🌿 Benvenuto

Un percorso dedicato alle grandi domande dell'esistenza, alle relazioni umane e ai racconti che trasformano le idee in esperienza.

🏛 Filosofia

Significato della vita, coscienza, spiritualità, libertà e sofferenza.

🤝 Relazioni Umane

Amore, crescita personale, empatia e comunicazione, Amicizia e Legami.

📖 Racconti Filosofici

Storie, dialoghi e allegorie che danno forma alle grandi domande.

Visualizzazione post con etichetta Altri argomenti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Altri argomenti. Mostra tutti i post

sabato 16 maggio 2026

Come funziona davvero il cervello? Il modello olografico spiegato

 

Aula di neuroscienze cognitive, tarda sera. Un piccolo gruppo di studenti è rimasto dopo il seminario ufficiale. Karl Pribram, con un tono calmo ma penetrante, continua a parlare davanti alla lavagna ancora piena di schemi neurali.

«Vedete,» inizia Pribram, appoggiandosi lentamente alla cattedra, «la difficoltà più grande nello studio della mente non è mai stata semplicemente capire dove siano immagazzinate le informazioni nel cervello. La vera difficoltà è stata capire come il cervello riesca a produrre l’unità dell’esperienza.»

Uno studente alza la mano.

— Professore, cosa intende per “unità dell’esperienza”? Il cervello non è già abbastanza spiegato dalle reti neurali e dalle connessioni sinaptiche?

Pribram sorride.

«Una domanda eccellente. Le neuroscienze classiche ci hanno insegnato moltissimo: sappiamo che esistono neuroni, sinapsi, aree corticali specializzate. Tuttavia, quando osserviamo fenomeni come la memoria, la percezione globale o il riconoscimento istantaneo di forme complesse, emerge qualcosa di sorprendente. Le funzioni mentali non sembrano localizzate rigidamente in un singolo punto. Sembrano distribuite.»

Prende un gesso e disegna un cerchio.

«Negli anni in cui lavoravo con Karl Lashley, uno dei grandi pionieri della neuropsicologia, ci trovammo di fronte a un paradosso. Lashley lesionava diverse aree corticali nei ratti per capire dove fosse conservata la memoria. Ma i risultati erano strani: spesso i ricordi non sparivano completamente. Peggioravano gradualmente, ma non venivano cancellati come ci si sarebbe aspettati da un archivio localizzato.»

Lo studente annuisce lentamente.

— Quindi la memoria non è conservata in un punto preciso?

«Esattamente. O almeno non nel modo in cui una biblioteca conserva i libri sugli scaffali. E fu qui che iniziai a pensare a un modello diverso. Un modello ispirato all’olografia.»

Disegna ora una serie di onde sulla lavagna.

«Sapete cos’è un ologramma?»

— È una fotografia tridimensionale creata con il laser.

«Corretto. Ma la caratteristica più straordinaria dell’ologramma non è la tridimensionalità. È il modo in cui l’informazione è distribuita. Se prendete una lastra olografica e la dividete in pezzi, ogni frammento continua a contenere l’intera immagine. Certo, con meno definizione, ma l’immagine completa rimane presente.»

Pribram lascia una pausa.

«Quando vidi questo principio, qualcosa si illuminò. Pensai: e se il cervello funzionasse in modo simile? E se i ricordi e le percezioni non fossero registrati come oggetti isolati, ma come schemi di interferenza distribuiti attraverso grandi reti neurali?»

Uno studente interviene:

— Schemi di interferenza… come le onde dell’acqua?

«Molto bene. Pensate alle onde. Quando due onde si incontrano, producono interferenze: regioni di amplificazione e regioni di cancellazione. Nell’olografia, un fascio laser viene diviso in due parti: una colpisce l’oggetto, l’altra funge da riferimento. L’interferenza tra i due fasci viene registrata sulla pellicola. Ma ciò che viene registrato non è l’immagine diretta dell’oggetto: è un pattern matematico di frequenze.»

Pribram indica il cervello disegnato sulla lavagna.

«Ora immaginate che la corteccia cerebrale elabori le informazioni nello stesso modo: non immagazzinando immagini statiche, ma trasformando l’esperienza in schemi distribuiti di frequenze neurali.»

— Ma professore, i neuroni non trasmettono impulsi elettrici discreti? Dove entrano in gioco le frequenze?

«Ottima osservazione. I neuroni emettono impulsi, sì, ma ciò che conta spesso non è soltanto il singolo impulso. Conta il ritmo, la sincronizzazione, la frequenza collettiva dell’attività neurale. Il cervello può essere interpretato come un enorme sistema di trasformazioni di frequenza.»

Scrive una formula semplificata:

genui{"math_block_widget_always_prefetch_v2":{"content":"f(x)=\int_{-\infty}^{\infty}F(k)e^{ikx}dk"}}

«Questa è una rappresentazione della trasformata di Fourier, uno strumento matematico fondamentale. Fourier dimostrò che qualsiasi configurazione complessa può essere scomposta in frequenze elementari. Suono, luce, vibrazione: tutto può essere descritto come una combinazione di onde.»

Lo studente guarda la formula con attenzione.

