Son qui ....
verbo non serve per udir di
cuore mio.
Sfumato tra pensieri che
ondeggiano nella mente,
lo sguardo mira a confessar
paure.
Cerco filo per spillar
certezze,
all'oscillar dell'amor tuo.
Traditor quel mezzo riso,
ingenuo ripiego a mal riposta
speranza.
Sol spento,
vorrebbe mostrar.
All'agitar del ciel scuro,
scavo nella roccia il ciglio.
Dimenticar movenze,
m'accingo.
E finir d’immagine,
in quadro mi trasformo.
Soltanto allor, il dilungar
del mirar
lega il viso tuo al mio.
Anelar d'amor, cessar non
posso.
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Analisi
Questa lirica intensa e intimista racconta la fragilità dell'attesa e il dolore sottile della delusione amorosa. Attraverso una sintassi contratta e immagini di forte impatto visivo, il testo esplora il passaggio dal desiderio di contatto verbale alla dolorosa resa della riproificazione: trasformarsi in un oggetto per poter essere finalmente guardati.
L'incomunicabilità e il sospetto (Strofe 1-4)
L'incipit ("Son qui .... / verbo non serve per udir di cuore mio") stabilisce subito la dimensione del silenzio. Il linguaggio verbale si rivela superfluo; l'ascolto richiesto è interiore, affettivo. Ma il soggetto poetico è instabile, "sfumato" tra pensieri fluttuanti, mentre lo sguardo cerca una confessione di vulnerabilità.
La ricerca di un "filo per spillar certezze" restituisce plasticamente il tentativo di fissare punti fermi in un sentimento altalenante ("all'oscillar dell'amor tuo"). Qui si innesta la prima svolta amara: il "mezzo riso" dell'amato viene colto come traditore, una difesa ingenua o una maschera che smaschera una speranza male riposta.
La tempesta interiore e la metamorfosi (Strofe 5-8)
La seconda parte intensifica la drammaticità. Il "sol spento" e il "ciel scuro" proiettano all'esterno uno stato d'animo tempestoso. Lo "scavare nella roccia il ciglio" è un'immagine potente: indica il tentativo di ripararsi, di nascondere gli occhi o di trovare una presa incrollabile di fronte alla bufera emotiva.
Per sopravvivere, il poeta decide di anestetizzare il ricordo ("Dimenticar movenze, m'accingo"), fino a compiere un atto di cancellazione della propria dinamicità: "E finir d’immagine, / in quadro mi trasformo". La trasformazione in "quadro" è il cuore concettuale della poesia. Per sottrarsi all'inconstanza dell'altro, il soggetto rinuncia alla vita attiva e si fa opera immobile, oggetto contemplabile.
Il paradosso finale (Strofe 9-10)
Solo diventando immagine statica si ottiene ciò che si cercava fin dall'inizio: uno sguardo lungo e profondo ("il dilungar del mirar") che finalmente unisce i due volti. È un ricongiungimento ambiguo, che avviene solo a patto della propria immobilità.
La chiusura ("Anelar d'amor, cessar non posso") rompe la finzione della pietra e della tela. Nonostante il tentativo di farsi quadro, di dimenticare e di pietrificarsi, la tensione verso l'amore rimane un'esigenza primaria, irrinunciabile e insopprimibile.

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