Donald Davidson ha rivoluzionato il modo di pensare il rapporto tra mente e corpo: attraverso il monismo anomalo mostra perché pensieri, desideri e azioni appartengano a un’unica realtà.
Un viaggio nella filosofia di Donald Davidson attraverso gli esempi
Immaginiamo di entrare in una stanza. Di fronte a noi c'è Donald Davidson. Non è naturalmente possibile ascoltare oggi una sua lezione: il filosofo americano è morto nel 2003.
Quello che segue è dunque un dialogo immaginario, costruito per rendere comprensibili alcune delle sue idee fondamentali senza attribuirgli citazioni che non ha mai pronunciato.
Sul tavolo c'è una tazza di caffè.
Davidson la indica.
«Secondo lei», domanda, «perché l'ha presa?».
La risposta sembra semplice:
«Perché avevo voglia di bere un caffè».
Davidson sorride.
«Bene. Ma proviamo a capire che cosa significa davvero questa risposta».
Perché hai preso il caffè?
«Lei ha compiuto un'azione: ha preso la tazza. Io posso descrivere quell'azione in molti modi. Posso dire che il suo braccio si è sollevato, che la sua mano ha afferrato una tazza, che lei ha compiuto un determinato movimento muscolare. Oppure posso dire che ha preso la tazza perché desiderava bere il caffè.
Sono descrizioni diverse dello stesso evento.
E qui comincia il problema filosofico.»
Per Davidson, infatti, un'azione umana non può essere compresa adeguatamente soltanto descrivendo ciò che accade fisicamente.
Quando diciamo che una persona ha fatto qualcosa perché voleva ottenere un certo risultato, stiamo introducendo ragioni, credenze, desideri e intenzioni.
Il punto decisivo è che, per Davidson, una ragione non è semplicemente una giustificazione che inventiamo dopo aver agito.
Una ragione può essere anche una causa dell'azione.
Se prendo il bicchiere perché ho sete, la mia sete e la mia convinzione che nel bicchiere ci sia dell'acqua contribuiscono a spiegare causalmente ciò che faccio.
Questa è una delle intuizioni fondamentali della sua filosofia dell'azione: le ragioni possono spiegare un'azione proprio perché possono essere cause di quell'azione.
Ma allora nasce una domanda.
Se il desiderio di bere causa il movimento del mio braccio, dove si trova esattamente questo desiderio?
Nel cervello?
Nell'attività elettrica dei neuroni?
Nella mia esperienza cosciente?
Oppure è qualcosa di completamente diverso?
Il grande problema: mente e corpo
«Qui», continuerebbe Davidson, «dobbiamo stare attenti a due tentazioni opposte».
La prima è il dualismo.
Secondo una concezione dualista classica, mente e corpo appartengono a due realtà differenti. Da una parte ci sarebbe il mondo fisico; dall'altra il mondo mentale.
Il corpo occuperebbe uno spazio, avrebbe una massa, sarebbe composto di materia.
La mente, invece, sarebbe costituita da pensieri, desideri, intenzioni, emozioni.
Il problema è immediato: se mente e corpo sono due realtà completamente diverse, come possono interagire?
Come può un desiderio immateriale far muovere un braccio materiale?
La seconda tentazione è il riduzionismo.
Potremmo dire:
«Non c'è nessun vero problema. Il desiderio è semplicemente uno stato del cervello. La mente è il cervello e prima o poi la scienza riuscirà a tradurre ogni fatto psicologico nel linguaggio della fisica».
Davidson non accetta neppure questa soluzione.
Ed è qui che compare la sua teoria più famosa:
il monismo anomalo.
Che cosa significa "monismo anomalo"?
Il termine può sembrare complicato, ma possiamo dividerlo in due parole.
Monismo significa che, in ultima analisi, non dobbiamo immaginare due mondi separati: quello mentale e quello fisico.
Gli eventi mentali appartengono allo stesso mondo degli eventi fisici.
Se io desidero un caffè e poi allungo la mano per prenderlo, il mio desiderio non è una specie di fantasma che vive fuori dal corpo.
