mercoledì 14 gennaio 2026

Il risveglio della consapevolezza (Nietzsche)



In "Al di là del bene e del male", Nietzsche scrisse una delle sue massime più enigmatiche e seducenti: "Ciò che si fa per amore avviene sempre al di là del bene e del male".

Secondo Nietzsche l'amore esiste in una prospettiva al di fuori del quadro morale di lode e biasimo.

"Amore", come viene inteso qui, è l'assorbimento nel sentimento, una condizione da cui l'azione scaturisce senza calcolo, senza esitazione e giudizio.

Non si prenda questo come se l'amore fosse una scusa. Nietzsche non sta impartendo un ordine di essere sconsiderati, sta descrivendo una parte centrale della condizione umana.

L'amore è affermativo, istintivo, autentico, spontaneo e libero.

Nietzsche contrappone l'amore alla moralità perché concepisce la moralità come derivante dalla frustrazione e dall'impotenza. Giudicare e condannare attraverso l'invenzione di codici morali significa tentare di controllare la vita interiore degli altri.

Ma cos'è veramente la moralità? È un sistema costruito su verità eterne e immutabili, o è davvero il vocabolario del nostro sistema nervoso collettivo, che benedice ciò che ci rafforza e condanna ciò che ci minaccia?

Andare "oltre" il bene e il male, in un altro senso inteso da Nietzsche, significa smettere di trattare la moralità come una geografia divina della convivenza e iniziare a vederla come un'arte umana.

Da questo punto di vista, possiamo iniziare a creare vite più significative e appaganti, pensando al di fuori dei vincoli dei valori ereditati.

La sua opera "Al di là del bene e del male" è una provocazione contro tutto ciò che la società vittoriana rappresentava. È un'opera forgiata nel risentimento, eppure, paradossalmente, brucia di passione per il compito complicato e pericoloso, ma vitale, di creare i nostri valori in un mondo in cui le vecchie certezze sono crollate.

Leggere "Al di là del bene e del male" significa incontrare una filosofia che abbatte comode illusioni. Nietzsche stesso ne comprendeva la posta in gioco: non si limitava a criticare i filosofi che avevano plasmato le nostre fondamenta sociali, ma li accusava di disonestà intellettuale.

Il libro non elabora un sistema, ma è piuttosto una critica approfondita rivolta ai presupposti morali, psicologici e metafisici del pensiero occidentale.

"Così parlò Zarathustra", il romanzo filosofico di Nietzsche scritto tre anni prima, è vivido e lirico, mentre "Al di là del bene e del male" è metodico e studiato. Nietzsche esamina le nostre convinzioni più care, chiedendosi da dove provengano queste idee e quali interessi servano.

Nella sua analisi, i filosofi nel corso della storia hanno rivestito i loro pregiudizi personali con la veste della verità universale. Hanno costruito elaborati sistemi metafisici per giustificare i valori che già sostenevano.

Platone era, secondo Nietzsche, l'architetto dell'illusione più pericolosa del pensiero occidentale: la nozione del "bene in sé", una nozione pura, fissa e senza tempo di bontà morale che trascendeva le caotiche particolarità delle vicende umane. Questa idea, più di qualsiasi singola dottrina, aveva, secondo Nietzsche, avvelenato il pozzo del pensiero occidentale per duemila anni.

In “Al di là del bene e del male”, Nietzsche rivolge la sua attenzione alla moralità stessa. È qui soprattutto che il senso comune crolla sotto la penna di Nietzsche.

La società generalmente dà per scontato che la moralità possieda una solidità quasi palpabile, che "bene" e "male" rappresentino categorie cosmiche fondamentali, fisse come i poli.

Nietzsche attacca questo presupposto con metodica precisione. Sostiene che non esiste una moralità universale, che ciò che chiamiamo moralità in un dato momento rappresenta il trionfo di una particolare visione del mondo: i valori di coloro che possedevano sufficiente potere per imporli agli altri.

È qui che entra in scena la sua dottrina delle "morali dei padroni" e delle "morali degli schiavi".

La morale dei padroni, spiega Nietzsche, trae origine dall'antica aristocrazia, da coloro che possedevano forza e volontà di dominare. Per loro, "buono" significava semplicemente se stessi e i propri interessi: nobiltà, potere, capacità di prosperare e creare.

Non si tormentavano sui divieti e i permessi della moralità. Agivano e, agendo, definivano ciò che era prezioso. "Cattivo", nel loro lessico, non portava il peso della condanna morale. Ciò che era "cattivo" era in realtà solo la descrizione di ciò che stava al di sotto di loro, per i deboli, i comuni, i meschini.

Ma poi arrivarono gli "schiavi", gli oppressi, le moltitudini che non potevano competere con i padroni nella lotta diretta. E qui – in questa inversione – la civiltà europea prese una svolta che Nietzsche trovò al tempo stesso brillante e catastrofica.

Gli schiavi non potevano sconfiggere i loro padroni in un combattimento aperto, ma possedevano qualcosa di più pericoloso in una guerra di logoramento: il risentimento. Da questo nodo di odio e impotenza, presero i valori dei padroni e li capovolsero. Ciò che i padroni chiamavano bene, gli schiavi ora lo chiamavano male. 

Ciò che i padroni celebravano – forza, orgoglio, dominio – divenne oggetto di repulsione morale. E ciò che i padroni liquidavano come debolezza – pietà, umiltà, mansuetudine – gli schiavi lo elevarono alle più alte virtù.

