L’Innocenza Metafisica dell’Infanzia: Il Genitore come Causa Prima
Nell’alba dell’esperienza umana, la coscienza soggettiva non percepisce il mondo come un insieme frammentario di cause accidentali e fenomeni interconnessi, bensì come un tutto ordinato il cui perno immutabile risiede nella figura dei genitori.
Per il bambino, la madre e il padre non costituiscono semplicemente due individui specifici all’interno di un quadro biologico ed ecosistemico più ampio, ma rappresentano i veri e propri principi primi dell’esistenza.
Nell’intelletto ingenuo delle prime fasi dello sviluppo cognitivo ed emotivo, la filiazione coincide con una certezza originaria e incondizionata: essere stati generati dai propri genitori equivale ad essere stati tratti direttamente dal nulla alla vita attraverso un atto ordinatore incontestabile.
In questa prospettiva originaria, la figura materna e paterna assume una vera e propria statura demiurgica.
Essi non appaiono come semplici anelli di passaggio temporali all'interno di una catena generazionale indefinita, ma come il fondamento assoluto al quale il pensiero può risalire per trovare un immediato e definitivo appagamento.
Il mistero vertiginoso del "perché sono qui" trova una risposta esaustiva, visibile e rassicurante nella presenza protettiva dei genitori.
Si tratta di quella che possiamo definire un’innocenza metafisica: una condizione esistenziale protetta in cui la questione dell’Origine non genera angoscia né vertigine ontologica, poiché coincide interamente con il volto, la voce, le cure e la corporeità di chi ci ha dato la vita.
L'origine è vicina, palpabile, affettiva e ontologicamente autosufficiente; il mondo possiede un centro e una causa ben precisa.
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L’Incrinatura dell’Evidenza Biologica e la Scoperta della Contingenza
Tuttavia, il naturale processo di maturazione della coscienza coincide inevitabilmente con il dissolversi di questo orizzonte rassicurante.
Crescendo, la ragione comincia a penetrare la trama del reale con uno sguardo critico e disincantato, scorgendo le prime profonde crepe nella percezione dell'origine genitoriale.
Si scopre così che l'evidenza biologica della maternità e della paternità è intrinsecamente segnata dalla contingenza e dalla relatività.
I genitori, che un tempo apparivano alla mente infantile come le cause prime e incausate del proprio essere, si rivelano all'analisi razionale come meri anelli intermedi di una catena cosmica e generazionale immensa, la quale li precede di un tempo incalcolabile e li eccede sotto ogni punto di vista.
Essi stessi sono stati generati a loro volta; essi stessi sono il prodotto accidentale di una serie infinita di cause antecedenti, variazioni genetiche, eventi storici, incontri casuali e condizioni ambientali impercettibili.
La caduta dell’illusione dell’origine vicina spalanca nella coscienza una vertigine metafisica di inaudita portata.
Se coloro che ci hanno generato non possiedono in sé la forza esplicativa del proprio essere né di quello dei propri figli, allora essi non possono in alcun modo dirsi "creatori" nel senso teologico o demiurgico del termine.
La causa prima arretra indefinitamente lungo l'asse del tempo e delle necessità biologiche, sfuggendo a ogni presa concettuale ed empirica.
La Struttura dell’Essere-Gettato: La Lezione di Martin Heidegger
Dalla dissoluzione del concetto teologico o volontaristico di creazione emerge la vera ed essenziale condizione dell'esistente umano, sintetizzabile attraverso la grande lezione dell'analitica esistenziale di Martin Heidegger.
L'uomo non viene al mondo come il prodotto prescelto di un'intenzione metafisica consapevole o di un disegno teleologico personalizzato. L'essere umano è, essenzialmente, un essere gettato nel mondo (geworfen).
La genesi biologica da cui ciascuno promana non possiede in sé alcuna volontà o intenzione progettuale: essa è mossa soltanto dalla cieca, indifferente e inarrestabile continuità della vita che riproduce se stessa.
La nascita di un individuo non è il coronamento di un decreto metafisico supremo, ma l'incrocio fortuito di una necessità biologica priva di uno scopo immanente.
