Le malattie più
gravi erano state sconfitte, l’intelligenza artificiale collaborava con gli
esseri umani e la durata media della vita aveva superato i centocinquanta anni.
Eppure,
nonostante tutti questi progressi, gli uomini continuavano a guardare le stelle
con la stessa domanda che si erano posti per millenni:
«Siamo soli
nell’universo?»
La risposta
arrivò da un luogo remoto, a oltre trecento anni luce dalla Terra.
La nave esplorativa Aurora IX captò un segnale artificiale proveniente da un pianeta che orbitava attorno a una stella azzurra della costellazione del Cigno.
Non era un semplice impulso radio.
Era una struttura matematica complessa, un linguaggio
costruito da un’intelligenza.
La scoperta
sconvolse la civiltà umana.
Dopo mesi di
viaggio attraverso i tunnel gravitazionali, l’astronave raggiunse il pianeta.
A guidare la
missione c’era il comandante Elias Moretti, uno dei più esperti esploratori
della Federazione Terrestre.
Quando
l’equipaggio osservò il mondo alieno dai monitor della nave, rimase senza
parole.
Non c’erano città
visibili.
Nessun
grattacielo.
Nessuna
industria.
Nessuna traccia
delle immense strutture che normalmente accompagnano una civiltà avanzata.
Il pianeta
appariva quasi incontaminato.
Foreste immense
ricoprivano i continenti.
Oceani
cristallini riflettevano la luce della stella.
Montagne
gigantesche si estendevano all’orizzonte.
Sembrava un
paradiso naturale.
«Forse il segnale
proveniva da una colonia nascosta», suggerì uno scienziato.
Ma si sbagliava.
Quando la squadra
di esplorazione atterrò, scoprì qualcosa di molto più sorprendente.
Le prime forme di
vita intelligente apparvero all’improvviso.
Non arrivarono
con veicoli.
Non uscirono da
edifici.
Sembrarono
semplicemente materializzarsi davanti agli astronauti.
Erano alti,
eleganti e luminosi.
I loro corpi
avevano una forma vagamente umanoide ma erano composti da una materia
sconosciuta.
La loro pelle
emanava riflessi argentei.
Gli occhi
brillavano come stelle.
E soprattutto non
mostravano alcun segno di tecnologia esterna.
Nessun
dispositivo.
Nessuna arma.
Nessun
equipaggiamento.
Elias attivò il
traduttore universale.
«Siamo visitatori
provenienti dalla Terra. Veniamo in pace.»
La creatura
sorrise.
«Lo sappiamo. Vi
stavamo aspettando.»
Il comandante
sussultò.
«Conoscete la
nostra lingua?»
«Conosciamo tutte
le lingue che sono mai state trasmesse nello spazio.»
«Chi siete?»
L’essere rimase
in silenzio per qualche secondo.
Poi rispose:
«Noi siamo gli
Arken.»
Nei giorni
successivi gli esseri umani iniziarono a conoscere quella misteriosa civiltà.
Ogni nuova scoperta
sembrava più incredibile della precedente.
Gli Arken non
possedevano computer.
Non utilizzavano
mezzi di trasporto.
Non costruivano
fabbriche.
Non avevano
ospedali.
Non avevano
nemmeno scuole.
Eppure il loro
livello tecnologico superava di gran lunga quello umano.
Alla fine Elias
pose la domanda che tutti si stavano facendo.
«Come è
possibile?»
Un anziano Arken
lo condusse in una vasta pianura illuminata da due lune.
«Molto tempo fa»,
spiegò, «eravamo simili a voi.»
Con un gesto
della mano fece apparire immagini luminose nell’aria.
Gli umani videro
città gigantesche.
Macchine.
Robot.
Reti
informatiche.
Astronavi.
Era la storia
della loro civiltà.
«Anche noi
abbiamo attraversato l’era della tecnologia.»
«E poi?»
«Poi abbiamo
realizzato il transumanesimo.»
Elias annuì.
Sulla Terra quel
concetto era noto da secoli.
Migliorare
l’essere umano attraverso la tecnologia.
Sostituire
organi.
Potenziare il
cervello.
Eliminare
l’invecchiamento.
«Anche noi
abbiamo iniziato così», continuò l’Arken. «Ma ci siamo spinti molto oltre.»
Le immagini
cambiarono.
Comparvero
individui con impianti neurali.
Corpi
artificiali.
Menti collegate
in rete.
«Abbiamo
eliminato le malattie.»
Un’altra
immagine.
«Abbiamo
sconfitto l’invecchiamento.»
Ancora un’altra.
«Abbiamo ampliato
la memoria.»
