
In "Al di là del bene e del male", Nietzsche scrisse una delle sue massime più enigmatiche e seducenti: "Ciò che si fa per amore avviene sempre al di là del bene e del male".
Secondo Nietzsche l'amore esiste
in una prospettiva al di fuori del quadro morale di lode e biasimo.
"Amore", come viene
inteso qui, è l'assorbimento nel sentimento, una condizione da cui l'azione
scaturisce senza calcolo, senza esitazione e giudizio.
Non si prenda questo come se
l'amore fosse una scusa. Nietzsche non sta impartendo un ordine di essere
sconsiderati, sta descrivendo una parte centrale della condizione umana.
L'amore è affermativo, istintivo,
autentico, spontaneo e libero.
Nietzsche contrappone l'amore alla
moralità perché concepisce la moralità come derivante dalla frustrazione e
dall'impotenza. Giudicare e condannare attraverso l'invenzione di codici morali
significa tentare di controllare la vita interiore degli altri.
Ma cos'è veramente la moralità? È
un sistema costruito su verità eterne e immutabili, o è davvero il vocabolario
del nostro sistema nervoso collettivo, che benedice ciò che ci rafforza e
condanna ciò che ci minaccia?
Andare "oltre" il bene e
il male, in un altro senso inteso da Nietzsche, significa smettere di trattare
la moralità come una geografia divina della convivenza e iniziare a vederla
come un'arte umana.
Da questo punto di vista, possiamo
iniziare a creare vite più significative e appaganti, pensando al di fuori dei
vincoli dei valori ereditati.
La sua opera "Al di là del bene e del male" è una
provocazione contro tutto ciò che la società vittoriana rappresentava. È
un'opera forgiata nel risentimento, eppure, paradossalmente, brucia di passione
per il compito complicato e pericoloso, ma vitale, di creare i nostri valori in
un mondo in cui le vecchie certezze sono crollate.
Leggere "Al di là del bene e
del male" significa incontrare una filosofia che abbatte comode illusioni.
Nietzsche stesso ne comprendeva la posta in gioco: non si limitava a criticare
i filosofi che avevano plasmato le nostre fondamenta sociali, ma li accusava di
disonestà intellettuale.
Il libro non elabora un sistema,
ma è piuttosto una critica approfondita rivolta ai presupposti morali,
psicologici e metafisici del pensiero occidentale.
"Così parlò Zarathustra", il romanzo
filosofico di Nietzsche scritto tre anni prima, è vivido e lirico, mentre "Al di
là del bene e del male" è metodico e studiato. Nietzsche esamina le nostre
convinzioni più care, chiedendosi da dove provengano queste idee e quali
interessi servano.
Nella sua analisi, i filosofi nel
corso della storia hanno rivestito i loro pregiudizi personali con la veste
della verità universale. Hanno costruito elaborati sistemi metafisici per
giustificare i valori che già sostenevano.
Platone era, secondo Nietzsche,
l'architetto dell'illusione più pericolosa del pensiero occidentale: la nozione
del "bene in sé", una nozione pura, fissa e senza tempo di bontà
morale che trascendeva le caotiche particolarità delle vicende umane. Questa idea,
più di qualsiasi singola dottrina, aveva, secondo Nietzsche, avvelenato il
pozzo del pensiero occidentale per duemila anni.
In “Al di là del bene e del male”, Nietzsche rivolge la sua attenzione
alla moralità stessa. È qui soprattutto che il senso comune crolla sotto la
penna di Nietzsche.
La società generalmente dà per
scontato che la moralità possieda una solidità quasi palpabile, che
"bene" e "male" rappresentino categorie cosmiche
fondamentali, fisse come i poli.
Nietzsche attacca questo presupposto
con metodica precisione. Sostiene che non esiste una moralità universale, che
ciò che chiamiamo moralità in un dato momento rappresenta il trionfo di una
particolare visione del mondo: i valori di coloro che possedevano sufficiente
potere per imporli agli altri.
È qui che entra in scena la sua
dottrina delle "morali dei padroni"
e delle "morali degli schiavi".
La morale dei padroni, spiega
Nietzsche, trae origine dall'antica aristocrazia, da coloro che possedevano
forza e volontà di dominare. Per loro, "buono" significava
semplicemente se stessi e i propri interessi: nobiltà, potere, capacità di
prosperare e creare.
Non si tormentavano sui divieti e
i permessi della moralità. Agivano e, agendo, definivano ciò che era prezioso.
"Cattivo", nel loro lessico, non portava il peso della condanna
morale. Ciò che era "cattivo" era in realtà solo la descrizione di ciò
che stava al di sotto di loro, per i deboli, i comuni, i meschini.
Ma poi arrivarono gli
"schiavi", gli oppressi, le moltitudini che non potevano competere
con i padroni nella lotta diretta. E qui – in questa inversione – la civiltà
europea prese una svolta che Nietzsche trovò al tempo stesso brillante e
catastrofica.
Gli schiavi non potevano sconfiggere i loro padroni in un combattimento aperto, ma possedevano qualcosa di più pericoloso in una guerra di logoramento: il risentimento. Da questo nodo di odio e impotenza, presero i valori dei padroni e li capovolsero. Ciò che i padroni chiamavano bene, gli schiavi ora lo chiamavano male.
Ciò che i padroni
celebravano – forza, orgoglio, dominio – divenne oggetto di repulsione morale.
E ciò che i padroni liquidavano come debolezza – pietà, umiltà, mansuetudine –
gli schiavi lo elevarono alle più alte virtù.
