Benvenuti su Riflessioni Filosofiche

domenica 21 giugno 2026

Ci accorgiamo della vita solo quando rischiamo di perderla



Esiste un paradosso profondo che accompagna l’esperienza umana fin dalle sue origini: ci accorgiamo veramente della vita soprattutto quando qualcosa la interrompe. 

Finché tutto procede senza attriti, senza ostacoli e senza eventi che ne alterino il corso, la vita tende a scorrere come uno sfondo silenzioso, quasi invisibile. 

La sua presenza è così immediata da diventare impercettibile. 

È soltanto quando emerge una frattura, una resistenza o una minaccia che ciò che chiamiamo “vita” si rende pienamente manifesto alla nostra coscienza.

Immaginiamo per un momento una vita completamente coincidente con sé stessa, una vita che non conosca alcuna forma di interruzione, alcuna differenza, alcun contrasto. 

Un’esistenza che si svolga come un flusso perfettamente continuo e omogeneo. 

A prima vista potrebbe sembrare una condizione ideale, quasi una forma di pienezza assoluta. 

Eppure, proprio questa assoluta continuità finirebbe per rendere la vita invisibile a sé stessa. 

Se nulla si opponesse al suo scorrere, se nulla introducesse una distanza o una differenza, non vi sarebbe alcun punto dal quale osservarla, riconoscerla o comprenderla.

La coscienza, infatti, non nasce dall’identità perfetta, ma dalla differenza. 

Noi prendiamo coscienza di qualcosa quando quella cosa si distingue da altro, quando emerge da uno sfondo, quando viene delimitata. 

In assenza di questa delimitazione, tutto resterebbe immerso in un’indistinzione originaria. 

È un principio che riguarda non soltanto la riflessione filosofica, ma l’esperienza quotidiana. 

Ci accorgiamo della salute quando ci ammaliamo, del valore del tempo quando sentiamo di perderlo, dell’importanza di una persona quando la sua presenza viene meno. 

Ciò che è continuamente disponibile tende a sottrarsi all’attenzione; ciò che viene messo in discussione, invece, diventa improvvisamente evidente.

Da questo punto di vista, il “non” della vita assume un significato decisivo. 

Con questa espressione possiamo indicare tutto ciò che interrompe, contraddice o sospende il semplice fluire dell’esistenza. 

Il dolore, la malattia, il rischio, la perdita, l’angoscia e, nella forma più radicale, la morte. 

Questi fenomeni vengono generalmente considerati come elementi negativi, nemici della vita da cui difendersi. 

E certamente rappresentano esperienze difficili e spesso drammatiche. 

Tuttavia, sul piano fenomenologico ed esistenziale, essi svolgono una funzione più profonda: rendono la vita percepibile.

Il limite non è soltanto ciò che restringe la vita; è anche ciò che ne disegna i contorni. 

Come una figura emerge grazie ai suoi margini, così la vita diventa riconoscibile grazie a ciò che la delimita. 

Se non esistesse alcuna possibilità di perdita, probabilmente non sapremmo apprezzare ciò che possediamo. 

Se non esistesse alcuna possibilità di fallimento, il successo perderebbe gran parte del suo significato. 

Se fossimo immortali, il valore attribuito ai singoli momenti sarebbe forse radicalmente diverso.

Questo non significa celebrare la sofferenza o idealizzare il dolore. 

Significa piuttosto riconoscere che la struttura stessa della coscienza è legata all’esperienza della differenza e del limite. 

La vita non si manifesta nonostante la sua vulnerabilità, ma anche attraverso di essa. 

La fragilità non è un accidente esterno che si aggiunge all’esistenza; appartiene alla sua stessa condizione.

In effetti, gran parte delle nostre esperienze più significative nasce proprio dal confronto con ciò che mette in discussione la nostra sicurezza. 

Pensiamo ai momenti in cui abbiamo percepito con maggiore intensità il valore dell’esistenza. 

