Cammina lentamente, come chi porta sulle spalle un peso che non riesce più a sostenere.
Ha perso suo figlio da pochi mesi. Un incidente improvviso. Una carrozza ribaltata lungo una strada ghiacciata.
Da allora il mondo continua a esistere, ma per lei qualcosa si è
spezzato in modo irreparabile.
Seduto a un tavolo, circondato da libri e manoscritti, Nikolaj Fëdorov alza
lo sguardo. La donna si avvicina.
«Mi hanno detto che lei è un filosofo.»
Fëdorov sorride appena: «Forse. Ma dipende da cosa si intende per
filosofia.»
La donna esita e poi dice: «Mio figlio è morto. Aveva diciassette anni.
Tutti mi dicono che devo accettarlo. Il sacerdote mi parla della volontà di Dio.
Gli amici mi invitano ad avere pazienza.
Altri ancora mi dicono che il tempo guarirà la ferita. Ma io non voglio imparare ad accettare.
Voglio sapere
perché è accaduto. Voglio sapere perché dovrebbe essere giusto.»
Per qualche istante il silenzio riempie la stanza.
Poi Fëdorov risponde: «Non è giusto.»
La donna lo guarda sorpresa: «Come ha detto?»
«Ho detto che non è giusto. E credo che il primo errore degli uomini sia
proprio questo: cercare di convincersi che la morte sia qualcosa di naturale e
quindi accettabile.»
La donna abbassa lo sguardo: «Ma tutti muoiono.»
«Sì. Ed è precisamente questo il problema.»
«Lei parla come se la morte fosse una malattia.» ribatte la donna.
«Lo è.»
La donna scuote la testa.
«Nessun filosofo mi ha mai parlato così.»
«Perché la maggior parte dei filosofi ha cercato di insegnare agli uomini
come convivere con la morte. Io credo invece che dovremmo chiederci come
eliminarla.»
La donna rimane perplessa:«Lei capisce cosa significa perdere un figlio?»
Fëdorov non risponde subito.
«Capisco che ogni madre che perde un figlio subisce una violenza che nessuna spiegazione riesce davvero a cancellare.
Mi permetta una domanda.
Se
domani le venisse offerta la possibilità di rivederlo, di riabbracciarlo, di
ascoltare ancora la sua voce, accetterebbe?»
La donna porta una mano al volto: «Naturalmente.»
«E allora perché considera assurdo desiderare ciò che il suo cuore continua
a chiedere?»
«Perché è impossibile.»
Fëdorov si sporge leggermente in avanti.
«È impossibile oggi. Ma da quando l'impossibilità è diventata una legge
eterna?»
La donna non sa cosa rispondere.
Il filosofo continua:
«Per secoli gli uomini hanno creduto che fosse impossibile volare. Poi hanno imparato a farlo.
Hanno creduto che fosse impossibile attraversare oceani, curare malattie, parlare a distanza.
La storia della civiltà è piena di impossibilità che hanno cessato di esserlo.»
La donna ancora più perplessa: «Ma i morti non sono malati. Sono morti.»
«Tuttavia lei continua ad amarli.»
La donna chiude gli occhi: «Come potrei non mare più mio figlio.»
«E allora lasci che le chieda un'altra cosa.
Se amiamo veramente coloro che abbiamo perduto, possiamo limitarci a conservarne il ricordo?
È sufficiente
costruire monumenti, scrivere poesie, visitare tombe?»
«Non lo so.»
«Io credo che non basti.»
Fëdorov indica gli scaffali della biblioteca.
«Guardi questi libri.
Ogni pagina è stata scritta da uomini che non esistono più.
Ogni città che vediamo è stata costruita da persone morte.
Noi viviamo grazie al lavoro, ai sacrifici e all'amore di coloro che ci hanno preceduto.
Eppure accettiamo che siano scomparsi per sempre. Non le sembra una
strana forma di ingratitudine?»
La donna rimane pensierosa:«Non avevo mai considerato la cosa in questo modo.»
Poi continua: «Io credo che l'umanità abbia un debito verso i propri morti.
Un debito immenso.
E che il compito più alto della scienza non sia costruire
macchine più veloci o accumulare ricchezze, ma trovare un modo per restituire
la vita a coloro che l'hanno perduta.»
«Sta parlando di una resurrezione?»
«Sì. Ma non di una resurrezione affidata soltanto al miracolo.
Parlo di un compito storico.
Di un'opera comune. Di uno sforzo collettivo che coinvolga
tutta l'umanità.»
La donna sorride amaramente: «Mi sembra difficile pensarlo e facile sognarlo»
Fëdorov guarda la neve oltre la finestra.
«Ma ogni grande impresa umana è iniziata come un sogno.
La differenza è che
alcuni sogni vengono abbandonati, mentre altri diventano progetti.»
«E lei pensa davvero che un giorno sarà possibile?»
Il filosofo resta in silenzio per alcuni secondi.
«Non so se accadrà. Nessuno può saperlo.
Ma so che esiste una differenza enorme tra accettare la morte come destino e considerarla un problema da affrontare.
Nel primo caso ci rassegniamo. Nel secondo continuiamo a cercare.»
La donna quasi subito dice: «Allora la sua filosofia nasce dal rifiuto
della rassegnazione.»
«Esattamente.»
«E se non si arrivasse mai a sconfiggere la morte?»
Fëdorov sorride: «Allora avremo almeno tentato di essere fedeli al nostro
amore.»
La donna si alza per andarsene.
Non è meno triste di quando è entrata. Il dolore è ancora lì, intatto.
Eppure qualcosa è cambiato.
Per la prima volta da mesi nessuno le ha chiesto di accettare la perdita.
Nessuno le ha detto che il tempo avrebbe guarito la ferita.
Nessuno ha cercato di convincerla che la morte fosse giusta.
Un uomo le ha semplicemente suggerito che l'amore potrebbe avere il diritto
di non arrendersi.
Forse la teoria di Fëdorov rimarrà per sempre un'utopia. Forse la resurrezione universale non sarà mai realizzata.
Ma il cuore della sua filosofia non consiste soltanto nella promessa di riportare in vita i morti.
Consiste soprattutto nel rifiuto di considerare la loro assenza come qualcosa
di moralmente accettabile.
Ed è forse per questo che, ancora oggi, il pensiero del «Socrate moscovita»
continua a esercitare un fascino inquieto: perché prende sul serio un desiderio
che quasi tutti custodiamo in silenzio e che quasi nessuno osa trasformare in
un progetto.
Il desiderio che coloro che abbiamo amato non siano perduti per sempre.