L'evento mentale è anche un evento fisico.
Ma arriva la seconda parola: anomalo.
Davidson sostiene che non possiamo aspettarci di trovare leggi psicofisiche rigorose che colleghino sistematicamente ogni tipo di stato mentale a un determinato tipo di stato fisico.
In altre parole: la mente appartiene al mondo fisico, ma il vocabolario mentale non è riducibile al vocabolario della fisica.
È questa combinazione apparentemente paradossale a costituire il monismo anomalo.
Un esempio: la paura
Immaginiamo di camminare di notte.
Sentiamo un rumore dietro di noi.
Ci voltiamo.
Vediamo una figura.
Abbiamo paura.
Il cuore accelera e cominciamo a correre.
Possiamo descrivere l'evento in termini fisici.
Potremmo parlare di stimoli sensoriali, impulsi nervosi, contrazioni muscolari, modificazioni della frequenza cardiaca e così via.
Ma possiamo anche dire:
«Ho visto una persona che credevo mi stesse seguendo, ho avuto paura e sono scappato».
La seconda descrizione non è semplicemente una versione meno precisa della prima.
È un'altra forma di spiegazione.
Quando diciamo che sono scappato perché avevo paura, stiamo inserendo il comportamento dentro una rete di credenze, desideri, intenzioni e valutazioni.
E questa rete è essenziale per comprendere che cosa stavo facendo.
La fisica può descrivere perfettamente ciò che accade nel mio organismo. Ma non per questo sostituisce automaticamente la spiegazione psicologica.
Il punto decisivo: stesso evento, descrizioni differenti
Davidson ci invita allora a distinguere tra evento e descrizione dell'evento.
Pensiamo a una persona che rompe una finestra.
Possiamo dire:
«Un oggetto solido ha colpito una superficie di vetro producendo una frattura».
Oppure:
«Marco ha rotto la finestra perché era arrabbiato».
Non stiamo necessariamente parlando di due eventi diversi.
Potremmo parlare dello stesso evento attraverso due descrizioni differenti.
Una descrizione appartiene al linguaggio fisico.
L'altra appartiene al linguaggio delle azioni, delle intenzioni e delle ragioni.
Il problema nasce quando pretendiamo che una delle due descrizioni debba eliminare l'altra.
Per Davidson non è necessario farlo.
La realtà può essere una sola, mentre i modi di descriverla possono essere molteplici.
Perché non esistono leggi psicologiche come quelle della fisica?
Facciamo un altro esempio.
Immaginiamo dieci persone che ricevono la stessa notizia: «Domani pioverà».
Tutte ascoltano la stessa frase.
Ma una prende l'ombrello.
Una decide di annullare una passeggiata.
Una è felice perché ama la pioggia.
Un'altra è preoccupata perché deve andare al lavoro in bicicletta.
Un'altra ancora non cambia assolutamente nulla.
Perché?
Perché il significato di una convinzione dipende dal rapporto che essa intrattiene con molte altre convinzioni e desideri.
Sapere che una persona crede che domani pioverà non è sufficiente per prevedere esattamente che cosa farà.
Dobbiamo conoscere anche ciò che desidera, ciò che teme, ciò che sa, ciò che considera importante.
La spiegazione psicologica è dunque olistica: un atteggiamento mentale acquista il suo significato all'interno di una rete di altri atteggiamenti mentali.
Questo aiuta a comprendere perché Davidson ritenga impossibile costruire una psicologia completamente assimilabile alla fisica attraverso leggi rigide e senza eccezioni.
Un cervello può essere studiato, ma una persona deve essere interpretata
Qui Davidson compie un passo ancora più interessante.
Immaginiamo di osservare una persona appartenente a una civiltà sconosciuta.
Non conosciamo la sua lingua.
Non possediamo un dizionario.
Non sappiamo nulla della sua grammatica.
La vediamo indicare il cielo e pronunciare una parola.
Poi comincia a piovere.
La persona ripete quella parola.
Potremmo ipotizzare che significhi «pioggia».
Ma come facciamo a esserne sicuri?