Spesso non coincidono con periodi di assoluta tranquillità, ma con situazioni in cui qualcosa era in gioco. 

Una malattia superata, una perdita elaborata, una difficoltà affrontata, un pericolo scampato. 

In queste circostanze la vita emerge con una forza particolare, quasi come se venisse illuminata dall’ombra che la circonda.

La vulnerabilità, dunque, non è semplicemente una debolezza da eliminare. 

È una dimensione costitutiva dell’essere vivente. 

Vivere significa essere esposti. 

Significa poter essere feriti, trasformati, modificati dagli eventi. 

Significa abitare un mondo nel quale nulla è garantito una volta per tutte. 

Questa esposizione può generare paura, ma è anche ciò che rende possibile l’esperienza autentica. 

Un’esistenza completamente protetta da ogni rischio sarebbe probabilmente un’esistenza incapace di incontrare davvero il mondo.

La filosofia contemporanea ha spesso insistito su questo punto: l’essere umano non è una realtà autosufficiente e chiusa, ma un essere costitutivamente aperto all’alterità. 

L’altro, il diverso, l’imprevisto non rappresentano semplici ostacoli lungo il cammino dell’esistenza; sono condizioni attraverso cui l’esistenza stessa prende forma. 

Senza l’incontro con ciò che non siamo, non potremmo neppure comprendere chi siamo.

La morte costituisce l’esempio più radicale di questa alterità. 

Essa appare come il limite estremo della vita, ciò che la nega nella maniera più definitiva. 

Eppure proprio la consapevolezza della morte conferisce alla vita una particolare intensità. 

Sapere che il tempo è limitato trasforma il significato delle nostre scelte. 

Ogni decisione acquista peso perché non possiamo percorrere tutte le strade. 

Ogni relazione diventa preziosa perché non è eterna. 

Ogni istante assume valore perché è destinato a passare.

Da questa prospettiva, la morte non è soltanto un evento futuro che conclude l’esistenza, ma una possibilità che accompagna costantemente la vita e ne modella il significato. 

Non si tratta di vivere nell’ossessione della fine, ma di riconoscere che la finitezza è ciò che rende ogni esperienza unica e irripetibile. 

La vita acquista spessore proprio perché non è infinita.

Ne deriva una concezione dell’esistenza lontana dall’idea di una pienezza stabile e definitiva. 

Vivere non significa raggiungere uno stato di perfetta sicurezza o eliminare ogni forma di negatività. 

Significa piuttosto imparare a confrontarsi con il carattere fragile e contingente della propria condizione. 

La maturità esistenziale non consiste nel negare la vulnerabilità, ma nel riconoscerla come parte integrante della vita.

In fondo, la coscienza della vita è inseparabile dalla coscienza della sua precarietà. 

Quanto più comprendiamo che ciò che amiamo può essere perduto, tanto più ne percepiamo il valore. 

Quanto più riconosciamo la nostra esposizione al rischio, tanto più diventiamo consapevoli della ricchezza racchiusa nell’atto stesso di esistere.

Il paradosso è che la vita diventa davvero presente a sé stessa proprio nel momento in cui incontra ciò che potrebbe negarla. 

Il dolore, la perdita, il limite e persino la morte non rappresentano soltanto ciò che si oppone alla vita, ma anche ciò che la rende visibile. 

È attraverso il confronto con il proprio contrario che la vita emerge alla coscienza e si rivela nella sua profondità.

Per questo motivo l’esperienza umana non può essere compresa come una semplice affermazione della vita contro la morte o del positivo contro il negativo. 

Essa è piuttosto il luogo di una tensione permanente, in cui la vita si scopre e si riconosce proprio grazie alla presenza di ciò che la minaccia. 

Ed è forse in questa tensione, fragile e inevitabile, che risiede una delle verità più profonde della nostra esistenza: la vita non è meno vita perché è vulnerabile; al contrario, è proprio la sua vulnerabilità a renderla così intensamente viva.