— Sta dicendo che il cervello potrebbe tradurre le esperienze in frequenze?

«Precisamente. Ed è qui che il modello olografico diventa potente. La percezione potrebbe emergere dalla ricostruzione di pattern distribuiti di interferenza. In altre parole, ciò che noi vediamo come un’immagine coerente potrebbe essere il risultato di una decodifica olografica operata dal cervello.»

Pribram cammina lentamente lungo l’aula.

«Pensate alla vista. Le informazioni che arrivano alla retina sono frammentarie, incomplete e continuamente disturbate dal movimento. Eppure noi percepiamo un mondo stabile e unitario. Il cervello non agisce come una semplice macchina fotografica. Piuttosto, sembra ricostruire attivamente la realtà.»

— Questo significa che la realtà che percepiamo non è “diretta”?

«Esattamente. La percezione è una costruzione. Ma attenzione: non significa che il mondo esterno non esista. Significa che il cervello organizza e interpreta l’informazione attraverso principi dinamici e distribuiti.»

Un’altra studentessa prende la parola.

— Professore, il suo modello ha implicazioni per la coscienza?

Pribram sorride di nuovo, quasi divertito.

«Naturalmente. Ed è qui che molti iniziano a sentirsi a disagio. Se il cervello opera olograficamente, allora la separazione netta tra “parte” e “tutto” diventa meno chiara. 

Ogni regione potrebbe contenere informazioni sul sistema complessivo. Questo apre interrogativi profondi sulla natura della coscienza e dell’identità.»

Si ferma per qualche secondo.

«Il fisico David Bohm sviluppò idee simili nella fisica quantistica. Egli parlava di un “ordine implicato”, una realtà fondamentale in cui tutto è interconnesso. 

Io vidi un’affinità sorprendente tra il suo modello e ciò che osservavo nel cervello. Bohm suggeriva che ciò che percepiamo come realtà separata potrebbe essere soltanto una manifestazione superficiale di una struttura più profonda e indivisa.»

— Quindi mente e universo potrebbero condividere gli stessi principi organizzativi?

«È una possibilità filosoficamente affascinante. Ma dobbiamo essere prudenti. La scienza richiede rigore. Io non ho mai sostenuto che il cervello sia “magico”. 

Ho sostenuto che i processi neurali potrebbero seguire principi matematici più sofisticati di quanto immaginassimo.»

Pribram prende un foglio e lo piega.

«Vedete, per secoli abbiamo pensato al cervello come a una macchina meccanica: ingranaggi, leve, circuiti. Ma forse è più corretto pensarlo come un campo dinamico di relazioni, una rete vibratoria capace di codificare informazione attraverso configurazioni distribuite.»

Lo studente iniziale torna a intervenire.

— E quali sono le prove principali del modello olografico?

«Non si tratta di una singola prova definitiva. Piuttosto, di una convergenza di indizi: la distribuzione della memoria, la robustezza della percezione nonostante i danni cerebrali, la capacità del cervello di riconoscere pattern incompleti, la natura oscillatoria dell’attività neurale, l’importanza delle frequenze corticali. 

Tutti questi elementi suggeriscono che il cervello potrebbe elaborare informazione in modo simile a un sistema olografico.»

Pribram cancella lentamente parte della lavagna.

«Naturalmente, il mio modello non è accettato universalmente. Alcuni neuroscienziati lo considerano troppo speculativo. Ed è giusto che la scienza mantenga un atteggiamento critico. Tuttavia, i grandi progressi spesso nascono quando osiamo formulare nuove metafore.»

Guarda gli studenti uno ad uno.

«Ricordate: un modello scientifico non è la realtà stessa. È una lente. E le lenti possono aprire nuove prospettive.»

L’aula è ormai silenziosa.

«Forse il punto più importante del modello olografico non riguarda soltanto il cervello. Riguarda il modo in cui concepiamo la conoscenza. Noi tendiamo a frammentare il mondo: mente contro corpo, individuo contro ambiente, osservatore contro realtà. Ma i sistemi complessi mostrano continuamente che le parti emergono dalle relazioni.»

Pribram conclude con tono più basso.

«Forse la mente non è un oggetto localizzato dentro il cranio come un piccolo pilota nascosto nella macchina cerebrale. Forse è un processo distribuito, una danza di frequenze, un ordine dinamico che emerge dall’interazione continua tra cervello, corpo e mondo.»

Poi sorride.

«E se questo è vero, allora comprendere la mente significa imparare a pensare non più in termini di frammenti isolati, ma di totalità interconnesse.»



*Spunto tratto dal 3^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 


Leggi anche: La filosofia raccontata (di Luigi Squeo)
oppure

Diventa ciò che sei (di Luigi Squeo)
 

domenica 3 maggio 2026

7 abitudini negative che stanno peggiorando la tua vita quotidiana



“La tua vita non cambia quando vuoi… cambia quando cambi abitudini.”

Ogni giorno compiamo azioni automatiche che sembrano innocue, ma che nel tempo costruiscono — o distruggono — il nostro futuro.

Il problema?
👉 La maggior parte delle persone non si accorge nemmeno delle proprie abitudini sbagliate.