Davidson sviluppa il concetto di interpretazione radicale: immagina un interprete che debba comprendere una lingua senza possedere preventivamente le regole di quella lingua.
L'interprete deve osservare ciò che le persone fanno, ciò che dicono, le circostanze in cui pronunciano determinate frasi e il modo in cui reagiscono al mondo.
La comprensione del linguaggio non nasce quindi semplicemente dalla consultazione di un dizionario.
Deve essere ricostruita attraverso l'intero comportamento del parlante.
E qui entra in gioco il "principio di carità"
Immaginiamo che uno straniero indichi una montagna e dica qualcosa.
Noi interpretiamo quella parola come «montagna».
Perché?
Perché supponiamo che egli abbia almeno in larga misura convinzioni coerenti sul mondo.
Non possiamo interpretare sistematicamente una persona come qualcuno che crede che tutto ciò che vede sia contemporaneamente vero e falso.
Se vogliamo comprenderla, dobbiamo attribuirle una certa razionalità.
Questa idea è conosciuta come principio di carità.
Interpretare significa, in parte, cercare di rendere intelligibili le credenze e le azioni dell'altro assumendo una struttura sufficientemente razionale.
Non significa pensare che gli esseri umani siano sempre razionali.
Davidson è perfettamente consapevole dell'irrazionalità, delle contraddizioni e della debolezza della volontà.
Significa piuttosto che la possibilità stessa di attribuire a qualcuno credenze e desideri presuppone una certa struttura di razionalità.
L'esempio della dieta
Supponiamo che io dica:
«Voglio dimagrire».
Ma davanti a me c'è una torta al cioccolato.
La guardo.
La mangio.
Qualcuno potrebbe chiedermi:
«Ma non volevi dimagrire?».
La situazione sembra irrazionale.
Eppure possiamo ricostruirla.
Io avevo il desiderio generale di dimagrire.
Ma nello stesso momento avevo un desiderio particolare: mangiare quella torta.
Avevo inoltre una convinzione: «Un pezzo di torta non comprometterà la mia dieta».
Il mio comportamento può quindi essere spiegato attraverso una rete di ragioni.
La mente umana non è un meccanismo perfettamente coerente.
Possiamo avere desideri in conflitto.
Possiamo sapere che qualcosa è sbagliato e farlo comunque.
Possiamo avere una ragione per agire che non coincide perfettamente con ciò che effettivamente ci spinge ad agire.
Davidson dedica grande attenzione proprio al problema dell'irrazionalità e della debolezza della volontà.
La mente non è una macchina isolata
A questo punto Davidson ci condurrebbe probabilmente verso una conclusione ancora più sorprendente.
«Non cerchi la mente soltanto dentro il cranio».
Per comprendere un essere umano dobbiamo considerare almeno tre elementi:
la persona, il mondo e gli altri.
Un individuo impara a usare le parole in rapporto agli oggetti del mondo e alle reazioni degli altri individui.
Questa idea conduce Davidson alla nozione di triangolazione.
Immaginiamo un bambino che vede un cane.
Il bambino guarda il cane.
La madre guarda il cane.
Il bambino guarda la madre.
La madre indica il cane.
Il bambino impara progressivamente a collegare una parola, un oggetto e la risposta condivisa di un'altra persona.
Il significato non nasce quindi da una mente chiusa in se stessa.
Nasce dentro una relazione tra soggetto, mondo e altri soggetti.
Il pensiero stesso, in questa prospettiva, ha una dimensione profondamente intersoggettiva.
Una filosofia contro le semplificazioni
La grande originalità di Davidson consiste dunque nel rifiutare una falsa alternativa.
Non dobbiamo scegliere necessariamente tra:
«La mente è qualcosa di completamente diverso dal corpo»
e
«La mente è soltanto il cervello descritto in un altro modo».
Davidson propone una terza possibilità.
C'è un solo mondo e ci sono eventi reali, ma possiamo descriverli attraverso linguaggi concettuali differenti.
Un evento può essere fisico.
Lo stesso evento può essere mentale.
Le due descrizioni non sono necessariamente in competizione.
Quando dico: «Il mio braccio si è sollevato»
sto offrendo una descrizione.