L'amarezza profonda di questa scoperta filosofica consiste nel comprendere che l'atto della generazione non coincide con un atto di creazione assoluta:
Assenza di potere demiurgico: I genitori partecipano a una potenza vitale immane senza averla istituita né poterne comprendere la radice ultima.
Trasmissione priva di dominio: Essi trasmettono la vita e la forma corporea come custodi ed esecutori di leggi biologiche che non dominano e che li trascendono da ogni parte.
Dissoluzione del fondamento personale: L'idea stessa di una creazione personale sfuma in una trama impersonale di forze naturali ed evolutive.
Dalla Causa Personale al Principio Impersonale: La Transizione Esistenziale
Se la perdita dell'innocenza metafisica infantile comporta un profondo senso di smarrimento e lo scardinamento delle certezze primordiali, essa rappresenta contemporaneamente il presupposto fondamentale per l'accesso a un pensiero filosofico autentico e adulto.
Il libero sviluppo della ragione impone di superare la ricerca rassicurante di un "chi" — ossia di una figura personale o antropomorfa posta all'origine del proprio essere — per aprirsi al confronto diretto con un "perché" impersonale.
L'uomo comprende di non essere una creatura modellata ad hoc da una volontà individuale, ma l'affiorare momentaneo e consapevole della vita all'interno dell'infinita e necessaria trama dell'Essere.
I genitori perdono il loro statuto di cause assolute per assurgere a una funzione fenomenologica ben più elevata: essi si manifestano come i «segni visibili di una genesi invisibile». In questo mutamento di prospettiva, la dinamica generazionale cessa di essere un fatto biografico circoscritto per diventare la spia di una corrente cosmica ininterrotta, nella quale materia, energia e consapevolezza si trasmettono di epoca in epoca senza soluzione di continuità.
Il Vertice della Metafisica: Il Quesito di Leibniz e l'Abisso della Coscienza
Giunta a questo grado di maturazione teoretica, la mente umana trasla definitivamente il focus della propria interrogazione: la domanda di fondo sviscera l'ambito strettamente biografico per assurgere alla metafisica pura.
Il quesito cardinale non è più orientato a indagare le contingenze storico-famigliari («chi mi ha creato?»), ma sbatte contro l'enigma ontologico radice formulato da Gottfried Wilhelm Leibniz nei suoi Principi della natura e della grazia:
«Warum ist überhaupt Seiendes und nicht vielmehr Nichts?»
(Perché esiste qualcosa anziché il nulla?)
Questo interrogativo rappresenta il vertice estremo e insuperabile della riflessione sull'esistenza.
All'interno della totalità dell'Essere, il fatto straordinario e vertiginoso non è soltanto la presenza della materia contingente o del flusso biologico, ma il darsi di una coscienza riflessiva.
L'uomo è quell'ente singolare all'interno del quale l'universo si risveglia a se stesso, diventando capace di porsi la domanda circa il proprio fondamento originario, pur nella consapevolezza strutturale di non poter mai esaurire né afferrare appieno la matrice da cui proviene.
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il risveglio della consapevolezza
Conclusioni: Abitare l'Inquietudine dell'Origine
Il viaggio intellettuale ed esistenziale che conduce "dalla madre e dal padre all'abisso dell'essere" traccia l'itinerario stesso dell'emancipazione filosofica dell'uomo.
Accettare che i propri genitori non siano gli autori assoluti della nostra vita, ma solo compagni e vettori temporanei all’interno di un processo smisurato, non priva la filiazione del suo valore, ma la proietta in una dimensione di autentica gratuità, affetto e rispetto.
Riconoscere la propria Geworfenheit (gettatezza) e lo spalancarsi del quesito leibniziano non deve condurre al nichilismo o alla disperazione, bensì a una forma di profonda meraviglia ontologica.
L'essere umano scopre così di abitare una soglia dinamica: sospeso tra la certezza biologica dei propri affetti terreni e l'abisso insondabile dell'essere, egli trova la propria dignità più alta proprio nella capacità di sostare di fronte al mistero, continuando a domandare, a pensare e ad esistere responsabilmente.
*Spunto tratto dal libro: "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 2 di Fabio Squeo
"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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