In questo articolo scoprirai le 7 abitudini più dannose e cosa fare concretamente per eliminarle.


1. ⏳ Rimandare sempre (Procrastinazione)

Dire “lo faccio dopo” è una delle trappole più pericolose.

🔴 Effetto:

  • perdi opportunità

  • aumenti stress

  • blocchi la crescita

✅ Soluzione:

  • fai subito la cosa più importante della giornata

  • usa la regola dei 5 minuti (inizia e basta)


2. 📱 Uso eccessivo del telefono

Scroll infinito = tempo perso.

🔴 Effetto:

  • meno concentrazione

  • meno produttività

  • dipendenza mentale

✅ Soluzione:

  • limita i social a 30-60 min al giorno

  • evita il telefono appena sveglio


3. 🧠 Pensiero negativo costante

Se pensi sempre male… vivi male.

🔴 Effetto:

  • blocchi mentali

  • perdita di motivazione

  • bassa autostima

✅ Soluzione:

  • sostituisci ogni pensiero negativo con uno realistico

  • scrivi 3 cose positive al giorno


4. 😴 Dormire male o poco

Il sonno è sottovalutato.

🔴 Effetto:

  • stanchezza cronica

  • calo concentrazione

  • peggior umore

✅ Soluzione:

  • dormi almeno 7 ore

  • niente schermo prima di dormire


5. 🗣️ Lamentarsi continuamente

Chi si lamenta non agisce.

🔴 Effetto:

  • mentalità vittimistica

  • zero risultati

✅ Soluzione:

  • ogni lamentela → trasformala in azione


6. 🚫 Frequentare persone negative

Se stai con persone sbagliate, diventi come loro.

🔴 Effetto:

  • energia bassa

  • mentalità limitante

✅ Soluzione:

  • circondati di persone positive o ambiziose


7. ❌ Non avere obiettivi

Senza direzione, resti fermo.

🔴 Effetto:

  • vita casuale

  • nessuna crescita

✅ Soluzione:

  • scrivi 3 obiettivi chiari

  • lavora ogni giorno su almeno uno


🔥 La verità che pochi accettano

La tua vita attuale è il risultato delle tue abitudini.

Non del destino.
Non della fortuna.
👉 Delle tue azioni quotidiane.


✅ Conclusione

Cambiare vita non è difficile.

È difficile cambiare abitudini.

Ma è proprio lì che nasce tutto.



sabato 2 maggio 2026

Cos'è un file system e come funziona: guida semplice





Sapete che cosa è un file-system?

Se non siete informatici, dovreste aggrapparvi alla traduzione delle due parole inglesi.

Il mio vizietto di vedere tutto con gli occhi del filosofo, mi spinge a suggerirlo nel vostro bagaglio nozionistico. 

Certamente, non è mia intenzione fare il prof con voi! 

Ciò che mi diletta e che mi piace condividere, è l’idea che nonostante la “complessità” del nostro sistema scientifico, alla fine si scopre che gironzoliamo sempre sugli stessi concetti.

Il file-system è un sistema logico, adottato dagli informatici, che consente di organizzare il modo di registrare informazioni, rendendole sicure e facilmente reperibili su un supporto fisico completamente stupido e che è costretto a relazionarsi con l’astrazione mentale dell’uomo.

Nel nostro mondo, esso rappresenta il sistema mediante il quale registriamo nel cervello la nostra esperienza fatta di tanti eventi quotidiani. 

Un ottimo file-system personale ci rende reattivi e fortemente critici. 

Le tantissime informazioni, perfettamente concatenate nella logica astratta, trovano luogo di permanenza stabile e funzionale nelle cellule cerebrali. 

Il meccanismo garantisce il ritrovo immediato di ogni dettaglio informativo e lo collega meravigliosamente a centinaia o migliaia di altri eventi collaterali.

Il nostro file-system ha una peculiarità infinitamente bella, direi “umana”, e consiste nel fatto che la registrazione tiene conto anche di elementi che vanno oltre il contenuto informativo. 

Ad ogni evento vita, le informazioni associate si “bagnano” nelle emozioni e forniscono al sistema di conservazione un’ulteriore qualità per cui il dolore o il piacere, la rendono cangiante con il tempo e quindi difficile da ritrovare secondo il metodo formale.

Il trauma provoca la rottura della linearità delle registrazioni, provocando scompensi che volatilizzano ogni successivo ricordo.

Se provate a rovinare il file-sytem di una memoria del vostro computer, preparatevi a chiamare l’assistenza perché il computer non è più usabile.

Se si dovesse rovinare il file-system del nostro cervello, non potete chiamare nessuno, poiché sarete soli e fuori da voi stessi....... 

vi etichetteranno di “Pazzia”!  

lunedì 23 marzo 2026

La fisica immanente: il mistero delle leggi dell’universo (Antonio Zichichi)


Cosa significa davvero che le leggi della fisica esistano? 

Sono invenzioni umane o realtà già presenti nell’universo? 

In questo racconto ambientato in un osservatorio ai margini di Palermo, esploriamo il concetto di fisica immanente secondo Antonio Zichichi.

