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mercoledì 17 giugno 2026

Esistono davvero il bene e il male?

 

La neve era arrivata in anticipo quell'anno a Norrvik, una piccola città del nord. 

Le strade erano già coperte da uno strato bianco e compatto quando Elias Berg ricevette la sua prima nomina come giudice del tribunale cittadino.

Aveva ventinove anni, una mente brillante e una fiducia quasi assoluta nei principi morali. 

Fin dall'università aveva creduto che esistessero valori oggettivi capaci di guidare gli uomini.

La giustizia, il bene, il dovere: per lui non erano semplici parole, ma realtà autentiche, presenti nel mondo allo stesso modo delle montagne, dei fiumi o delle stelle.

Il suo primo caso importante sembrò confermare quella convinzione.

Due sorelle, Ingrid e Sofia Lund, si contendevano l'eredità del padre morto da pochi mesi.

Il testamento era stato redatto molti anni prima e lasciava irrisolto il destino della vecchia casa di famiglia, una costruzione di legno rosso affacciata su un lago.

Entrambe sostenevano di avere diritto alla proprietà.

Durante l'udienza, Ingrid si alzò per prima.

«È giusto che la casa venga assegnata a me. Sono rimasta accanto a nostro padre fino all'ultimo giorno. Mi sono occupata di lui quando era malato e ho rinunciato a molte opportunità per assisterlo.»

Sofia scosse il capo.

«Non è vero che questo la renda proprietaria della casa. Io ho contribuito economicamente alla famiglia per anni. Senza il mio aiuto, nostro padre avrebbe perso quella proprietà molto tempo fa. È giusto che venga assegnata a me.»

Elias ascoltò con attenzione.

Entrambe apparivano sincere.

Entrambe parlavano di ciò che era «giusto».

Eppure le loro conclusioni erano incompatibili.

Nei giorni successivi il giovane giudice esaminò documenti, testimonianze e lettere private. Tuttavia, più studiava il caso, più si sentiva confuso. Ogni argomento sembrava ragionevole dal punto di vista di chi lo sosteneva.

Una sera decise di andare a trovare il professor Erik Holm, un anziano filosofo che aveva insegnato per molti anni all'università della regione.

La sua casa si trovava ai margini della città, circondata da betulle e pini.

Quando Elias arrivò, trovò il professore seduto accanto a una stufa, intento a leggere.

«Professore, ho bisogno del suo aiuto.»

L'anziano alzò lo sguardo e sorrise.

«I giovani giudici arrivano sempre con qualche domanda difficile. Accomodati.»

Elias gli raccontò il caso.

Quando ebbe terminato, Holm rimase in silenzio per alcuni secondi.

Poi chiese:

«Dimmi, Elias. Quando una delle sorelle afferma che è giusto ricevere la casa, quale fatto del mondo sta descrivendo?»

«Un fatto morale, immagino.»

«Un fatto morale?» rispose Holm sollevando un interrogativo.

«Sì.»

«Come la temperatura dell'aria? Come il peso di una pietra?»

Elias esitò prima di rispondere: «Non esattamente.»

«Allora spiegami dove si trova quel fatto.»

Il giovane non seppe cosa rispondere. Holm si alzò lentamente e si avvicinò alla finestra.

«Guarda quel bosco.»

Elias guardò.

«Che cosa vedi?» domandò Holm.

«Alberi.»

«E come fai a sapere che ci sono alberi?»

«Perché posso vederli.»

«Esatto. Ora dimmi: riesci a vedere il bene? Riesci a misurare la giustizia? Riesci a fotografare il dovere?»

Elias rimase perplesso.

Il professore continuò: «Forse quando diciamo che qualcosa è giusto non stiamo descrivendo un fatto. Forse stiamo esprimendo un atteggiamento, un'emozione, una valutazione.»

Quelle parole lo accompagnarono durante il viaggio di ritorno. Per giorni non riuscì a smettere di pensarci. In tribunale cominciò a osservare le persone con occhi diversi.

Un commerciante sosteneva che fosse giusto abbassare le tasse.

Un operaio sosteneva che fosse giusto aumentarle.

Un sacerdote dichiarava che fosse giusto seguire certi principi religiosi. Un politico affermava che fosse giusto ignorarli.

Tutti parlavano con la stessa sicurezza.

Tutti sembravano convinti di descrivere una realtà oggettiva. Ma se il professore avesse avuto ragione? Se quelle parole non fossero descrizioni di fatti?

Una settimana dopo Elias tornò da Holm: «Non riesco a smettere di riflettere su ciò che mi ha detto.»

«È un buon segno.»

«Ma allora i valori non esistono?» Elias cercava di comprendere meglio il pensiero del professore.

«Dipende da cosa intendi per esistere.», precisò Holm.

«Intendo esistere oggettivamente.»

Holm prese una mela da un cesto e la mostrò al giovane: «Questa mela esiste. Possiamo osservarla, pesarla, descriverne il colore. Ora dimmi: dove si trova il valore morale della generosità?»

Elias non rispose.

«Le persone compiono azioni generose. Questo è un fatto. Altre persone approvano tali azioni. Anche questo è un fatto. Ma l'idea che esista una proprietà misteriosa chiamata “bontà oggettiva” è molto più difficile da dimostrare.»

