La neve era arrivata in anticipo quell'anno a Norrvik, una piccola città del nord.
Le
strade erano già coperte da uno strato bianco e compatto quando Elias Berg
ricevette la sua prima nomina come giudice del tribunale cittadino.
Aveva ventinove anni, una mente brillante e una fiducia quasi assoluta nei principi morali.
Fin
dall'università aveva creduto che esistessero valori oggettivi capaci di
guidare gli uomini.
La giustizia, il
bene, il dovere: per lui non erano semplici parole, ma realtà autentiche,
presenti nel mondo allo stesso modo delle montagne, dei fiumi o delle stelle.
Il suo primo caso
importante sembrò confermare quella convinzione.
Due sorelle,
Ingrid e Sofia Lund, si contendevano l'eredità del padre morto da pochi mesi.
Il testamento era
stato redatto molti anni prima e lasciava irrisolto il destino della vecchia
casa di famiglia, una costruzione di legno rosso affacciata su un lago.
Entrambe
sostenevano di avere diritto alla proprietà.
Durante
l'udienza, Ingrid si alzò per prima.
«È giusto che la
casa venga assegnata a me. Sono rimasta accanto a nostro padre fino all'ultimo
giorno. Mi sono occupata di lui quando era malato e ho rinunciato a molte
opportunità per assisterlo.»
Sofia scosse il
capo.
«Non è vero che
questo la renda proprietaria della casa. Io ho contribuito economicamente alla
famiglia per anni. Senza il mio aiuto, nostro padre avrebbe perso quella
proprietà molto tempo fa. È giusto che venga assegnata a me.»
Elias ascoltò con
attenzione.
Entrambe
apparivano sincere.
Entrambe
parlavano di ciò che era «giusto».
Eppure le loro
conclusioni erano incompatibili.
Nei giorni
successivi il giovane giudice esaminò documenti, testimonianze e lettere
private. Tuttavia, più studiava il caso, più si sentiva confuso. Ogni argomento
sembrava ragionevole dal punto di vista di chi lo sosteneva.
Una sera decise
di andare a trovare il professor Erik Holm, un anziano filosofo che aveva
insegnato per molti anni all'università della regione.
La sua casa si
trovava ai margini della città, circondata da betulle e pini.
Quando Elias
arrivò, trovò il professore seduto accanto a una stufa, intento a leggere.
«Professore, ho
bisogno del suo aiuto.»
L'anziano alzò lo
sguardo e sorrise.
«I giovani
giudici arrivano sempre con qualche domanda difficile. Accomodati.»
Elias gli
raccontò il caso.
Quando ebbe
terminato, Holm rimase in silenzio per alcuni secondi.
Poi chiese:
«Dimmi, Elias.
Quando una delle sorelle afferma che è giusto ricevere la casa, quale fatto del
mondo sta descrivendo?»
«Un fatto morale,
immagino.»
«Un fatto morale?»
rispose Holm sollevando un interrogativo.
«Sì.»
«Come la
temperatura dell'aria? Come il peso di una pietra?»
Elias esitò prima
di rispondere: «Non esattamente.»
«Allora spiegami
dove si trova quel fatto.»
Il giovane non
seppe cosa rispondere. Holm si alzò lentamente e si avvicinò alla finestra.
«Guarda quel
bosco.»
Elias guardò.
«Che cosa vedi?»
domandò Holm.
«Alberi.»
«E come fai a
sapere che ci sono alberi?»
«Perché posso
vederli.»
«Esatto. Ora
dimmi: riesci a vedere il bene? Riesci a misurare la giustizia? Riesci a fotografare
il dovere?»
Elias rimase perplesso.
Il professore
continuò: «Forse quando diciamo che qualcosa è giusto non stiamo descrivendo un
fatto. Forse stiamo esprimendo un atteggiamento, un'emozione, una valutazione.»
Quelle parole lo
accompagnarono durante il viaggio di ritorno. Per giorni non riuscì a smettere
di pensarci. In tribunale cominciò a osservare le persone con occhi diversi.
Un commerciante
sosteneva che fosse giusto abbassare le tasse.
Un operaio
sosteneva che fosse giusto aumentarle.
Un sacerdote
dichiarava che fosse giusto seguire certi principi religiosi. Un politico
affermava che fosse giusto ignorarli.
Tutti parlavano
con la stessa sicurezza.
Tutti sembravano
convinti di descrivere una realtà oggettiva. Ma se il professore avesse avuto ragione?
Se quelle parole non fossero descrizioni di fatti?
Una settimana
dopo Elias tornò da Holm: «Non riesco a smettere di riflettere su ciò che mi ha
detto.»
«È un buon
segno.»
«Ma allora i
valori non esistono?» Elias cercava di comprendere meglio il pensiero del professore.
«Dipende da cosa
intendi per esistere.», precisò Holm.
«Intendo esistere
oggettivamente.»
Holm prese una
mela da un cesto e la mostrò al giovane: «Questa mela esiste. Possiamo
osservarla, pesarla, descriverne il colore. Ora dimmi: dove si trova il valore
morale della generosità?»
Elias non
rispose.
«Le persone
compiono azioni generose. Questo è un fatto. Altre persone approvano tali
azioni. Anche questo è un fatto. Ma l'idea che esista una proprietà misteriosa
chiamata “bontà oggettiva” è molto più difficile da dimostrare.»
«Quindi quando
diciamo che qualcosa è buono...»
«Spesso stiamo
esprimendo approvazione.»