*Spunto tratto dal 5^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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sabato 20 giugno 2026

Erich Fromm: Perché Non Devi Trattenere Chi Non Ti Ama Più

 

Cara giovane donna,

so che stai soffrendo. So che una parte di te continua a guardare verso quella porta che qualcuno ha deciso di attraversare, sperando che si riapra. 

So che ti domandi cosa avresti potuto fare diversamente, quali parole avresti dovuto dire, quali aspetti di te stessa avresti dovuto cambiare per convincere quella persona a restare.

Ma lascia che ti dica una cosa che forse oggi ti sembrerà dura: non devi trattenere chi desidera andarsene.

L’amore non è una prigione. 

Non è una catena. 

Non è il potere di costringere qualcuno a scegliere noi. 

Se ciò che chiami amore diventa una lotta continua per impedire all’altro di partire, allora non stai più difendendo l’amore; stai difendendo la tua paura della perdita.

Molti esseri umani confondono l’amore con il bisogno. 

Credono che amare significhi non poter vivere senza qualcuno. 

Credono che la sofferenza sia la prova della profondità di un sentimento. 

Eppure, il vero amore nasce dalla libertà, non dalla dipendenza.

Quando una persona non è più interessata al tuo amore, quando il suo cuore non si orienta più verso di te, puoi certamente soffrire, puoi piangere, puoi attraversare il lutto di ciò che è stato. 

Ma non puoi trasformare l’indifferenza in amore attraverso il sacrificio. 

Non puoi ottenere affetto mendicandolo. 

Non puoi convincere qualcuno a vederti come indispensabile se ha già smesso di riconoscerti come una scelta.

Domandati: che tipo di amore sarebbe quello che rimane soltanto perché trattenuto?

Sarebbe davvero amore?

Immagina un uccello che si posa sulla tua mano. 

Ti emoziona la sua presenza. 

Ti senti felice perché è lì. 

Ma se, per paura che voli via, chiudi il pugno, non stai proteggendo la sua presenza. 

Stai distruggendo la sua libertà. 

E quando la libertà scompare, scompare anche la bellezza dell’incontro.

Così accade nelle relazioni umane.

Molte donne sono state educate a credere che il loro valore dipenda dalla capacità di essere scelte. 

Per questo, quando qualcuno se ne va, non sentono soltanto il dolore della separazione. 

Sentono anche il crollo della propria autostima. 

Cominciano a pensare: “Se fosse rimasto, avrei avuto valore. Se se ne va, significa che non valgo abbastanza.”

Ma questa conclusione è falsa.

Il fatto che qualcuno non desideri più il tuo amore non stabilisce il tuo valore come essere umano.

Il sole non perde la sua luce perché qualcuno chiude le tende.

Tu continui a essere ciò che sei anche quando qualcuno non riesce più a vederti.

Comprendo la tentazione di inseguire. 

Comprendo il desiderio di spiegare ancora una volta, di scrivere un altro messaggio, di trovare un’altra occasione per dimostrare quanto sei capace di amare. 

Ma devi fare attenzione. Perché esiste un punto in cui l’amore per l’altro diventa mancanza di amore per sé stessi.

Ogni volta che implori qualcuno di restare contro la sua volontà, stai comunicando a te stessa che la tua dignità vale meno della sua approvazione.

E invece la maturità affettiva consiste proprio nel contrario: riconoscere che il dolore della perdita è preferibile all’umiliazione di trattenere chi non desidera più condividere il cammino con noi.

L’amore autentico non dice: “Resta, altrimenti non saprò chi sono.”

L’amore autentico dice: “Ti ho accolto liberamente e liberamente ti lascio andare.”

Questa frase non nasce dalla freddezza. Nasce dalla forza.

La forza non consiste nel non soffrire. 

Consiste nel continuare ad amare la vita anche quando qualcosa finisce.

Forse adesso stai pensando che lasciare andare significhi arrendersi.

No.

Arrendersi significa rinunciare a te stessa.

Lasciare andare significa accettare una realtà che non puoi controllare.

Vi è una grande differenza.