Un osservatorio, una lezione fuori dal comune

Nella sala silenziosa di un antico osservatorio ai margini di Palermo, un gruppo di studenti sedeva in cerchio. Il professor Leone tracciava linee invisibili nell’aria, come se stesse disegnando equazioni su una lavagna che solo lui poteva vedere.

«Oggi,» disse, «non parleremo semplicemente di fisica. Parleremo della fisica immanente.»

Gli studenti si scambiarono sguardi curiosi.

Cosa significa “fisica immanente”?

Marta alzò la mano. «Professore, cosa significa esattamente “immanente”?»

Leone sorrise.
«Significa che le leggi della natura non sono solo descrizioni esterne del mondo, ma fanno parte della realtà stessa. Per Zichichi, la fisica non è un’invenzione dell’uomo: è la scoperta di qualcosa che esiste indipendentemente da noi.»

Le leggi della natura: scoperte o costruzioni?

Luca, il più scettico, intervenne:
«Ma non è quello che tutti i fisici pensano?»

«Non proprio,» rispose il professore. «Alcuni vedono le leggi come modelli matematici utili. Zichichi invece sostiene che l’universo possiede un ordine oggettivo, leggibile. La fisica è immanente perché è inscritta nella realtà.»

Il vento fece vibrare le finestre, come se l’osservatorio stesso partecipasse alla discussione.

L’universo come un libro già scritto

Marta si sporse in avanti.
«Quindi quando scriviamo un’equazione… stiamo rivelando qualcosa?»

«Esattamente. È come se l’universo fosse un libro già scritto. Noi impariamo a leggerlo.»

Il dubbio scientifico: ordine o illusione?

Luca però non era convinto.
«E se fossimo noi a proiettare ordine sul caos?»

Il silenzio riempì la stanza.

«È qui che il dibattito diventa interessante,» disse Leone. «Il fatto che la matematica funzioni così bene potrebbe essere una prova dell’immanenza delle leggi. Non è un caso, ma una struttura profonda.»

Fisica e metafisica: un confine sottile

«Quindi c’è qualcosa di metafisico?» chiese Luca.

Leone annuì.
«Per alcuni sì. Ma la vera domanda è: perché l’universo è comprensibile?»

In quel momento la luce tremolò, poi tornò.

«Anche questo ha una causa,» disse il professore. «Che la conosciamo o no, la legge è già lì.»

Una presenza invisibile che governa il mondo

Marta sorrise.
«Quindi la fisica immanente è come una presenza invisibile?»

«Una presenza,» concluse Leone, «che non osserviamo direttamente, ma che si manifesta in ogni fenomeno. Dal moto delle stelle… al tremolio di una lampadina.»

Conclusione

Fuori, il cielo notturno si apriva in una distesa di stelle. Per un momento, tutti ebbero la sensazione che non stessero solo osservando l’universo - ma che l’universo stesse rivelando sé stesso.


*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 

domenica 1 febbraio 2026

A cosa servono davvero i sogni?

 


Ogni notte, indipendentemente da chi siamo o da dove viviamo, ci immergiamo in un mondo di esperienze soggettive tanto vivide quanto enigmatiche... entriamo nel mondo dei sogni.

È una delle costanti universali dell'esperienza umana, rappresentata in ogni espressione artistica e oggetto di speculazioni da tempo immemorabile. Eppure, rimane un mistero. I sogni sembrano spesso assurdi, frammentati, una raccolta casuale di eventi.

Ma... e se non lo fossero?

La moderna ricerca scientifica, armata degli strumenti delle neuroscienze e della psicologia, sta iniziando a rivelare che questo teatro notturno della mente ha funzioni profonde, pratiche e spesso sorprendenti. Sognare è molto più di uno spettacolo notturno: è un adattamento evolutivo. Sognare esiste perché sopravvivere senza sognare era peggio.

Da una prospettiva evolutiva, il cervello è un organo costoso e vulnerabile. Consuma quasi il 20% dell'energia corporea, anche durante il sonno. Durante il sonno REM, l'attività cerebrale si avvicina ai livelli di veglia.

Se sognare fosse inutile, la selezione naturale lo avrebbe abbandonato molto tempo fa. Inoltre, sognare non è un'attività esclusiva degli esseri umani. È stato osservato in mammiferi come i gatti. L'universalità di questo fenomeno è un chiaro indizio evolutivo: il sistema dei sogni è antico e funzionale.

Sognare è anche un modo per simulare altri mondi. Il cervello sogna "in negativo" per anticipare errori che potrebbero costare la vita.

Revonsuo nel, ha proposto la Teoria della Simulazione della Minaccia (TST). Secondo questa teoria, il sogno è emerso come un adattamento per simulare mondi rilevanti quando l'ambiente esterno non è disponibile. In altre parole, il cervello non si spegne, ma passa dalla percezione del mondo esterno alla generazione di possibili scenari.

Sognare ci permette di ricreare versioni alternative di ciò che già conosciamo. E i dati empirici sono sorprendentemente coerenti.

