Ritrovo me stesso col fiato
caldo a convincerti per le mie verità.
Illuso quanto ingenuo, spendo
furor per il mondo sordo.
Onde d’eco solitario si perdono,
spezzate sulle pareti di un
cuore indurito.
Mesto, m’avvio per strade
solitarie,
ove attendere nuove leve,
conviene.
Rigirar per pensieri insoliti,
la ragion vaga.
Cotanto fiume, nuotar è d’obbligo.
Bagnar di saggezza, l’anima s’accheta.
Ribelle il cor per solitudine
avversa,
muove battiti a corto passo.
Cantar soprano, d’emozion s’impegna.
Increspar pelle che di vita
parla, s’adatta.
Speranza vana di rinfrescar
aria di antichi sospiri.
Ma son perle e non lacrime,
che giran pel viso.
Da occhi celesti, fuggir s’allietano.
Cascar umide per spalle alleate,
è morir d’Amor.
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Commento
Questa lirica è un denso e sofferto monologo dell'incomprensione, che traccia la parabola drammatica e sublime dell'anima nobile che prova a donarsi a un mondo incapace di accoglierla. Il testo attraversa la frustrazione del rifiuto, il ripiegamento interiore e, infine, il riscatto della propria fragilità che si trasforma in pura poesia.
1. La futilità del convincere e l'eco nel vuoto
La poesia si apre in media res con un'immagine di grande fisicità e verismo emotivo:
«Ritrovo me stesso col fiato caldo / a convincerti per le mie verità.»
Il "fiato caldo" descrive l'impeto, la passione viva e la vicinanza umana messe nell'atto di comunicare. Ma questa spinta si scontra immediatamente con l'amarezza della realtà: l'io lirico si riconosce "illuso quanto ingenuo" per aver speso il proprio "furor" (la propria carica ideale) per un mondo sordo.
La metafora delle «onde d'eco solitario» che si spezzano contro le «pareti di un cuore indurito» rende quasi visibile l'infrangersi della sensibilità poetica contro la barriera dell'insensibilità o della durezza altrui.
2. Il ritiro strategico e la deriva della ragione
Preso atto dell'incomunicabilità, il poeta sceglie il ritiro:
- «Mesto, m'avvio per strade solitarie...» — La solitudine non è una sconfitta passiva, ma uno spazio necessario in cui "attendere nuove leve", cioè attendere tempi più maturi o anime più pronte ad accogliere la parola.
- «Cotanto fiume, nuotar è d'obbligo» — Il flusso dei pensieri e della vita si fa travolgente come un fiume. Non c'è scelta: di fronte al dolore del rifiuto bisogna continuare a nuotare, a "bagnar di saggezza" l'anima affinché trovi una prima, fragile pace ("s'accheta").
3. Il corpo che resiste: Il canto e la pelle
Nella parte centrale, il testo registra la reazione fisica ed emotiva al senso di isolamento:
- Il cuore rimane "ribelle": non accetta la solitudine passivamente, anche se la ferita lo costringe a muovere "battiti a corto passo", come una marcia affaticata o il ritmo di chi ha il fiato corto per il dolore.
- Eppure, la risposta dell'io lirico a questo affanno è il tentativo di elevazione: "Cantar soprano, d'emozion s'impegna". Il canto cerca la nota più alta e pura. La pelle che si increspa diventa la testimonianza biologica ed emotiva che la vita, nonostante tutto, continua a scorrere e a parlare.
4. Il ribaltamento finale: Dalle lacrime alle perle
Il finale rappresenta una straordinaria catarsi poetica e spirituale:
«Ma son perle e non lacrime, che giran pel viso. / Da occhi celesti, fuggir s'allietano. / Cascar umide per spalle alleate, / è morir d'Amor.»
Qui si compie la transfigurazione del dolore:
- La dignità della sofferenza: Quelle che scendono dagli "occhi celesti" non sono semplici lacrime di rassegnazione o debolezza, ma perle. L'esperienza dolorosa dell'incomprensione viene distillata e trasformata in un bene prezioso.
- La fuga lieta: Le gocce s'allietano di fuggire, come se il pianto fosse una liberazione necessaria da un corpo troppo stretto.
- Il "morir d'Amor": Il pianto che cade su "spalle alleate" (un'immagine di accoglienza, comprensione o vicinanza autentica) chiude il cerchio. Spezzare l'isolamento e potersi abbandonare alla fragilità non è una sconfitta, ma un consumarsi nell'Amore, la sola morte che ridona senso all'esistenza.
Un breve bilancio
Con un linguaggio solenne e nostalgicamente classico nell'uso dei termini (mesto, cotanto, s'accheta), la lirica riesce a raccontare la nobiltà di chi non rinuncia a sentire profondamente, scegliendo di trasformare l'amarezza di un rifiuto nella bellezza preziosa di una gemma d'amore.

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