Nessuno può obbligare un cuore ad amare. Nessuno può creare desiderio attraverso la pressione. 

Nessuno può costruire un legame vivo con materiali ormai consumati.

Se una persona vuole andarsene, il tuo compito non è fermarla.

Il tuo compito è osservare ciò che accade dentro di te.

Perché hai così paura della sua assenza?

Perché credi di non poter essere completa senza di lui?

Perché il suo allontanamento sembra raccontare una verità su di te?

Queste domande sono più importanti della persona che sta partendo.

Spesso la sofferenza che attribuiamo all’abbandono è in realtà una ferita molto più antica. 

È il timore di non essere abbastanza. 

È la paura della solitudine. È il bisogno di essere confermati dall’esterno.

Eppure la vita ti invita a un compito più grande.

Ti invita a diventare una persona capace di amare senza possedere.

Capace di donare senza annullarsi.

Capace di condividere senza dipendere.

L’amore maturo nasce dall’abbondanza interiore. 

Non dice: “Ho bisogno di te per esistere.” Dice: “Esisto pienamente e scelgo di condividere la mia vita con te.”

Se qualcuno non vuole più condividere quella strada, la tua esistenza non perde significato.

Continua.

Respira.

Cresce.

Fiorisce.

Un giorno comprenderai che non tutte le persone che entrano nella tua vita sono destinate a restare

Alcune arrivano per insegnarti qualcosa. 

Altre per mostrarti una parte di te che ancora non conoscevi. 

Altre ancora per accompagnarti soltanto per un tratto.

La loro partenza non cancella il valore del viaggio.

E soprattutto non cancella il valore tuo.

Perciò non correre dietro a chi si allontana. 

Non trasformare il tuo amore in una supplica. 

Non sacrificare la tua dignità nel tentativo di evitare il dolore.

Piangi, se ne hai bisogno.

Ricorda, se ne hai bisogno.

Soffri, se ne hai bisogno.

Ma resta fedele a te stessa.

Chi desidera andare via ti sta offrendo una verità, per quanto dolorosa: il suo cuore non è più lì dove si trova il tuo.

Accettare questa verità richiede coraggio.

Negarla richiede soltanto paura.

E il coraggio, anche quando fa male, è sempre la strada che conduce alla libertà.

Lascia dunque che vada.

Non perché non abbia avuto importanza.

Non perché tu non abbia amato abbastanza.

Ma perché l’amore, quando è autentico, non trattiene.

L’amore apre la mano.

E nella mano aperta rimane sempre la cosa più preziosa: la tua dignità.


*Spunto tratto dal 2^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo


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venerdì 19 giugno 2026

Fil rouge (poesia di Mario Cammarota)



Fil rouge

 

Vidi tramonti del mio interiore più eclatanti.

 Vidi arrossarsi spavaldi occidenti,

rilassanti nell' accogliere l'astro maggiore.

 

Il mio interiore,

questo estremo capo sfilacciato di fil rouge,

a lungo srotolato dall'asse dei giorni,

pare assorto,

fisso sui pensieri che scorrono crepuscolari,

domati dal tempo

e dalla memoria rugginosa.

 

E mi recano,

fastidiosi,

all'eremo estremo,

ove più negro è il ragionare...


di Mario Cammarota

 

Questa poesia ha un tono fortemente introspettivo e malinconico. Il tema centrale sembra essere il confronto tra la bellezza e l'intensità del mondo interiore e il lento declino dei pensieri sotto l'azione del tempo e della memoria.

L'incipit, «Vidi tramonti del mio interiore più eclatanti», introduce subito una metafora efficace: il tramonto non è un fenomeno naturale, ma uno stato dell'anima.

Il poeta suggerisce di aver conosciuto in passato momenti interiori più intensi, più luminosi e drammatici di quelli attuali.

L'immagine degli «arrossarsi spavaldi occidenti» richiama colori vivi e una certa fierezza, quasi un'accettazione serena della fine del giorno, che diventa simbolo di una stagione della vita o di uno stato emotivo.

