venerdì 15 febbraio 2013

Essere Buoni Non È Una Scelta: Il Vero Significato della Bontà Autentica




Vorrei patrocinare una causa persa!
Non è vero che essere troppo buoni ci si rimette!!
Potrei concedere al massimo, che ..... si prendono posizioni scomode!!!
Essere buoni non è una scelta. 
Quando si mostra tale, allora, si vorrebbe diventare buoni!
Quando si è buoni, ci si mostra drogati in positivo, drogati di bontà.
Buoni inconsapevoli sono i Santi e che per sfortuna, non sanno di esserlo.
Un Santo, per quale motivo dovrebbe far miracoli se, per farli deve scegliere di volerlo? 

Egli è così beato in se stesso che non vede altro se non bontà negl’altri.
Daresti da bere a chi credi che abbia bevuto tanto?
Verseresti acqua in un bicchiere, se credi di vederlo pieno fino all’orlo?

Il problema di chi è buono è che non sa di esserlo, né prova fatica per esserlo
e quindi non sceglierà mai di essere buono.


Riflessione sul testo

Vorrei patrocinare una causa persa! È un incipit che spiazza, che suona quasi come una provocazione intellettuale e spirituale al tempo stesso. 

Spesso ci sentiamo ripetere che al mondo "i buoni ci rimettono sempre", che la generosità è una forma di debolezza e che in una società competitiva vince chi sa essere spietato, calcolatore e concentrato esclusivamente sul proprio interesse. 

Ma è davvero così? Oppure si tratta di una comoda narrazione con cui giustifichiamo la nostra incapacità — o la nostra paura — di arrenderci alla grazia?

Non è vero che essere troppo buoni ci si rimette. Semmai, potrei concedere al massimo che, scegliendo o incarnando questa via, ci si ritrova a prendere posizioni estremamente scomode. 

Già, perché la bontà autentica non è affatto un comodo cuscino su cui adagiarsi per ricevere l'approvazione altrui; è piuttosto una lente d'ingrandimento scomoda, un modo di stare al mondo che espone al vento, che costringe a guardare negli occhi la sofferenza senza volgere lo sguardo altrove. 

Chi è buono non cerca il quieto vivere a tutti i costi; al contrario, rompe gli schemi dell'egoismo imperante semplicemente esistendo, diventando un punto di riferimento ingombrante per chi ha fatto del cinismo la propria corazza.

Del resto, riflettendoci a fondo, essere buoni non è una scelta. Quando la bontà si mostra come una scelta consapevole, ponderata a tavolino, calcolata come una strategia etica o relazionale, allora significa che in realtà non si è buoni: si vorrebbe diventarlo. 

C'è una sottile ma insormontabile differenza tra il "fare il bene" come esercizio di volontà e "essere il bene" come condizione dell'essere. 

Nel primo caso agisce l'ego, con la sua ricerca di meriti, riconoscimenti morali o assoluzioni spirituali; nel secondo caso agisce una natura profonda, quasi una disposizione genetica dell'anima.

Quando si è veramente buoni, ci si mostra in un certo senso "drogati in positivo", irrimediabilmente drogati di bontà. 

Non nel senso di una dipendenza patologica o fuggiasca dalla realtà, ma come un'intossicazione luminosa che impedisce di vedere il mondo attraverso i filtri della malizia, del sospetto e della ritorsione. 

I buoni inconsapevoli sono i veri santi, e che per sfortuna — o forse per una magnifica grazia — non sanno nemmeno di esserlo. Ed è qui che si cela il paradosso più affascinante e misterioso della santità.

Se ci fermiamo a pensare alla figura del Santo, sorge spontanea una domanda radicale: un Santo, per quale motivo dovrebbe fare miracoli se, per farli, deve prima scegliere di volerlo? 

La vera santità, quella autentica e originaria, non ha bisogno di compiere prodigi meccanici o di sforzarsi di compiere gesti eclatanti per dimostrare qualcosa all'universo. 

Egli è così beato in se stesso, così intimamente colmato da una pace che trascende le contingenze terrene, che non vede altro se non bontà negli altri. 

Per il santo lo sguardo sul mondo non è mai inquisitorio o giudicante; è uno specchio che riflette l'innocenza originaria di ogni creatura.

Provate a porvi una domanda apparentemente semplice, ma di una profondità disarmante: daresti da bere a chi credi che abbia già bevuto tanto? 

O ancora, verseresti dell'acqua in un bicchiere se credi di vederlo già pieno fino all'orlo? È ovvio che la risposta sia negativa. 

Chi possiede una percezione lucida e calcolatrice della realtà agisce secondo la misura del bisogno altrui: dà solo se vede una mancanza, aiuta solo se riceve in cambio un riconoscimento o se percepisce un debito da colmare. 

Ma il vero buono non misura, non calcola, non verifica se il bicchiere dell'altro sia mezzo pieno o traboccante.

Il vero problema di chi è buono è proprio questo: non sa di esserlo, non prova alcuna fatica per esserlo e, di conseguenza, non sceglierà mai di esserlo in modo strategico o premeditato. 

La sua bontà è un respiro, un modo di esistere che non si interroga sulla propria virtù. 
Non c'è sforzo morale, non c'è la tentazione di sbandierare il proprio sacrificio. 

Per questo motivo la bontà pura appare al mondo moderno come una causa persa, un lusso inutile o un'ingenuità da correggere. 

Eppure, in un'epoca che urla, che brandisce le proprie ragioni come clave e che misura il valore di un essere umano in base a ciò che produce o accumula, patrocinare questa "causa persa" è forse l'unico modo rimasto per ricordarci che cosa significhi, davvero, essere umani.

oppure 

Nessun commento:

Posta un commento

Esprimi il tuo pensiero

🔎

Esplora gli articoli per argomento

Scegli prima la CATEGORIA e poi Seleziona la SOTTOCATEGORIA

Seleziona una sottocategoria per visualizzare gli ultimi cinque articoli.
📰

Dal blog Filosofia e Tecnologia

L'ultima pubblicazione

Caricamento...
📰

Dal blog Benessere Naturale

L'ultima pubblicazione

Caricamento dell'articolo...