«E quando diciamo
che qualcosa è cattivo?»
«Esprimiamo
disapprovazione.»
Il giovane
giudice abbassò lo sguardo: «È una conclusione inquietante.»
«Lo è soltanto
per chi pensa che i valori debbano essere oggetti nascosti nell'universo.»
Passarono alcune
settimane. Il caso delle sorelle Lund era ormai vicino alla conclusione.
Nel frattempo
Elias continuò a riflettere. Lesse libri di filosofia. Rilesse vecchie
sentenze.
Analizzò il modo in
cui le persone parlavano della morale.
Si accorse che
molti conflitti nascevano proprio dalla convinzione che i propri valori fossero
fatti oggettivi.
Chiunque
dissentisse appariva allora non semplicemente diverso, ma sbagliato.
Una sera incontrò
nuovamente il professor Holm.
«C'è una cosa che
ancora non capisco.»
«Quale?»
«Se i valori non
sono fatti oggettivi, come può esistere il diritto?»
Il vecchio rise
prima di rispondere: «Finalmente fai la domanda giusta.»
Aprì un armadio e
ne estrasse alcuni documenti antichi.
«Leggi.»
Elias osservò i fogli.
Erano vecchie leggi emanate quasi un secolo prima.
Alcune apparivano assurde.
Altre perfino ingiuste.
«Molte persone
ritenevano queste norme perfettamente giuste.»
«Lo immagino.»
«Eppure oggi non
siamo d'accordo. Le leggi sono cambiate perché sono cambiate le convinzioni, le
emozioni, gli interessi e le idee delle persone. Non perché qualcuno abbia
scoperto una particella invisibile chiamata Giustizia Assoluta.»
Elias rimase a
lungo in silenzio.
Cominciava a
comprendere.
Il diritto
esisteva. Le istituzioni esistevano. I tribunali esistevano. Le sentenze
producevano effetti reali. Ma ciò non implicava l'esistenza di valori morali
oggettivi.
Finalmente arrivò il giorno della decisione.
L'aula era gremita. Ingrid e Sofia sedevano ai lati opposti della sala.
Elias prese posto dietro il banco del giudice.
Per un momento
osservò il pubblico. Poi iniziò a parlare.
«Questo tribunale
non è chiamato a stabilire quale delle parti possieda un diritto morale
assoluto sulla casa.»
Un lieve brusio
attraversò l'aula.
«Entrambe le
sorelle hanno presentato ragioni comprensibili.
Entrambe
ritengono che la propria posizione sia giusta. Tuttavia il compito del
tribunale consiste nell'applicare il diritto vigente e interpretare i documenti
disponibili secondo criteri giuridici verificabili.»
Seguì una lunga
spiegazione tecnica.
Alla fine, sulla
base delle prove e del contenuto del testamento, la proprietà venne assegnata
in comproprietà alle due sorelle.
Nessuna delle due
sembrò pienamente soddisfatta.
Ma entrambe
accettarono la decisione.
Quando l'aula si
svuotò, Elias rimase seduto ancora per qualche minuto.
Provava una
strana serenità.
Non aveva cercato
una risposta in presunti valori eterni.
Aveva distinto
ciò che poteva essere accertato da ciò che apparteneva alle preferenze e alle
valutazioni umane.
Quella sera
passeggiò lungo il fiume ghiacciato che attraversava Norrvik.
Le luci delle
case si riflettevano sul ghiaccio.
A un certo punto
vide il professor Holm avvicinarsi lentamente.
«Allora?» domandò
l'anziano.
«La sentenza è
stata pronunciata.»
«E cosa hai
imparato?»
Elias rifletté
qualche istante: «Ho imparato che spesso trattiamo i nostri giudizi morali come
se fossero descrizioni del mondo.»
«E non lo sono?»
«No. O almeno non
necessariamente. Quando diciamo che qualcosa è buono o cattivo, spesso stiamo
manifestando atteggiamenti, emozioni e preferenze.»
Holm annuì
soddisfatto.
«E questo ti
rende meno interessato alla giustizia?»
«Al contrario.»
«Spiegati.»
«Se non esistono
valori oggettivi nascosti nell'universo, allora siamo noi a doverci assumere la
responsabilità delle nostre istituzioni e delle nostre decisioni. Non possiamo
attribuirle a qualche entità metafisica.»
Il vecchio sorrise.
«Hai compreso una lezione importante.»
Camminarono per
alcuni minuti senza parlare.
Il vento soffiava
tra gli alberi coperti di neve.
Sopra di loro
brillavano le stelle.
Elias alzò gli
occhi verso il cielo.
L'universo
sembrava immenso e indifferente.
Non vi leggeva
alcuna traccia visibile del bene o del male.
Eppure gli uomini
continuavano a discutere, a scegliere, a costruire leggi, tribunali e società.
Forse, pensò, il
significato della morale non stava nell'esistenza di valori oggettivi nascosti
nel mondo, ma nel modo in cui gli esseri umani esprimevano i propri sentimenti
e organizzavano la propria convivenza.
Con quel pensiero
proseguì lungo il fiume.
Dietro di lui le luci della città brillavano nel buio, mentre davanti si estendeva la notte silenziosa del nord, vasta e muta, come le domande che da sempre accompagnano gli uomini nella ricerca di ciò che chiamano giustizia.
*Spunto tratto dal 5^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo
"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

Nessun commento:
Posta un commento
Esprimi il tuo pensiero