La seconda parte si concentra sull'«interiore», descritto come «questo estremo capo sfilacciato di fil rouge».

È probabilmente l'immagine più originale del testo: il soggetto si percepisce come l'ultimo lembo di un filo narrativo o esistenziale che il tempo («l'asse dei giorni») ha progressivamente srotolato.

Il fil rouge rappresenta la continuità dell'identità, dei ricordi, del senso della propria storia; il fatto che sia «sfilacciato» suggerisce però fragilità, logoramento, dispersione.

I pensieri vengono poi descritti come «crepuscolari», termine che richiama ancora il tramonto e crea una forte coerenza simbolica.

Essi scorrono in una luce incerta, né pienamente viva né completamente spenta.

Sono inoltre «domati dal tempo / e dalla memoria rugginosa»: il tempo attenua l'impeto delle emozioni, mentre la memoria, definita «rugginosa», non è più uno strumento limpido, ma qualcosa che corrode e altera il ricordo.

Nell'ultima strofa il tono si fa più cupo. I pensieri conducono il soggetto a un «eremo estremo», immagine di isolamento mentale e spirituale.

Qui il ragionare diventa più «negro», cioè oscuro, doloroso, forse vicino alla meditazione pessimistica o all'angoscia esistenziale. Il viaggio interiore approda dunque non a una rivelazione, ma a una zona di solitudine e inquietudine.

Dal punto di vista stilistico, il lessico è ricercato e solenne (occidenti, astro maggiore, eremo, negro), con una forte tendenza simbolista ed ermetica.

La poesia vive soprattutto di metafore e immagini concatenate attorno al campo semantico del tramonto e del crepuscolo. Questo conferisce unità al testo, anche se in alcuni punti la densità delle immagini rende il significato volutamente sfumato.

Un aspetto particolarmente riuscito è la progressione emotiva: dai tramonti luminosi e «spavaldi» del passato si passa gradualmente ai pensieri crepuscolari e infine all'oscurità dell'«eremo estremo».

È un percorso discendente, dalla luce all'ombra, che riflette il movimento della coscienza verso una riflessione sempre più inquieta e solitaria. 


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L'Uomo e la sua ombra: Un Viaggio Filosofico Ispirato a Miguel de Unamuno

 

Quando Andrea compì quarant’anni, ricevette un regalo insolito. 

Non era una lettera, né un oggetto, né una somma di denaro. 

Fu una domanda. 

La trovò scritta a matita sul retro di una fotografia ingiallita che ritraeva suo padre da giovane.

“Se dovessi morire domani, quale parte di te rifiuterebbe di scomparire?”

Non c’era firma.

Andrea trascorse l’intera giornata a fissare quella frase. 

Era insegnante di matematica in una piccola città sul mare. 

La sua vita era ordinata, precisa, scandita da orari e abitudini. 

Amava le formule perché sembravano promettere una verità stabile, qualcosa che non cambiasse con gli umori o con il tempo.

Eppure quella domanda lo aveva colpito come una crepa improvvisa nel vetro. 

Quella notte non riuscì a dormire. 

Uscì di casa e si incamminò verso il lungomare. Le strade erano vuote e il vento trascinava l’odore del sale fin dentro i vicoli.

Camminando sotto i lampioni, si accorse che la sua ombra sembrava più scura del solito.

«Stai pensando troppo», disse una voce.

Andrea si fermò.

Non c’era nessuno.

«Qui sotto», continuò la voce.

Guardò il marciapiede. L’ombra aveva mosso la testa.

Andrea si strofinò gli occhi.

«Devo essere impazzito.»

«È possibile», rispose l’ombra. «Ma non sarebbe la prima volta che la verità entra nella mente travestita da follia.»

Andrea rimase immobile.

«Chi sei?»

«Sono la parte di te che non compare nei registri comunali, nei diplomi o nelle fotografie. Sono ciò che resta quando smetti di descriverti.»