Le analisi mostrano che le emozioni negative dominano tra il 60% e l'80% dei sogni, con l'aggressività presente nel 45% delle interazioni sociali oniriche. Inoltre, il sognatore è la vittima (non l'aggressore) in quasi l'80% degli episodi aggressivi, rafforzando l'ipotesi dell'addestramento evasivo e dell'anticipazione del pericolo.

Le prove più significative provengono da popolazioni traumatizzate. Nel 2003, In gruppo di ricercatori osservarono che i bambini curdi esposti a guerra e violenza avevano più sogni a notte, una maggiore frequenza di minacce e una maggiore gravità dei pericoli simulati rispetto ai bambini non traumatizzati. Il sistema onirico non era compromesso: era iperattivato da segnali reali di pericolo costante.

Gli incubi, quindi, sono simulazioni di problemi irrisolti. Il sonno non cancella il passato: separa la memoria dal dolore.

Una delle teorie più influenti asserisce che durante il sonno REM, i ricordi emozionali si consolidano, mentre la carica emotiva ad essi associata si riduce. Dal punto di vista neurochimico, durante il sonno REM la noradrenalina scende al livello più basso dell'intero ciclo circadiano. Poiché questo neurotrasmettitore è direttamente coinvolto nella risposta allo stress, la sua assenza crea un ambiente ideale per riattivare i ricordi senza riattivare la sofferenza.

Nuove scoperte rafforzano questa idea. Nel 2024, Zhang e il suo gruppo di ricerca hanno scoperto che solo le persone che ricordavano i propri sogni mostravano una riduzione dell'attività emotiva. In altre parole, coloro che non ricordano i propri sogni mantengono un'elevata attività emotiva, indicando che sognare non è un processo passivo, ma una parte attiva dell'elaborazione emotiva. Quando questo sistema viene alterato, gli incubi aumentano ed emergono schemi di elaborazione emotiva scorretta.

Sognare è il modo in cui il cervello fissa i ricordi senza riaprire la ferita. L'evoluzione ci ha resi più sociali e il cervello si è adattato. Man mano che le minacce fisiche diventavano meno costanti per gli esseri umani, il cervello ha reindirizzato il suo simulatore verso il conflitto sociale. La teoria della simulazione sociale amplia la teoria della simulazione della minaccia discussa in precedenza. E nuove scoperte supportano questa visione.

Nel 2019, Tuominen e il suo gruppo di ricerca hanno scoperto qualcosa di cruciale: l'83% dei sogni contiene situazioni sociali. Inoltre, i sogni includono più personaggi, più interazioni e più conflitti rispetto alla veglia quotidiana. Questo è in linea con gli studi neurologici: durante il sonno REM, si verifica iperattività nell'amigdala e nell'ippocampo e una ridotta attività nella corteccia prefrontale, rendendo più facile simulare emozioni intense e realistiche.

Sognare litigi, riunioni o rifiuti non è una coincidenza. È una prova generale notturna per la complessa vita sociale del mondo reale. Commettiamo errori nei sogni per non doverli pagare da svegli. Sognare non esiste per registrare meglio il passato, ma per preparare il futuro.

E nel 2025 è emersa una nuova teoria.

L'ipotesi REM Refine & Rescue (RNR) suggerisce che durante il sonno REM, il cervello aumenta il rapporto segnale/rumore, omettendo dettagli irrilevanti e preservando gli elementi essenziali dei ricordi. Il risultato è un filtraggio della memoria che aiuta a trattenere ciò che è prezioso, ad adattarsi e a creare soluzioni.

Sognare non significa ricordare di più, ma comprendere meglio.

Quindi... a cosa servono davvero i sogni?

I sogni non fanno solo una cosa, e questo è ciò che la scienza attuale ha scoperto: simulano minacce, regolano l’emotività, favoriscono la formazione sociale, Integrano creatività nelle esperienze.

Ciò che i sogni non fanno è predire il futuro, inviare messaggi in codice o rivelare verità nascoste. Ciò che fanno è mantenere la mente flessibile, emotivamente stabile e preparata alla complessità del mondo che ci aspetta quando apriamo gli occhi.


Caricamento articoli...

domenica 28 dicembre 2025

Il concetto di non-località



Il concetto di non-località mette in discussione la certezza di osservare qualcosa e attribuirle un posto nello spazio, per cui se non la vediamo, non possiamo dire che non esiste.

Un oggetto, secondo la non-località, per esistere non ha bisogno di collocarsi.

Qualora, inoltre, lo stesso oggetto potesse assumere due collocazioni diverse, non saremmo autorizzati ad assumere l’esistenza di due oggetti diversi.

A supporto di tale concezione, Bohm addusse un esempio spettacolare.

Prese un acquario con un bel pesciolino rosso, che tranquillamente boccheggiava tra le finte bollicine, e lo riprese come una star di Hollywood, con due telecamere poste in direzioni diverse.

Le immagini affiancate delle due riprese, le diffuse su uno schermo, dove ignari spettatori, constatavano la presenza di due pesciolini così affiatati, che erano riusciti a sincronizzare i loro movimenti alla perfezione.

I pesciolini, quindi, non erano due, non comunicavano tra di loro e si potevano trovare ovunque!

Dov’erano i pesci che si osservavano?

Quale dei due era reale?