Poi il racconto
prese una direzione inattesa.
«Successivamente
abbiamo compreso che il corpo biologico era soltanto una fase della nostra
evoluzione.»
Le immagini
mostrarono milioni di coscienze che venivano trasferite in supporti sintetici.
«Avete abbandonato
il vostro corpo?»
«Non subito. Lo
abbiamo trasformato.»
L’anziano Arken
indicò il proprio petto.
«Ogni cellula del
nostro organismo è stata sostituita gradualmente da strutture artificiali più
efficienti.»
«Siete macchine?»
L’alieno sorrise.
«È una domanda
che ci siamo posti per migliaia di anni.»
Elias non seppe
cosa rispondere.
L’essere
continuò.
«Quando
sostituisci una cellula resti te stesso. Quando ne sostituisci milioni resti
ancora te stesso. Ma quando l’intero corpo diventa artificiale, cosa rimane?»
Quella domanda
colpì profondamente il comandante.
Era la stessa
domanda che molti filosofi terrestri discutevano da secoli.
L’identità
personale.
La coscienza.
L’anima.
Gli Arken avevano
affrontato quel dilemma nella pratica.
«E qual è stata
la vostra risposta?»
L’alieno guardò
il cielo.
«Abbiamo scoperto
che la coscienza non risiede nella materia. Risiede nella continuità
dell’esperienza.»
Passarono
settimane.
Gli umani
impararono sempre di più.
Gli Arken non
erano soltanto immortali.
Potevano
modificare il proprio aspetto.
Condividere
ricordi.
Comunicare
telepaticamente.
Accedere
istantaneamente a tutto il sapere accumulato dalla loro civiltà.
Ogni individuo
possedeva una capacità mentale superiore a quella di migliaia di esseri umani.
Eppure qualcosa
appariva strano.
Nonostante la
loro perfezione, sembravano malinconici.
Un giorno Elias
chiese il motivo.
L’anziano Arken
lo portò sulla cima di una montagna.
Davanti a loro si
estendeva un paesaggio meraviglioso.
«Sapete qual è
stato il prezzo della nostra evoluzione?»
«Quale?»
«La fine del
desiderio.»
Il comandante
rimase in silenzio.
«Quando elimini
la malattia, desideri la salute. Quando elimini la povertà, desideri la
ricchezza. Quando elimini la morte, desideri l’immortalità. Ma quando possiedi
tutto, cosa desideri ancora?»
Elias comprese
immediatamente.
Gli Arken avevano
risolto quasi ogni problema.
Avevano sconfitto
il tempo.
La sofferenza.
La fragilità.
L’ignoranza.
Ma avevano perso
qualcosa.
La tensione verso
il futuro.
La capacità di
sognare.
«Per questo ci
aspettavate?»
«Sì.»
«Perché?»
L’alieno sorrise.
«Perché voi siete
ancora incompleti.»
«Non capisco.»
«Voi siete ciò
che noi eravamo prima di raggiungere la perfezione.»
Il comandante
guardò le stelle.
«E questo sarebbe
un vantaggio?»
«È il più grande
vantaggio possibile.»
Per la prima
volta da quando erano arrivati, Elias vide negli occhi dell’Arken qualcosa che
somigliava all’invidia.
«Voi avete ancora
domande senza risposta.»
«Moltissime.»
«Avete ancora
paura.»
«Sì.»
«Avete ancora
speranza.»
«Anche quella.»
L’essere annuì.
«Noi abbiamo
conquistato quasi tutto. Ma voi possedete ancora il mistero.»
Quelle parole
accompagnarono Elias durante il viaggio di ritorno verso la Terra.
Nel rapporto finale
scrisse:
"Abbiamo
incontrato una civiltà che ha realizzato il sogno transumanista. Hanno
sconfitto la morte, ampliato l’intelligenza e trasformato il proprio corpo
oltre ogni limite immaginabile. Ma la loro più grande lezione non riguarda ciò
che hanno guadagnato. Riguarda ciò che hanno perduto. Forse il futuro
dell’umanità non consiste semplicemente nel diventare più potenti. Forse
consiste nel conservare, accanto alla potenza, la capacità di meravigliarsi.
Perché una civiltà può conquistare l’universo intero, ma se perde il desiderio
di cercare, smette di essere veramente viva."
E mentre l’Aurora IX
attraversava il buio interstellare, Elias osservò le stelle e pensò che il
destino dell’uomo non fosse diventare una macchina perfetta.
Forse il vero destino era restare, in qualche modo, eternamente alla ricerca di qualcosa che ancora non conosceva.
*Consiglio per la lettura "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 5 di Fabio Squeo
"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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