Quando dico: «Ho salutato un amico»
ne offro un'altra.
Il movimento fisico e l'azione intenzionale non sono due realtà separate.
Ma non per questo posso sostituire automaticamente la seconda descrizione con la prima.
Perché Davidson è ancora importante
La filosofia di Davidson conserva una sorprendente attualità.
Oggi tendiamo spesso a pensare che, se conosciamo abbastanza dati fisici sul cervello, potremo prima o poi spiegare completamente una persona.
Davidson ci invita alla cautela.
Conoscere i meccanismi fisici non significa automaticamente comprendere il significato di un'azione.
Se vediamo una persona alzare il braccio, possiamo descrivere il movimento.
Ma per sapere se sta salutando, minacciando qualcuno, chiedendo aiuto, votando, indicando una direzione o semplicemente cercando di prendere un oggetto, dobbiamo conoscere il contesto, le intenzioni, le convinzioni e le relazioni con gli altri.
Il corpo può essere osservato.
La persona deve anche essere interpretata.
Ed è probabilmente questa la lezione più importante di Davidson.
L'ultima domanda
Torniamo alla tazza di caffè.
Davidson la prende e ci domanda:
«Perché ha preso quella tazza?».
Rispondiamo: «Perché volevo bere».
«E perché voleva bere?».
«Perché avevo sete».
«E perché aveva sete?».
Possiamo continuare.
A un certo punto comprendiamo che un'azione umana non è mai soltanto un movimento.
È inserita in una rete di significati.
Il corpo rende possibile l'azione.
Le cause fisiche appartengono alla realtà.
Ma le ragioni ci permettono di comprenderla come azione di una persona.
Il monismo anomalo di Davidson nasce proprio da questa tensione: un solo mondo, ma più modi irriducibili di comprenderlo.
La mente non deve essere trasformata in una sostanza misteriosa separata dal corpo.
Ma neppure deve essere cancellata nel tentativo di ridurla completamente alla fisica.
L'essere umano è un organismo fisico che crede, desidera, interpreta, decide e agisce.
E per comprendere ciò che fa dobbiamo tenere insieme entrambe le dimensioni.
Forse, in definitiva, Davidson ci direbbe proprio questo:
non abbiamo bisogno di due mondi per spiegare l'essere umano; abbiamo bisogno di più prospettive per comprendere un unico mondo.
Continua il viaggio tra le grandi menti
Fonti
Donald Davidson, Essays on Actions and Events, Oxford University Press. La raccolta comprende i saggi fondamentali sulla filosofia dell'azione, sulla causalità e sul monismo anomalo.
Donald Davidson, Inquiries into Truth and Interpretation, Oxford University Press. È una delle opere fondamentali per comprendere la sua filosofia del linguaggio, la teoria dell'interpretazione e l'idea di interpretazione radicale.
Donald Davidson, «Mental Events» (1970), in Essays on Actions and Events. È il testo classico nel quale viene formulata la teoria del monismo anomalo, attraverso il rapporto tra causalità, leggi e anomalismo del mentale.
Donald Davidson, «Laws and Cause» (1995), Dialectica, 49(2/4), pp. 263–279. Il saggio approfondisce il rapporto tra eventi, causalità e leggi nel quadro del monismo anomalo.
Ernest Lepore e Kirk Ludwig, Donald Davidson, Routledge. Un'ampia ricostruzione della filosofia di Davidson e del suo argomento a favore del monismo anomalo.
Ernest Lepore, «Donald Davidson», in A Companion to Analytic Philosophy, Wiley. La voce offre una panoramica delle principali aree della filosofia davidsoniana: azione, causalità, monismo anomalo, teoria del significato e interpretazione radicale.
Stanford Encyclopedia of Philosophy, «Donald Davidson». Fonte di riferimento per la ricostruzione della filosofia della mente, dell'interpretazione radicale, della razionalità e del principio di carità in Davidson.
Stanford Encyclopedia of Philosophy, «Anomalous Monism». Approfondimento specifico sulla teoria davidsoniana del rapporto tra mentale e fisico.

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