Se nessuno dei due era reale, poteva esistere uno che lo era ma non vedevo?

Quello che vedevo, allora, era una simulazione di quello reale!

Ma il peggio era che potevamo avere tante simulazioni e tutte credibili.

Chi vive in un mondo egocentrico, lotterebbe fino alla morte per affermare la sua realtà.

I due pesciolini, separati e autonomi, apparterrebbero a uno stesso mondo (coesisterebbero), semplicemente a causa di una decodifica mentale dell’osservatore, parziale e derivata dalle proprietà sensoriali limitate.

Fu questo l’errore che, secondo Bohr, Einstein commise nell’obiettare la sua teoria. Infatti, se i due pesci fossero stati due realtà separate e autonome, necessariamente avrebbero dovuto comunicare a una velocità superiore a quella della luce, poiché tramite questa si riescono a vedere.

Il fatto straordinario sta nell’avere prodotto una scena e un’induzione logica del tutto inesatta, cioè si è creata una realtà apparente ricavata con informazioni acquisite dalla vista di due immagini e accettate come se fossero reali dal nostro cervello.

Caricamento articoli...

mercoledì 1 ottobre 2025

Il senso di usare parolacce


 

La parolaccia è il mezzo dei deboli a cui si affidano per sostenersi e illudersi di una forza che non hanno. Usare spesso parolacce dimostra mancanza di creatività e persino un vocabolario estremamente limitato. È volgare, inappropriato e poco intelligente.

Non solo le parolacce sono considerate poco intelligenti e intellettualmente pigre, ma sono spesso anche inconsciamente associate alla povertà e alla cosiddetta "mancanza di classe". Tuttavia, è risaputo che moltissimi usano parolacce.

Che sia in un momento di dolore o di sorpresa, in tanti usano queste parole in un modo o nell'altro. Sebbene i termini specifici che si usano possano variare a seconda delle classi sociali e delle variazioni culturali, imprecare è una caratteristica comune a tutte le lingue umane.

Nei film, una parolaccia ben piazzata può spesso risultare cool, mentre quando i miei compagni di università inserivano parolacce in ogni frase, mi ritrovavo disgustato.

Allora, perché imprechiamo? Ed è davvero un segno di scarsa intelligenza? È in qualche modo correlato a un vocabolario limitato o a scarse capacità linguistiche?

Forse il fenomeno dell'uso di parolacce viene spesso visto in modo sbagliato. Invece di chiederci perché usiamo parolacce, potrebbe essere più utile chiedersi prima perché consideriamo alcune parole più "tabù" di altre. Dopotutto, mentre le parolacce inglesi tendono a ruotare attorno a funzioni corporee e religione, questo non è universalmente vero. Altre culture hanno parolacce che ruotano attorno a tabù su antenati, famiglia e animali.

Quindi, come nascono le parolacce? Ci limitiamo a selezionare alcune parole e a etichettarle collettivamente come "parolacce"? Non esattamente.

In inglese, le parolacce moderne hanno avuto origine quando i Normanni conquistarono l'Inghilterra nel 1066. Le élite e i sovrani più ricchi parlavano francese, mentre la gente comune parlava inglese antico. Questo portò, indirettamente, allo stigma che si sviluppò attorno ad alcune parole in inglese antico che indicavano le funzioni corporee.

Per i Normanni, i termini base per "escrementi" usati in inglese antico finirono per essere considerati volgari, rozzi e poco raffinati. Ad esempio, la parola per descrivere la minzione in inglese antico era "pissen", e la parola per "defacazione" era "scite".

Naturalmente, è abbastanza facile vedere come queste parole, un tempo comuni, si siano evolute in due parole "volgari" familiari oggi. Tuttavia, se avessi chiesto a un parlante inglese antico di quel periodo di parlare di queste parole, sarebbero state altrettanto ordinarie ed educate quanto "urinare" e "defecare" lo sono per noi nel XXI secolo.

Così, per uno strano scherzo del destino, le parole usate dalle classi inferiori vennero stigmatizzate dalla classe dominante, e alla fine vennero relegate esclusivamente all'uso di parolacce.

Questo schema non è esclusivo della lingua inglese. La maggior parte delle parolacce presenti in diverse culture si è evoluta proprio a causa di un pregiudizio storico nei confronti di quelli che venivano considerati dialetti "rozzi" delle classi sociali inferiori.

Tutto ciò è dovuto a un fenomeno universale in sociologia e linguistica che viene definito l'emergere di un "dialetto di prestigio". Quando due o più dialetti diversi coesistono nella stessa lingua, il più delle volte uno di questi dialetti tende a essere parlato da una classe di individui più ricchi e potenti degli altri. I parlanti di questo dialetto di prestigio spesso guardano dall'alto in basso i parlanti di altri dialetti, per nessun altro motivo se non il fatto che preferiscono il proprio modo di parlare.

Sebbene questo influenzi la lingua e la cultura a molti livelli diversi, è anche un catalizzatore per la creazione di parolacce. Quando in una cultura esistono determinati tabù, i parlanti del dialetto di prestigio tendono spesso ad associare parole usate in altri dialetti come "ignorante" e "volgare", se queste parole sono in qualche modo collegate al tabù preesistente.

