La vita che scegliamo (racconto)
Quando Matteo compì cinquant’anni, si accorse di conoscere quasi tutto della propria vita tranne una cosa: perché la stava vivendo in quel modo.
Aveva un lavoro rispettabile, una casa ordinata, una moglie con cui aveva condiviso venticinque anni e una figlia che viveva ormai in un’altra città.
Ogni mattina prendeva lo stesso treno, sedeva quasi sempre nello stesso posto e arrivava in ufficio alle otto e ventisette. Non era infelice. Questo era il problema.
Una mattina di novembre, mentre il treno attraversava la periferia della città, Matteo guardò dal finestrino. Vide capannoni, antenne, finestre illuminate, automobili ferme nel traffico.
Per la prima volta gli sembrò che quella città fosse piena di persone che correvano verso qualcosa senza sapere esattamente verso cosa.
Pensò: Forse anch’io sono diventato uno di loro.
Quella sera, tornando a casa, trovò sulla scrivania un vecchio libro che aveva comprato molti anni prima durante un viaggio in Spagna. Era un volume di José Ortega y Gasset.
Lo aveva acquistato perché qualcuno gli aveva detto che era un grande filosofo. Non lo aveva mai letto.
Aprì il libro quasi per caso.
Una frase lo colpì: l’idea che l’uomo non fosse separabile dalle circostanze in cui vive.
Matteo rimase a lungo in silenzio.
La sua vita, improvvisamente, gli apparve diversa.
Non era soltanto lui. C'erano la famiglia, il lavoro, la città, le abitudini, gli incontri, le occasioni perdute, le decisioni prese e quelle mai prese. C'era tutto ciò che lo aveva preceduto e tutto ciò che lo circondava.
La sua vita non era una stanza chiusa.
Era una strada.
E quella strada, pensò, poteva ancora cambiare direzione.
Il giorno seguente incontrò Elena, una collega che aveva qualche anno meno di lui. Durante la pausa del caffè lei gli disse:
«Ti vedo strano ultimamente.»
Matteo sorrise.
«Sto pensando.»
«È pericoloso.»
«Perché?»
«Perché quando si comincia a pensare davvero, spesso ci si accorge che alcune cose non funzionano.»
Matteo la guardò.
«E tu sei contenta della tua vita?»
Elena rimase qualche secondo in silenzio.
«Non lo so. Ma almeno mi sto ponendo la domanda.»
Quella risposta lo accompagnò per tutto il giorno.
La sera, Matteo decise di fare una cosa che non faceva da anni: uscì senza uno scopo preciso.
Camminò.
Passò davanti al teatro della città, entrò in una libreria, osservò i tavoli dei libri nuovi. Poi arrivò fino al fiume.
Era una serata fredda. Le luci dei lampioni si riflettevano sull’acqua.
Pensò a suo padre, morto dieci anni prima. Anche lui aveva lavorato per tutta la vita nella stessa azienda. Anche lui aveva seguito un percorso quasi obbligato.
Da ragazzo, suo padre voleva fare il pittore.
Matteo lo ricordava vagamente. In soffitta aveva ancora alcune tele dipinte molti anni prima.
Perché aveva smesso?
Perché aveva scelto un'altra strada?
Forse perché la vita gli aveva imposto delle circostanze. Forse perché aveva avuto paura. Forse per necessità.
Matteo comprese allora qualcosa che non aveva mai considerato veramente: le circostanze condizionano la nostra vita, ma non la determinano completamente.
Questa differenza gli sembrò enorme.
Il giorno dopo chiese a sua moglie di accompagnarlo in soffitta.
«Perché?» domandò lei.
«Voglio cercare qualcosa.»
Trovarono le vecchie tele.
Erano coperte di polvere. Alcune erano rovinate dall'umidità.
Matteo le osservò una per una.
«Tuo padre era bravo», disse sua moglie.
«Sì.»
«Perché non ha continuato?»
Matteo abbassò lo sguardo.
«Non lo so.»
Poi aggiunse:
«Forse pensava di non poter scegliere.»
Sua moglie lo guardò.
«E tu?»
Matteo non rispose.
