Un percorso poetico tra memoria, tempo e interiorità che invita a leggere il crepuscolo come metafora della coscienza umana.
Fil
rouge
Vidi
tramonti del mio interiore più eclatanti.
Vidi arrossarsi spavaldi occidenti,
rilassanti
nell' accogliere l'astro maggiore.
Il
mio interiore,
questo
estremo capo sfilacciato di fil rouge,
a
lungo srotolato dall'asse dei giorni,
pare
assorto,
fisso
sui pensieri che scorrono crepuscolari,
domati
dal tempo
e
dalla memoria rugginosa.
E
mi recano,
fastidiosi,
all'eremo
estremo,
ove
più negro è il ragionare...
di
Mario Cammarota
Questa
poesia ha un tono fortemente introspettivo e malinconico. Il tema centrale
sembra essere il confronto tra la bellezza e l'intensità del mondo interiore e
il lento declino dei pensieri sotto l'azione del tempo e della memoria.
L'incipit,
«Vidi tramonti del mio interiore più eclatanti», introduce subito una metafora
efficace: il tramonto non è un fenomeno naturale, ma uno stato dell'anima.
Il
poeta suggerisce di aver conosciuto in passato momenti interiori più intensi,
più luminosi e drammatici di quelli attuali.
L'immagine
degli «arrossarsi spavaldi occidenti» richiama colori vivi e una certa
fierezza, quasi un'accettazione serena della fine del giorno, che diventa
simbolo di una stagione della vita o di uno stato emotivo.
La
seconda parte si concentra sull'«interiore», descritto come «questo estremo
capo sfilacciato di fil rouge».
È
probabilmente l'immagine più originale del testo: il soggetto si percepisce
come l'ultimo lembo di un filo narrativo o esistenziale che il tempo («l'asse
dei giorni») ha progressivamente srotolato.
Il
fil rouge rappresenta la continuità dell'identità, dei ricordi, del senso della
propria storia; il fatto che sia «sfilacciato» suggerisce però fragilità,
logoramento, dispersione.
I
pensieri vengono poi descritti come «crepuscolari», termine che richiama ancora
il tramonto e crea una forte coerenza simbolica.
Essi
scorrono in una luce incerta, né pienamente viva né completamente spenta.
Sono
inoltre «domati dal tempo / e dalla memoria rugginosa»: il tempo attenua
l'impeto delle emozioni, mentre la memoria, definita «rugginosa», non è più uno
strumento limpido, ma qualcosa che corrode e altera il ricordo.
Nell'ultima
strofa il tono si fa più cupo. I pensieri conducono il soggetto a un «eremo
estremo», immagine di isolamento mentale e spirituale.
Qui
il ragionare diventa più «negro», cioè oscuro, doloroso, forse vicino alla
meditazione pessimistica o all'angoscia esistenziale. Il viaggio interiore
approda dunque non a una rivelazione, ma a una zona di solitudine e
inquietudine.
Dal
punto di vista stilistico, il lessico è ricercato e solenne (occidenti, astro
maggiore, eremo, negro), con una forte tendenza simbolista ed ermetica.
La
poesia vive soprattutto di metafore e immagini concatenate attorno al campo
semantico del tramonto e del crepuscolo. Questo conferisce unità al testo,
anche se in alcuni punti la densità delle immagini rende il significato
volutamente sfumato.
Un
aspetto particolarmente riuscito è la progressione emotiva: dai tramonti luminosi
e «spavaldi» del passato si passa gradualmente ai pensieri crepuscolari e
infine all'oscurità dell'«eremo estremo».
È un percorso discendente, dalla luce all'ombra, che riflette il movimento della coscienza verso una riflessione sempre più inquieta e solitaria.
Leggi
ancora sulla pagina delle poesie dell’introspezione
"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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