Il risultato fu ciò che Nietzsche coniò come "morale degli schiavi", e questa conquistò. Non con la forza, ma attraverso la logica seducente del risentimento. Questo è un termine usa Nietzsche per descrivere una miscela tossica di odio, invidia e orgoglio ferito – ha una qualità più insopportabile e autolesionista.

Nietzsche credeva che il sistema morale alla base del cristianesimo incarnasse il risentimento. La religione sarebbe diventata lo strumento attraverso il quale la moralità degli schiavi avrebbe trionfato in tutta Europa.

Nietzsche definisce il cristianesimo "platonismo per il popolo". La religione è dualistica: contrappone un mondo spirituale perfetto a un mondo materiale corrotto, proprio come la filosofia di Platone. Il regno superiore è anche la fonte di un ordine morale eternamente immutabile.

Le masse non potevano rovesciare il sistema di oppressione, ma potevano costruire un'intera cosmologia in cui la loro impotenza diventava una virtù e la forza dei padroni un vizio. E questa è l'intuizione più acuta di Nietzsche: la nozione stessa di moralità potrebbe nascere dalla debolezza. I nostri codici morali più cari potrebbero rappresentare nient'altro che la lunga vendetta degli impotenti contro i forti.

Non si tratta, quindi, di una descrizione storica di una moralità che prevale sull'altra, ma piuttosto di una descrizione di un conflitto all'interno dello spirito umano, a dimostrazione che i nostri valori derivano da bisogni e desideri particolari.

Al di là del bene e del male” non si ferma a questa dimostrazione genealogica. Nietzsche si spinge oltre, addentrandosi in quella che potremmo definire la natura prospettica della verità stessa.

Questa osservazione apre alla sua dottrina del prospettivismo: così come esiste solo la visione prospettica, esiste solo la conoscenza prospettica. Il mondo non ci è trasparente. Lo incontriamo sempre attraverso la lente del nostro particolare punto di vista, delle nostre particolari pulsioni, dei nostri particolari interessi.

Secondo Nietzsche, non esiste una visione dal nulla, nessuna prospettiva divina a disposizione degli esseri umani da cui contemplare l'universo così com'è veramente.

Ogni conoscenza è interpretazione, e ogni interpretazione riflette i valori e la prospettiva dell'interprete. La pretesa di verità viene usata per battezzare gli istinti del filosofo.

Questo non rende Nietzsche un relativista, qualcuno che crede che tutte le idee abbiano lo stesso valore. Il prospettivismo non afferma che tutte le prospettive siano uguali, che la visione del ciarlatano sia valida quanto quella dello scienziato.

Piuttosto, suggerisce che esistano prospettive migliori: quelle che integrano più punti di vista, che comprendono una maggiore complessità, che corrono più rischi nelle loro affermazioni e contribuiscono alla prosperità umana.

Per Nietzsche, il compito del pensatore è proprio questo: sviluppare occhi capaci di vedere di più, coltivare la forza necessaria per tenere presenti più prospettive simultaneamente senza rifugiarsi nella comoda menzogna di un'unica verità.

In "Al di là del bene e del male", Nietzsche parla di un nuovo tipo di pensatore, lo "spirito libero" che si è liberato dai pregiudizi dei filosofi passati e presenti, che pensa oltre i vincoli di un unico sistema morale. Questa figura non nasce, scrive Nietzsche, ma si autolibera dagli "angoli cupi e piacevoli in cui preferenze e pregiudizi... ci confinano".

Lo spirito libero deve deliberatamente superare i valori che gli sono stati tramandati, deve interrogarli, deve possedere il coraggio intellettuale di opporsi da solo al gregge. E qui torniamo all'amore come assorbimento pre-morale o extra-morale nel sentimento.

gli spiriti libero agiscono per amore in tutti gli aspetti della vita e il loro isolamento è il prezzo della loro libertà. Essi guardano alla moralità non come a qualcosa di inscritto nel tessuto dell'esistenza

cosmo, ma come qualcosa di creato, costruito, perpetuamente reinventato.

Ma questa consapevolezza non li paralizza, li emancipa. Se la moralità è creazione umana, allora esseri umani dotati di forza e visione sufficienti potrebbero creare nuove moralità, potrebbero stabilire nuovi valori più vitali e vivificanti di quelli che hanno dominato la nostra epoca.

Questa è la promessa rivoluzionaria nella filosofia di Nietzsche: che possiamo partecipare consapevolmente alla creazione di valori, piuttosto che semplicemente ereditarli come dimore mentali che non abbiamo mai scelto.

Nietzsche non scrisse questo libro da nichilista rassegnato all'insensatezza. Lo scrisse come un filosofo ardente di passione per la creazione di nuovi valori, per immaginare un futuro in cui l'umanità potesse prosperare in modo più pieno, più vitale, più creativo di quanto avesse mai fatto prima.

Nietzsche era un uomo amareggiato, e il suo disprezzo per le masse e gli oppressi lascerebbe senza dubbio il lettore moderno con un senso di inquietudine. Ma le sue intuizioni sulla verità e la moralità rimangono avvincenti.

In questo senso, "Al di là del bene e del male" non rimane un'opera di distruzione, ma di possibilità: un risveglio alla consapevolezza che siamo, ognuno di noi, responsabili del mondo che creiamo attraverso i valori che scegliamo.

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