I pregiudizi culturali portano alla stigmatizzazione di certe parole appartenenti alle classi inferiori, che alla fine assumono il ruolo di imprecazioni. Può sembrare un po' deludente, ma in realtà le parolacce si evolvono semplicemente a causa di pregiudizi, preconcetti e un complesso di superiorità non curato. Alla fine, il significato originale di queste parole si perde nel tempo e i madrelingua delle lingue percepiscono queste parole come "cattive".

Sebbene questo sembri spiegare come si evolvono e nascono le parolacce, non spiega ancora perché le usiamo ancora. Dopotutto, se queste parole sono così pesantemente stigmatizzate, perché persistono?

Tutte le culture imprecano in un modo o nell'altro. La pura universalità di questa attività è un'indicazione che c'è qualcosa di profondamente radicato nella nostra mente che ci spinge a usarle.

È interessante notare che uno studio del 2009 della Keen University ha scoperto che i partecipanti che imprecavano erano in grado di tenere le mani nell'acqua ghiacciata più a lungo di quelli che non lo facevano. L'idea è che imprecare inneschi una risposta di "attacco o fuga", che rilascia adrenalina e permette a chi parla di provare un effetto di intorpidimento durante un'esperienza dolorosa.

Altre ricerche hanno corroborato questa idea e hanno portato molti neuroscienziati a concludere che gli esseri umani imprecano perché ci permettono di gestire il dolore, lo stress, l'ansia e persino di migliorare le prestazioni atletiche grazie alla scarica di adrenalina.

Ciò è ulteriormente dimostrato dal fatto che le parolacce vengono elaborate dal cervello in modo diverso rispetto al linguaggio normale. Invece di attivare le aree cerebrali responsabili del linguaggio normale, l'uso delle parolacce è associato al sistema limbico, una regione del cervello connessa alle emozioni.

Tuttavia, le parolacce non sono solo strumenti di supporto emotivo. Sebbene si creda comunemente che le parolacce rappresentino un vocabolario limitato, la ricerca ha completamente smentito questa ipotesi.

Uno studio del Marist College ha dimostrato il contrario: le persone che riuscivano a elencare più parolacce in un breve periodo di tempo tendevano a ottenere punteggi molto più alti nei test di vocabolario generale e nei test di fluidità verbale.

La teoria è che le parolacce, di per sé, probabilmente non siano un fattore determinante per la capacità lessicale o l'intelligenza complessiva. Chi invece ha già un lessico più ampio tende a usare le parolacce in modi creativi e retorici, data la loro utilità in determinati contesti.

In altre parole, le parolacce sono utili. Se inserite abilmente in un discorso o in una conversazione, possono evocare emozioni intense e persino rafforzare affermazioni forti.

Le parolacce non sono "ignoranti" e non sono intrinsecamente "cattive". Sono piuttosto strumenti che qualsiasi oratore o scrittore può aggiungere al proprio arsenale per trasmettere meglio idee ed emozioni.

In definitiva, le parolacce fanno parte del linguaggio umano. Nonostante la loro natura tabù, continueranno a evolversi e a essere utilizzate in modo creativo nelle lingue di tutto il mondo.

Lo stigma che circonda il loro uso rimarrà probabilmente una componente necessaria della loro stessa esistenza: senza di esso, perdono la loro efficacia. Ma con cura e precisione, possono essere utilizzate in un'ampia varietà di ambiti diversi, dalla letteratura alla parola.

Per quanto possa sembrare sorprendente, alcune delle parole più potenti della nostra lingua sono quelle che ci viene detto di non usare.


martedì 30 settembre 2025

Internet "umana"

 

Hai avuto modo di conoscere e usare Internet?

Saprai certamente che Internet, in parole semplici, è un sistema formato da milioni di computer, sparsi sul globo terrestre e collegati tra loro in modo che, mediante l’uso di semplici programmi, riescono a comunicare e a scambiare informazioni con una certa facilità.

Senza essere molto esperti, si può capire facilmente che ci saranno dei fili che gireranno sotto terra o sotto i mari, onde elettromagnetiche che percorreranno i cieli sopra le nostre teste.

Ci saranno piccoli e grandi centri di smistamento per far percorrere queste superstrade informatiche a una marea di informazioni.

Esisteranno, quindi, un’infrastruttura e una logistica capace di far funzionare tutto, senza problemi.

Premesso tanto, mi è più facile convincerti, che il nostro ultra-universo assomiglia grossolanamente a Internet.

Ogni essere vivente può essere paragonato a uno dei tanti computer della rete. Egli è dotato di una limitata autonomia, logica e sensibilità. Le sue imperfezioni fisiche impongono un sistema locale di controllo per l’auto-mantenimento, e di essere quasi sempre staccato dalla rete globale.

Inoltre, la paura di non essere sufficiente, lo costringe ad avere memoria locale costruita solo attraverso la propria esperienza e in misura minore, attraverso quella di altri computer presenti nella sua stretta cerchia di contatti diretti. 

Le facoltà di memoria e di elaborazione hanno consentito un minimo di evoluzione, permettendo la creazione di quel sistema di codifica.