Quella domanda era diventata improvvisamente molto più importante di tutte le altre.
Nei giorni successivi cominciò a modificare piccole cose.
Non cambiò lavoro.
Non vendette la casa.
Non abbandonò la famiglia.
Non fece nessun gesto spettacolare.
Semplicemente, cominciò a vivere con maggiore attenzione.
Quando parlava con sua moglie, cercava di ascoltarla veramente. Quando telefonava alla figlia, non controllava più contemporaneamente il computer. Durante il viaggio in treno smise di guardare continuamente il telefono.
E soprattutto cominciò a chiedersi, davanti a ogni decisione:
Questa cosa la sto scegliendo io o la sto semplicemente facendo perché tutti se lo aspettano da me?
La domanda non aveva sempre una risposta.
Ma era diventata una bussola.
Un sabato mattina Matteo tornò nella soffitta e prese una vecchia tela bianca.
Non aveva mai dipinto seriamente.
Comprò dei colori.
All'inizio fu terribile.
La prima tela era informe. La seconda anche.
Sua moglie rise vedendola.
«Che cos'è?»
«Non lo so ancora.»
«Almeno sei sincero.»
Matteo sorrise.
Per la prima volta dopo molti anni non gli importava di essere bravo.
Gli importava di essere presente.
Passarono i mesi.
Una domenica Elena lo incontrò al mercato.
«Allora? Come va la tua crisi filosofica?»
«Non è una crisi.»
«E cos'è?»
Matteo ci pensò.
«Credo sia una scoperta.»
«Che cosa hai scoperto?»
«Che la vita non è qualcosa che trovi già pronto.»
Elena sorrise.
«Questa l'ho già sentita.»
«Sì, ma io l'ho capita soltanto adesso.»
Camminarono insieme per qualche minuto.
Poi Matteo si fermò davanti a una vetrina.
C'era una fotografia di una strada di campagna. Nessuna persona. Solo una strada che si perdeva all'orizzonte.
«È strano», disse.
«Cosa?»
«Per tutta la vita ho pensato che la libertà significasse poter scegliere qualsiasi strada.»
«E invece?»
«Forse significa scegliere quella possibile per noi, sapendo che è la nostra.»
Elena annuì.
«Questa volta sembra davvero filosofia.»
Matteo rise.
Quella sera tornò a casa presto.
Sua figlia era arrivata senza avvertire.
Mangiarono insieme.
Durante la cena parlarono del lavoro, dei viaggi, dei progetti futuri.
A un certo punto la figlia gli chiese:
«Papà, sei felice?»
Matteo rimase in silenzio.
Una volta avrebbe risposto immediatamente.
Quella sera invece disse:
«Sto imparando.»
«A essere felice?»
«A vivere.»
La figlia sorrise.
Dopo cena Matteo uscì sul balcone.
La città era la stessa di sempre. Le automobili passavano. Le finestre erano illuminate. Le persone tornavano a casa.
Nulla era cambiato.
Eppure tutto gli sembrava diverso.
Capì che non aveva bisogno di fuggire dalla propria vita per ricominciare.
Doveva soltanto assumersi la responsabilità di darle una direzione.
Pensò ancora a Ortega y Gasset e alla sua idea che l'uomo sia inseparabile dalle proprie circostanze.
Le circostanze erano lì: il passato, l'età, la famiglia, il lavoro, il corpo, la società, le possibilità e i limiti.
Non poteva cancellarle.
Ma poteva decidere come attraversarle.
Guardò la strada sotto casa.
Per anni aveva creduto che la vita fosse qualcosa che accade.
Ora cominciava a capire che la vita è anche qualcosa che si costruisce.
Non completamente.
Non liberamente.
Non secondo i nostri desideri.
Ma attraverso le scelte che compiamo dentro le circostanze che ci sono state date.
Rientrò in casa.
Sul tavolo c'era la tela che aveva iniziato quella mattina.
Era ancora incompleta.
Matteo prese il pennello.
Per un momento rimase fermo.
Poi dipinse una strada.
Non sapeva dove portasse.
E, per la prima volta, non aveva bisogno di saperlo.
Gli bastava sapere che era lui a scegliere il prossimo passo.
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