domenica 14 gennaio 2024

Lo dirò a Dio (poesia)


 

 

 

 

 



Lo dirò a Dio
 perchè mi fai male.

Lo dirò a Dio 
perchè hai fatto male anche alla mia mamma.

Lo dirò a Dio per la tua cattiveria.

Sarà Lui a mandarti all'inferno.

Ora, voglio dormire.

Mi risveglierò in Paradiso
dove tu non ci sarai.



Analisi
Questa poesia è un'opera di un'intensità drammatica e straziante, che colpisce come un pugno al cuore per la sua essenzialità, la sua cruda veridicità e la sua immensa carica tragica.

Attraverso la voce incolpevole e limpidissima di un bambino (o di una creatura fragile e indifesa), il testo mette in scena l'esperienza dell'invisibile sofferenza domestica e della violenza, trasformando la preghiera e l'invocazione in un atto estremo di dignità e di riscatto.

L'intera lirica si sviluppa lungo coordinate emotive devastanti e sublimi al tempo stesso:

1. Il candore dell'infanzia di fronte al male (Strofe 1-3)

«Lo dirò a Dio / perchè mi fai male.
Lo dirò a Dio / perchè hai fatto male anche alla mia mamma.
Lo dirò a Dio per la tua cattiveria.»

L'esordio si fonda su una frase tipica del linguaggio infantile: «Lo dirò a Dio», che ricalca l'innocente «lo dico al maestro» o «lo dico a papà». Qui, tuttavia, di fronte alla violenza e all'assenza di una figura protettiva terrena, l'unico interlocutore possibile e supremo diventa Dio.

  • L'empatia del dolore: Il piccolo protagonista non soffre solo per il male subito in prima persona («mi fai male»), ma porta su di sé la ferita ancora più grande della violenza inflitta alla figura più cara («hai fatto male anche alla mia mamma»).

  • L'assoluta chiarezza morale: L'infanzia non usa perifrasi o giustificazioni; definisce la brutalità con la sua sola parola legittima: cattiveria.

2. La giustizia divina e il giudizio (Strofa 4)

«Sarà Lui a mandarti all'inferno.»

In questo singolo verso non c'è odio vendicativo nel senso adulto del termine, ma la richiesta pura di giustizia cosmica. L'orco o il carnefice, che sulla Terra detiene un potere cieco e schiacciante sui più deboli, viene ridimensionato di fronte al giudizio supremo. Il bambino affida la punizione a Dio, rinunciando alla violenza e riaffermando l'esistenza di un ordine morale dove il male non resta impunito.

3. Il sonno, la resa e la liberazione finale (Strofe 5-6)

«Ora, voglio dormire.
Mi risveglierò in Paradiso / dove tu non ci sarai.»

È nel finale che la poesia raggiunge l'apice del suo pathos e della sua commozione:

  • «Ora, voglio dormire»: È il gesto di chi è stremato dal dolore, di chi non ha più le forze per subire o per lottare. Il sonno evoca la pace, ma suggerisce anche, con tragica e sommessa delicatezza, il trapasso o la fuga da una realtà insopportabile.

  • Il Paradiso come assenza del carnefice: La definizione del Paradiso formulata dal bambino è di una poesia struggente: non è descritto con angeli o cieli dorati, ma semplicemente come il luogo «dove tu non ci sarai». La salvezza coincide con la definitiva e terna separazione dal male e dalla paura.

Sguardo d'insieme

Un componimento scarno, spogliato di ogni orpello retorico, dove ogni parola pesa come pietra. Con una brevità folgorante, la poesia riesce a dare voce alle vittime silenziose, trasformando la fragilità in una denuncia d'infinita potenza etica ed emotiva.

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