Come potrai ora capire meglio, la codifica, utilizzata per consentire ai processi di interpretare istruzioni ed evolvere, appare funzionale solo se si rimane all’interno del sistema isolato.

Il computer isolato costruisce la propria realtà in base ai suoi programmi implementati, e non esiste altra realtà, se non quella che rientra nei canoni accordati con il funzionamento programmato. Qualsiasi altra funzionalità ha bisogno di nuovi schemi da inglobare nel modello logico del computer per cui, se risulta estranea, diventa inapplicabile.

La frontiera del sapere si sposta man mano che nuove funzionalità si aggiungono al modello riconosciuto.

La prima fase storica dell’uomo è servita a fornire le funzionalità minime di auto mantenimento, nell’intervallo tra l’accensione e lo spegnimento del computer.

La seconda è servita per far nascere quel minimo di autonomia operativa, di autodeterminazione, necessaria per far partire il processo di emancipazione dalle divinità o enti superiori. Quest’ultime, per molto tempo, sono stati controllori implacabili e condizionatori delle volontà umane presenti solo allo stato embrionale. Gli Dei, a volte giustizieri e in altre propiziatori, erano i soggetti responsabili in questa fase storica. 

La terza fase ha permesso all’uomo di prendere coscienza di sé e di scoprire le sue capacità in relazione ai suoi simili e alla natura.

Con la quarta fase si è migliorata l’affidabilità, l’efficienza della sua vita, osservando la natura per imitarla e asservendola alla sua logica.

Nella quinta fase, tuttora in corso, si sta tentando un’espansione del modello collaudato, ma serviranno molte altre fasi in futuro, per giungere a un essere completo. 

La differenza tra un computer acceso e uno spento, non la fanno i suoi componenti che si deteriorano con il tempo, e nemmeno i suoi programmi che codificano funzioni strettamente connesse con la componentistica in dotazione; la fanno gli elettroni che correndo dentro i componenti elettronici, li fanno funzionare e permettono ai programmi di simulare l’autonomia operativa o di scimmiottare l’intelligenza.

Un computer per esistere deve funzionare e per farlo, ha bisogno di energia.

Provate a togliere la spina dalla sorgente di corrente elettrica, e vi ritrovate un ammasso di inerte materia.

Supponendo che il nostro computer non abbia problemi fisici, esso lavora per la maggior parte del suo tempo per se stesso e, secondo l’ordine funzionale in cui è collocato, interagisce con l’esterno solo per particolari finalità.

Questa intrinseca limitazione è ulteriormente mortificata dalle scarse abilità dei dispositivi periferici a rendere completa e veritiera l’informazione trattata internamente e resa all’esterno sottoforma di risultato.

I cinque sensi degli umani sono riportabili, in termini di similitudine, ai dispositivi periferici del computer.

Input e output sono le fasi imprescindibili per condurre un’elaborazione, per cui le distorsioni in entrambe le direzioni producono false elaborazioni e risultati inutili, se non illogici.

Ammettendo che i dispositivi periferici sono approssimati o limitati, diamo immediatamente un taglio a ciò che l’elaborazione può produrre.

La sintesi di questo discorso conduce ad affermare che ogni computer ha una sua realtà, e la visione comune non è altro che una realtà di secondo ordine o, se volete, una realtà virtuale.

Procedendo con questa disamina, vorrei soffermarmi sulla natura di ciò che dà vita al computer.

Si tratta di corrente elettrica che scorre su piste conduttrici, esattamente come il sangue nelle vene umane. La rete conduttrice del flusso di vita si estende per tutti i luoghi dove serve l’energia e promuove il movimento. La densità e il livello di frastagliamento delle piste sono indici che segnalano le zone vitali del sistema, fondamentali per la sua funzionalità globale.

Risulta importante che il flusso vitale sia anche regolare, sincrono con la necessità energetica richiesta. Molte altre prestazioni richiedono concomitanti quantitativi energetici corrispondenti ai servizi forniti.

Errate sincronizzazioni portano a una graduale anomalia di funzionamento che va da una cattiva elaborazione fino al collasso del sistema. I meccanismi coinvolti devono essere perfetti nella misura in cui la funzione richiede e dà significato al suo esistere tale.

Per esempio, un’immagine sulla retina umana deve mantenersi stabile per il tempo necessario alla sua decodifica nel cervello, quindi immagini troppo veloci imporrebbero meccanismi di trattenimento e di elaborazioni più efficienti. Diversamente si commenterebbero immagini che non esistono, ritornando così nel mondo virtuale.

Anche ammettendo la perfezione per i dispositivi di acquisizione e di elaborazione, dovremmo considerare il tipo di segnale che trasporta l’informazione e la qualità dei mezzi di trasporto. Servirebbe un segnale come la luce e un canale perfettamente ad essa adattato.

Infatti, se è vero che non c’è nulla più veloce della luce, è anche vero che non c’è nulla di più inadeguato dei canali sensoriali umani.


Gli Articoli più APPREZZATI nell'anno

Se ti è Piaciuto l'articolo, scrivimi. Ti risponderò.

Nome

Email *

Messaggio *