. La contemplazione dell'immenso fa da specchio: rompe l'illusione fantastica e riconduce il poeta alla propria realtà interiore, con una ritrovata, seppur fragile, presenza a sé stesso.
Un testo profondo e misurato, capace di raccontare lo smarrimento dell'uomo contemporaneo che, dopo aver cercato invano risposte nel cielo, ritrova il proprio centro accettando semplicemente di essere imperfetto e limitato.

Nessun commento:
Posta un commento
Esprimi il tuo pensiero