L’uomo sentì un brivido.

«Perché mi stai parlando?»

«Perché hai letto la domanda.»

Ripresero a camminare insieme: Andrea sopra il marciapiede, l’ombra ai suoi piedi.

«Sai qual è il problema?» disse l’ombra. «Tu vivi come se fossi eterno e pensi alla morte come se riguardasse qualcun altro.»

«Tutti gli umani moriranno.»

«Lo sai con la testa. Ma non con il cuore.»

Quelle parole lo irritarono.

«Che differenza c’è?»

L’ombra rise.

«La stessa che c’è tra leggere una carta geografica e attraversare un deserto.»

Continuarono a camminare finché raggiunsero il molo.

Il mare era nero e infinito.

«Guarda l’orizzonte», disse l’ombra. «Riesci a vedere la fine?»

«No.»

«Eppure sai che esiste.»

«Certo.»

«Con la morte fai il contrario. Non riesci a vedere ciò che c’è oltre e allora fai finta che non esista nulla.»

Andrea non rispose.

Per la prima volta da anni sentì affacciarsi una paura che aveva sempre tenuto nascosta sotto il lavoro e le occupazioni quotidiane.

La paura di cessare.

La paura che tutto ciò che aveva amato, sofferto, ricordato, svanisse come il fumo.

L’ombra sembrò accorgersene.

«Non avere fretta di scacciare questa paura. È una porta.»

«Una porta verso cosa?»

«Verso te stesso.»

Nei giorni successivi Andrea continuò a incontrare la sua ombra. 

Compariva ovunque. 

In classe, mentre correggeva i compiti. 

Nel riflesso delle vetrine. Persino nei sogni.

Una sera, esasperato, le chiese:

«Perché insisti tanto sulla morte?»

«Perché tu insisti tanto sulla vita.»

«Non capisco.»

«Chi desidera davvero vivere non può evitare la domanda sulla fine. Le due cose sono inseparabili.»

Andrea rifletté. Era vero.

Più amava sua moglie, più temeva di perderla.

Più era felice davanti al mare, più gli sembrava tragico che un giorno non avrebbe più potuto vederlo.

«Allora siamo condannati?» domandò.

«Forse.»

«Che risposta è?»

«L’unica sincera.»

L’ombra non offriva mai certezze. 

Distruggeva quelle che Andrea credeva di possedere. 

Eppure, stranamente, quella distruzione non lasciava il vuoto. 

Lasciava un desiderio. 

Un desiderio di cercare.

Qualche settimana dopo morì il vecchio custode della scuola.

Si chiamava Ernesto, un uomo semplice che tutti conoscevano.

Durante il funerale, Andrea osservò il volto dei presenti.

Alcuni piangevano, altri pregavano, altri ancora guardavano il pavimento in silenzio.

Tornando a casa, l’ombra gli apparve accanto.

«Dimmi», disse. «Che cosa è morto oggi?»

«Ernesto.»

«Davvero?»

«Sì.»

«E allora perché continui a pensare a lui?»

Andrea non seppe rispondere.

«Vedi», proseguì l’ombra, «gli esseri umani sono strani. Non accettano di essere ridotti a un fatto biologico. Continuano a vivere nella memoria, nell’amore, nei gesti che hanno lasciato dietro di sé.»

«Ma non è immortalità.»

«No. Però nemmeno il nulla.»

Quella notte Andrea rimase seduto alla scrivania fino all’alba.

Pensò a suo padre. 

A sua madre. 

Agli amici perduti.

Si rese conto che dentro di lui esisteva una folla silenziosa. 

Persone assenti eppure presenti. Morte e vive nello stesso tempo.

Per la prima volta comprese che l’essere umano non desidera soltanto sopravvivere. 

Desidera essere riconosciuto come unico, irripetibile.

Desidera che il proprio io non venga cancellato.

Passarono i mesi. 

Andrea cominciò a cambiare. 

Non divenne più religioso né più scettico. 

Divenne più inquieto. 