Il risultato fu ciò che Nietzsche
coniò come "morale degli schiavi",
e questa conquistò. Non con la forza, ma attraverso la logica seducente del risentimento.
Questo è un termine usa Nietzsche per descrivere una miscela tossica di odio,
invidia e orgoglio ferito – ha una qualità più insopportabile e autolesionista.
Nietzsche credeva che il sistema
morale alla base del cristianesimo incarnasse il risentimento. La religione
sarebbe diventata lo strumento attraverso il quale la moralità degli schiavi
avrebbe trionfato in tutta Europa.
Nietzsche definisce il
cristianesimo "platonismo per il
popolo". La religione è dualistica: contrappone un mondo spirituale
perfetto a un mondo materiale corrotto, proprio come la filosofia di Platone.
Il regno superiore è anche la fonte di un ordine morale eternamente immutabile.
Le masse non potevano rovesciare
il sistema di oppressione, ma potevano costruire un'intera cosmologia in cui la
loro impotenza diventava una virtù e la forza dei padroni un vizio. E questa è
l'intuizione più acuta di Nietzsche: la nozione stessa di moralità potrebbe
nascere dalla debolezza. I nostri codici morali più cari potrebbero
rappresentare nient'altro che la lunga vendetta degli impotenti contro i forti.
Non si tratta, quindi, di una
descrizione storica di una moralità che prevale sull'altra, ma piuttosto di una
descrizione di un conflitto all'interno dello spirito umano, a dimostrazione
che i nostri valori derivano da bisogni e desideri particolari.
“Al di là del bene e del male” non si ferma a questa dimostrazione
genealogica. Nietzsche si spinge oltre, addentrandosi in quella che potremmo
definire la natura prospettica della verità stessa.
Questa osservazione apre alla sua
dottrina del prospettivismo: così come esiste solo la visione prospettica,
esiste solo la conoscenza prospettica. Il mondo non ci è trasparente. Lo
incontriamo sempre attraverso la lente del nostro particolare punto di vista,
delle nostre particolari pulsioni, dei nostri particolari interessi.
Secondo Nietzsche, non esiste una
visione dal nulla, nessuna prospettiva divina a disposizione degli esseri umani
da cui contemplare l'universo così com'è veramente.
Ogni conoscenza è interpretazione,
e ogni interpretazione riflette i valori e la prospettiva dell'interprete. La
pretesa di verità viene usata per battezzare gli istinti del filosofo.
Questo non rende Nietzsche un
relativista, qualcuno che crede che tutte le idee abbiano lo stesso valore. Il
prospettivismo non afferma che tutte le prospettive siano uguali, che la
visione del ciarlatano sia valida quanto quella dello scienziato.
Piuttosto, suggerisce che esistano
prospettive migliori: quelle che integrano più punti di vista, che comprendono
una maggiore complessità, che corrono più rischi nelle loro affermazioni e
contribuiscono alla prosperità umana.
Per Nietzsche, il compito del
pensatore è proprio questo: sviluppare occhi capaci di vedere di più, coltivare
la forza necessaria per tenere presenti più prospettive simultaneamente senza
rifugiarsi nella comoda menzogna di un'unica verità.
In "Al di là del bene e del male", Nietzsche parla di un nuovo
tipo di pensatore, lo "spirito libero" che si è liberato dai
pregiudizi dei filosofi passati e presenti, che pensa oltre i vincoli di un
unico sistema morale. Questa figura non nasce, scrive Nietzsche, ma si
autolibera dagli "angoli cupi e
piacevoli in cui preferenze e pregiudizi... ci confinano".
Lo spirito libero deve
deliberatamente superare i valori che gli sono stati tramandati, deve
interrogarli, deve possedere il coraggio intellettuale di opporsi da solo al
gregge. E qui torniamo all'amore come assorbimento pre-morale o extra-morale
nel sentimento.
gli spiriti libero agiscono per
amore in tutti gli aspetti della vita e il loro isolamento è il prezzo della loro
libertà. Essi guardano alla moralità non come a qualcosa di inscritto nel
tessuto dell'esistenza
cosmo, ma come qualcosa di creato,
costruito, perpetuamente reinventato.
Ma questa consapevolezza non li
paralizza, li emancipa. Se la moralità è creazione umana, allora esseri umani
dotati di forza e visione sufficienti potrebbero creare nuove moralità,
potrebbero stabilire nuovi valori più vitali e vivificanti di quelli che hanno
dominato la nostra epoca.
Questa è la promessa
rivoluzionaria nella filosofia di Nietzsche: che possiamo partecipare
consapevolmente alla creazione di valori, piuttosto che semplicemente
ereditarli come dimore mentali che non abbiamo mai scelto.
Nietzsche non scrisse questo libro
da nichilista rassegnato all'insensatezza. Lo scrisse come un filosofo ardente
di passione per la creazione di nuovi valori, per immaginare un futuro in cui
l'umanità potesse prosperare in modo più pieno, più vitale, più creativo di quanto
avesse mai fatto prima.
Nietzsche era un uomo amareggiato,
e il suo disprezzo per le masse e gli oppressi lascerebbe senza dubbio il
lettore moderno con un senso di inquietudine. Ma le sue intuizioni sulla verità
e la moralità rimangono avvincenti.
In questo senso, "Al di là del bene e del male" non rimane un'opera di distruzione, ma di possibilità: un risveglio alla consapevolezza che siamo, ognuno di noi, responsabili del mondo che creiamo attraverso i valori che scegliamo.
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