Negli ultimi anni si è parlato molto di fuga dei cervelli, di giovani che lasciano l'Italia e di aziende che faticano a trovare personale qualificato.
Molto meno spazio, invece, viene dedicato alle ragioni profonde che spingono tanti laureati a cercare altrove ciò che nel proprio Paese non riescono a trovare: un'occupazione dignitosa, coerente con il percorso di studi intrapreso e adeguatamente riconosciuta sul piano professionale ed economico.
La testimonianza che segue racconta una storia personale, ma potrebbe essere quella di migliaia di giovani italiani.
È il racconto di chi ha investito anni nello studio, ha raggiunto risultati accademici eccellenti e si è trovato di fronte a un mercato del lavoro che troppo spesso considera la formazione qualificata un costo da comprimere anziché una risorsa da valorizzare.
Non si tratta di lamentarsi dei sacrifici o delle difficoltà che ogni percorso professionale comporta.
Si tratta di interrogarsi su un sistema che chiede competenze elevate, responsabilità crescenti e disponibilità totale, offrendo in cambio condizioni che spesso non consentono né autonomia economica né prospettive di crescita reale.
Rendere pubbliche testimonianze come questa significa dare voce a una realtà che esiste, ma che raramente trova adeguato spazio nel dibattito pubblico: quella di una generazione di giovani laureati che non chiede privilegi, ma semplicemente il riconoscimento del proprio valore, del proprio lavoro e della propria dignità professionale.
LETTERA DENUNCIA DI UN GIOVANE LAUREATO
Mi chiamo Luca, ho 29 anni.
A 25 anni mi laureo in Ingegneria Meccanica. Centodieci e lode, bacio accademico, pacche sulle spalle dei parenti alla festa di laurea. Ero convinto di spaccare il mondo.
Inizio a mandare curriculum. Dopo tre settimane mi chiama una solida media impresa della mia zona. Colloquio con il titolare. Mi fa tutto il discorso sulle "eccellenze italiane", sul fatto che loro sono una famiglia, che si lavora duro ma si cresce.
Mi propongono uno stage extracurriculare di sei mesi. 600 euro al mese di "rimborso spese".
Accetto. Penso: vabbè, stringo i denti sei mesi, imparo il mestiere e poi mi assumono.
Quei sei mesi sono stati un inferno. Entravo alle otto del mattino, uscivo alle sette di sera. Disegnavo pezzi al CAD, gestivo i contatti con i fornitori, risolvevo problemi in produzione. Facevo, in tutto e per tutto, il lavoro di un progettista junior. Ma guai a chiederlo: io ero lì "per imparare".
Un giorno, dovendo andare dal dentista, sono uscito alle 18:00 spaccate (l'orario ufficiale del mio contratto). Il caporeparto mi vede passare col giubbotto, guarda l'orologio e mi fa la battutina davanti a tutti: "Oggi mezza giornata, eh, ingegnere?"
Arriva la fine del sesto mese. Mi convocano in ufficio. Il titolare si siede dietro la sua scrivania di mogano, fa un sospiro teatrale e mi guarda con aria paterna.
"Luca, sei un bravo ragazzo, ti impegni. Però lo sai, il mercato è difficile, i costi dell'energia sono alle stelle, non abbiamo il budget per inserirti a tempo indeterminato. Però crediamo in te. Ti facciamo altri sei mesi di stage a 800 euro, così continui la tua formazione, e poi vediamo per un apprendistato".
Sono tornato a casa con un nodo alla gola che non vi dico. A 26 anni, con una laurea magistrale in ingegneria, dovevo ancora chiedere a mio padre i soldi per cambiare le gomme della macchina. Mi stavano letteralmente rubando il tempo e la dignità.
Quella sera mi chiudo in camera. Apro LinkedIn. Mando tre CV ad aziende in Germania. A caso, per pura disperazione, usando un inglese scolastico.
Esattamente una settimana dopo mi arriva un'email da una multinazionale di Stoccarda. Mi fissano un colloquio su Teams.
Mi presento davanti alla webcam sudando freddo. Dall'altra parte c'è un manager tedesco. Non mi chiede quale sia il mio "animale guida", né mi fa discorsi motivazionali sulla famiglia aziendale. Mi fa un colloquio tecnico. Mi chiede come risolverei un problema di tolleranze su un albero motore. Rispondo. Lui annuisce.
Tre giorni dopo, mi arriva l'offerta formale via email.
L'ho dovuta rileggere quattro volte perché pensavo ci fosse un errore di battitura.
Niente stage. Niente apprendistato finto. Contratto a tempo indeterminato. 48.000 euro lordi all'anno come stipendio di partenza. Più 2.500 euro di "relocation bonus" a fondo perduto per aiutarmi a pagare l'affitto dei primi mesi e le spese di trasloco. E la responsabile HR che, in fondo alla mail, si scusava chiedendomi se un mese di preavviso per trasferirmi fosse sufficiente o se avevo bisogno di più tempo.
Il giorno dopo sono andato in ufficio in Italia. Ho detto al titolare che non avrei firmato il rinnovo dello stage perché me ne andavo in Germania.
Lui è diventato paonazzo. Mi ha guardato come se gli avessi appena rubato l'argenteria. E ha avuto anche il coraggio di dirmi: "Eh, i giovani d'oggi siete fatti così. Scappate alla prima difficoltà. Non volete fare i sacrifici, volete tutto subito".
Oggi vivo a Stoccarda da tre anni. Lavoro in un ufficio moderno. Quando alle 17:00 spengo il computer, il mio capo mi passa dietro, mi saluta e mi augura buona serata. Se faccio un'ora di straordinario, il mese successivo me la trovo pagata in busta paga, spaccata al centesimo.
Non sono scappato dalle difficoltà, come diceva quel signore. Sono scappato dalle prese in giro.
E a chiunque, in questo momento, si stia facendo spremere l'anima per 600 euro al mese con la promessa astratta di un "futuro", dico solo una cosa: aggiornate quel CV in inglese e guardate oltre le Alpi. Il vostro valore là fuori lo riconoscono e lo pagano. Qui in Italia sperano solo che non lo capiate mai.
(Fonte: da un post pubblicato da Claudio Michelizza su Facebook)
Questa testimonianza si aggiunge ad un'altra vissuta più direttamente e pubblicata a questo titolo: "Lettera aperta al presidente della Repubblica Italiana" In questo caso la laurea individuata è quella in Filosofia.


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