Ma era un’inquietudine feconda. 

Una sera salì sulla collina che dominava la città. Il sole stava tramontando. 

L’ombra era accanto a lui.

«Credi in Dio?» chiese Andrea.

L’ombra rimase in silenzio per qualche secondo.

«Tu perché lo chiedi?»

«Perché voglio sapere.»

«No», rispose l’ombra. «Tu vuoi essere rassicurato.»

Andrea abbassò gli occhi. Era vero.

«E allora?»

«Allora ti dirò questo: ci sono persone che credono senza dubitare e persone che dubitano senza credere. Ma le anime più vive sono quelle che credono e dubitano nello stesso momento.»

«È una contraddizione.»

«L’essere umano è una contraddizione.»

Andrea osservò il cielo che si colorava di rosso. 

Dentro di sé sentiva due voci. 

Una chiedeva prove. 

L’altra chiedeva speranza. 

Per anni aveva cercato di far tacere una delle due. 

Ora capiva che entrambe gli appartenevano.

Arrivò l’inverno. 

Una notte Andrea fece un sogno. 

Si trovava in una biblioteca infinita. 

Gli scaffali si perdevano nell’oscurità. 

Ogni libro portava il nome di una persona. C’erano miliardi di volumi. 

Andrea cercò il proprio. 

Dopo una lunga ricerca lo trovò. Lo aprì. 

Le pagine erano bianche.

«È vuoto», disse.

«Non ancora», rispose una voce.

Si voltò.

Era l’ombra.

«Ma io ho già vissuto quarant’anni.»

«Eppure continui a scrivere.»

«Quando finirò?»

«Quando morirai.»

Andrea abbassò lo sguardo.

«E dopo?»

L’ombra sorrise.

«Questa è la domanda che rende umano ogni essere umano.»

Si svegliò con il cuore che batteva forte.

Fuori dalla finestra stava sorgendo il sole.

Molti anni dopo, quando Andrea era ormai anziano, tornò sul lungomare dove tutto era iniziato. 

Camminava lentamente, appoggiandosi a un bastone. 

Il mare era lo stesso. 

Le onde erano le stesse. Eppure tutto era cambiato. 

O forse era cambiato lui.

Guardò il marciapiede. La sua ombra era ancora lì. Più lunga, più sottile.

«Ho trovato la risposta?» domandò.

«A quale domanda?»

«A quella scritta sulla fotografia.»

L’ombra rimase in silenzio. Poi disse: «Dimmela.»

Andrea sorrise. 

Pensò agli amori vissuti. 

Agli errori. 

Alle speranze. 

Alle notti di dubbio. Alle mattine di fede. 

Pensò a tutto ciò che aveva cercato senza mai possederlo completamente.

Infine rispose:

«La parte di me che rifiuta di scomparire è la stessa che continua a cercare.»

L’ombra annuì: «Adesso hai capito.»

«Che cosa?»

«Che non sei nato per possedere la verità, ma per desiderarla.»

Il vento soffiò dal mare. 

Per un istante Andrea ebbe l’impressione che l’ombra diventasse trasparente.

«Te ne vai?» chiese.

«No.»

«Allora perché stai svanendo?»

«Perché non hai più bisogno di vedermi.»

Andrea rimase solo. O almeno così sembrava.

Guardò l’orizzonte. La linea tra cielo e mare era indistinta.

Non sapeva cosa ci fosse oltre.

Non possedeva prove.

Non possedeva certezze.

Eppure sentiva che la sua vita non era stata una risposta, ma una domanda pronunciata con tutta la forza del cuore.

E comprese che forse la dignità dell’uomo non consiste nel vincere il mistero, ma nel continuare a sfidarlo, amandolo e temendolo allo stesso tempo.

Con quel pensiero riprese a camminare.

Verso il tramonto.

Verso l’ignoto.

Verso ciò che nessuno può conoscere e che, proprio per questo, ogni essere umano non smette mai di cercare.


*Spunto tratto dal 2^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo


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