«Quindi quando diciamo che qualcosa è buono...»

«Spesso stiamo esprimendo approvazione.»

«E quando diciamo che qualcosa è cattivo?»

«Esprimiamo disapprovazione.»

Il giovane giudice abbassò lo sguardo: «È una conclusione inquietante.»

«Lo è soltanto per chi pensa che i valori debbano essere oggetti nascosti nell'universo.»

Passarono alcune settimane. Il caso delle sorelle Lund era ormai vicino alla conclusione.

Nel frattempo Elias continuò a riflettere. Lesse libri di filosofia. Rilesse vecchie sentenze.

Analizzò il modo in cui le persone parlavano della morale.

Si accorse che molti conflitti nascevano proprio dalla convinzione che i propri valori fossero fatti oggettivi.

Chiunque dissentisse appariva allora non semplicemente diverso, ma sbagliato.

Una sera incontrò nuovamente il professor Holm.

«C'è una cosa che ancora non capisco.»

«Quale?»

«Se i valori non sono fatti oggettivi, come può esistere il diritto?»

Il vecchio rise prima di rispondere: «Finalmente fai la domanda giusta.»

Aprì un armadio e ne estrasse alcuni documenti antichi.

«Leggi.»

Elias osservò i fogli. 

Erano vecchie leggi emanate quasi un secolo prima.

Alcune apparivano assurde. 

Altre perfino ingiuste.

«Molte persone ritenevano queste norme perfettamente giuste.»

«Lo immagino.»

«Eppure oggi non siamo d'accordo. Le leggi sono cambiate perché sono cambiate le convinzioni, le emozioni, gli interessi e le idee delle persone. Non perché qualcuno abbia scoperto una particella invisibile chiamata Giustizia Assoluta.»

Elias rimase a lungo in silenzio.

Cominciava a comprendere.

Il diritto esisteva. Le istituzioni esistevano. I tribunali esistevano. Le sentenze producevano effetti reali. Ma ciò non implicava l'esistenza di valori morali oggettivi.

Finalmente arrivò il giorno della decisione. 

L'aula era gremita. Ingrid e Sofia sedevano ai lati opposti della sala. 

Elias prese posto dietro il banco del giudice.

Per un momento osservò il pubblico. Poi iniziò a parlare.

«Questo tribunale non è chiamato a stabilire quale delle parti possieda un diritto morale assoluto sulla casa.»

Un lieve brusio attraversò l'aula.

«Entrambe le sorelle hanno presentato ragioni comprensibili.

Entrambe ritengono che la propria posizione sia giusta. Tuttavia il compito del tribunale consiste nell'applicare il diritto vigente e interpretare i documenti disponibili secondo criteri giuridici verificabili.»

Seguì una lunga spiegazione tecnica.

Alla fine, sulla base delle prove e del contenuto del testamento, la proprietà venne assegnata in comproprietà alle due sorelle.

Nessuna delle due sembrò pienamente soddisfatta.

Ma entrambe accettarono la decisione.

Quando l'aula si svuotò, Elias rimase seduto ancora per qualche minuto.

Provava una strana serenità.

Non aveva cercato una risposta in presunti valori eterni.

Aveva distinto ciò che poteva essere accertato da ciò che apparteneva alle preferenze e alle valutazioni umane.

Quella sera passeggiò lungo il fiume ghiacciato che attraversava Norrvik.

Le luci delle case si riflettevano sul ghiaccio.

A un certo punto vide il professor Holm avvicinarsi lentamente.

«Allora?» domandò l'anziano.

«La sentenza è stata pronunciata.»

«E cosa hai imparato?»

Elias rifletté qualche istante: «Ho imparato che spesso trattiamo i nostri giudizi morali come se fossero descrizioni del mondo.»

«E non lo sono?»

«No. O almeno non necessariamente. Quando diciamo che qualcosa è buono o cattivo, spesso stiamo manifestando atteggiamenti, emozioni e preferenze.»

Holm annuì soddisfatto.

«E questo ti rende meno interessato alla giustizia?»

«Al contrario.»

«Spiegati.»

«Se non esistono valori oggettivi nascosti nell'universo, allora siamo noi a doverci assumere la responsabilità delle nostre istituzioni e delle nostre decisioni. Non possiamo attribuirle a qualche entità metafisica.»

Il vecchio sorrise.

«Hai compreso una lezione importante.»

Camminarono per alcuni minuti senza parlare.

Il vento soffiava tra gli alberi coperti di neve.

Sopra di loro brillavano le stelle.

Elias alzò gli occhi verso il cielo.

L'universo sembrava immenso e indifferente.

Non vi leggeva alcuna traccia visibile del bene o del male.

Eppure gli uomini continuavano a discutere, a scegliere, a costruire leggi, tribunali e società.

Forse, pensò, il significato della morale non stava nell'esistenza di valori oggettivi nascosti nel mondo, ma nel modo in cui gli esseri umani esprimevano i propri sentimenti e organizzavano la propria convivenza.

Con quel pensiero proseguì lungo il fiume.

Dietro di lui le luci della città brillavano nel buio, mentre davanti si estendeva la notte silenziosa del nord, vasta e muta, come le domande che da sempre accompagnano gli uomini nella ricerca di ciò che chiamano giustizia. 


*Spunto tratto dal 5^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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