venerdì 5 aprile 2013

Ricordi d'infanzia (poesia)

 
 
Assente a me stesso, vago per i sogni.
Celebrare l'ingenuità del tempo
è un piacer immenso.
Ascolto il vento.
Fisso lo sguardo laddove nulla vedo.

Danzano i pensieri.
Raccontano emozioni.
Oggi sono ricordi,
allora erano speranze.
Sospinta dalla nostalgia, 
una lacrima fugge.
Trattenerla mi duole.
Solitario, rivolgo la vista al sole.
Cieco all'esser bambino,
dimentico il tempo.
Assaporo il sentir tenero e leggero.
Ricordar m'è dolce del camminar in punta di piedi per non toglier spazio.
Che dire dello scarso cibo che la magra figura ostentava!
Non c'era penuria alcuna,
tal era abbondante la gioia di vivere.

Venne l'ora d'apparir adulto.
Salivo tra le stelle per cancellare i pensieri.
Fu invano, anche l'ubbidir alla legge dell'uomo.
Continuavo ad essere sognatore.
Quella lacrima, or ferma sulla pelle sempre meno piana, 
attende la carezza del vento 
per risvegliare
un così ostinato romantico.

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Analisi
Questa lirica è un delicato e toccante bilancio esistenziale, un viaggio a ritroso nella memoria che esplora la tensione mai risolta tra la spensieratezza dell'infanzia, le rigidità imposte dalla vita adulta e l'incrollabile fedeltà alla propria natura poetica e sognatrice.

L'incipit e la nostalgia dell'innocenza (Strofe 1-5)

La composizione si apre con uno stato di alienazione contemplativa: "Assente a me stesso, vago per i sogni". È il portale d'ingresso in una dimensione sospesa, dove il reale sfuma nel ricordo. La sospensione dei sensi fisici ("Fisso lo sguardo laddove nulla vedo") lascia spazio al movimento interiore, alla danza dei pensieri.

Qui si consuma il cortocircuito temporale dell'esistenza: "Oggi sono ricordi, / allora erano speranze". Con straordinaria sintesi, la poesia cattura il mutare del tempo. Ciò che un tempo era proiezione verso il futuro oggi si è solidificato in memoria, scatenando la risposta emotiva della lacrima. Trattenerla fa male, perché la nostalgia non va reprimente, ma attraversata.

La memoria dell'infanzia e la ricchezza del poco (Strofe 6-8)

Nel blocco centrale, lo sguardo si posa sull'infanzia con una tenerezza struggente. Il ritratto del bambino che fu è di una delicatezza estrema: l'incedere "in punta di piedi per non toglier spazio" suggerisce una pudica discrezione, un rispetto quasi sacrale per il mondo.

L'immagine della "magra figura" e dello "scarso cibo" si ribalta immediatamente sul piano spirituale: non c'era alcuna povertà reale, perché la pienezza era garantita da un'incontaminata gioia di vivere. È la celebrazione dell'essenziale, dove il poco materiale tesse l'abbondanza dell'anima.

Lo scontro con l'età adulta e la fedeltà al sogno (Strofe 9-11)

L'arrivo della maturità si presenta come un obbligo sociale e biologico: "Venne l'ora d'apparir adulto". L'uso del verbo apparire è illuminante: diventare adulti è spesso una recita, un dovere di conformità. Il tentativo di rifugiarsi "tra le stelle" o di piegarsi all'ubbidienza della "legge dell'uomo" si rivela inefficace. Non si può soffocare la propria natura: l'essenza da sognatore resiste, refrattaria alle omologazioni del tempo.

La chiusura: la pelle che cambia e il romanticismo ostinato (Strofa 12)

La strofa finale offre una sintesi visiva di rara bellezza. La lacrima, partita dalla nostalgia iniziale, è ora fermata sulla "pelle sempre meno piana", un dettaglio cronologico discreto e sublime che segna il passare degli anni sul volto.

Tuttavia, la maturazione del corpo non ha scalfitificato l'anima. La lacrima non attende la disperazione, ma "la carezza del vento", elemento naturale già evocato a inizio testo. Quella carezza ha il compito di risvegliare e coronare "un così ostinato romantico". L'aggettivo ostinato è la chiave dell'intera poesia: essere romantici, oggi come allora, non è un'ingenuità passiva, ma un atto di fiera e consapevole resistenza.

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